Nonna per un’ora

Nonna in affitto

Signor Pietro Valeri, mi scusi, avrei bisogno di uscire prima oggi. Mi permette? Mio figlio si è ammalato.

Martina appoggiò sulla scrivania i documenti preparati e la lista degli appuntamenti per il giorno dopo. Mancava ancora unora alla fine del turno, ma dallasilo avevano già chiamato due volte, così aveva deciso di rischiare e chiedere il permesso. Aveva iniziato a lavorare in questa impresa edile da poco, praticamente per miracolo, considerando la mancanza di esperienza come segretaria e le qualità estetiche richieste che aveva letto nell’annuncio. Guardandosi allo specchio prima del colloquio, Martina aveva scosso la testa:

Beh. Di certo non cercavano una come me.

Il suo vecchio cardigan, che aveva custodito gelosamente, ancora si difendeva bene, ma la gonna lasciava un po a desiderare. Laveva cucita la mamma, scegliendo accuratamente il tessuto dopo aver passato ore e ore alla macchina da cucire, tirando ogni volta un sospiro prima di azionare lago.

Vedrai che non sarà peggio di una comprata.

Mamma, è fatta a mano! Sarà bellissima. Martina un po mentiva, ma sapeva quanto era importante per la mamma sentirsi dire quelle parole.

A casa loro soldi per i vestiti nuovi non ce n’erano mai stati molti. Martina ricordava il periodo in cui il papà era vivo e scegliere un vestito non era affatto un problema. Ma dopo che papà se nera andato, tutto cambiò. Con lo stipendio dellinfermiera, la mamma riusciva a malapena ad arrivare a fine mese. Poi si era ammalata anche la nonna. I rapporti con la suocera della madre, la nonna paterna, dire complicati era poco.

Lidia! Ma possibile che tu non abbia il minimo senso di famiglia? Del resto, con la tua storia familiare non mi meraviglio. Adesso però fai parte della nostra famiglia: abituati a portare la responsabilità.

Martina era ancora piccola, senza capire il vero significato di quelle parole. Suonavano importanti, pesanti, ma col tempo aveva capito che tutto funzionava a senso unico. Lidia doveva occuparsi della suocera, lasciando gran parte dello stipendio, mentre la nonna si faceva servire e venerare senza restituire nulla, soltanto critiche e lamenti.

Mamma, perché non dici niente? Perché non rispondi? chiedeva Martina, ormai cresciuta, dopo lennesimo sermone della nonna alla madre. Di solito Lidia evitava di portarla quando andava a casa della suocera, ma alcune volte era costretta a farlo.

Perché so che non ha ragione. E so anche che è malata ed è sola. Tranne noi due, non ha praticamente nessuno. Con la sorella ha litigato, i nipoti non ne vogliono sapere. Lidia piegava ordinatamente la biancheria stirata. E poi ho promesso a tuo padre che non lavrei mai lasciata sola.

Martina si arrabbiava con la nonna e voleva dire tutto quello che pensava, ma la mamma la frenava con uno sguardo dolce e triste.

A che serve, Martina? Non puoi lasciare che tutta questa oscurità ti entri dentro. Ricordati: quello che è della nonna, è solo suo. Non è nostro, non lo è mai stato, e dubito che lo sarà.

Martina capì appieno le parole della madre solo quando la nonna non ci fu più. La busta col testamento e un biglietto di addio stavano nel comodino. Quando Lidia li lesse, sospirò, strinse i fogli e li mise via.

Andiamo!

Dove, mamma?

Non abbiamo più nulla da fare qui. Ho saldato il mio debito con tua nonna.

Solo tempo dopo Martina seppe che la nonna aveva lasciato tutti i suoi averi ai nipoti lontani. E di quel biglietto di addio, Lidia non le parlò mai. Solo una volta rispose, quando Martina insistette:

Li ha lasciati a loro perché sono sangue. Basta, non chiedere neanche una volta di più. Questa sporcizia non ti serve: sta meglio alle spalle.

