Nonne a servizio
Lucia Bellini si svegliò di soprassalto a causa di una risata rumorosa. Non un semplice sorriso, non un sussurro sommesso, ma una risata sguaiata, quasi irriverente per una stanza dospedale, quella che aveva sempre detestato per tutta la sua vita. Rideva la sua compagna di letto, tenendo il telefono stretto allorecchio e gesticolando vigorosamente con laltra mano, come se linterlocutore potesse vederla.
Marta, ma tu sei matta! Davvero ha detto così? Davanti a tutti?
Lucia guardò lorologio. Mancavano quindici minuti alle sette. Ancora quindici minuti di silenzio prima che la giornata iniziasse davvero, un tempo che avrebbe volentieri passato in pace, raccogliendo i pensieri prima delloperazione.
La sera prima, quando lavevano portata in camera, la compagna era già sul letto, intenta a scrivere messaggi rapidissimi sul telefono. Erano bastati pochi convenevoli: «Buonasera», «Salve», poi il silenzio ognuna per conto suo. E Lucia ne era stata grata. Ma ora, sembrava di stare al circo.
Mi scusi, disse Lucia a voce bassa ma ferma. Potrebbe fare un po più piano?
La donna si voltò. Viso tondo, capelli corti argentati lasciati al naturale, pigiama vivace a pois rossi. In pieno ospedale!
Sai che cè, Marta, parliamo dopo, qui ho chi vuole farmi da mamma! disse chiudendo la telefonata, poi si rivolse a Lucia con un sorriso largo. Scusi davvero! Sono Gabriella Neri. Ha dormito almeno un po, lei? Io non chiudo occhio prima delle operazioni, allora telefono a chiunque.
Lucia Bellini. Se lei non dorme, non significa che gli altri non vogliano riposare.
Eh, ma ormai è sveglia, strizzò l’occhio Gabriella. Ok, prometto che adesso sussurro.
Non sussurrò. Prima di colazione aveva già telefonato ad altri due, e anzi, la voce si faceva sempre più forte. Lucia si voltò verso il muro, si coprì la testa con il lenzuolo, ma fu tutto inutile.
Era mia figlia, spiegò Gabriella durante la colazione che nemmeno toccarono. Loperazione, si sa… è preoccupata. Io cerco di tranquillizzarla.
Lucia non rispose. Suo figlio non aveva chiamato, ma lei non se lo aspettava: già la sera prima le aveva scritto che avrebbe avuto una riunione importante la mattina. Lucia stessa gli aveva insegnato: il lavoro è sacro, è responsabilità.
Venne a prendere Gabriella la prima infermiera. Andava via dal corridoio salutando con la mano, gridando qualcosa che fece ridere la ragazza. Lucia pensò che sarebbe stato meglio se, dopo loperazione, lavessero spostata di stanza.
Anche lei venne chiamata circa unora dopo. Lanestesia era sempre stata un trauma. Quando si svegliò, nausea e dolore sordo al fianco destro. Linfermiera spiegò che era andato tutto bene, che bisognava solo sopportare. Lucia sopportava. Era sempre stata capace di sopportare tutto.
Quando, a sera, la riportarono in camera, Gabriella era già al suo posto. Viso pallido, occhi chiusi, flebo infilata nel braccio. Silenziosa. Per la prima volta, silenziosa.
Come va? chiese Lucia quasi senza volerlo.
Gabriella aprì gli occhi e accennò un sorriso.
Vivo, per ora. Lei?
Sopravvivo.
Rimasero in silenzio. Oltre la finestra, il crepuscolo calava. Le flebo gocciolavano piano.
Mi scusi per stamattina, disse Gabriella piano. Quando sono in ansia mi metto a chiacchierare senza sosta. So che irrita, ma non riesco a fermarmi.
Lucia voleva rispondere con una battuta pungente, ma era troppo stanca. Sospirò soltanto:
Non fa niente.
Quella notte nessuna delle due dormì. Soffrivano entrambe. Gabriella non telefonò più, stava ferma e silenziosa, ma Lucia sentiva che si agitava, che sospirava. Una volta le parve che piangesse, piano, nel cuscino.
