Numero di Pratica La cassiera della farmacia gli porge il POS e lui, come al solito, avvicina la carta senza guardare. Lo schermo lampeggia di rosso: “Operazione rifiutata”. Riprova, più lentamente, come se dalla velocità dipendesse il verdetto: uomo con o senza soldi. «Ha un’altra carta?» chiede la cassiera, sempre senza alzare lo sguardo. Lui ne estrae una seconda, quella dello stipendio, ma di nuovo lo stesso rifiuto, breve e implacabile. Da dietro qualcuno sospira rumorosamente: gli si arroventano le orecchie di vergogna. Si infila in tasca la scatola delle pastiglie che aveva già chiesto e mormora che ora risolve. Fuori si appoggia al muro, per non ostacolare il flusso di gente, apre l’app della banca: niente cifre, solo una finestra grigia e una frase che gela il sangue — “Conti bloccati. Motivo: Atto esecutivo”. Nessun importo, nessuna spiegazione, solo il tasto “Dettagli” e un numero più simile a un passaporto che a qualcos’altro. Resta lì a fissare lo schermo, come se potesse dissolversi solo con lo sguardo. In testa subito gli impegni che non si possono rimandare: tra una settimana deve prendere i biglietti per visitare la madre in provincia, ha la visita prenotata e lui ha promesso di accompagnarla. Al lavoro aveva ottenuto due giorni di permesso; il capo ha storto il naso ma lo ha lasciato andare. E poi — le medicine che oggi non ha potuto pagare. Chiama il servizio clienti della banca. La voce automatica chiede di “valutare il servizio” ancora prima che qualcuno gli risponda. «Dica pure», esordisce l’operatrice, con quel tono distaccato da chi non lo fa per antipatia ma per prassi. Dà cognome, data di nascita, ultime cifre della carta d’identità. Spiega che i conti sono bloccati, che dev’esserci un errore. «Risulta una limitazione per atto esecutivo», risponde lei. «Non possiamo rimuovere il blocco. Deve rivolgersi all’Ufficio degli Ufficiali Giudiziari. Vede il numero della pratica?» «Lo vedo. Non so cosa sia. Non ho debiti.» «Capisco. Ma la banca non è l’iniziatrice, ci limitiamo a eseguire l’ordine.» «Chi è allora l’iniziatore?» Si sorprende a parlare più forte del solito. «Nel documento è indicata la sezione degli ufficiali giudiziari. Vuole l’indirizzo?» Lei detta l’indirizzo, lui lo scrive sul retro dello scontrino della farmacia. La mano trema, di rabbia e vergogna come se l’avessero sorpreso a rubare. «E i soldi?» chiede. «Qui c’è scritto: “trattenuta”.» «È stata eseguita nell’ambito dell’atto esecutivo. Per il rimborso deve rivolgersi al creditore o all’ufficiale.» «Quindi voi non potete aiutarmi.» «Possiamo aprire una segnalazione. Vuole procedere?» Lui vorrebbe ricevere non un numero, ma qualcuno che dica: “Sì, è un errore. Risolviamo subito”. Invece lei detta una sequenza di cifre. «Numero di pratica…» dice, con il tono di chi consegna un ticket per il guardaroba. «Termine di riscontro: fino a trenta giorni.» Ripete il numero a voce alta, per non dimenticarlo. Trenta giorni suonano come una condanna, ma ringrazia lo stesso. Le parole di ringraziamento gli escono automatiche, come il “arrivederci” dopo una conversazione che ti umilia. A casa apre il cassetto dei documenti: bollette, contratti, vecchi certificati — ha sempre pensato di essere uno in regola: pagamenti puntuali, niente prestiti inutili, neppure le multe lasciate lì a invecchiare. Stende su tavolo passaporto, codice fiscale e tessera sanitaria, come prove della propria correttezza. La moglie esce dalla stanza, vede il tavolo e il suo viso. «Che succede?» Lui spiega. Cerca di mantenere la calma, ma a metà frase la voce gli si rompe. «Sarà una multa vecchia?» suggerisce lei sottovoce. «Che multa può bloccare tutto e per queste cifre?» indica il telefono dove lampeggia l’avviso. «Non vado da nessuna parte, solo lavoro.» «Era solo per dire…» lei alza le mani. «Capita, ormai.» La parola “capita” lo fa infuriare — come se la sua vita fosse solo una statistica. «Succede che uno viene segnato come debitore e deve dimostrare che non è un cammello», sbotta, subito pentendosi del tono. Lei posa una tazza d’acqua e se ne va in silenzio. Lui resta solo con i documenti, e la sensazione che in casa l’aria sia diventata più rarefatta. Il giorno dopo si presenta in banca. Dentro c’è luce e silenzio, come in ambulatorio rimesso a nuovo. La gente aspetta fissando lo schermo dei numeri. Prende