Ricordo, come se fosse ieri, i giorni di un tempo che non chiese mai se eravamo pronti a subirne i colpi. La vita, imprevedibile, colpiva senza avviso né pietà; rimaneva solo una scelta: spezzarsi oppure imparare a respirare attraverso il dolore.
A quattordici anni Ginevra dovette rimanere sola in casa. Il padre, Marco, laveva abbandonata, e la madre, Lucia, trovò subito un nuovo marito, Giuseppe, e se ne andò a vivere con lui nella loro dimora di San Martino, in Toscana.
Ginevra, resta a badare alla casa, Sergio non vuole che tu viva nel suo focolare. Sei quasi adulta, è ora che ti assumi delle responsabilità le disse Lucia.
Mamma, mi spaventa stare da sola di notte singhiozzò la bambina, ma la madre, felice della sua nuova vita, non pose attenzione alle lacrime.
Nessuno ti mangerà, e non è colpa mia se tuo padre ti ha lasciata
Un anno dopo Lucia diede alla luce una seconda figlia, Michela, e chiamò Ginevra a sé:
Dopo la scuola, aiuterai con la bambina, e la sera tornerai a casa, così che Sergio non ti veda più qui.
Ginevra portava acqua, puliva i pavimenti, accudiva Michela, e alle sei di sera correva a casa perché Giuseppe tornava dal lavoro verso le sette e mezza. La sera preparava i compiti, al mattino si vestiva da sola per andare a scuola.
A sedici anni fiorì come una rosa. Divenne una ragazza graziosa, sebbene vestisse in modo semplice. Lucia le comprava nuovi vestiti solo quando quelli vecchi non le stavano più. Ginevra era molto attenta ai suoi indumenti, li lavava e li stirava con cura. Gli insegnanti della scuola parlavano tra loro:
Ginevra vive da sola, senza madre, e i suoi vestiti sono sempre puliti e stirati. Che ragazza! così la gente del paese la ammirava e la prendeva in simpatia.
La vicina, la signora Nunzia, le offriva marmellate e cetriolini; Ginevra, a sua volta, la aiutava a fare la spesa o a sbrigare piccole commissioni. Alla fine della terza media, Ginevra disse a Lucia:
Mamma, voglio studiare per diventare parrucchiera nella zona, ma mi servono dei soldi per il viaggio. Dovrò prendere lautobus ogni giorno, andata e ritorno.
Lucia acconsentì, sapendo che più in fretta la figlia avesse una qualifica, più presto avrebbe potuto mantenersi da sola. Sergio brontolava perché la spesa ricadeva su di lui. Il centro didattico non era lontano, soltanto dodici chilometri, così Ginevra viaggiava tutti i giorni, tranne il fine settimana.
Un giorno un ragazzo del villaggio, Lorenzo, la notò. Lorenzo studiava alluniversità a Firenze e tornava a casa solo nei weekend e nelle feste. Alto e affascinante, più grande di lei, Lorenzo le aveva già colpito il cuore, ma Ginevra, timida e semplice, non pensava che un ragazzo potesse notarla.
Una sera, al locale del paese, Lorenzo la invitò a ballare, la accompagnò a casa e, poco dopo, rimase a dormire da lei. Ginevra compì diciotto anni; nessuno ostacolava il loro incontro quando Lorenzo era in visita. Presto capì di essere incinta.
Lorenzo, cosa facciamo? Avremo un bambino le disse, tremante.
Ne parlerò con i miei genitori, ci sposeremo. Tra poco compirai diciotto rispose lui, cercando di rassicurarla.
Non vogliamo nulla a che fare con te dichiarò bruscamente la madre di Lorenzo, sostenuta dal padre, dubbioso sulla paternità del bambino, temendo che un altro uomo fosse stato coinvolto.
I genitori obbligarono Lorenzo a rinunciare a Ginevra. Per mesi non tornò più al villaggio; quando lo fece, passò davanti alla sua casa senza nemmeno guardare.
Allestate Ginevra partorì un figlio, Ilario, con laiuto dellinfermiere Raffaele, poi fu trasportata al pronto soccorso per il parto. Ilario era un bambino robusto e calmo. Nessuno le diede una mano con il neonato; dovette fare tutto da sola. Lorenzo non la più guardò, e sua madre spargeva voci meschine su di lei.
Ginevra doveva andare in giro con il bambino in carrozzina, fare la spesa, curare il giardino, tutto da sola. Lucia non riconosceva il nipote. Le donne del villaggio la trattavano con gelosia o pietà.
Un giorno, mentre si avvicinava al negozio con la carrozzina, la pettegola del paese, Vittoria, le sussurrò:
Ginevra, lo sai che Lorenzo si sposa? Il matrimonio è domani. Dovresti portargli il tuo bambino come dono.
Ginevra, offesa, prese il bambino e si diresse al negozio. Lì la fermò sua zia, la signora Anna, che la abbracciò forte.
Ascolta, mia cara, anch’io ho avuto un figlio, Alessandro, quando ero giovane. Il suo padre ci ha abbandonato, ma guarda che bel ragazzo è diventato. Il tuo Ilario crescerà forte e avrai una vita serena.
Grazie, zia Anna, grazie rispose Ginevra, commossa.
Quella sera Lorenzo celebrò il matrimonio a Firenze con una ragazza della città, con cui aveva studiato. Ginevra non ne fu informata.