La mattina, arrivò la dottoressa. Visitò le cicatrici, prese la temperatura, disse a tutte e due: «Brave, continuate così, va tutto bene». Gabriella afferrò subito il telefono.
Marta, ciao! Eccomi qui, tutto ok, puoi stare tranquilla. E i miei come stanno? Giulietto aveva la febbre? E tu gli hai dato…? Già passato? Eh, te lavevo detto, non era niente.
Lucia suo malgrado tese lorecchio. «I miei» erano i nipoti, quindi. La figlia la aggiorna su tutto.
Il suo telefono invece taceva. Guardò: due messaggi dal figlio. «Mamma, come stai?» e «Scrivimi appena puoi». Spediti la sera prima, quando lei si stava ancora riprendendo.
Scrisse: «Va tutto bene». Aggiunse una faccina, perché a lui piacevano le emoticon, diceva che senza sembravano messaggi freddi.
La risposta arrivò dopo tre ore: «Ottimo! Un bacio».
I suoi non vengono a trovarla? chiese Gabriella nel pomeriggio.
Mio figlio lavora. Abita lontano. E poi, non è necessario, non sono una bambina.
Giusto, annuì Gabriella. Anche mia figlia dice sempre: mamma, ormai sei grande, ce la fai da sola. E in fondo, se va tutto bene, che vengono a fare?
Nel tono cera qualcosa che spinse Lucia a osservare con più attenzione. Gabriella sorrideva, ma gli occhi erano spenti.
Quanti nipoti ha?
Tre. Giulietto il più grande, otto anni. Poi Mariella e Leo, tre e quattro. Gabriella prese il cellulare dal comodino. Vuole vederli in foto?
Per venti minuti le mostrò fotografie: bimbi in campagna, bimbi al mare, bimbi con la torta. Su tutte, lei era presente. Li abbracciava, li baciava, faceva le smorfie. La figlia non cera mai.
Scatta lei, spiegò Gabriella. Non le piace mettersi in posa.
I nipoti vengono spesso da lei?
Praticamente vivo a casa loro. Figlia e genero lavorano, quindi… aiuto io. Prendo i bimbi allasilo, controllo i compiti, preparo da mangiare
Lucia annuì. Anche lei aveva passato i primi anni dopo la nascita del nipote sempre di corsa ad aiutare. Poi, crescendo lui, aveva cominciato ad andare meno spesso. Ora, una volta al mese, di domenica. Se i programmi coincidevano.
E lei?
Un nipote. Nove anni. Studia bene, fa sport.
Vi vedete spesso?
Qualche domenica, se capita. Hanno impegni. Capisco.
Già, Gabriella si voltò a guardare fuori. Sempre impegnati.
Tornarono in silenzio. Fuori iniziò a piovere leggero.
A sera, improvvisamente, Gabriella disse:
Non voglio tornare a casa.
Lucia alzò lo sguardo. Gabriella sedeva sul letto, abbracciata alle ginocchia, a fissare il pavimento.
Sul serio, non voglio. Più ci penso, meno voglio.
Perché?
Perché tanto torno lì e trovo sempre la stessa storia: Giulietto coi compiti, Mariella col naso che cola, Leo coi pantaloni strappati. Mia figlia al lavoro fino a tardi, mio genero sempre via per lavoro… E io a pulire, cucinare, stirare, aiutare, correre. E nemmeno la voce le tremò. Nemmeno un grazie. Perché tanto la nonna, si sa, DEVE.
Lucia restò muta. Un nodo le chiuse la gola.
Mi scusi, Gabriella si asciugò gli occhi. Che brutta scena…
Non si scusi, sussurrò Lucia. Anchio… cinque anni fa sono andata in pensione. Credevo di dedicarmi finalmente a me stessa. Andare a teatro, vedere mostre. Mi iscrissi pure a un corso di spagnolo. Dopo due settimane ho dovuto lasciar perdere.
E come mai?