il bigliettino, su cui c’è scritto: “Questioni relative ai conti”. Si siede, e il solo attendere lo irrita ancora di più: il biglietto lo trasforma in una voce, non in una persona. Quando tocca a lui, la consulente sorride con professionalità. «Come posso aiutarla?» Lui mostra lo schermo, spiega il blocco. «Vedo la limitazione», replica lei cliccando. «Non abbiamo accesso alla banca dati dei giudici. Possiamo solo rilasciare estratto movimenti e certificato di limitazione.» «Mi dia tutto, servono oggi.» «La certificazione richiede fino a tre giorni lavorativi.» «E se devo comprare le medicine?» Sente che la voce si fa tremula, il che è peggio della rabbia. Lei esita un attimo. «La procedura è questa, mi dispiace.» Lui firma richiesta, riceve una copia timbrata ancora calda dalla stampante. Per ora, quell’unico foglio è tutto quello che ha contro una macchina invisibile. Poi va al CAF. Odore di caffè della macchinetta e detersivo, che però non cancella la stanchezza delle persone. All’ingresso il terminale delle code, accanto una ragazza col gilet che guida gli utenti. «Devo parlare con gli ufficiali giudiziari», spiega. «Non sono qui, possiamo inoltrare domanda, aiutarla su “Servizi Online”. Cosa le serve?» Lui mostra la certificazione e il numero di pratica. «Conviene andare direttamente dai giudici», suggerisce. «Oppure stampare l’estratto da “Servizi Online”.» Non ha alternative: prende il biglietto, si siede. Osserva le proprie mani, sembrano più vecchie di ieri. Allo sportello chiedono il documento. «Ha l’identità SPID validata?» «Sì.» Lei consulta il profilo per minuti. «C’è effettivamente una pratica, ma con diverso codice fiscale.» Lui si avvicina. «Diverso come?» «Guardi: il suo è…», dice le cifre. «Nella pratica una non coincide.» Una cifra. Avverte un sollievo: può finalmente arrabbiarsi. «Non è il mio debito.» «Sembra un errore di abbinamento dati», spiega lei. «Succede con nomi simili o date di nascita vicine.» «E adesso?» «Si può presentare ricorso, allegare i documenti. La decisione è comunque del giudice.» Lei stampa la richiesta; lui firma, allega documento, codice fiscale, tessera sanitaria. Più che documentare la propria vita, asseconda un rituale che trasforma l’esistenza in una pila di fogli da scannerizzare. «Tempi di risposta?» chiede. «Trenta giorni», e vedendo il suo sguardo precisa: «A volte meno.» Ancora trenta. Esce con la cartellina: dentro ci sono copie e protocollo. Ormai il numero conta più del nome. All’Ufficio degli Ufficiali Giudiziari arriva solo dopo due giorni. All’ingresso controllo borse, silenzio obbligato. Nel corridoio volti tesi, qualcuno coi bambini o una pila di documenti. Sulla parete: “Ricevimento su appuntamento”, accanto un foglio e penna con i cognomi in colonna. «Qui si accede?» chiede a una signora. «Qui si vive», risponde lei, senza sorriso. «Chi arriva prima, si scrive.» Lui mette il nome in fondo, si siede sul davanzale: tempo spezzato da piccole irritazioni, litigi sussurrati e gente che piange in bagno. Quando lo chiamano, entra. L’ufficiale giudiziario, una donna sui quaranta dagli occhi stanchi, gli chiede cognome e numero pratica. Lui passa la carta. Lei controlla. «Ha una posizione debitoria per prestito non rimborsato.» «Io non ho prestiti», la voce si fa dura. «Immerso il codice fiscale: è sbagliato.» Lei aggrotta le ciglia e si avvicina allo schermo. «Davvero c’è discrepanza. Ma il sistema l’ha associata per nome e data di nascita.» «E questo basta a bloccare i conti?» Lei sospira. «Son questi i dati che ci arrivano. Serve dichiarazione di errore tecnico, documenti. Li ha?» Lui porge le copie dal CAF. «Qui numero protocollo.» Lei gira i fogli. «Questa è istanza al CAF, qui ancora non è arrivata.» «Non posso aspettare che arrivi: mi hanno prelevato i soldi, non posso pagare le medicine!» Infine lei lo guarda. «Pensa di essere l’unico?» dice piano, senza astio. «Ho cento pratiche sul tavolo. Posso accogliere ora la richiesta, ma servirà tempo per l’istruttoria.» Lui trattiene un grido; vede la sua stanchezza e sa che urlare non servirà. «Va bene, procediamo. Cosa devo fare?» Riceve il modulo, scrive: “Chiedo l’esclusione dall’atto esecutivo per erronea identificazione”. Allega copie, lei timbra. «Dieci giorni per la verifica. Se si conferma, revochiamo le misure.» «E i soldi?» «Domanda a