Pensava che non fossi sua nipote? sbottò Martina.

No. Lidia sospirò. Diceva che somigli troppo a me, non hai nulla di tuo padre, secondo lei. Sangue estraneo.

È così? Io non lo sapevo

Martì, tu sei identica a tuo padre. E in meglio! Per carattere sei lui in tutto e per tutto. E io vorrei che dalla famiglia prendessi solo il meglio, il resto lasciatelo alle spalle. Non serve.

Martina non replicò mai più. Non capiva sempre sua madre, ma vedeva quanto contavano per lei quelle parole.

Gli anni passarono. Martina si diplomò e iscrisse a Matematica. Fu allora che la mamma le cucì quella famosa gonna: con quella sostenne gli esami, andò a lezione, ci trovò lavoro alluniversità. Lì conobbe anche il futuro padre di suo figlio. Quella gonna era fortunata: la indossò anche al colloquio. Del resto, non aveva altro di decente. O andava in jeans?

Dagli impiegati dellamministrazione, Martina sentì subito qualche risatina dietro le spalle, ma ricordando le parole di Lidia, tirò dritta col mento alto.

Signorina, come pensa di fare? Senza esperienza, col bambino piccolo dove ha lavorato finora?

Ho insegnato alluniversità.

E perché cambiare?

Volevo provare qualcosa di nuovo. Cercava di mantenere il controllo, ma le gambe tremavano.

Eppure il posto le venne offerto. La direttrice del personale le concesse il periodo di prova come segretaria. Martina non sentì il commento dopo che lasciò lufficio.

Ma che ce ne facciamo noi con questa qui?

Il direttore ha un debole per le donne intelligenti, vedrai che funzionerà. E appena si rimette un po sarà meglio di tutte voi! Su forza, lavoriamo invece di chiacchierare!

Con il direttore, Pietro Valeri, ci fu affinità subito. Vedendola leggere il manuale della macchinetta del caffè, il direttore rise:

È la prima volta che vedo una donna leggere le istruzioni invece di premere tutti i tasti a caso. Faremo grandi cose insieme!

Il lavoro non era complicato. Il capo era abituato ad avere tutto sotto controllo, ma col tempo si rese conto che Martina aveva una grande memoria e una testardaggine speciale per il lavoro. Riusciva a trovare chiunque, organizzare incontri tenendo conto di tutte le esigenze, spostare appuntamenti senza far scontenti. Lunico appunto che le si poteva fare era che chiedeva a volte di uscire prima, per il figlio.

Martina, capisco tutto, ma così rischio di restare senza segretaria. Pietro Valeri si massaggiava le tempie.

Le fa male la testa? Vuole una pastiglia?

No grazie, passa da sola. Vada, ha ragione. I figli sono la priorità. Ma dovrà trovare una soluzione: allasilo ci va solo se sta bene, e quando non va? Non ha una nonna? Qualcuno in famiglia?

Non ho nessuno. Martina si aggiustò il nuovo blazer.

Proprio nessuno?

Nessuno. Ho perso mamma, e il resto della famiglia non cè.

Capisco. Allora una baby-sitter?

Per ora non posso permettermela. Ma cercherò una soluzione. Grazie. Ha ragione, è un mio problema.

Martina uscì dallo studio senza entusiasmo. Allasilo la aspettava Paolo, col termometro, a casa le incombenze di ogni giorno. Aveva voglia di piangere per la stanchezza, la solitudine. Perché tutto doveva essere così? Non era giusto. Perché era sola?

La risposta la sapeva già. Le aveva detto la mamma: Non sempre incontri solo brave persone. A volte, se ne trovi una o due in tutta la vita, devi ritenertele preziose.

E se non incontrerò mai nessuno di buono?

Non è possibile, Martina. Sei matematica: pensa alla probabilità che non incontri mai nessuno degno! Lidia rideva. Non esistono solo persone cattive: davvero cattive sono pochissime. Il resto pensa solo a sé. E condannarli per questo non ha senso. Fa in modo di circondarti dei migliori, davvero.

