Una notifica inaspettata
Il telefono era capovolto sul comodino, come sempre. Non avevo intenzione di toccarlo, era tardi. Mi sono semplicemente allungato verso il bicchiere dacqua, la mano ha sfiorato il bordo liscio di plastica, e lo schermo si è acceso da solo, per caso, come si accendono quelle cose che forse dovrebbero restare al buio.
Ho visto una riga sola. Una sola, nella notifica di WhatsApp.
Anche io sento la tua mancanza. Oggi è stato così bello. Tua Chiara.
Ci ho messo un attimo a capire. Guardavo quelle parole come fossero scritte in una lingua straniera, e mi serviva tempo per tradurle davvero. Poi ho alzato lo sguardo verso mia moglie addormentata. Claudia dormiva di lato, rivolta verso la parete, la spalla leggermente sollevata, respirava regolare e profondo, come chi ha la coscienza pulita.
Tua Chiara.
Chiara. Chiara Barbieri. Lamica. Quella stessa che tre mesi fa ci ha aiutato a scegliere le tende per la cameretta di Luca. Quella che ha bevuto il caffè in cucina da noi almeno un centinaio di volte. Quella che la settimana scorsa ha telefonato a Claudia lamentandosi di non trovare mai un uomo giusto, che sono tutti uguali, che si è stufata di stare sola.
Ho preso il bicchiere dacqua con cautela. Ho bevuto. Lho appoggiato. Mi sono alzato dal letto così piano che nemmeno il parquet ha osato scricchiolare. Ho attraversato il corridoio, ho chiuso piano la porta della camera, sono andato in cucina, ho acceso solo la luce sopra il piano cottura, non quella centrale: non volevo troppa luce, anche se a darmi fastidio forse non era quella.
Mi sono seduto al tavolo, fissando la superficie vuota.
Fuori era notte, una notte di ottobre qualunque, con le luci sbiadite nella piazza di fronte. Il bollitore era ancora pieno dacqua di ieri. Non lho acceso. Ho solo aspettato.
Oggi è stato così bello.
Quando, oggi? Mercoledì è tornata a casa alle sette e mezza, ha detto che si era attardata con i clienti, che avevano cenato fuori, che era stanca e voleva solo dormire. Le ho scaldato la cena, che ha quasi ignorato. Poi abbiamo guardato un po la TV, si è addormentata sul divano, e lho coperta io. Proprio io, con le mie mani.
Ho stretto le dita sul bordo del tavolo.
Luca dormiva nella stanza accanto. Otto anni, sonno pesante, a volte parla nel sonno: storie di macchinine o della scuola. Domani devo portarlo agli allenamenti per le nove. Comprare il pane. Chiamare mia madre, che non sento da quattro giorni e starà sicuramente male.
La vita normale, semplice, era tutta lì, in quei dettagli. Ma sotto, mi sono accorto, ne esisteva unaltra. Parallela. Con altri messaggi, altre cene, unaltra donna che firmava tua.
Mi sono alzato, sono andato alla finestra. Sul davanzale una pianta di geranio, che non ho mai amato ma continuo ad annaffiare con ostinazione, perché lha regalata la vicina. Il geranio resiste, un po impolverato, ma vivo.
Non so perché ho pensato a quel geranio più di quanto dovessi. Poi sono tornato a sedermi.
Bisognava decidere qualcosa. O forse, non era ancora il momento. Non sapevo cosa fosse giusto. Dentro, tutto era silenzioso, un silenzio che ha i bordi affilati, quello che precede i temporali. Non pianto, non rabbia. Solo silenzio.
Sono rimasto in cucina fino alle quattro del mattino, senza riuscire a fare nulla. Solo a guardare, da dietro il vetro, lo spegnersi delle luci dallaltra parte della strada. Alla fine ho acceso il bollitore, fatto il tè, non lho nemmeno finito. Ho sciacquato la tazza. Sono tornato in camera, mi sono coricato vicino a Claudia, senza toccarla, guardando il soffitto.
Claudia dormiva.
Ho ascoltato il suo respiro. Fino a ieri quel respiro era solo un dettaglio della notte, come il frigorifero che borbotta, il rumore delle auto in lontananza. Ora ogni respiro era diverso, come se allimprovviso, dopo tanti anni, lo sentissi davvero per la prima volta. Era intollerabile.