parte. E il rimborso dipende dal creditore, il quale deve procedere per suo conto.» Esce col timbro: una vittoria piccola, ma vittoria su cosa? Sul fatto che finalmente lo hanno riconosciuto come esistente. La sera chiede un’altra mezza giornata libera al capo. «Stai scherzando?» Il capo lo osserva dubbioso. «È in scadenza il report.» «Ho i conti bloccati, devo andare agli uffici.» Il capo sussurra. «Ma è per alimenti, prestiti?» La domanda pesa più del rifiuto in farmacia. Il volto lo tradisce. «Niente di tutto questo, una voce sbagliata nei database.» Il capo alza le spalle. «D’accordo, ma non portare rogne. La contabilità già chiede cos’è questa storia.» Al computer trova una mail: “Ci risultano trattenute: ha atti di pignoramento?” Risponde: «Errore, sto risolvendo, fornirò i documenti». Ora deve spiegarsi anche con chi lavora con lui da dieci anni. A casa la moglie domanda: «Cosa hanno detto?» «Accolta la domanda.» «Meglio di niente», dice lei. Poi resta in silenzio. «Sei sicuro che non sia per un vecchio prestito di tuo fratello? Non eri garante…?» Lui si irrigidisce. «Non ho mai fatto da garante. Lo ricordo bene.» Lei annuisce, ma il dubbio resta. La macchina, già, ha lasciato la sua prima crepa. Una settimana dopo trova la comunicazione su “Servizi Online”: “Accertata identificazione errata del debitore. Revocare misure esecutive.” Rilegge tre volte; finalmente si convince. Riattiva in banca: i numeri tornano a comparire, ma resta l’avviso — “Operazioni possibili solo dopo aggiornamento dati”. Prova a pagare le bollette: la transazione va, seppur con ritardo. Resta a fissare il cerchio del caricamento finché non sparisce. Torna in farmacia e compra le medicine, la cassiera non lo riconosce. Vorrebbe dire “va tutto bene”, ma si trattiene, sarebbe assurdo. Dopo due giorni arriva la chiamata della banca. «Abbiamo ricevuto la revoca, ma la segnalazione rimarrà nella centrale rischi fino al prossimo aggiornamento, anche quarantacinque giorni.» «Quindi resta una traccia.» «Temporanea.» La parola “temporanea” non consola: teme che tra un mese, per una semplice rateizzazione, qualcuno gli dica “Ma qui risulta un blocco”. Ancora dovrà spiegare. Manda istanza per la restituzione del denaro: l’ufficiale gli indica la trafila, spiega che il creditore è un’altra banca e la pratica passerà dalla loro contabilità. Invia copia del provvedimento, estratto dei prelievi, IBAN. Riceve riscontro: “La sua richiesta è stata registrata”. Un altro numero. Da allora abbassa la voce, come se ogni parola in più potesse rimettere in moto la macchina. Controlla le notifiche tre volte al giorno, entra su “Servizi Online”, verifica che non ci siano pendenze. Vuota, quella pagina, è la nuova normalità. Un giorno è di nuovo al CAF per la pratica della madre. Un uomo con una cartellina, spaesato come uno studente, fissa il tabellone. «Che problema ha?» chiede, stupendosi di rivolgersi a lui. «Dicono che ho un debito», risponde l’altro a mezza voce. «In banca parlano di ufficiali giudiziari.» Lui riconosce negli occhi di quell’uomo la stessa miscela di vergogna e rabbia. «Prenda prima l’estratto in banca col numero della pratica. Qui si può anche stampare la posizione da “Servizi Online”, si vedono i dati abbinati. Se codice fiscale o data di nascita non tornano, chieda subito la rettifica. E non si dimentichi la ricevuta con il numero protocollo.» L’uomo ascolta come se avesse ricevuto una mappa. «Grazie. Lei ci è passato già?» Lui annuisce. «Già. Non è stato veloce, e nemmeno semplice. Ma sì, l’ho passato.» Esce dal CAF con la delega della madre e si ferma all’ingresso per sistemare la documentazione. La cartellina pesa non tanto per la carta, quanto per il bisogno di avere sempre tutto a portata di mano. Si sorprende a respirare meglio. A casa archivia tutto in un fascicolo, scrive a pennarello: “Pratica Esecutiva — Errore”. Un tempo si sarebbe imbarazzato di quel titolo, come se confessasse una colpa. Ora non importa. Rimette il fascicolo nel cassetto e, senza alzare la voce, dice alla moglie: «Se succede di nuovo, ora so cosa fare. Non mi giustificherò più. Pretenderò.» Lei lo guarda a lungo, poi annuisce. «Va bene», dice. «Adesso prendiamo un tè.» Lui va in cucina, accende il fornello. L’acqua che bolle gli sembra la prova che la vita è ancora sua, non dei numeri né delle scadenze.