Martina, tornando con la mente alle parole della madre, si pentiva di non averla ascoltata quando aveva conosciuto il padre di Paolo. Giovane e brillante ricercatore, pieno di idee, di ambizioni tutto ciò che le mancava, lei ce lo ritrovava in Igor, ma volevano cose diverse. Martina voleva una famiglia insieme al lavoro, Igor no. Viveva solo nel presente. Quando gli offrirono un incarico allestero, non ci pensò due volte, anche se una settimana prima aveva chiesto Martina di sposarlo.

Aspettiamo un paio danni, non cambia niente.

Igor non ho tempo di aspettare. Aspetto un bambino

Martina vide il suo volto cambiare e capì che la storia era finita.

Devi proprio ora? Non puoi rimandare? Igor camminava nervoso per la stanza senza guardarla.

Non si può rimandare, e non preoccuparti. Risolverò tutto da sola. Buona fortuna.

Non si videro più.

Paolo nacque un mese dopo che Lidia morì. Un infarto la colpì sul lavoro; nonostante fosse circondata da medici, non ci fu niente da fare. Martina accompagnò la madre al cimitero senza piangere.

Dopo, mamma, dopo. Quando nascerà Paolo, piangerò, promesso?

Ma dopo non ci fu più tempo. Il bimbo era fragile, malato spesso. Bisognava occuparsi di lui ed era impossibile trovare tempo per i propri dolori. Martina viveva come un robot: bucato, pulizie, passeggiate, pappa, tutto in tondo. Lasciò luniversità perché non sopportava più sguardi, sussurri e giudizi.

Scusami, mamma. Sono troppo sensibile, non resisto diceva piano davanti alla foto di Lidia, per non svegliare Paolo. Cosa ho sbagliato? Ho partorito? Non ho costretto Igor a sposarmi? Forse avrei dovuto insistere Ma tu mi avresti detto di ignorare i commenti e andare avanti. Ci sto provando, mamma, ma non è facile

Appena fu possibile, Martina iscrisse il figlio allasilo. Il primo anno fu durissimo: Paolo si ammalava in continuazione. Sapendo che con quel ritmo era impossibile trovare lavoro serio, Martina smise di spedire curriculum. Trovò lavoro in nero come donna delle pulizie in un centro estetico. La sera lavava i pavimenti e sognava tempi migliori.

Tutti questi pensieri le tornavano in mente mentre andava a prendere Paolo. Dopo averlo recuperato, entrò in farmacia e tornò a casa. Salutando la vicina davanti al portone, fece un cenno:

Ciao, Anastasia!

Ciao! Di nuovo? Anastasia guardò Paolo, che si stringeva alla madre.

Eh già, oggi è così. Ormai mi cacciano dal lavoro: è la seconda volta in un mese. Speravo che dopo sei mesi senza problemi ce lavrei fatta

Sei mesi cosa sono? Mia figlia non si è mai ammalata per un anno, poi ogni mese era una febbre. Senti, perché non ti cerchi una tata? Con lo stipendio che hai ora dovresti potertelo permettere

Non così tanto. Martina sospirò e spinse Paolo nellingresso. Togliti le scarpe, tesoro.

Già, le tate costano troppo. Solo per pagarle dovresti lavorare per loro. Peccato non ci sia la nonna.

Già. Vabbè, ciao, Anastasia. Martina entrò e si commosse.

Mamma mia, quanto mi manchi…

Ma Paolo, che si era seduto per terra, la riportò alla realtà. Lo mise a letto, gli diede il tè caldo e si mise a riflettere. Bisognava fare qualcosa

Udì bussare piano quasi per caso. Paolo dormiva e lei, in cucina, cercava offerte di baby-sitter online stando attenta a non fare rumore. Si stupì che avessero bussato invece di suonare; si affrettò ad aprire.

