Una notifica inaspettata
Il telefono era appoggiato a faccia in giù sul comodino, come sempre. Claudia non aveva intenzione di toccarlo. Voleva solo prendere il bicchiere dacqua, ma la mano urtò il bordo di plastica lucida, e lo schermo si illuminò da solo, accidentalmente, come si illumina a volte ciò che sarebbe meglio restasse nascosto nellombra.
Vide una sola riga. Solo una, nella notifica di WhatsApp.
Anche io sento la tua mancanza. Oggi è stato così bello. Tua Giuli.
Claudia rimase interdetta. Fissava quelle parole un secondo, poi due, poi tre, come se fossero scritte in una lingua straniera e servisse il tempo per tradurle. Poi guardò suo marito che dormiva. Marco era sdraiato di lato, il volto verso il muro, la spalla appena rialzata, il respiro calmo e profondo, come quello di chi ha la coscienza pulita.
Tua Giuli.
Giuli. Giulia Rinaldi. Lamica. Proprio lei, che tre mesi prima le aveva dato una mano a scegliere la tinta per la cameretta. Quella che aveva bevuto il tè in quella cucina, magari cento volte. Quella che solo una settimana fa si era lamentata al telefono con Claudia di non riuscire a trovare un uomo decente, che sono tutti uguali, che essere sola la stancava.
Claudia prese il bicchiere con cautela. Bevve qualche sorso. Lo rimise al suo posto. Scivolò giù dal letto in modo così silenzioso che il pavimento non emise nemmeno uno scricchiolio. Uscì in corridoio, chiuse piano la porta della camera, entrò in cucina e accese solo la piccola luce sopra i fornelli, non quella centrale, perché la luce dava fastidio agli occhi, anche se probabilmente non era la luce.
Si sedette al tavolo e fissò il piano vuoto.
Fuori era notte, una notte dautunno qualsiasi, con le luci soffuse dei palazzi dallaltra parte del cortile. Il bollitore era sul fornello con lacqua del giorno prima. Non pensò di accenderlo. Rimase lì.
Oggi è stato così bello.
Quando, oggi? Mercoledì Marco era tornato alle sette e mezza, aveva detto di essersi fermato a cena con dei clienti al ristorante, era stanco, voleva solo dormire. Lei gli aveva scaldato la cena che aveva appena sfiorato. Poi avevano guardato la tv per un po, lui si era addormentato sul divano e lei stessa lo aveva coperto con il plaid. Lei, con le sue mani.
Stringeva le dita al bordo del tavolo.
Michele dormiva dall’altra parte del muro. Otto anni, dormiva profondamente, a volte parlava nel sonno diceva cose buffe, delle macchinine, della scuola. La mattina dopo doveva portarlo a calcio alle nove. Comprare il pane. Chiamare la mamma, cosa che non faceva da quattro giorni e che sicuramente laveva fatta piangere.
La vita vera, semplice e chiara, era tutta lì, in quelle piccole cose. E sotto, scorreva, a quanto pareva, una vita parallela. Fatto di altri messaggi, altre cene, unaltra donna che si firmava tua.
Claudia si alzò e andò alla finestra. Sul davanzale cresceva un vaso di gerani che non le erano mai piaciuti, ma che continuava a innaffiare perché glieli aveva portati la vicina anni prima. Il geranio era vivo, un po impolverato, ostinato.
Per qualche motivo, pensò a quel geranio a lungo. Poi tornò a sedersi.
Bisognava decidere qualcosa. O forse no, forse era il momento di non decidere nulla. Non sapeva quale fosse la scelta giusta. Dentro, tutto era silenzioso, di quel silenzio che precede le tempeste. Nessun pianto, nessun urlo, solo quiete affilata come una lama.
