— Nonno, guarda! — Lilli premette il naso contro il vetro. — Un cagnolino! Dietro il cancello si ag…

Nonno, guarda! esclamò Giulia, appiccicando il naso al vetro. Un cagnolino!

Dietro il cancelletto si agitava un bastardino. Nero, sporco, con le costole ben in vista.

Ancora quel randagio, borbottò Paolo Benedetti, infilandosi gli stivali di gomma. È il terzo giorno che gira qui attorno. Vai via, vai, sparisci!

Alzò il bastone, minaccioso. Il cane indietreggiò, ma non scappò. Si sedette a cinque metri di distanza e restò a fissare. Solo fissare.

Nonno, non scacciarlo! Giulia gli tirò la manica. Avrà fame, poverino e starà gelando!

Ho già abbastanza grane mie! rispose lui, scacciandola con la mano. Quello porta pulci, malattie. Via, via, sparisci!

Il cane rattrappì la coda e si allontanò. Ma appena Paolo Benedetti si chiuse la porta alle spalle, il cane tornò

Era da sei mesi che Giulia viveva con il nonno, da quando un incidente aveva portato via i suoi genitori. Paolo laveva accolta, pur senza mai aver avuto pazienza coi bambini. Amava la sua routine, il suo silenzio.

Ma ora cera questa bambina che piangeva la notte e domandava sempre: «Nonno, quando tornano mamma e papà?»

Come spiegare che non torneranno mai? Paolo si limitava a borbottare, voltandosi dallaltra parte. Era difficile per entrambi ma non cera alternativa.

Dopo pranzo, mentre il nonno dormiva davanti alla TV, Giulia sgattaiolò fuori, un piatto con gli avanzi della minestra tra le mani.

Vieni qui, Lupa, bisbigliò dolcemente. Così ti ho chiamata. Ti piace, vero?

La cagna avanzò cauta, ripulì il piatto leccandolo come fosse oro, poi si accasciò ai suoi piedi, il muso sulle zampe. E fissava grata, devota.

Sei proprio brava, tu, la accarezzava Giulia. Bravissima.

Da quel giorno Lupa non lasciò più la casa. Faceva la guardia davanti al cancello, accompagnava Giulia fino a scuola e tornava ad aspettarla. E ogni volta che Paolo usciva di casa si sentiva urlare per tutto il vicinato:

Ancora tu! Ma basta, che seccatura!

Ma Lupa laveva capito: quelluomo abbaiava, ma non mordeva.

Il vicino di casa, Michele Ferraro, sempre a trafficare sulla recinzione, osservava la scena e una volta esclamò:

Fai male a cacciarla, Paolo.

E perché mai! Un cane mi serve come il mal di denti!

E se invece propose Michele fosse il Signore ad avertela mandata apposta?

Paolo Benedetti alzò le spalle, infastidito

Passò una settimana. Lupa rimaneva accovacciata davanti al cancello con qualsiasi tempo, anche col gelo.

Giulia continuava a portarle da mangiare di nascosto, e Paolo faceva finta di non vedere.

Nonno, possiamo far entrare Lupa almeno nellandrone? supplicava Giulia a cena. Dentro fa più caldo

No e poi no! tuonò il vecchio, battendo il pugno sul tavolo. In casa animali non ce ne stanno!

Ma lei

Niente ma! Questo basta! Mi sono stufato dei tuoi capricci!

Giulia abbassò la testa e tacque. Quella notte Paolo Benedetti faticò a prendere sonno. Lindomani si affacciò.

Lupa stava raggomitolata nella neve. «Quella ci lascia la pelle, o chissà chi se la prende», pensò Paolo. E un amaro gli scese nellanima.

Il sabato Giulia andò allo stagno per pattinare sul ghiaccio. Lupa la seguì, fedele come sempre. Giulia rideva, girava in tondo, e la cagnolina la osservava dal bordo.

Guarda, nonno, che so fare! gridò Giulia e si spinse verso il centro.

Il ghiaccio suonò sottile. Poi CRACK. E Giulia sprofondò.

Lacqua era nera, gelida. La tirava sotto. Lei agitava le braccia, urlava, ma lacqua inghiottiva i suoi lamenti.

Lupa rimase paralizzata un istante. Poi corse alla casa.

Paolo stava spaccando la legna quando sentì quel latrato disperato e selvaggio. Si voltò: il cane correva a perdifiato, piagnucolava, lo afferrava per i pantaloni tentando di trascinarlo verso il cancello.

Ma che hai, sei impazzita? non capiva Paolo.

Lupa ululava, lo tirava, di nuovo strattonava il tessuto. Negli occhi angoscia pura Paolo infine comprese.

Giulia! urlò, correndo dietro il cane.

Lupa precedeva veloce, si voltava per assicurarsi che Paolo la seguisse, poi di corsa di nuovo, fino allo stagno.