Buonasera, Martina!

Alla porta cera la signora Claudia Stefani, la vicina del palazzo a fianco. Si conoscevano appena di vista.

Buongiorno, ha bisogno di qualcosa? Martina la fissò sorpresa.

Eh sì, diciamo così. Mi fai entrare o ci dobbiamo parlare sul pianerottolo?

Ma certo, si accomodi! Martina si spostò lasciandole passare la soglia.

Claudia Stefani si tolse le scarpe con metodo e annuì verso la porta:

La cucina è da quella parte?

Sì…

Andiamo, almeno non svegliamo il piccolino. Il sonno è la miglior medicina.

Martina la seguì ancora stupita. Claudia si sedette, incrociò le mani in grembo e la fissò attenta:

Sei alla ricerca di una nonna a ore, vero?

Scusi?

Una nonna in affitto. Serve qualcuno che stia col bambino, quando sei via o lui è ammalato. Claudia si spiegò con pazienza e a Martina la voce suonò sorprendentemente familiare. Era il tono che usava la mamma quando doveva ripetere.

Mi servirebbe, sì. Ma non saprei dove trovarla.

Non devi cercarla. Ci sono io. Mi prendi come tata?

Martina esitò. Era unofferta provvidenziale, ma conosceva poco la signora e affidarle Paolo così, senza altro

Mi dica, come ha saputo che cercavo una baby-sitter?

Figurati, un segreto sorrise Claudia. Oggi ho parlato con Anastasia. È stata lei a dirmelo.

Capisco signora Claudia, non mi fraintenda

Domanda tutto quello che vuoi, ci mancherebbe altro: è normale che tu voglia sapere prima di affidarmi tuo figlio. Se vuoi ti racconto io stessa chi sono, poi decidi se ti fido o no.

Martina la fissò e si avvicinò al tavolo. Mise una tazza di tè davanti a Claudia, spostò verso di lei i biscotti e sedette.

Racconti.

La vita di Claudia era semplice e lineare.

Sono nata qui a Firenze. Mamma e papà operai in fabbrica, io pure. Cresciuta, studiata, andata pure io in fabbrica. Lì ho conosciuto mio marito, ci siamo sposati, due figli maschi. Li abbiamo cresciuti, studiati. Mio marito se nè andato giovane, non aveva nemmeno cinquantanni. I figli, dopo il militare, sono andati via, hanno fatto la loro vita altrove. Così io sono rimasta sola. I nipoti ci sono, eh, ma io quasi non li vedo e non servo. Le nuore hanno le loro madri, e i nipoti adesso sono grandi. Io i figli me li sono goduti poco, i nipoti nemmeno. Perciò quando vedo i bambini nel cortile, mi viene una nostalgia… La tata non lavevo neanche considerata, è stata Anastasia a propormelo. Così ho pensato: perché non chiedere? Magari vado bene a te e sto meglio anchio. Che ne dici? Riflettici, non ho pretese. E facciamola con calma: dammi una risposta domani, così puoi pensarci bene.

Martina non poté fare altro che annuire. Accompagnò Claudia alla porta e restò pensierosa.

Cosa ne dici, mamma? È strano, no? Appena ci ho pensato ed è arrivata da sola. Sarà destino?

Lidia la osservava silenziosa dalla fotografia, mentre Martina pensava e ripensava. In tutti quegli anni aveva imparato a non fidarsi troppo in fretta, soprattutto perché si trattava di Paolo. Quella notte non dormì quasi; controllava Paolo e rifletteva. Alla mattina decise.

Buongiorno, signora Claudia! Ho deciso, accetto!

Così iniziò la loro collaborazione come la chiamava la signora Claudia.

Siamo colleghe, Martì: tu lavori, io pure. Così ci aiutiamo e stiamo bene tutte e due. Tu stai tranquilla e io guadagno qualcosa in più con la pensione.

I suoi figli non laiutano?