Il tempo passò, Ilario crebbe, e la buona vecchia Nunzia lo aiutò a badare. Le donne del villaggio, alcune con sarcasmo, altre con compassione, continuavano a osservare la vita di Ginevra. Lavorò alla posta e, nei weekend, le donne del paese venivano da lei per un taglio di capelli; non c’era alcun salone in paese, così Ginevra li accoglieva a casa sua, talvolta persino allesterno durante lestate, a prezzi modici ma sufficienti a guadagnare qualche moneta.
Con il tempo divenne una vera bellezza. Il fratello minore di Lorenzo, Alessandro, si innamorò di lei, nonostante i suoi sforzi per tenersi alla larga. Alessandro, meccanico di officine locali, la seguiva ovunque, e alla fine Ginevra cedette. Divennero una coppia, con la gente del villaggio che spargeva pettegolezzi:
Vedi, Alessandro entra nella casa di Ginevra di notte e se ne va allalba. Che ingenuità!
Ma Ginevra non si curò delle chiacchiere, se ne parlò con Alessandro.
Tutto il paese sa della nostra storia disse lui.
E allora? Siamo adulti, non ci nascondiamo rispose lei.
Alessandro era allegro e affettuoso con Ilario, anche comprandogli giocattoli. Sembrava che tutto andasse bene finché, un giorno, Ginevra scoprì di essere di nuovo incinta. Temendo la reazione di Alessandro, esitò, ma alla fine confessò:
Alessandro, sono incinta, avremo un altro bambino.
Alessandro, sorpreso, rise:
Ottimo! Andiamo a parlare con i miei genitori e sistemiamo tutto.
No, Alessandro, non andrò dai tuoi genitori ribatté Ginevra, ricordando che loro avevano impedito il matrimonio con il fratello di Lorenzo. Trova tu una soluzione.
Alessandro portò la notizia ai genitori; la madre scoppiò:
Ti sei fatto la testa con me? Ti ho avvertito, forse non è tuo figlio! Quando morirò, allora ti sposerai! la voce era un graffio. Il padre di Alessandro, in accordo con la madre, lo sgridò a sua volta, chiedendogli di allontanarsi dalla casa.
Alessandro, legato al rispetto per i genitori, non poté opporsi. Ginevra lo aspettò a lungo, invano; Alessandro non tornò più, e poco dopo sentì che era partito per la città dove lavorava suo fratello.
Ginevra piangeva, confidandosi con la signora Nunzia:
Che devo fare, Nunzia? Non riesco a liberarmi di questo bambino, perché ho amato un altro fratello sapendo che i genitori non avrebbero accettato
Non temere, cara le accarezzò la vecchia. Ti aiuterò, ho settantotto anni e ancora ho forze. La maternità è il mio rifugio, e con i miei figli mi sento utile. Non sei mai stata sola.
Così Ginevra diede alla luce un secondo figlio, Nicola. Nunzia la sostenne dal mattino alla sera; Ginevra, a sua volta, non rimase mai in debito. I due ragazzi crebbero in una piccola casa, tra la giovane madre e la vecchia nonna.
La maternità divenne il suo salvagente; si immerse in quellamore, amava i due figli, nonostante notti insonni, preoccupazioni, lacrime e ansie.
Nunzia, perché la mia vita è così? chiedeva a volte, cercando risposta.
Perché è una benedizione, Ginevra. Due figli sono il tuo tesoro, ti sosterranno e ne sarai fiera. I bambini sono ricchezza e gioia.
Il tempo scorreva. I figli crebbero; un giorno arrivò in paese Andrea, impiegato in una commessa per il miglioramento delle macchine agricole. Notò Ginevra, cercò di avvicinarsi, ma lei esitava.
Ginevra, non lo faccio per caso Ti chiedo la mano, il mio cuore le disse un pomeriggio, fermandosi davanti al suo casolare.
Andrea, non posso, ho due figli, vivo per loro rispose lei.
Amo i bambini, ma non ne posso avere. Ti prometto di amarli come se fossero miei, e di amarti. Ti prego, credi a me.
Ginevra, colpita dalla sincerità, accettò e partì con Andrea verso Firenze. Col tempo aprì un salone di bellezza, grazie al sostegno di Andrea, che laiutò a sistemare le finanze: guadagni modesti, ma sufficienti per una piccola automobile e qualche vacanza.
La vita cambiò: i ragazzi Ilario e Nicola rispettavano Andrea come padre, e il più giovane lo chiamava papà. Ginevra fiorì, divenne una donna splendida, circondata da soldi, da una casa confortevole e da unautomobile rossa.
Arrivò il giorno del matrimonio del figlio maggiore, Ilario, che aveva trovato una bella ragazza di nome Elena. Ginevra, raggiante, li benedisse:
Che la felicità vi accompagni, figli miei, che la vostra vita sia sempre serena.
Ogni tanto, la famiglia tornava a San Martino per onorare la tomba della cara signora Nunzia. Lucia, la madre di Ginevra, non parlava più con lei; laveva cancellata dalla sua vita come se non fosse mai esistita. Tuttavia, il ricordo di quegli anni duri e delle sfide superate rimaneva inciso nel cuore di Ginevra, che continuava a raccontare, con nostalgia, la sua storia di sopravvivenza e di amore materno.