Al mattino mi sono alzato prima di lei. Ho svegliato Luca, gli ho preparato la colazione. Lui non voleva la mia solita pappa, reclamava un panino col salame. Glielho fatto. Gli ho allacciato le scarpe non è ancora abbastanza rapido e il tempo scarseggia. Ho preso la sua mano e siamo usciti.
Fuori laria era fredda, sapeva di asfalto bagnato e foglie secche. Luca mi raccontava della lezione di matematica di ieri, che la maestra è ingiusta, che aveva fatto bene tutto ma lei ha detto di no. Annuivo, rispondevo, davo le risposte giuste, nei momenti giusti. Non era difficile: sono anni che vado avanti col pilota automatico.
Siamo arrivati in tempo agli allenamenti. Ho lasciato Luca allistruttore, sono rimasto alla porta per un attimo, guardandolo correre dagli amici, ridere e scherzare: un bambino qualunque, lo zaino più grande di lui. Sono uscito.
Seduto sulla panchina fuori, ho tirato fuori il telefono. Ho trovato Chiara B. nei contatti. Ho guardato il nome per qualche secondo, poi ho rimesso via il telefono.
Non ora.
Non ancora.
Nei giorni successivi ho pensato spesso a quando fosse iniziato tutto. Raccoglievo ricordi degli ultimi mesi come si fa con vecchie foto, cercando indizi che prima non avevo visto. Noi tre alla festa di compleanno di Chiara a maggio; ridevo a una sua battuta, e mi era pure sembrato bello avere una moglie che va daccordo con la mia amica, una fortuna non da poco. Poi, Chiara era passata da noi il sabato, aiutava a scegliere le stoffe per le tende; lei e Claudia parlavano di lavoro in cucina, mentre io mettevo Luca a letto. Avevo chiesto poi di cosa avessero parlato. Claudia: Di lavoro, visto che fa la designer, le ho chiesto consigli per lufficio. E io: Certo.
Certo.
Non ho pianto. Questo mi ha sorpreso. Mi aspettavo le lacrime, non sono mai arrivate. Solo una secchezza alla gola e un peso gelido sotto le costole. Ho continuato a mangiare, dormire, cucinare, rispondere al telefono. Claudia non sospettava nulla. Era attenta, ma non più del solito. Ogni tanto mi baciava sulla guancia prima di andare a lavoro. Io porgevo la guancia, come sempre.
Al quarto giorno ha chiamato Chiara.
Il telefono ha vibrato in tasca, ho visto il nome, ho trattenuto il respiro per un attimo. Poi ho risposto, la voce tranquilla.
Ciao, Chiara.
Paolo, dove ti sei cacciato? Ti ho scritto lunedì e non hai risposto!
La sua voce era normale. Calda. Un po colpevole, come chi teme di aver fatto un torto. Quella tenerezza era la cosa più insopportabile.
Scusa, giornate pesanti. Luca ha preso un po di raffreddore, ho mentito, e mi sono stupito di quanto fosse facile.
Oh, povero, ha la febbre?
No, solo il naso chiuso. Va già meglio.
Meno male, mi hai fatto prendere un colpo. Senti, volevo chiederti se sabato avete del tempo. Pensavo di fare qualcosa insieme, non ci si vede mai.
Guardavo il muro davanti a me. Era appesa una foto: io e Claudia al mare, sei anni fa, Luca non cera ancora, entrambi sorridenti, i capelli spettinati dal vento. Una bella foto.
Sabato forse no, ho detto. Ma ti richiamo verso fine settimana, va bene?
Sì, certo. Tutto bene comunque? Hai la voce strana…
Solo stanco. Tutto normale.
Sicuro? Paolo, se hai bisogno, chiamami, lo sai.
Lo so, Chiara. Grazie. A presto.
Ho chiuso la chiamata. Mi sono alzato, avvicinato alla foto sul muro. Ho guardato la mia faccia sorridente. Ho staccato la foto, lho riposta nel primo cassetto della credenza e ho chiuso il cassetto.