Restò in cucina fino alle quattro, senza fare nulla, solo a guardare come si spegnevano una dopo laltra le luci nei palazzi al di là del cortile. Accese infine il bollitore, preparò il tè che non finì, lavò la tazza. Tornò in camera. Si sdraiò accanto a Marco, senza sfiorarlo, fissando il soffitto.
Marco dormiva.
Ascoltava il suo respiro. Fino a ieri sera quel respiro era solo una delle voci della notte, familiare come il rumore del frigorifero o delle auto in strada. Ora ogni respiro aveva un suono diverso. Come se lo sentisse davvero per la prima volta dopo tanti anni, e fosse insopportabile.
La mattina dopo si alzò per prima. Sveglio Michele, lo nutrì con la pappa che divorava a fatica perché voleva il panino col salame. Lei glielo preparò. Gli allacciò le scarpe perché lui non era ancora capace e avevano fretta. Gli prese la mano e uscirono.
Fuori faceva freddo, nellaria il profumo di asfalto bagnato e foglie morte. Michele parlava della lezione di matematica del giorno prima, che la maestra era stata ingiusta, che lui aveva fatto giusto ma lei aveva detto di no. Claudia ascoltava, annuiva nei punti giusti, rispondeva come aveva imparato a fare, da anni.
Arrivarono in tempo allallenamento. Lo lasciò allistruttore, lo guardò correre dagli amici, ridere e scherzare come un bambino normale con lo zaino. Poi uscì.
Sulla panchina fuori dalla palestra, prese il telefono. Cercò tra i contatti Giulia R.. Rimase a guardare quel nome. Poi rimise il telefono in borsa.
Non ora.
Ancora no.
Nei giorni successivi pensò spesso a quando tutto era iniziato. Rivide mentalmente gli ultimi mesi, come se passasse tra vecchie foto, cercando dettagli che non aveva mai notato. Eccoli a una festa di compleanno di Giulia a maggio Marco rideva a una battuta di lei, e Claudia aveva pensato che era bello che il marito andasse daccordo con lamica. Poi Giulia venuta da loro un sabato, li aiutava a scegliere le tende, Giulia e Marco parlavano fitto in cucina mentre Claudia metteva a letto Michele. Lei aveva chiesto poi: Di cosa parlavate? Del lavoro, aveva risposto Marco, lei fa la designer, volevo chiederle per lufficio. Claudia aveva annuito. Certo.
Certo.
Non pianse. E la cosa la sorprese. Si aspettava le lacrime, ma non arrivarono: solo unarsura in gola e un peso sotto le costole, come qualcosa di denso e gelido che si era annidato lì. Mangiava, dormiva, cucinava, parlava, rispondeva alle telefonate. Marco non notava nulla. Attento quanto bastava, non di più. Chiedeva come è andata la giornata?. A volte la baciava sulla guancia uscendo. Lei porgeva la guancia.
Il quarto giorno chiamò Giulia.
Il telefono vibrò in tasca, Claudia vide il nome: il respiro si bloccò per un secondo. Poi rispose con la voce più normale che aveva.
Ciao, Giuli.
Cla, ciao! Ma dove sei finita? Ti ho scritto lunedì, non hai risposto.
La voce era quella di sempre. Calda. Lievemente imbarazzata, come di chi pensa di aver fatto un torto.
Scusa, sono stata incasinata. Michele ha avuto la febbre mentì Claudia in modo semplice, senza fatica, e si stupì da sola di quanto fosse facile.
Oh mamma, che ha avuto? Febbre alta?
No, solo un po di raffreddore. Sta già meglio.
Meno male, che spavento! Senti, volevo chiedere: sabato siete liberi? Pensavo di uscire insieme, è tanto che non ci vediamo.
Claudia guardava il muro davanti a sé. Appesa cera una foto di lei e Marco al mare sei anni fa, ridevano entrambi, i capelli mossi dal vento, Michele non era ancora nato. Bella foto.
Sabato no, credo. Ti chiamo io in settimana, va bene?