Paolo vide una macchia nera sullacqua, udì schizzi deboli.

Tieni duro! urlò, acchiappando una lunga asta. Tieniti forte, piccola!

Strisciò sul ghiaccio che si piegava e scricchiolava, eppure reggeva. Afferrò Giulia per il giubbotto, la trascinò a riva. E Lupa le girava attorno, abbaiava per incoraggiarla.

La tirarono fuori che era cianotica. Paolo la strofinava con la neve, le soffiava sul viso, invocando tutti i santi che conosceva.

Nonno sussurrò alla fine Giulia. E Lupa? Dovè Lupa?

La cagnolina era accanto, anche lei tremava dal freddo o per lo spavento.

È qui, ansimò Paolo Benedetti. Qui.

Da quel giorno qualcosa cambiò. Paolo non urlava più contro Lupa. Ma in casa, non voleva saperne.

Nonno, perché no? insisteva Giulia. Lei mi ha salvata!

Salvata, sì. Ma posto qui dentro per lei non ce nè.

Perché, nonno?

Perché la casa non è una fattoria, sbottò lui.

Era arrabbiato con se stesso. Ma perché? Non sapeva. Era convinto di aver ragione. Lordine è lordine. Ma nel cuore era come se mille gatti grattassero.

Michele Ferraro venne a bere un caffè. Sedevano in cucina, mangiavano biscotti.

Paolo, hai sentito quello che è successo? domandò il vicino.

Ho sentito, borbottò Paolo.

Una brava cagna. Intelligente.

Può essere.

Una così va protetta.

Paolo alzò le spalle:

La proteggiamo. Almeno, ora non la scacciamo più.

Già. Ma dove dorme col gelo?

Dorme fuori. È o non è un cane?

Michele scosse la testa:

Sei strano, Paolo. Ti ha salvato la nipote e tu questa è ingratitudine, amico mio.

Non le devo nulla a quel cane! si accese Paolo. Labbiamo nutrita, non labbiamo picchiata basta e avanza!

Non è questione di debiti. È questione di cuore.

Il cuore si dà alle persone, non agli animali, ribatté Paolo.

Michele tacque. Aveva capito che sarebbe stato inutile insistere. Ma il suo sguardo era pieno di rimprovero.

Febbraio quellanno fu crudele come non mai. Una nevicata dopo laltra, il vento che sembrava voler spaccare la casa in due.

Paolo a malapena riusciva a tenere libera una striscia di cortile la mattina dopo era tutto di nuovo sommerso.

E Lupa sempre lì, davanti al cancello. Sfinita, il pelo aggrovigliato, gli occhi spenti. Eppure non se ne andava. Vegliava.

Nonno, Giulia lo tirava per la giacca, guardala Non ce la fa più!

Ha scelto lei di starsene qui, rispondeva Paolo. Nessuno glielha imposto.

Ma lei

Basta! urlò il vecchio. Quanta pazienza devo avere con questa storia del cane!

Giulia si offese, tacque. La sera, mentre il nonno si perdeva nel giornale, sussurrò:

Oggi Lupa non si è vista.

E allora? fece Paolo senza alzare gli occhi.

Tutto il giorno, non lho vista mai Si sarà ammalata?

Magari finalmente se nè andata. Meglio così.

Nonno! Come puoi parlare così?

E come dovrei parlare? sbottò lui, alzando lo sguardo. Non è nostra! Capisci? Non ci dobbiamo niente!

Invece sì, mormorò Giulia. Ha salvato me. E noi nemmeno un angolo caldo le abbiamo dato.

Non cè posto! ribadì Paolo, battendo il pugno. Questa non è una pensione per animali!

Giulia fuggì in camera singhiozzando. Paolo restò seduto, con la pagina davanti che non aveva più senso di leggere.

Durante la notte il vento urlava come unanima in pena, la casa tremava, i vetri vibravano, il gelo penetrava ovunque. Paolo si rigirava nel letto, inquieto.

«Tempo da cani», pensava. E di colpo si rimproverava: «E a me cosa importa? Non sono affari miei!» Ma la verità era che importava, eccome.

Allalba il vento si placò. Paolo si alzò, accese il fornello, si versò un tè. Guardò fuori. Il cortile era sparito, ingoiato dalla neve, la panchina era solo una sagoma bianca. E davanti al cancello

Una macchia scura, semi-sepolta. Sarà spazzatura tirata dal vento, pensò Paolo. Ma il cuore gli cadde in petto.

Si infilò la giacca, gli stivali, uscì nella neve che arrivava quasi al ginocchio. Arrivò al cancello e si fermò.

Nella neve, cera Lupa. Immobile. La neve la ricopriva quasi tutta: si vedevano soltanto le orecchie e la punta della coda.

«È finita», gli si spezzò dentro qualcosa.

Si chinò, la liberò dal gelo. Il cane era vivo solo a metà respirava piano, ansimando, gli occhi chiusi.