Numero della pratica

La cassiera della farmacia mi allungò il POS, e io, con il gesto automatico di sempre, avvicinai la carta senza nemmeno guardare. Sul display lampeggiò una scritta rossa, accompagnata da un bip secco: Operazione rifiutata. Ritentai, più lentamente stavolta, come se la lentezza potesse farmi tornare una persona con i soldi.

Vuole provare con unaltra carta? chiese la cassiera, senza distogliere lo sguardo dal registratore.

Tirai fuori la seconda, quella dello stipendio. Ancora rifiutata, stesso suono sintetico. Alle mie spalle qualcuno sospirò rumorosamente e mi avvampò il viso per limbarazzo. Mi infilai in tasca la scatola delle compresse che avevo già chiesto, mormorai che avrei risolto subito e uscii in strada.

Mi fermai contro un muro per non ostacolare la gente, aprii lapp della banca. Al posto delle cifre familiari, una finestra grigia e una frase che mi paralizzò: Conti bloccati. Motivo: procedimento esecutivo. Nessuna cifra, nessuna spiegazione, solo un pulsante Dettagli e un numero che sembrava una carta didentità altrui.

Rimasi lì a fissare lo schermo, come se guardandolo a lungo il problema potesse dissolversi. Mi tornarono alla mente tutte le cose che non potevano aspettare: la prossima settimana dovevo comprare i biglietti del treno per andare da mamma in provinciale avevano fissato una visita, glielavevo promesso. In ufficio avevo concordato due giorni di permesso; il direttore aveva borbottato, ma acconsentito. E poi cerano le medicine che non ero riuscito a pagare.

Chiamai il numero verde della banca. La voce automatica mi chiese di valutare la qualità del servizio prima ancora di passarmi un operatore.

Buongiorno, sono Stefania. Come posso aiutarla?

Dissi nome e cognome, data di nascita, ultimi numeri della carta didentità. Dissi che il conto era bloccato e che doveva trattarsi di un errore.

Dal suo profilo risulta un blocco per atto esecutivo rispose lei calma, professionale, distante come da manuale. Non possiamo rimuovere il blocco. Deve rivolgersi allUfficio Esecuzioni Civili. Ha il numero della pratica?

Sì, ma io non so nemmeno di cosa si tratta. Non ho debiti.

Capisco. Ma la banca è solo esecutore. Liniziativa non parte da noi.