Certo, certo. Ma tu come stai? Hai una voce
Sono solo stanca. Tutto bene.
Sicura? Cla, se hai bisogno di qualcosa, lo sai, chiamami.
Lo so, Giuli. Grazie. A presto.
Chiuse. Si alzò. Andò a guardare la foto. Prese la cornice, la mise nel cassetto della madia e chiuse il cassetto.
Quella notte finalmente pianse. Silenziosa, in bagno, con lacqua che scorreva per non farsi sentire. Pianse a lungo, con il viso gonfio. Non piangeva per aver perso un uomo, né perché Marco non era chi pensava. Era altro: piangeva per gli anni, per la fiducia, per la sé che credeva sinceramente. Per quella goffaggine nel credere. E per Michele, che sarebbe cresciuto in una famiglia dove suo padre mentiva, senza saperlo o scoprendolo troppo tardi.
Poi si lavò il viso con acqua fredda. Si guardò allo specchio. Trentotto anni, né giovane né vecchia. Solo un viso normale con gli occhi gonfi. Pensò che il giorno dopo avrebbe dovuto mostrare energia a lavoro.
E decise: non si poteva lasciare correre. Non bisognava permettere loro di andare avanti come nulla fosse, di continuare la doppia vita. No.
Tornò in camera. Marco dormiva. Lei si sdraiò.
Bisognava pensare.
Le due settimane seguenti, Claudia visse in due livelli. Fuori, tutto era normale: cucinava, lavorava, portava Michele a calcio, discuteva con Marco, a volte rideva alle sue battute, perché divertenti erano davvero e non poteva evitarlo. A volte per un attimo si scopriva a vivere come se niente fosse, e in quel momento stava peggio, perché sapeva che era in grado di continuare così, fianco a fianco, come se tutto fosse a posto.
Dentro, invece, lavorava in silenzio e con precisione. Non assoldò investigatori. Osservava. Notava dettagli mai visti: Marco prendeva il telefono e andava in unaltra stanza. A volte sorrideva guardando lo schermo, poi notava lo sguardo di lei e rimetteva via. Si tratteneva di nuovo tardi in ufficio il mercoledì, cena con clienti e lasciava il suo piatto a metà.
Un giorno, mentre Marco era sotto la doccia, prese il suo telefono. Sapeva il codice: le quattro cifre erano lanno di nascita di Michele. Aprì WhatsApp. Trovò la chat con Giulia.
Leggeva in fretta, solo per capire la portata. Bastarono cinque minuti. Era iniziato a luglio. Tre mesi. Mentre pitturavano la cameretta, Michele passava in seconda elementare, lei andava a trovare la mamma per il compleanno senza Marco perché aveva lavoro, e lei, ovvio, aveva capito.
Rimise il telefono e tornò in cucina. Mise su il fornello. Tagliava la cipolla per il minestrone, con precisione metodica.
Marco uscì dalla doccia, avvolto nellaccappatoio, diede una sbirciata in cucina.
Minestrone? Perfetto, ho una fame
Tra mezzora a tavola disse lei.
La voce era piatta. I cubetti di cipolla tutti uguali. Tutto era piano.
Quella notte Claudia decise che ci sarebbe stata una cena.
Non subito. Serviva tempo per prepararsi. Non per vendetta, no. Lei non pensava a vendetta. Solo che voleva vederli insieme, in casa sua, al suo tavolo, e dire quello che cera da dire. Con calma, senza urla. Sapeva che urlando si peggiorava solo la situazione: si diventa la pazza e loro scappano, si fanno forti della propria malafede.
Chiamò Giulia il venerdì sera.
Giuli, riguardo sabato: ci siete?
Sì, allora si fa?
Ho pensato che vi invito qui. Cucino qualcosa di buono, Marco ci sarà. Così finalmente stiamo insieme, con calma.
Una pausa breve, appena un secondo.
Volentieri. A che ora?
Alle sette. Vieni?