Sciocchina, sussurrò Paolo. Perché non sei andata via?

Lupa fremette, riconoscendo la voce. Tentò di sollevare il capo, ma non ci riuscì.

Paolo rimase lì a fissarla. «E che diavolo importa», pensò, poi la sollevò tra le braccia, pianissimo.

Sembrava fatta solo di ossa e pelo. Ma era ancora calda. Viva.

Resistii, borbottava, arrancando verso casa. Resistii, sciocca.

La portò nellandrone, poi in cucina, la stese su una vecchia coperta vicino alla stufa.

Nonno? Giulia apparve sulla porta in pigiama. Che succede?

Eh, ecco, si schiarì la voce Paolo. Gelava lì fuori. Lho portata a scaldarsi un po.

Giulia corse da Lupa:

È viva? Dillo, nonno, è viva?

È viva. Versa un po di latte caldo nella ciotola.

Subito! e corse ai fornelli.

Paolo Benedetti si accovacciò accanto al cane, le accarezzò piano la testa. Pensava: «Che razza di uomo sono stato? Lho quasi lasciata morire. E lei Lei crede ancora in noi».

Lupa aprì appena gli occhi. Lo guardò con gratitudine. Paolo sentì la gola stringersi.

Il latte è pronto! Giulia mise la ciotola davanti a Lupa.

La cagnolina sollevò il muso a fatica, leccò, poi ancora. Il nonno e la nipote, insieme, osservavano. E provavano una gioia strana, come se fosse accaduto un miracolo.

Verso mezzogiorno Lupa si tirò su. A sera camminava in cucina, ancora incerta sulle zampe. Paolo la osservava e borbottava:

Solo per poco, chiaro? Appena ti rimetti, torni fuori!

Ma Giulia sorrideva: vedeva il nonno che le passava di nascosto i pezzetti più buoni, la copriva meglio di tutti, credeva che nessuno lo vedesse mentre la accarezzava.

«Non la caccerà più, lo sapeva Giulia. Non la caccerà mai più».

La mattina dopo Paolo si svegliò presto. Lupa era sul tappeto vicino alla stufa e lo fissava, in attesa.

Allora, sei rinata? borbottò Paolo, tirandosi su i pantaloni. Già.

Il cane scodinzolò piano, come per tastare: sarebbe stata cacciata di nuovo?

Dopo colazione Paolo infilò la giacca e uscì in cortile. Camminò fino al capanno, guardò la vecchia cuccia abbandonata ormai da dieci anni.

Giulia! chiamò. Vieni qui un secondo!

Lei arrivò correndo, dietro Lupa. Il cane stava sempre vicino a Giulia, ma non guardava più Paolo con diffidenza.

Vedi disse il nonno, indicando la cuccia. Il tetto è bucato, le pareti marce. Bisogna sistemarla.

Perché, nonno? chiese Giulia.

Come perché? sbuffò Paolo. È uno spreco lasciarla così, inutilizzata.

Prese assi, martello e chiodi dal capanno. Iniziò a riparare il tetto, brontolando per i chiodi storti e le assi sbriciolate.

Lupa non si spostava, osservava ogni movimento, intuendo che era per lei che il vecchio stava rimettendo in sesto la cuccia.

A mezzogiorno la vecchia cuccia aveva un tetto nuovo fiammante. Paolo portò una vecchia coperta, la sistemò dentro. Mise ciotole nuove per acqua e cibo.

Ecco fatto, disse asciugandosi la fronte. Pronta.

Nonno, sussurrò Giulia, è per Lupa?

E per chi sennò? brontolò Paolo. In casa non ci può stare, ma nemmeno fuori come una bestia. Una cuccia come si deve la merita.

Giulia lo abbracciò di slancio:

Grazie nonno! Grazie, davvero!

Sì, sì, lui si schermì. Niente lacrime adesso. Ricorda: è solo finché non troviamo dei padroni veri.

Sapeva però benissimo che non avrebbe cercato nessuno. Lupa ormai era diventata parte di loro.

In quel momento arrivò Michele. Vide la cuccia, il cane, il viso raggiante di Giulia. Sorrise furbo:

Te lavevo detto, Paolo Qualcuno lassù te lha mandata.

Piantala con i tuoi santi, brontolò Paolo. È solo questione di pietà, tutto qui.

Eh certo, annuì Michele. Il cuore ce lhai, solo che lo nascondi bene.

Paolo fece per ribattere, poi lasciò perdere. Guardava Lupa annusare la nuova cuccia. Guardava Giulia che la carezzava tenera. E capiva: adesso erano una famiglia. Forse strana, forse incompleta ma famiglia.

Allora, Lupa, disse sottovoce. Questa è casa tua, adesso.

La cagna lo fissò a lungo. Poi si sdraiò davanti alla cuccia in modo da vedere sempre la porta di quella casa, dove viveva ormai la sua gente.

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