E chi lha fatta partire? Sentivo la voce salire di tono, quasi senza volerlo.

Sullatto cè indicato lUfficio Esecuzioni della zona. Vuole lindirizzo?

La trascrissi sul retro dello scontrino della farmacia, con la mano che tremava per il misto di rabbia e vergogna. Poi chiesi:

E i soldi? Qui dice prelievo forzoso.

Laddebito è relativo al procedimento. Per il rimborso deve rivolgersi al creditore o allufficio competente.

Quindi non potete aiutarmi.

Possiamo aprire una segnalazione. Vuole procedere?

Avrei voluto che qualcuno ammettesse: Sì, è un errore, risolviamo subito, invece la sentii dettare un altro numero.

Numero della pratica lo disse come se stesse consegnando un biglietto del guardaroba. Tempi di risposta: fino a trenta giorni.

Ripetei il numero ad alta voce, per non dimenticarlo. Trenta giorni suonavano come una sentenza, ma ringraziai comunque. Le parole uscirono automatiche, come se dicessi arrivederci alla fine di una conversazione che mi aveva umiliato.

A casa aprii il cassetto dei documenti, dove tengo ricevute, contratti, vecchi certificati. Mi sono sempre ritenuto preciso: pago tutto in tempo, non ho mai chiesto prestiti inutili, neanche le multe le lascio in sospeso. Sul tavolo sistemai la carta didentità, il codice fiscale, il certificato di residenza, come se fossero prove della mia onestà.

Mia moglie, Lucia, uscì dal soggiorno, vide il tavolo e la mia faccia contratta.

Che succede?

Le raccontai tutto, cercando di mantenere il controllo, ma a metà discorso la voce mi si spezzò.

Sarà una vecchia multa? chiese piano.

Una multa di che, e per quale importo? sbottai, indicando il display dove lampeggiava la voce blocco. Sono mesi che non vado da nessuna parte se non al lavoro.

Chiedevo e basta. Ormai capita, disse alzando le mani.

La parola capita mi mandò in bestia, come se la mia vita fosse una statistica impersonale.

Capita che ti registrino come debitore e devi dimostrare di non essere un cammello dissi, subito pentendomi del tono.

Senza replicare, mi lasciò sul tavolo una tazza dacqua e se ne andò. Restai solo con i documenti e la sensazione che in casa laria fosse diventata più pesante.

Il giorno dopo andai in filiale. Dentro la banca sembrava di stare in una sala dattesa post restauro: luce chiara, silenzio, le persone fissavano il display aspettando che comparisse il loro numero.

Presi il biglietto con su scritto Assistenza conti. Quando mi chiamarono, la ragazza allo sportello sorrise in modo professionale.

Come posso aiutarla?

Mostrai il telefono, spiegai il blocco.

Vedo il vincolo disse lei cliccando . Noi non abbiamo accesso alla banca dati dei tribunali. Possiamo solo fornirle lestratto delle operazioni e un certificato di blocco.

Mi dia tutto quello che può dissi , mi serve oggi.

Il certificato impiega fino a tre giorni lavorativi.

E se devo prendere le medicine? Mi accorsi che nella voce cera una nota lagnosa; peggio della rabbia.

La ragazza rimase per un attimo interdetta.

Capisco bene, purtroppo la procedura è questa.

Firmai la richiesta, presi la copia timbrata calda di stampante. La stringevo come se fosse lultima difesa contro una macchina invisibile.

Poi andai al CAF. Lì, odore di caffè della macchinetta e detergente che non bastava a coprire la stanchezza della gente. Allingresso un totem per la coda automatica, accanto una volontaria col gilet blu.

Devo parlare con lufficio esecuzioni giudiziarie dissi.

Qui non ci sono. Possiamo ricevere la domanda, fare richiesta, aiutarla con SPID. Qual è il problema?

Mostrai il certificato e il numero della pratica.

Le conviene andare direttamente al tribunale mi disse. Se vuole però possiamo stampare il fascicolo da Fascicolo del Cittadino, magari lì compare a chi lhanno intestato. A volte capita con omonimie o date di nascita simili.