Vengo. Cosa porto?
Nulla, davvero.
Chiuse. Entrò in salotto da Marco, che guardava la tv.
Ho invitato Giulia sabato. Una cena per stare un po insieme, è tanto che non la vediamo.
Marco si voltò di scatto. Qualcosa cambiò sul suo volto, qualcosa che Claudia non colse subito.
Va bene disse lui. Buona idea.
Già, rispose lei, tornando in cucina.
Sapeva che avrebbero subito scritto luno allaltra. Si sarebbero messi daccordo su come comportarsi, recitando la parte dei soliti amici di sempre. Ma lei non aveva paura. Non aveva intenzione di fare scene. Michele il sabato sarebbe andato a dormire dalla nonna, aveva già organizzato. Sarebbero stati solo loro tre. Cena tranquilla.
Tutta la settimana pensò cosa cucinare. Era importante. Non per impressionare, ma perché cucinare le aiutava a riflettere, a tenere le mani occupate. Decise per un pollo al forno con patate e rosmarino, insalata di rucola e pere il piatto preferito di Giulia e la sua famosa torta di mele. Tutto doveva essere bello e curato.
Sabato portò Michele dalla mamma alle due. La madre, come sempre, domandava se cera qualcosa che non andasse, che aveva una faccia stanca. Claudia disse che era colpa delle notti. Baciò Michele, già rapito dalla tv, e tornò a casa.
In casa regnava il silenzio. Marco era uscito dal mattino dicendo che andava a fare la spesa. Tornò alle tre, con alcune buste. Aveva preso vino buono, caro, Claudia notò la marca.
Per la cena, disse. Ok?
Ottima idea, rispose lei.
Era nervoso, si vedeva. Si muoveva troppo. Per due volte consultò il telefono davanti al frigo. Poi si impose di sedersi a leggere il giornale, che non leggeva mai.
Claudia cucinava. Lavava il pollo, grattugiava le spezie, tagliava patate, preparava il condimento per linsalata. Il profumo di rosmarino e aglio riempiva la casa, caldo, famigliare. Aprì una finestra: entrò aria fresca, odore di novembre.
Alle sei mise la tavola. Tre piatti, tre bicchieri. Niente candele, sarebbe stato troppo, quasi una presa in giro, e lei non voleva farlo. Solo tovaglia pulita, fiori freschi presi la sera prima.
Alle sette in punto, il campanello.
Giulia vestita di scuro e cappotto nuovo. I capelli in ordine, profumo che Claudia conosceva da una vita. Portava una scatola di pasticcini, anche se Claudia aveva detto di no.
Che bello entrare qui, che profumi, disse Giulia togliendosi il cappotto.
Accomodati, sono contenta che tu sia venuta, rispose Claudia. E, in modo inquietante, era vero.
Marco uscì dalla stanza. Si baciarono sulla guancia, si salutarono come sempre. Naturali, disinvolti. Erano bravi tutti e due a fingere, bisognava riconoscerlo.
Si sedettero a tavola.
Per mezzora discorsi da niente. Giulia raccontava del nuovo progetto, un ufficio dallaltra parte della città, clienti con gusti discutibili. Marco rideva, rispondeva con storie dei suoi clienti. Claudia mangiava, ascoltava, ogni tanto aggiungeva un commento. Versò a tutti il vino.
Fuori era ormai buio. Accese la luce sul tavolo. Latmosfera era raccolta, calda e proprio per quello dolorosa, irresistibilmente.
Aspettò che fossero al secondo bicchiere. Quando la conversazione si spense un attimo, e Giulia si serviva di insalata, Claudia disse, tranquilla, senza preamboli:
Devo dirvi qualcosa. Vorrei che mi ascoltaste tutti e due.
Li guardò. Giulia con la forchetta in mano, Marco col bicchiere a mezzaria.
So tutto. Da luglio. Ho letto i vostri messaggi, Marco. So tutto quello che devo sapere.
