Nonna Rosaria, ma sei da sola? Sì, Giacomo, sono sola. E tuo figlio dovè? Mio papà dice che è lavoro da uomini. Mio figlio lui fa cose importanti in città, Giacomo. Lì serve
Rosaria Bianchi è seduta sulla vecchia panca di legno davanti al portoncino, stringendo il suo cellulare logoro.
Laria è carica del profumo dei ciliegi in fiore e della terra umida, ma la donna sembra non accorgersene.
Nelle orecchie le rimbomba ancora la voce acida del figlio:
Mamma, ma dai, lorto? Ho una gara dappalto che mi si avvicina, incontri tutto il giorno, la vita corre! E tu ancora lì con le tue patate lasciamole al passato. Te le compro io in supermercato, non impuntarti.
Lei rimette piano il telefono nella tasca del grembiule.
Le mani, segnate da rughe profonde come vecchi fossati, tremano a malapena. Oltre la ringhiera, si vede già il tracciato: dei paletti con lo spago teso che divide lorto in quadrati ordinati.
Una vanga solitaria, affilata la sera prima, è appoggiata al muro del capanno, come in attesa.
Ma il padrone di casa non è arrivato.
Rosaria, ancora il tuo figliolo super impegnato in città? La voce della vicina, Carmela, la sorprende alle spalle.
Carmela, come di consueto, fa la sua ronda di novità appoggiata alla zappa, spiando oltre la bassa siepe.
Non è affar tuo, Carmela risponde Rosaria cercando di darsi tono. Federico ha tante responsabilità. Gestisce un grande ufficio, ha gente che dipende da lui. Non è come strappare le erbacce.
Eh, gestisce, ribatte la vicina E la madre sua intanto si spacca la schiena? Mi ricordo quandera ragazzino, lo portavi qui tra i filari anche se eri rimasta sola dopo che Antonio è mancato. Se non fosse stato per questa terra, per le patate e per la mucca, avreste fatto la fame. Ora il signorino in giacca e cravatta si schifa della terra.
Rosaria rimane in silenzio.
Ogni parola di Carmela le punge come sale.
Ricorda tutto: gli inverni freddi, i banchi del mercato, ogni euro messo da parte per regalare a Federico un vestito decente per l’esame di maturità.
Era orgogliosa di lui. Del suo successo, del suo appartamento moderno a Milano, della moglie Elisa, che profumava di profumeria e non aveva mai messo piede nell’orto, con i suoi sandali costosi.
Ma oggi quell’orgoglio ha il sapore amaro dell’assenzio.
Il giorno dopo, Rosaria si sveglia prima dellalba, quando la nebbia ancora galleggia sul fiume.
Si infila gli stivali di gomma, si lega il fazzoletto e va in campo.
Il terreno è pesante, carico dacqua dopo la pioggia notturna.
Ogni colpo di vanga rimbalza dolorosamente nella schiena.
Dopo due ore,
la donna è riuscita a preparare solo due filari, quando sente il cuore battere allimpazzata, come un uccellino in gabbia.
Si lascia cadere a terra, ansimando. Il mondo attorno si fa grigio, le immagini sfumano.
Nonna Rosaria, ma veramente sei da sola? Alla staccionata si affaccia Giacomo, il nipote della vicina, in vacanza dai nonni. Stringe un retino in mano e guarda incuriosito la donna stanca.
Sì, da sola, Giacomo. La terra non aspetta, si asciuga la fronte sudicia con la mano.
Ma dovè tuo figlio? Mio papà dice che scavare è roba da uomini. Aiuta zio Luigi, hanno già finito tutto il loro orto.
Mio figlio lui fa cose importanti in città, Giacomo. Lì è più utile.
Il bambino fa spallucce e scappa dietro a una farfalla, mentre Rosaria si rimette in piedi.
Non può fermarsi.
Non è questione di patatema la sua ultima certezza.
Se non semina quellorto, ammette di essere vecchia, inutile, di aver perso il filo che la lega alle radici e alla terra.
A sera ha lavorato quasi metà appezzamento.
Le mani sono un groviglio di vesciche, e le gambe di piombo.
Arrivata in casa si lascia cadere sul divano, senza neppure la forza per prepararsi un tè.
Il telefono sulla credenza tace.
Carmela, per quanto abbia la lingua tagliente, ha un cuore generoso.
Vede che la luce in casa di Rosaria la sera non si accende; non resiste: va a controllare.
Trova la vicina stesa, pallida, quasi incosciente.
Rosaria, che combini! esclama cercando i medicinali. Sei bianca come un cencio!
Passerà, è solo stanchezza, sussurra piano la padrona di casa.
Ma Carmela non la ascolta.
Trova il numero di Federico nel telefono e lo compone.
Pronto? Federico? Sono Carmela, la vicina. Lascia perdere i tuoi documenti e vieni qui in paese, se ci tieni ancora a tua madre! Stava quasi per lasciarci nellorto!
