Nonno caduto per strada d’estate: ignorato da tutti perché creduto ubriaco, ma aiutato da una ragazza che scopre la sua vera storia e riceve in dono una cesta di lamponi dalla famiglia riconoscente

Non so dire bene se fosse estate o primavera, ma fa caldo, un caldo sbiadito come nei sogni. Sto tornando a casa la sera tardi dalla palestra in una Roma che pare fluttuare su sè stessa, i palazzi addormentati e le luci dei motorini che tagliano laria. In fondo a Via dei Mandorli, c’è un vecchio, col cappello stropicciato e il volto che sembra scolpito nel tufo, riverso sull’asfalto, incapace di rialzarsi. Sembra che tutti lo sfiorino e si voltino altrove, come se odorasse di vino o di notti sbandate: si fa largo nelle narici quel vecchio pregiudizio romano, che liquida chi barcolla come uno sbandato. Lui mormora e allunga le mani, mani di carta, verso di me e verso chi passa.

Mi tornano in mente le parole di mamma: “Aiuta chi puoi, finché puoi.” Così mi avvicino, abbassando la voce: La posso aiutare? Ma dai suoi denti non esce che un mugolio, come il brontolio delle onde sotto Ponte Milvio; le mani tese a cercare braccia. Una signora che porta i sacchetti tricolori della Conad si ferma, mi ammonisce: Fatti da parte, non lo vedi che è ubriaco? Ti sporchi tutta e magari prendi qualcosa! Guarda comè ridotto!

Mi chino e guardo meglio: le mani del nonno sono imbrattate di sangue, come se avesse raccolto rose nere. Limpressione mi investe più gelida dei sottopassi del metrò. Lo interrogo, lui farfuglia e non mi fa capire niente di più. Poi, come chi trova uno spicchio di luna sotto il marciapiede, si trascina vicino a un sacchetto ai suoi piedi e lo alza: dentro ci sono cocci di bottiglia, frammenti di quelle Moretti bevute malamente dai ragazzi la notte, tirate dove capita. Capisco: le sue mani sanguinano per raccogliere i pezzi.

Tiro fuori dalla borsa delle salviette umide e gliele passo sulle maninon è per labito, ma la pelle mi sembra troppo vecchia e fragile su cui sporcare ancora di sangue. Mentre lo pulisco, lui mi guarda come se fossi la luna caduta tra i pini marittimi. Poi, piano piano, lo aiuto ad alzarsi. Gli chiedo dove abita: risponde solo con borbottii, poi con un gesto largo del braccio indica dove andare.

Camminiamo a piccoli passi fino ad un palazzo alto, antico e color senape, che dorme nel cortile come un gatto soddisfatto. Il nonno mi mostra il citofono e con due dita sul palmo mi indica il numero dellinterno. Suono. Una voce femminile dall’accento romano, tesa come corda di mandolino, risponde. Il vecchio ancora mugugna. Dopo poco scendono di corsa una donna con il grembiule chiazzato di sugo e un uomo dai baffi folti. La preoccupazione danza nei loro occhi. Chiedono se si è fatto male, lo abbracciano stretti come se rischiasse di svanire.

Luomo ringrazia, lo solleva con la facilità di un vecchio gesto contadino e lo accompagna su. La donna mi si fa vicina e, quasi trafelata, chiede come può ringraziarmi. Rifiuto, vorrei quasi scomparire tra le ombre. Lei però, come colta da un lampo di memoria, sfreccia dentro il portone e, dopo un battito dali, si ripresenta con un enorme cesto di lamponi, rossi come le vetrate di Santa Maria Maggiore. Sono i miei, dice con orgoglio contadino, insistendo perché li prenda. Ci hai salvato il cuore.

Mi racconta poi la storia: suo suocero, Mario, era stato prigioniero dei tedeschi nella guerra, e per non parlare, perché era un personaggio importante, si era mutilato lui stesso la lingua, e in quella prigione senza pietà, nessuno poteva curarlo davvero. Quando era riuscito a scappare, linfezione gli aveva divorato metà lingua. Da allora ogni parola è solo suono, quasi muggito; e in questo quartiere i giovani la sera si radunano per bere birra, lanciando le bottiglie ovunque, ai piedi dei giochi dei bambini. Lei aveva già chiamato la polizia, ma nessuno ascolta davvero.

Era stato proprio dopo che sua nipote, Caterina, si era tagliata il piede su una scheggia che Mario aveva preso labitudine di raccogliere i cocci, nonostante avessero provato in tutti i modi a impedirglielo, persino nascondendo le chiavi di casa. Una volta era rimasto steso cinque ore sullasfalto, solo, mentre loro lo cercavano per quartieri. Questa volta, per fortuna, qualcuno lo ha aiutato.

Mi infila il cesto di lamponi tra le mani, ed io, muta e sopraffatta, la saluto con un inchino, uno di quelli che sembrano scivolare fuori dal Medioevo. Più tardi, lungo Via delle Magnolie, mi scappano delle lacrime come grandine: perché qui in Italia è così difficile guardare laltro? Perché prima si pensa che sia solo uno sfaccendato o un pazzo?

Vi prego, se vedete qualcuno a terra che non riesce a rialzarsi, non pensate subito che abbia bevuto. Forse ha soltanto bisogno di un po’ di umanità. E specialmente a voi ragazzi, ricordate: siamo esseri umani, non bestie.

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