Silenzio. Tanto che si sentiva il ticchettio dellorologio in cucina.
Il primo a parlare fu Marco, con una voce quasi spezzata.
Claudia
Aspetta, lo fermò lei. Non sono qui per urlare. Voglio solo che lo sentiate entrambi, perché siete entrambi qui, e dovete saperlo insieme. Io so. È questa la differenza.
Guardò Giulia. Lei fissava la tovaglia. Le guance si faranno rosse, le mani chiuse sulla forchetta.
Giuli, sei stata qui a casa mia cento volte. Sapevi tutto di noi. Mi sei stata vicina nei momenti difficili. Hai aspettato fuori dalla sala parto mentre nasceva Michele, ricordi? Non lo dico per farti vergognare, solo perché tu sappia che io non dimentico niente.
Giulia alzò finalmente gli occhi. Aveva uno sguardo bagnato, smarrito.
Claudia io
Non serve sussurrò lei. Non adesso.
Poi si rivolse al marito.
Marco. Dodici anni insieme. Non voglio ora ricostruire cosa non andasse, né quando hai deciso che potevi farlo. Ci vorrà una conversazione lunga, e non è questa la sera. Stasera volevo solo sedermi qui, con voi, e dire queste cose, ad alta voce. Perché voi credevate che io non sapessi. Io so. Questo cambia tutto.
Marco posò il bicchiere con attenzione, quasi temendo di romperlo.
Claudia, è più complicato di quanto pensi. Dobbiamo parlarne con calma, solo noi
Lo so che dobbiamo parlare. Lo faremo. Ma non ora.
Si alzò. Bevve il vino rimasto, posò il bicchiere.
Ora vi chiedo solo di finire il pollo. È venuto bene, mi sono impegnata. Poi andatevene, tutti e due. Michele è da mia madre e rimane lì a dormire. Ho delle cose da fare.
Nessuno si mosse.
Marco la guardava con uno sguardo che lei non seppe subito decifrare, non la colpa ma la sconfitta, come se si aspettasse urla e invece trovasse solo silenzio e non sapesse come reagire.
Giulia disse piano, la voce rotta:
Claudia, ti prego, perdonami.
Claudia la guardò. Era il volto di unamica di quindici anni, con il mascara sbavato, e il profumo che proprio lei una volta le aveva consigliato.
Non so, Giulia disse, dopo una pausa. Forse un giorno. Non adesso.
Uscì dalla stanza. Andò in camera, chiuse la porta. Si sedette sul letto. Ascoltava dalla cucina i loro discorsi sommessi, le sedie spostate. Poi sentì la porta di casa chiudersi una volta. Poi unaltra.
Silenzio.
Seduta, ascoltava il silenzio. Lodore di pollo al rosmarino e il profumo di Giulia che piano svaniva. Sul tavolo, tre piatti, uno quasi intatto.
Non sapeva quanto tempo fosse passato. Tornò in cucina, mise via la carne avanzata, la arrotolò nella stagnola, la ripose in frigo. Lavò i piatti. Pulì il tavolo. Spazzò via le briciole.
Poi restò a sedere sola in cucina.
Ecco tutto. Sembrava così poco, per qualcosa di così grande. Dodici anni, la migliore amica, tutto ciò che stava lì in mezzo. Un tavolo pulito. Lodore del detersivo.
Chiamò la mamma.
Mamma, posso lasciare Michele da te fino a domenica?
Certo, sta già dormendo. Claudia, tutto a posto?
Sì. Ti racconterò, ma non ora.
Vieni tu, io sono sveglia.
No, mamma. Ora resto a casa un po. Devo stare qui.
La mamma non insistette. Lei sapeva sempre quando non bisognava insistere.
Hai mangiato almeno qualcosa?
Sì. Oggi ho cucinato bene. Era buono.