Mia nuora era in maternità. Mi chiese aiuto. Perché la nonna non lavora, la nonna può. Non ho saputo dirle di no.
E comè andata?
Tre anni ogni giorno. Poi mio nipote allasilo, ogni due giorni. Poi a scuola, una volta a settimana. Ora si fermò. Ora hanno la tata. E io sto a casa ad aspettare che mi chiamino. Se si ricordano.
Gabriella annuì.
Mia figlia in novembre doveva venire a trovarmi. Ho tirato a lucido tutto, fatto le crostate. Poi mi chiama: mamma, scusa, Giulietto ha basket, non possiamo.
E non è venuta?
No. Le crostate le ho date alla vicina.
Sedettero a lungo in silenzio. La pioggia tamburellava sui vetri.
Sa cosè che fa male? disse infine Gabriella. Non che non vengano. È che comunque io aspetto. Stringo il telefono e penso: magari adesso chiamano, magari dicono che gli manco. Ma niente. Solo se serve aiuto.
Lucia sentì bruciarsi gli occhi.
Anchio aspetto. Ogni volta che suona il telefono, penso: forse mio figlio vuole solo parlare. Invece no. Sempre per chiedere qualcosa.
Ma noi siamo sempre pronte, sorrise amara Gabriella. Perché siamo madri, ci viene naturale.
Già.
Il giorno dopo iniziarono le medicazioni. Dolorose tutte e due. Dopo, stettero lungamente in silenzio con gli occhi socchiusi, finché Gabriella ammise:
Ho sempre pensato che la mia fosse una famiglia felice. Figlia, genero, nipoti… Pensavo che senza di me non ce la facessero.
E?
E qui mi sono resa conto che ce la fanno benissimo, senza di me. Mia figlia in quattro giorni non si è mai lamentata. Anzi, quasi sollevata. Significa che può cavarsela. È più comodo quando la nonna è babysitter gratuita.
Lucia si tirò su sul gomito.
Sa cosa ho capito? Che la colpa è mia. Ho abituato mio figlio che la mamma cè sempre, sempre pronta, sempre che aspetta. I miei programmi non contano, i suoi sì.
Io uguale. Mia figlia chiama, io lascio tutto e corro.
Li abbiamo abituati, disse Lucia lentamente. Che noi non siamo persone. Che la nostra vita non conta.
Gabriella rimase assorta. Poi chiese piano:
E adesso?
Non lo so.
Il quinto giorno Lucia si alzò senza aiuto dellinfermiera. Il sesto riuscì a percorrere tutto il corridoio. Gabriella era in ritardo di un giorno, ma ce la metteva tutta. Camminavano insieme, lente, tenendosi al muro.
Dopo che è morto mio marito mi sono persa, confessò Gabriella. Pensavo che la vita fosse finita. Mia figlia mi disse: Mamma, ora il tuo scopo sono i nipoti. Vivi per loro. E io ci ho creduto. Solo che… è un dare a senso unico. Io per loro, loro per me solo quando fa comodo.
Lucia raccontò del suo divorzio, trentanni prima, con il figlio di cinque anni. Come lo aveva cresciuto da sola, studiando la sera, lavorando su due turni.
Speravo che se fossi stata una madre perfetta, lui sarebbe stato un figlio perfetto. Che se avessi dato tutto, sarebbe stato grato.
Invece lui cresce, fa la sua vita, concluse Gabriella.
Già. Ed è giusto, forse. Solo non credevo di sentirmi così sola.
Nemmeno io me laspettavo.
Il settimo giorno il figlio arrivò. Senza avvisare, allimprovviso. Lucia stava leggendo sul letto quando lo vide entrare: alto, un cappotto elegante, una busta di frutta.
Ciao mamma! le sorrise, baciandola. Come stai? Già meglio?
Sì, sto meglio.
Bene! Il dottore dice che fra tre giorni ti dimettono. Ci avevo pensato: magari vieni da noi? Paola dice che la stanza degli ospiti è libera.
Grazie, ma preferisco stare a casa mia.
Come vuoi. Comunque, chiama se serve, ti veniamo a prendere.