Non avevo scelta. Presi il biglietto e mi sedetti. Sul display scorrevano numeri, la gente si accalcava agli sportelli, tornava via con pacchi di carte, mormorando tra sé. Guardavo le mie mani: mi parevano più vecchie di ieri.

Loperatrice allo sportello chiese il documento.

Ha lo SPID attivo?

Sì.

Cercò a lungo sul PC.

Cè effettivamente un procedimento disse infine, ma risulta intestato a un altro codice fiscale. Cè una cifra diversa.

Mi avvicinai di più.

Non sono io.

Appare un errore dabbinamento. Capita con nomi simili o coincidenza di dati anagrafici.

E ora?

Può presentare qui ricorso con copia dei documenti. La decisione spetta comunque allufficio giudiziario.

Stampò il modulo, lo firmai. Allegammo carta didentità, codice fiscale, tessera sanitaria. Vedevo la mia vita trasformarsi in una pila di fogli da scannerizzare.

Tempi di attesa? chiesi.

Fino a trenta giorni, rispose, poi, intuendo la mia espressione, aggiunse: di solito meno.

Ancora trenta giorni. Uscendo con la cartellina in mano, mi accorsi che il numero era ormai più importante del mio nome.

AllUfficio Esecuzioni arrivai dopo altri due giorni. Allingresso un vigilante controllava le borse, chiedeva di silenziare i telefoni. Nel corridoio, gente in piedi, alcuni coi bambini, altri con buste di documenti. Sul muro, un avviso: Accesso previo appuntamento. Vicino, un foglio protocollo con una lista di nomi scritti a mano.

Qui bisogna segnarsi? domandai a una signora.

Qui bisogna vivere rispose, seria. Chi arriva prima, si scrive.

Mi iscrissi per ultimo. Mi sedetti sul davanzale, le sedie erano finite. Il tempo non scorreva: si sbriciolava in fastidi minuti. Qualcuno voleva saltare la fila, qualcuno inveiva al telefono dicendo che qui non fanno niente, qualcuno piangeva in bagno.

Quando mi chiamarono, nella stanza cera una funzionaria sui quarantanni, stanca. Sul tavolo, monitor, fascicoli, timbro.

Cognome? chiese senza alzare la testa.

Dissi il mio nome.

Numero della pratica?

Allungai il foglio della banca.

Leggeva, cliccava.

Le risulta un debito per finanziamento disse.

Non ho finanziamenti. Guardi il codice fiscale, cè errore.

Si corrucciò, avvicinò lo schermo.

Effettivamente non coincide. Ci hanno abbinato solo con nome e data di nascita.

E questo basta per bloccare i conti?

Sospirò.

Noi seguiamo le segnalazioni ricevute. Se cè errore, serve domanda di correzione tecnica con allegati. Ha già consegnato qualcosa?

Posai le copie del CAF.

Qui cè il protocollo.

Sfilò i fogli.

Questa è una domanda inoltrata al CAF. A noi non è ancora arrivata.

Devo aspettare che arrivi? Intanto mi hanno portato via i soldi, non posso nemmeno comprare medicinali.

Finalmente mi guardò dritto.

Pensa di essere lunico? disse, sommessamente, senza tono cattivo. Ho cento pratiche sulla scrivania. Può presentare qui la richiesta, ma serve comunque tempo.

Sossi il desiderio di alzare la voce: sentivo la sua stanchezza, sapevo che urlando sarei solo quello difficile ai suoi occhi.

Va bene dissi piano. Cosa serve?

Compilai il modulo: Chiedo la cancellazione dal procedimento per errore anagrafico. Allegai i documenti. Appose il timbro Accettato.

Dieci giorni per la verifica disse. Se confermato, annulliamo il blocco.

E i soldi?

Per il rimborso serve altra domanda. Il creditore deve restituire direttamente. Non dipende da me.

Uscii dallufficio col timbro come una piccola vittoria. Ma vittoria su cosa? Al massimo, sullessere riconosciuto reale.

La sera chiesi al direttore un nuovo permesso per il giorno successivo.

Ma prendi in giro? mi guardò male. Abbiamo la scadenza del bilancio!

Non posso accedere ai miei soldi. Devo sbloccare la situazione.

Senti abbassò la voce ma sei sicuro che non ci siano pendenze? Alimentari, prestiti?