Meno male, rispose la mamma. E quel meno male le fece più male di tutto il resto quella sera.
Claudia chiuse la chiamata e pianse. Ora senza nascondersi o camuffare i singhiozzi con lacqua. Pianse a lungo. Poi smise, soffiò il naso. Prese lacqua dal lavabo, si sciacquò il viso.
Fuori cera la città, le luci, novembre, un sabato come tanti. Da qualche parte Marco e Giulia, forse in macchina a parlarsi. Cosa si dicessero non lo sapeva, e a dir la verità nemmeno lo voleva sapere.
Non pensava al futuro. Non quella notte. Era già abbastanza essere arrivata fino a sera, senza spezzarsi, senza gridare, senza uno scatto di troppo. Aveva detto esattamente ciò che doveva.
Marco tornò alluna di notte.
Lei era sveglia, sdraiata al buio. Sentiva il suo passo, si toglieva le scarpe, poi passava in cucina a bere un bicchiere dacqua. Lui rimase fermo alla porta della camera. Lei sentiva quella pausa.
Poi lui aprì piano la porta.
Sei sveglia, disse. Non era una domanda.
Sì.
Lui entrò, si sedette dal suo lato del letto. Restò in silenzio.
Claudia, non so da dove cominciare.
Non cominciare adesso, disse lei. Dormi. Domani parliamo.
Vuoi
Marco, è notte. Sono stanca. Parliamo domani.
Lui si coricò. Lei rimase occhi chiusi. Nessuno sfiorò laltro. Erano due estranei finiti nel letto insieme per caso o abitudine, e ognuno era solo.
La mattina lei si alzò presto. Mentre Marco dormiva preparò una borsa piccola. Non per andar via per sempre, non ancora, solo il necessario: documenti, bancomat, qualche cambio. La foto di Michele dal comodino.
Lasciò la borsa vicino alla porta.
Preparò il caffè. Aspettò che Marco uscisse.
Lui vide la borsa e si fermò.
Vai via?
Per qualche giorno, da mamma. Starò con Michele. Dobbiamo parlare, Marco, ma prima devo stare da sola. Ci vorranno solo pochi giorni.
Lui guardava la borsa poi lei.
Voglio spiegare.
Dimmi.
Tacque. Lei tenne la tazza.
Non so come sia successo. Non avevo intenzione
Nessuno lo programma, Marco. Non funziona così.
Vuoi il divorzio?
La parola cadde fra loro. Lei non abbassò lo sguardo.
Non lo so ancora. Mi serve tempo per capire. So solo che ora non posso restare qui e fingere che vada tutto bene. Mi capisci?
Lui annuì. Un cenno pesante, da uno che capisce ma non si sente sollevato.
Michele
Starà bene. Questo è tra noi, non suo. Starò attenta.
Lei finì il caffè, lasciò la tazza. Prese la borsa.
Ti chiamo io.
E uscì.
Nelle scale faceva freschetto e cera odore di casa vecchia, di caffè da qualche finestra. Scendeva contando i gradini. Sei piani, li conosceva a memoria, ma oggi li contava di nuovo, come fosse la prima volta.
Uscì allaperto.
Laria era fredda e umida, le foglie sul marciapiede facevano mucchi che un netturbino nella pettorina arancione spostava con la scopa. Il cielo di novembre era grigio, monotono, come deve essere. Ma Claudia sulle scale del suo palazzo respirava quellaria e si sentiva appena più leggera. Solo perché era lì, da sola, senza dover nascondersi.
Pensò a Michele. A come si sarebbe svegliato dalla nonna, avrebbe chiesto le crepes e sarebbe stato felice. Lui non sapeva nulla, e probabilmente era giusto così. Aveva otto anni. Doveva avere le sue crepes e le sue partite e la maestra che lo punisce senza ragione. Al resto ci avrebbe pensato lei.