Quella notte, finalmente, ho pianto. In bagno, a lungo, con lacqua aperta. Pianto brutto, gonfio di occhi e gola. Non per aver perso una donna, né perché mia moglie non era chi credevo. Piangevo per altro: per gli anni, per la fiducia, per luomo che ancora ci credeva. Per la stupidità di questa fede. Per Luca, che avrebbe vissuto in una famiglia in cui il padre mentiva, e lui forse non lavrebbe mai saputo, o lavrebbe capito troppo tardi.
Poi mi sono sciacquato la faccia sotto lacqua fredda. Specchio: trentotto anni, non più giovane, non vecchio. Un volto qualunque, con occhi gonfi. Ho pensato che domani al lavoro avrei dovuto fingere allegria.
Ed ho pensato anche che non potevano farla franca. Non potevano credere di poter continuare. Che la loro vita segreta proseguisse accanto alla mia, e a quella di Luca, usata come sfondo. No.
Sono tornato in camera. Claudia dormiva. Mi sono coricato.
Bisognava pensare.
Le due settimane successive, ho vissuto su due livelli. Allesterno tutto era uguale: cucinavo, andavo al lavoro, portavo Luca agli allenamenti, parlavo con Claudia, qualche volta perfino ridevo alle sue battute dopotutto, erano ancora spiritose, e non potevo farci niente. Ogni tanto mi sorprendevo a dimenticare per qualche minuto, a vivere come sempre, e questo era il peggio: significava che sapevo ancora andare avanti, come se niente fosse.
Ma di dentro, lavoravo. Osservavo. Notavo dettagli sfuggiti prima: Claudia che prende il telefono e si allontana per chiamare, il sorriso segreto davanti allo schermo, che si spegne rapido se intercetta il mio sguardo. Un altro mercoledì con cena per lavoro, e ancora quasi tutto il mio cibo lasciato nel piatto.
Un giorno, mentre lei era sotto la doccia, ho preso il suo telefono. Sapevo il codice: il nostro anniversario, 1906. Ho aperto WhatsApp. Ho trovato la conversazione con Chiara.
Ho letto di corsa, solo il necessario per capire: bastavano cinque minuti. Tutto cominciava a luglio. Tre mesi. Mentre tintevamo la cameretta di Luca, mentre lui iniziava la seconda elementare, mentre io andavo da mamma a Ferrara per il compleanno e lei non mi ha accompagnato perché troppe cose da fare. Come no.
Ho rimesso il telefono dovera. Sono andato in cucina, ho acceso il gas, iniziato a tagliare la cipolla per il sugo. Tagliavo regolare, cubetti uguali.
Claudia è uscita dal bagno, avvolta nellasciugamano.
Oh, stai facendo il sugo? Ho fame.
È pronto fra mezzora, ho risposto.
La mia voce era piatta. Tutto era regolare. Il coltello va su e giù.
Quella notte ho deciso che sarebbe stato il caso di una cena.
Non subito, non il giorno dopo. Avevo bisogno di tempo: non per vendetta, non era quello ma volevo vederle una volta, insieme, a casa mia, allo stesso tavolo, e dire quello che dovevo. Con calma. Niente urla. Niente scene. Ho capito da tanto che le urla servono solo a farsi male da soli, e poi gli altri vanno via e ti danno pure della persona squilibrata.
Ho chiamato Chiara venerdì sera.
Chiara, ti telefono per sabato. Ti ricordi che volevi vederci?
Certo! Allora si fa davvero?
Vieni da noi. Preparo qualcosa di buono. Claudia sarà a casa, ceniamo, tranquilli.
Pausa breve. Un secondo, forse meno.
Volentieri! A che ora?
Alle sette. Vieni?
Vengo. Cosa porto?
Niente.
Ho messo giù. Sono andato in salotto da Claudia, che guardava la TV.
Ho invitato Chiara per sabato. Facciamo una cena, così chiacchieriamo.
Claudia si è girata. Qualcosa, quasi invisibile, le è passato in faccia.
Va bene, ha detto. Bel pensiero.
Sì, anche secondo me, ho detto.
Sapevo che si sarebbero telefonate subito. Si sarebbero messe daccordo per sembrare le stesse di sempre. Non mi preoccupava: non volevo scene. Luca sabato stava da mia madre, lavevo già organizzato. Volevo una cena tranquilla.