Sì, certo! Ma preferisco fare da sola, finché ci arrivo. Solo quando sono stata male ho accettato qualcosa. Hanno le loro famiglie, i loro bambini. E io, finché reggo, mi guadagno quello che mi serve.

Martina allinizio osservò Claudia con cautela, ma presto si sentì sollevata. Paolo si affezionò subito.

Che cè, piccolo? Stai male? Claudia testò la fronte il primo giorno. Niente paura, adesso ti preparo una bella tisana con la marmellata e una storia lunga lunga da ascoltare. Così ti addormenti e vedrai che ti passa tutto. Devi fidarti!

Però la marmellata non ce lho balbettò Martina.

Ci ho pensato io, cara. Trovi il tempo tu, a fare la marmellata, mentre corri tutto il giorno? Va a lavoro, pensiamo noi qui.

Tempo qualche mese e Paolo già sapeva leggere avanti la sua età. Martina rimase stupita.

Ha solo cinque anni! Ha imparato da solo, signora Claudia?…

Beh, è un bambino sveglio, e a scacchi è bravissimo. Dovresti iscriverlo a un corso, lo porto io.

Poco dopo Paolo giocava a scacchi e andava due volte a settimana in piscina.

Non avrei mai potuto permettermi tutto questo: manca il tempo! raccontava Martina allamica Anastasia. Sono felicissima, grazie davvero!

Figurati! Quando cresce mia figlia, ti rubo Claudia, avvisata!

Il tempo passava, Paolo cresceva e iniziò la scuola. Laiuto di Claudia serviva meno, ma ormai si erano così affezionate che la loro vita senza era inimmaginabile.

Martina, mi sembra che tu sia ferma troppo a lungo. Il direttore Valeri, controllando dei documenti, la fissò. Con i tuoi studi potresti avere una carriera diversa. Lo hai mai pensato? Sei laureata in matematica, giusto?

Sì, ma sto bene così.

Beh, io invece no! Voglio persone brave come te. Lazienda ti manda a fare un corso di aggiornamento, poi ti trovo una posizione adatta.

Nuova mansione, nuove opportunità tutto cambiava così in fretta che a volte Martina non sapeva se fosse la strada giusta. Ma stava andando meglio, Paolo cresceva forte, finalmente si più respirare anche economicamente.

Benissimo, Martina, sono felice per te! Claudia era sinceramente contenta.

Il loro rapporto ormai era molto di più di una collaborazione. Così, quando Claudia sparì, Martina si preoccupò sul serio.

Anastasia, dove può essere andata? Non ha detto niente, non ha avvisato. Non è da lei!

Hai provato in ospedale?

Ho chiamato dappertutto. Non la trovano, e non sono parente

I figli?

Hanno detto che non ne sanno nulla. E non possono venire. Ma come si fa? È loro madre!

Martina, è chiaro che su di loro non puoi contare.

Che faccio?

Ricomincia a chiedere. Ancora e ancora. Non hai alternative.

Martina ricominciò a cercare, girò ospedali e cliniche.

Lei chi è per la signora? Nessun legame? Allora perché la cerca? si sentiva rispondere ovunque.

Dopo quasi una settimana, finalmente la trovò.

È arrivata senza documenti. Si è svegliata dopo due giorni, ma non ricorda niente.

Martina guardava Claudia Stefani nel letto dospedale, piccola, pallida. Sentiva un dolore sordo al cuore.

Perché non avete risposto al telefono che era qui? Sarei venuta prima! Che cosa le è successo?

Investita, forse perdita di coscienza temporanea. Ma chi è lei?

Sua figlia. Mi dica dovè il primario.

Dopo poche ore, Martina poté portare Claudia in unaltra stanza, si sedette vicino a lei, le prese le mani.

Come si sente?

Chi sei?

Sono Martina. Non si preoccupi, piano piano ricorderà. Ora deve solo riposarsi.

Chiamò ancora i figli di Claudia. Niente. Non vennero, adducendo impegni.