Non sapeva cosa sarebbe successo. Divorzio, una nuova storia, forse niente. Non sapeva neanche se avrebbe perdonato mai Giulia. Quello sembrava il più difficile, anche più di Marco: col marito in fondo si sa, capita, la gente si allontana, va via fa male ma succede. Con unamica, a cui si è affidato tutto, è diverso. È una cosa da digerire che prende tempo.
Però adesso era lì fuori, con la borsa in mano e il mattino grigio. A due isolati suo figlio la aspettava con le crepes, e fece il gradino, e si incamminò.
E basta.
La madre la accolse senza domande. Aprì la porta, guardò la borsa, il viso, capì tutto in silenzio.
Vai a lavarti, metto su il tè.
Michele spuntò dal salotto con le calze e i capelli arruffati.
Mamma! Ma perché sei venuta? Ieri avevi detto che non venivi!
Mi mancavi, rispose, abbracciandolo forte e nascondendosi tra i suoi capelli. Odoravano di shampoo e sonno.
Mi fai solletico! ridacchiò lui, liberandosi e correndo via per il cartone animato.
Lei lo seguì con lo sguardo.
Poi andò in cucina, dove la madre faceva rumore con le tazze. Una piccola cucina, vecchie tende a fiori che la madre non voleva cambiare, il frigo coperto di calamite, una delle quali storta fatta da Michele allasilo. Tutto così famigliare che le sarebbe quasi venuto da piangere di nuovo.
Si trattenne.
La madre le mise una tazza davanti, poi sedette anche lei.
Racconterai?
Sì, ma non ora. Dammi tempo.
È Marco?
Sì.
La mamma annuì. Non chiese altro. Bevvero il tè insieme. Dallaltra stanza, la voce del cartone animato, la risata di Michele.
Mamma, posso fermarmi qui qualche giorno?
Finché vuoi, la tua stanza è sempre la tua stanza.
Era tutto ciò che serviva.
Poi la vita riprese, senza nome: non provvisoria, anche se lo sembrava. Non nuova, anche se lo stava diventando. Semplicemente vita, giorno dopo giorno.
Con Marco parlarono. Non una volta sola, ma più volte. Erano discussioni dure, senza urla, lei restava decisa a non gridare, e ci riusciva, anche se era dura. Lui diceva di non capirsi, che non era stato in grado di smettere, che si dispiaceva, che pensava a Michele, che non sapeva più cosa fosse giusto.
Lei ascoltava. Rispondeva. Non perdonava né malediceva.
La questione del divorzio fu lunga, lenta, come ogni decisione importante. Ci furono carte, lavvocato, il discorso sullappartamento, su dove avrebbe vissuto Michele. Fu faticoso e spiacevole, ma ci passò.
Giulia non scrisse per settimane. Poi mandò solo Sono qui se hai bisogno. Claudia lesse e non rispose. Non per vendetta, ma perché non sapeva ancora cosa dire. Ci sarebbe voluto tempo.
Un giorno a fine novembre andò a prendere Michele dopo calcio. Era la prima neve dellanno, fiocchi piccoli che sparivano prima di toccare terra. Michele uscì di corsa, alzò la faccia, prese un fiocco in bocca.
Neve! Mamma, guarda!
Claudia guardò in su. Le piccole luci cadevano dalla notte, o forse verso la notte, aveva perso lorientamento. Alcune le cadevano sulla guancia e si scioglievano subito.
Vedo, disse.
Facciamo un pupazzo stavolta?
Quando ci sarà tanta neve vera. Ora è poca.
Dai mamma
Dai, entriamo che fa freddo.
Lui le prese la mano nella sua, avvolta in un guanto caldo con sopra un camion. Camminarono nella neve, sotto i lampioni che la rendevano arancione, e Michele parlava, non ricorda nemmeno di che, del pupazzo di neve o di un compagno che ne faceva uno più grande di lui.
Lei camminava, e gli teneva la mano.