Per tutta la settimana ho pensato al menù. Era importante. Non per impressionarle, ma perché cucinare mi aiuta a pensare, a tenere le mani occupate. Ho deciso: pollo al forno con rosmarino e patate, insalata di rucola e pere che Chiara ama e la torta di mele, il mio cavallo di battaglia. Tutto bello, tutto pronto, tutto pulito.
Sabato ho portato Luca da mia madre nel primo pomeriggio. Lei, come sempre, mi ha chiesto se avessi qualcosa che non va, se ero stanco. Le ho detto che era solo una notte insonne. Ho baciato Luca, che già correva verso il televisore, e sono tornato a casa.
Cera silenzio. Claudia era uscita presto, era rientrata alle tre con le buste. Aveva portato anche una bottiglia di buon vino, di quelle costose che noto subito.
Un brindisi alla cena, ha detto. Ho scelto bene?
Ottima scelta, ho risposto.
Aveva unaria tesa. Si muoveva più in fretta. Guardava due volte il telefono davanti al frigorifero, poi si sedeva a leggere il giornale che non aveva mai letto in vita sua solo per fare qualcosa.
Io cucinavo. Pulivo il pollo, mescolavo spezie, tagliavo le patate, facevo la salsa dellinsalata. Il profumo di rosmarino e aglio invadeva ogni stanza, caldo, di casa. Ho pure aperto la finestra: faceva caldo. Da fuori arrivava lodore dautunno e laria fresca.
Alle sei in punto ho apparecchiato. Tre piatti, tre calici. Niente candele, sarebbe stato troppo. Solo una bella tavola, tovaglia pulita, fiori freschi in un vaso.
Alle sette esatte il campanello.
Chiara aveva un cappotto nuovo, blu notte. Capelli a posto, leggeri profumi che conoscevo a memoria. Ha portato una scatola di pasticcini, anche se avevo detto niente.
Ma che bella atmosfera da te, ha detto togliendo il cappotto. Che buon profumo!
Vieni, sono felice che sei qui, ho risposto. Ed era la verità, una verità storta e sofferta, ma vera.
Claudia è uscita dalla stanza. Si sono salutate, bacino sulla guancia. Tutto normale. Sono bravi a fingere, ormai devo ammetterlo.
Ci sediamo.
Per la prima mezzora chiacchiere banali. Chiara che racconta di un nuovo cliente a Milano, gusto particolare, maniglie doro ovunque. Claudia ride, aggiunge dettagli sui suoi clienti, anche loro pretese assurde. Io servo il vino, ascolto, intervengo poco. Li guardo.
Fuori è già buio. Accendo la luce sopra il tavolo. Più caldo, ma mi fa quasi più male.
Aspetto che tutti abbiano bevuto il secondo bicchiere. Quando la conversazione cala un attimo, Chiara prende linsalata, io parlo, con voce calma.
Voglio dirvi una cosa. E per piacere, ascoltate entrambi.
Si girano verso di me. Chiara con la forchetta in mano, Claudia col calice a metà.
Io so di voi. Da luglio. Ho letto i messaggi, Claudia. So tutto quello che mi basta sapere.
Silenzio. Di quelli che si sentono addosso come una pressione. Sento solo lorologio sul muro.
Parla prima Claudia. La voce è piccola, tesa.
Paolo…
Aspetta, le fermo. Non sono qui a urlare. Vi dico solo questo, perché siete qui entrambi ed entrambi dovete sentire. Io so. È tutto qui.
Guardo Chiara. Lei guarda la tovaglia. Guance in fiamme, le dita strette sulla forchetta.
Chiara, sei entrata in casa mia centinaia di volte. Sapevi tutto di noi. Quando sono stato male, mi sei stata vicino. Quando è nato Luca, hai aspettato fuori dalla sala parto ore. Non te lo ricordo per colpevolizzarti, solo perché tu lo sappia: io ricordo ogni cosa. Non dimentico.
Finalmente alza lo sguardo. Occhi lucidi, impotenti.
Paolo, io…
Non ora, dico piano. Non ora.
Mi volto a Claudia.
Dodici anni insieme. Non è il momento di discutere cosa sia andato storto, né quando hai pensato di poterti permettere tutto questo. Ne parleremo, ma non oggi. Oggi vi volevo solo seduti qui, al mio tavolo, per dirvelo in faccia. Credevate non sapessi. Ma so. Questa è la differenza.