Rimase venti minuti. Parlò di lavoro, del nipote, della macchina nuova. Chiese se servisse qualcosa. Promise di passare la settimana seguente. Se ne andò in fretta, con sollievo.
Gabriella fece finta di dormire. Ma appena uscì il figlio, aprì gli occhi.
Era suo figlio?
Sì.
Bel ragazzo.
Sì.
Freddo come il ghiaccio, però.
Lucia non rispose. Un nodo di nuovo alla gola, così forte da toglierle il fiato.
Sai, sussurrò Gabriella, ho riflettuto. Forse dovremmo smettere di aspettare qualcosa da loro. Lasciarli andare. Capire che sono cresciuti, che hanno la loro vita. E noi dobbiamo trovarne una nostra.
Più facile a dirsi che a farsi.
Difficilissimo. Però… Qual è lalternativa? Stare qui ad aspettare per sempre una telefonata?
Cosa hai detto a tua figlia? chiese Lucia, sorprendendosi a darle del tu.
Che dopo loperazione dovrò riposare almeno due settimane. Il medico ha detto vietato sollevare pesi. Non posso occuparmi io dei bambini.
E lei?
Si è arrabbiata. E io le ho detto: Marta, sei grande, organizza tu. Io ora non posso.
Si è offesa?
Da morire, fece un mezzo sorriso Gabriella. Però sai una cosa? Mi sento più leggera. Come se avessi tolto uno zaino pesante.
Lucia chiuse gli occhi.
Io ho paura. Se dico di no, se mi negassi, magari non mi chiamano più.
Ti chiamano spesso, adesso?
Silenzio.
Appunto. Peggio di così non può andare. Può solo migliorare.
Lottavo giorno le dimisero, insieme. Fecero le valigie in silenzio, come se si stessero lasciando per sempre.
Scambiamoci i numeri, propose Gabriella.
Lucia annuì. Inserirono i numeri nei telefoni. Si guardarono a lungo.
Grazie, disse Lucia. Perché mi sei stata vicina.
Anche a te. Sai erano trentanni che non parlavo così, a cuore aperto.
Anche per me.
Si abbracciarono, impacciate, attente a non toccare i punti ancora dolenti. Arrivò linfermiera con le dimissioni, chiamò un taxi. Lucia fu la prima ad andare via.
A casa era silenzio. Sistemò la borsa, fece la doccia, si sdraiò sul divano. Prese il telefono. Cerano tre messaggi del figlio: «Mamma, ti hanno dimessa?», «Chiamami quando arrivi», «Non dimenticare le pastiglie».
Scrisse: «A casa. Sto bene». Posò il telefono.
Si alzò, andò verso larmadio. Da una cartella tolse una brochure del vecchio corso di spagnolo e il programma della stagione del Teatro alla Scala. Guardò a lungo quella brochure. Pensò.
Il cellulare squillò. Gabriella.
Ciao. Scusami se chiamo subito. Mi è venuta voglia di sentirti.
Sono contenta. Davvero.
Senti, ci vediamo? Quando starai meglio. Magari fra un paio di settimane. Un caffè, o facciamo due passi. Se ti va.
Lucia guardò la brochure in mano. Poi il telefono. Poi di nuovo la brochure.
Mi va. Davvero. E sai che dico? Non fra due settimane. Sabato. Sono stufa di stare sola.
Sabato? Sul serio? I dottori però…
Hanno detto. Ma ho passato trentanni a preoccuparmi degli altri. È ora di pensare anche a me.
Allora è deciso. Sabato.
Si salutarono. Lucia lasciò il telefono, riprese in mano la brochure. I corsi di spagnolo iniziavano tra un mese. Le iscrizioni erano ancora aperte.
Accese il portatile, iniziò a compilare il modulo. Le mani le tremavano, ma continuò. Fino alla fine.
Fuori pioveva ancora. Ma tra le nuvole cominciava a fare capolino il sole. Un sole pallido, autunnale ma pur sempre il sole.
E Lucia pensò, improvvisamente, che forse la vita stava appena iniziando. E inviò la domanda.