Federico arriva a notte fonda.
I fari del suo SUV costoso trafiggono la quiete del paese, facendo abbaiare tutti i cani.
Entra di corsa in casa, dimenticando di togliersi le scarpe.
Mamma! Come stai? Perché non hai chiamato un dottore?
Rosaria, che grazie alle pastiglie di Carmela si è un po ripresa, lo guarda con occhi spenti.
Cosa sei venuto a fare? Hai investitori, gare dappalto Qui sono solo filari di patate, niente di importante.
Federico crolla sulla sedia, il sudore gli inumidisce la fronte.
La camicia perfettamente stirata ora sembra soffocarlo, la cravatta lo stringe.
Mamma, pensavo fosse solo una fissazione tua. Potevi pagare qualcuno, ti avrei dato i soldi.
I soldi? per la prima volta quella sera lo fissa negli occhi. Federico, lorto non è questione di soldi. Per noi ha sempre voluto dire sopravvivenza. Quando tuo padre se nè andato, qui abbiamo trovato speranza. Volevo che tu venissi non per lavorare la terra, ma per sentire la voce dei campi, per ricordare che da qui vieni. Sei diventato importante, e sono felice per te. Ma ti sei dimenticato le radici. Un albero senza radici muore, anche se vive in un vaso doro.
Federico trascorre la notte sveglio sul portico.
Osserva il campo non ancora seminato, gli alberi da frutta vecchi che una volta aveva piantato da bambino.
Poi entra in casa, cerca tra le cose nella dispensa la vecchia tuta da lavoro del padre, che la mamma aveva conservato con cura.
Profuma di polvere e tempo, ma ha il sapore di casa.
Rosaria si sveglia per un rumore strano.
Si affaccia e resta immobile.
In mezzo allorto cè suo figlio.
Nei pantaloni sporchi, la vanga in mano.
Scava. Goffamente, affannato, sbagliando spesso, ma con una tenacia che Rosaria non vedeva più da anni.
Federico! Che stai facendo? Domani hai riunioni, ti sporchi tutto! lo richiama.
Lui si ferma, si asciuga la fronte con lavambraccio, lasciando una striscia nera di terra sulla pelle.
Che aspettino gli affari, mamma. La terra non aspetta. Avevi ragione, ho dimenticato qualcosa dimportante. Pensavo che comprare un sacco di patate fosse lo stesso che coltivarle. Mi sbagliavo.
A sera il campo è dissodato.
Federico rimane al centro, con i muscoli che gli fanno male per la fatica.
Le sue scarpe costose sono ormai distrutte, ma dentro si sente più sereno di quanto ricordi.
Domani piantiamo le patate, dice entrando anche Elisa viene. Le ho telefonato. Deve capire anche lei cosè il vero profumo della vita.
Rosaria gli versa il latte fresco in silenzio.
Rivede in quel manager di successo il suo piccolo Federico, che da bimbo le prometteva che non avrebbe lasciato nessuno farle del male.
Dopo qualche settimana, il campo si tinge di verde.
Federico ora torna ogni fine settimana.
Allinizio Elisa storce il naso, ma pian piano si abitua anche lei.
Scopre che lavorare in giardino rilassa più di qualunque psicologo di città.
Rosaria li osserva dalla finestra e il cuore non le si stringe più dal dolore.
Capisce che a volte bisogna toccare il fondo perché le persone che ami sentano davvero la tua voce.
Quel maggio è linizio di una nuova stagione.
Le file dellorto non sono più simbolo di povertà o passato.
Sono il segno che la famiglia è un organismo vivo, che ha bisogno di braccia, di amore e città ma anche di terra sotto i piedi.
Quando in autunno raccolgono il raccolto, Federico tiene in mano una grossa patata ancora sporca e sorride.
Sai, mamma dice questa è la cosa più preziosa che abbia mai tenuto. Non vale euro ma il tempo passato insieme qui.
Rosaria annuisce.
Sa che suo figlio ora non dimenticherà mai più la strada di casa.
Perché ora è tracciata dal rispetto per la terra e per la donna che gli ha dato la vita.
Il sole scende lento dietro i tetti, colorando il paese di oro.
Nellorto regna la pace. Finalmente, tutti sono al proprio posto.
E voi, avete anche voi questo richiamo per lorto, per le piante che coltivate con le vostre mani?
Vi sembra che lorto sia un piccolo regno dove siete sovrani, dove nascere e far crescere qualcosa vi dà uno scopo?
Eppure, perché i genitori ci tengono tanto alla terra, mentre i giovani se ne dimenticano?
Non sentite anche voi il bisogno di ritrovare le radici, di respirare laria della vostra terra?
E i genitori, hanno davvero il diritto di rimproverare i figli se non aiutano nellorto?