Claudia posa il calice. Piano, come se temesse di romperlo.
Paolo, è più complicato di quanto pensi. Dobbiamo parlarne, da soli…
Lo so che dobbiamo parlare. Lo faremo. Ma non stasera.
Mi alzo. Prendo il bicchiere, finisco il vino. Lo appoggio.
Oggi vorrei solo che finiste il pollo, è venuto bene, ci ho messo impegno. Poi potete andare, tutti e due. Luca dorme da mia mamma, fino a domani. Io resto qui.
Nessuno si muove.
Claudia mi guarda con uno sguardo che non riconosco subito: non colpa, no, ma una specie di spaesamento, come aspettasse urla e scenate, e non sapesse che farsene di questo silenzio.
A un certo punto Chiara sussurra, con la voce rotta:
Paolo, scusami.
La guardo. Questo volto che conosco da una vita. Il trucco sciolto, i profumi che un giorno le ho consigliato io.
Non lo so, Chiara, riesco a dire. Forse un giorno. Ma non adesso.
Esco dalla stanza. Chiudo la porta, sento bisbigli e sedie spostate. Poi il portone sbatte. Una volta. Poi ancora.
Silenzio.
Mi siedo e ascolto il silenzio. Odora di pollo e un po dei profumi di Chiara, sempre meno, per fortuna. Tre piatti sulla tavola, uno quasi intatto.
Non so quanto tempo passa. Riordino, avvolgo il pollo avanzato nella stagnola, lo metto in frigo. Lavo i piatti, pulisco il tavolo, via le briciole.
Poi mi siedo in mezzo alla cucina vuota.
Ecco, questo era tutto. Pareva così piccolo per qualcosa di così grande. Dodici anni, una migliore amica: tutto si riduce a un tavolo pulito e odore di detersivo.
Chiamo mia madre.
Mamma, Luca può restare da te fino a domenica?
Certo tesoro, ora dorme già. Paolo, è successo qualcosa?
Sì. Poi ti racconto. Non adesso.
Vieni qua, sono ancora sveglia.
No mamma. Resto qui. Ne ho bisogno.
Mia madre non insite. Sa quando non deve insistere.
Hai mangiato almeno?
Sì, stasera cucinato bene. Il pollo era buono.
Allora bene, dice lei. E quel allora bene fa più male di tutto il resto.
Chiudo la chiamata, mi metto a piangere. Stavolta niente bagno, niente rubinetto aperto. Solo cucina e lacrime, a voce bassa e a voce alta. Piango per un po. Poi basta. Mi soffio il naso. Mi sciacquo la faccia.
Fuori Modena dorme. Luci, novembre, un sabato come gli altri. Chissà dove sono Claudia e Chiara ora. Se stanno parlando, e che si stanno dicendo. Non lo so, e stranamente non mi importa più.
Non penso al futuro. Non oggi. Oggi è già tanto essere arrivato a sera intero, senza rompere niente, senza urlare, senza aggiungere drammi inutili. Ho detto quello che dovevo.
Claudia torna alluna di notte.
Non dormo, steso nel buio della camera. Sento la porta, le scarpe, i passi verso la cucina, lacqua versata nel bicchiere. Poi si ferma davanti alla porta della camera. Rimane lì.
Alla fine, apre piano.
Sei sveglio, dice, non chiede.
Sì.
Entra, si siede dal suo lato del letto. A lungo tace.
Paolo, non so come cominciare.
Non cominciare stanotte, rispondo. Vieni a letto. Parliamo domani.
Non vuoi…
È notte, Claudia. Sono stanco. Domani.
Si sdraia. Sto lì a occhi chiusi. Non ci tocchiamo. Siamo vicini, ma il letto pare una montagna.
La mattina mi sveglio presto. Finché Claudia dorme, preparo una borsa leggera non vado via per sempre, non ancora. Passaporto, qualche documento, la carta di credito, un po di vestiti. La foto di Luca dal comodino.
La metto vicino alla porta.
Preparo il caffè. Aspetto che Claudia esca.
Vede la borsa. Si ferma.
Te ne vai?