Faceva male. Era ancora tutto lì. Dodici anni non si dimenticano in un novembre. Però, insieme al dolore, cera qualcosaltro, qualcosa daria: il senso di scegliere da sé, di poter camminare di nuovo.
Non sapeva se faceva bene. O meglio: sapeva di sì, ma non sapeva se avrebbe fatto meno male per questo. Aveva capito che sono due cose diverse: giusto e facile non coincidono mai, a trentotto anni, sotto la prima neve.
La settimana dopo trovò un annuncio per laffitto di un appartamento in un quartiere vicino. Due vani, quarto piano, vista sul cortile. I proprietari, una coppia anziana, gentile e discreta. Guardò lappartamento, sostò nelle stanze vuote, ascoltò il silenzio. La cucina era piccola ma luminosa. Dalla finestra della cameretta vedeva alberi.
La prende? chiese il proprietario.
La prendo, rispose.
Il trasloco fu fatto in un giorno. I vicini di mamma aiutarono con i mobili. Marco portò le cose di Michele di persona, in silenzio, pose gli scatoloni allingresso, si guardò intorno.
Bella casa, disse.
Sì, rispose.
Alla porta, stava per andare via.
Claudia. Mi dispiace davvero.
Lei lo guardò. Era luomo che aveva conosciuto per tanti anni. Aveva laria stanca, più vecchio, molto normale.
Lo so. Vai, Marco.
Lui se ne andò.
Lei chiuse la porta, ci si appoggiò dietro. Rimase così un attimo.
Poi andò a sistemare.
Michele arrivò nel pomeriggio, subito corse a vedere la cameretta, controllò la vista sugli alberi, annunciò che voleva sdraiarsi sul davanzale per vedere i gatti. Claudia disse che era troppo stretto. Lui ribatté che era piccolo, ci stava. Lei rise.
Rise allimprovviso, di gusto, come sciogliendosi dentro. Michele la guardò stupito.
Che ti ridi?
Niente. Dai, cena: ho preso i tortellini.
Tortellini! urlò, già in cucina.
Lei accese la luce, mise lacqua a bollire. Trovò il sale. La cucina aveva lodore delle case degli altri, e un po di muri vecchi, ma sapeva che sarebbe passata presto, cucinando tutti i giorni.
Appena lacqua bollì, buttò i tortellini.
Michele disegnava nei compiti perché domani doveva portare un disegno e se nera ricordato solo ora.
Mamma, il pupazzo di neve poi lo facciamo?
Sì, quando la neve sarà tanta.
Prometti?
Prometto.
Annui come a mettere le cose in chiaro, poi tornò al disegno.
Fuori ora nevicava sul serio. Si posava sugli alberi, sul davanzale, sul tetto del palazzo di fronte. Col bianco la città sembrava più silenziosa, più gentile.
Claudia mescolava i tortellini e pensava a niente. Solo ascoltava Michele che borbottava sul disegno e guardava la neve cadere.
Non sapeva come sarebbe andata.
Sapeva solo che lindomani si sarebbe alzata presto, avrebbe preparato Michele per scuola, sarebbe andata a comprare il pane, avrebbe chiamato la mamma, perché erano tre giorni che non la sentiva. La sera forse avrebbe svuotato qualche scatolone o forse no.
Il dolore ci sarebbe stato ancora. Arriva di notte, a volte di giorno, senza preavviso. Basta un profumo, un ricordo, una voce in telefono, o una scena di tanti anni fa che si ripresenta comera, bellissima. E non si può cancellare, perché è stata vera. Non aspettava passasse in fretta.
Ma i tortellini erano pronti. Michele, ormai stufo dei compiti, la guardava con fame.
Arrivo, gli disse.
E capì che, se la vita a volte spinge nellangolo e costringe a scegliere, la vera forza sta nel trovare comunque la propria strada, giorno dopo giorno, e continuare, senza perdere la fiducia nel domani.