Pazienza! Ce la caviamo da sole disse Martina a bassa voce, rimettendo giù il telefono. “Avevi ragione, mamma, ognuno pensa a sé.”

Claudia venne dimessa dopo una settimana. Martina la portò a casa.

Paolo, Claudia non ricorda niente. Falle compagnia, chiamala nonna Claudia come sempre. Il medico ha detto che così può riavere la memoria.

Mamma, ora viene a stare da noi?

Sì!

Paolo annuì serio.

Mi sembra giusto.

Adesso era il turno di Paolo occuparsi di Claudia. Tornando da scuola, le scaldava il pranzo, la convinceva a mangiare, e poi, mentre faceva i compiti, restava accanto a lei.

Finisco e poi giochiamo a dama, vuoi?

Claudia sorrideva, lo chiamava “nipote”, Martina era “figlia”, e lei non aveva nulla da obiettare. Che importava come la chiamasse? Limportante era che Claudia fosse viva e quasi del tutto ristabilita.

Il figlio di Claudia si fece vivo solo sei mesi più tardi.

Martina quel giorno corse verso casa: era il compleanno di Paolo. Con la torta tra le mani arrivò davanti al portone e fu fermata da un uomo, alto, dallaria vagamente familiare.

Lei è Martina?

Sì.

Sono Alessio, il figlio della signora Claudia.

Salve. Martina strinse di più la scatola della torta.

Posso vedere la mamma?

Ovviamente. Era ora!

Sa io

Martina lo guardò seria.

Non giudichi me come giudica se stesso. Non ho mai voluto niente da sua madre. Mi è stata vicina quando ne avevo bisogno, ora è normale che sia io a prendermi cura di lei.

Mi ha frainteso Alessio si commosse.

Va bene così. Vedrà sua madre, ma la casa e il resto prenda pure, la mamma però resta qui con noi.

Perché? Vorrei portarla a casa.

Se davvero ci teneva, sarebbe venuto prima. Ora è tardi. Non si stupisca se non la riconoscerà quasi più. Andiamo.

Martina fece per entrare, ma lui la trattenne.

Mi perdoni

Non devo perdonare niente. Limportante è che non la turbi.

Farò come dice.

Paolo corse ad aprire.

Che bella torta!

Paolo, auguri! Martina baciò il figlio. Lui è Alessio, il figlio della signora Claudia.

Il figlio? Paolo quasi lasciò cadere la torta, ma Martina lo fermò.

Stai tranquillo. Ricordi cosa ha detto il medico?

Che non va agitata.

Bravo, vai pure in cucina.

Claudia non riconobbe il figlio. Alessio guardava la madre e non la riconosceva nemmeno lui. La donna forte e indipendente di prima era ormai una vecchietta fragile in poltrona, circondata da cuscini.

Non ci riconoscerà più? chiese Alessio in lacrime.

I medici non danno speranze, ma qui è serena. E la tranquillità le basta. Non la sposti più.

Ho capito. Possiamo venire a trovare mamma?

Non cè bisogno di domandare. È sua madre. Venite quando volete.

Martina chiuse la porta con un sospiro triste quando Alessio se ne andò. Qualcosa le diceva che non si sarebbe più visto. Si scrollò le spalle e chiuse la porta. Poco male. Limportante era il tempo, il posto e le relazioni che erano rimaste.

Paolo, metti su il tè, festeggiamo!

Mamma, anche la torta la può mangiare la nonna?

Certo! Il pezzo più grande! Ne ha bisogno come diceva sempre?

Per viziarsi un po? Paolo scoppiò a ridere.

Esatto! E anche noi Martina girò la chiave nella serratura e seguì il figlio in cucina.

Quella sera, guardando Claudia e Paolo insieme, ho capito che a volte la famiglia non è la carne o il sangue, ma è chi si sceglie ogni giorno. Nessuno si salva da solo, e aprendo il cuore agli altri, si trova una casa ovunque si sia. Proprio come mi aveva insegnato mia madre.

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