Vado da mamma, con Luca. Dobbiamo parlare, ma prima ho bisogno di stare un po da solo. Qualche giorno.
Guarda la borsa, poi me.
Voglio spiegarti.
Ti ascolto.
Tace. Sorseggio il caffè.
Non so come sia successo. Non lho mai voluto davvero…
Nessuno lo vuole mai davvero, Claudia.
Vuoi il divorzio?
La parola cade secca.
Non lo so ancora. Ho bisogno di tempo. Ma so che non posso restare qui a far finta che non sia successo nulla. Lo capisci?
Annuisce, pesante.
E Luca…
Per lui andrà tutto bene. È una questione nostra, non sua. Mi assicurerò di questo.
Bevo il resto del caffè. Metto la tazza nel lavandino. Prendo la borsa.
Ti chiamo io.
Ed esco.
Le scale sono fredde, odore di legno antico e di colazione. Scendo contando i gradini dodici rampe, sesto piano, ma oggi li conto come da bambino.
Fuori laria è tagliente e umida, lasfalto coperto di foglie bagnate. Il netturbino spinge cumuli dentro grandi sacchi. Il cielo è completamente grigio, novembre autentico. Ma in piedi sulle scale respiro a fondo e mi sento un po meglio. Solo per laria. Per il fatto che sono qui, fuori, e non mi nascondo.
Penso a Luca. Come si sveglierà dalla nonna, chiederà le frittelle, le avrà, sarà felice. Lui non sa cosa sta succedendo, ed è giusto così. Ha otto anni. Che abbia frittelle, allenamenti e una maestra ingiusta. Il resto lo gestirò io.
Non so come andrà. Divorzio, altro, ce la farò o no. Non so se perdonerò Chiara. È la cosa più difficile: con la moglie, si sa, certa delusione capita, fa male, ma si capisce. Con unamica è tutto diverso. Serve tempo. Non so quanto.
Ma per ora sto qui, valigia in mano, e aspetto il mio bambino a due isolati da qui. Faccio un passo e vado.
Semplicemente vado.
Mamma mi accoglie senza troppe parole. Guarda la borsa, la faccia, capisce tutto e dice solo:
Vai a lavarti, metto lacqua per il tè.
Luca spunta in corridoio in pigiama coi calzini sformati.
Papà! Perché sei venuto? Ieri hai detto che non potevi!
Mi mancavi, gli dico, e lo abbraccio forte, con il naso tra i suoi capelli che odorano di shampoo e sonno.
Mi fai il solletico, ride e scappa verso la TV.
Lo guardo andare.
Poi in cucina, mamma armeggia con le tazze. Cucina piccola, tende a fiori che non vuole cambiare, il frigo con i magneti uno fatto da Luca, storto e speciale. Queste cose familiari mi stringono lo stomaco.
Ma non piango.
Mamma mi porge una tazza, si siede.
Racconti?
Racconto, ma non ora. Dammi tempo.
Claudia?
Sì.
Annuisce. Nulla di più. Prende la sua tazza. Restiamo lì, a bere. Dietro il muro una voce di cartone animato, la risata di Luca.
Papà, posso restare un po qui?
Resta quanto vuoi. La tua stanza è sempre qui.
È tutto quello che serve.
Poi è ripresa una vita che non so definire. Né provvisoria, anche se lo sembra, né del tutto nuova, anche se lentamente lo diventa. Solo una vita, giornata dopo giornata.
Ho parlato con Claudia. Più di una volta. Sono stati colloqui duri, senza urla, ho mantenuto il proposito di restare calmo anche se è costato fatica. Parlava di confusione, che la cosa le era sfuggita di mano, che pensava a Luca, che non sapeva cosera giusto.
Io lho ascoltata. Ho risposto. Non ho perdonato, non ho maledetto.
Divorzio? Ci ha voluto tempo, come succede quando si decide sul serio. Cerano i documenti, lavvocato, e la questione di dove avrebbe vissuto Luca. Tutto brutto, stancante, come ogni divisione vera. Ma sono andato avanti.
Chiara non si è fatta sentire per diverse settimane. Poi, un messaggio: Se vuoi sono qui. Lho letto e basta, senza rispondere. Non dovevo punire nessuno. Semplicemente non trovavo le parole. Serve tempo, più di quanto ne avessi allora.
A fine novembre, sono andato a prendere Luca agli allenamenti. Milano era avvolta da un primo nevischio, timido e sottile che si scioglieva prima di toccare terra. Luca è uscito dalla palestra, ha sollevato il viso, ha preso un fiocco in bocca.
Neve! Papà, guarda!
Guardo anchio. I fiocchi danzano dal buio, o forse il buio cade attraverso i fiocchi, capita di confondersi dopo troppo tempo col naso in su. Sono piccoli, freddi, uno si posa su una guancia e si scioglie subito.
Vedo.
Lo facciamo il pupazzo questanno?
Quando ne scende abbastanza, certo.
Ma dai!
Dai, che fa freddo.
Mi prende la mano, col guantone decorato da una macchina colorata. Camminiamo, la neve cade e i lampioni la illuminano arancione. Luca parla, di un amico che fa pupazzi grossi.
Lo tengo per mano.
Fa male. Il dolore non passa, e non deve passare così in fretta. Dodici anni, non bastano settimane. Ma insieme al dolore cè anche altro, qualcosa che ancora non so come chiamare. Forse aria. Forse solo il sapere che decido io, da solo.
Non so se ho fatto giusto. Anzi, sento di sì, ma non so se per questo sarà più facile. Ho capito che giusto e facile sono cose diverse, a quasi quarantanni, sotto la prima neve.
La settimana dopo ho trovato un annuncio: bilocale in affitto nel quartiere vicino. Quarto piano, vista sul cortile. I proprietari, una coppia anziana, gentili, poche domande. Giro di stanze vuote, silenzio. Cucina piccola, ma luminosa. Dalla finestra della cameretta si vedono alberi.
Allora? chiede la signora.
Prendo, dico.
Trasloco in un giorno. I vicini di mamma aiutano con i mobili. Claudia porta le cose di Luca, silenziosa, appoggia le scatole in ingresso.
Bel posto, commenta.
Già.
Alluscita si volta.
Paolo. Mi dispiace davvero.
La guardo. Dopo così tanti anni insieme, adesso sembra solo stanca. Più vecchia. Una persona qualunque.
Lo so. Vai.
Chiudo la porta. Mi appoggio con la schiena. Poi vado a sistemare le cose.
Luca arriva la sera, si infila subito nella sua stanza, controlla la vista sugli alberi, dice che vuole sdraiarsi sul davanzale a guardare i gatti. Gli dico che è troppo stretto. Lui mi dice che è piccolo, ci sta. Rido.
Rido allimprovviso, senza pensarci. Luca mi guarda strano.
Che cè?
Niente. Vieni a tavola, faccio i tortellini.
Tortellini! ed è già in cucina.
Accendo la luce sopra i fornelli. Metto su lacqua. Trovo il sale. La cucina nuova odora ancora di muro vecchio, ma basta cucinare e passa.
Lacqua bolle. Verso i tortellini.
Luca disegna, perché deve finire i compiti darte che si è ricordato ora.
Papà, il pupazzo di neve lo facciamo davvero?
Promesso, appena nevica sul serio.
Lo giuri?
Giuro.
Annuisce. Torna al disegno.
Fuori la neve questa volta resta, non più timida ma vera, bianca e silenziosa. Copre gli alberi, i cornicioni, il vialetto del palazzo. La città si fa più quieta, più luminosa.
Sono ai fornelli, mescolo i tortellini. Non penso a niente di preciso. Solo ascolto Luca borbottare sul suo disegno e guardo fuori dalla finestra la neve che si posa.
Non so cosa accadrà domani.
So solo che domani mi alzerò presto, porterò Luca a scuola, passerò dal panettiere, sentirò mia madre, perché sono tre giorni che non la chiamo. Forse la sera finirò di sistemare le ultime scatole. O forse no, tanto non scappano.
Il dolore torna, lo so. Di notte, ogni tanto di giorno, senza preavviso. Il profumo di una donna, una voce familiare, un ricordo buono che non si può cancellare. Non passerà presto. Non mi aspetto passi presto.
Ma i tortellini sono pronti. Luca smette di disegnare e mi guarda con fame.
Dai, che li porto, gli dico.