Peggio del rifiuto in farmacia. Mi irrigidii.

Non ho nulla. È un errore.

Alzò le spalle.

Fai attenzione che non ricada sulla società. In contabilità mi chiedono perché hai i conti pignorati.

Tornando al pc vidi una mail della contabilità: Verificare presenza di atti esecutivi. Mi serrò lo stomaco. Risposi: Errore, sto risolvendo, invierò i documenti. Capì che ora dovevo giustificarmi non solo coi giudici, ma anche con chi mi conosceva da dieci anni.

A casa Lucia domandò comera andata.

Hanno accettato la richiesta.

Almeno quello sospirò. Poi: Sei sicuro non centri qualcosa con il vecchio debito di tuo fratello? Avevi fatto da garante

Alzai lo sguardo di scatto.

Non sono garante. Avevo rifiutato. Ricordo bene.

Annuì, ma avevo letto negli occhi il dubbio. La macchina burocratica aveva già aperto una crepa difficile da spiegare via carta.

Una settimana dopo, nellarea personale di SPID, arrivò il decreto: Errore nellidentificazione del debitore, annullare le procedure esecutive. Lo lessi tre volte, prima di crederci.

Corsi subito sullapp bancaria. I conti erano riaperti, le cifre di nuovo al loro posto come se nulla fosse. Restava comunque lavviso: Operazioni limitate fino al prossimo aggiornamento. Provai a pagare la bolletta. Loperazione passò, con lentezza esasperante. Solo quando la rotella smise di girare sospirai di sollievo.

Andai in farmacia a prendere i farmaci rimasti in sospeso. La cassiera non mi riconobbe. Avrei voluto dirle adesso è tutto a posto, ma che senso avrebbe avuto? Presi il sacchetto e uscii.

Dopo due giorni mi chiamarono dalla banca.

Abbiamo ricevuto la revoca del blocco mi disse una nuova operatrice. Ma può restare traccia in centrale rischi fino allaggiornamento. Possono trascorrere quarantacinque giorni.

Quindi resta uno strascico.

Temporaneo.

Temporaneo non rassicurava. Immaginavo tra un mese a chiedere una dilazione per sistemare le finestre di mamma, sentirsi dire Lei risulta segnalato. E di nuovo spiegare che non è colpa tua.

Presentai anche listanza di rimborso. Mi spiegarono che il creditore era una banca, che dovevo attendere la procedura interna. Inviai il decreto, lestratto conto, lIBAN. In risposta: Richiesta registrata. Altro numero.

In quel periodo mi accorsi che iniziavo a parlare più piano. Come se una frase di troppo potesse far ripartire la macchina. Ogni giorno controllavo le notifiche, accedevo a SPID, verificavo che fosse ancora tutto pulito. Il vuoto lì dentro sembrava diventato la mia nuova normalità.

Un giorno mi trovai di nuovo al CAF, per una procura che serviva a mia madre. Nella sala un uomo con una cartellina pareva un bambino smarrito. Teneva stretto il biglietto per la coda, fissava il display incerto su dove andare.

Mi sorpresi a chiedere:

Ha bisogno?

Mi hanno detto che ho un debito, non so perché. In banca dicono che dipende dai giudici.

Vidi nei suoi occhi la stessa miscela di rabbia e vergogna che qualche giorno prima cera nei miei.

Prima richieda lestratto in banca con il numero di pratica gli dissi , poi può controllare sui servizi online se cè stato uno scambio di dati. Se trova errori, presenti subito ricorso e si faccia timbrare la ricevuta.

Lui annuì, attento come se gli stessi offrendo una mappa per uscire dalla nebbia.

Grazie mi disse. Lei è già passato attraverso tutto?

Sì risposi. Non in fretta e non senza fatica. Ma sì.

Uscendo, infilai la procura nella cartellina e mi fermai sulla soglia per sistemare i documenti in borsa. Il peso non era più quello della carta, ma quello della costante attenzione. Mi accorsi che respiravo più regolarmente.

A casa, sistemai decreto, certificati bancari e copie delle richieste in una cartellina nuova. Con un pennarello scrissi: Atto esecutivo errore. Un tempo mi sarebbe parso un titolo vergognoso. Ora non più. Lo misi nel cassetto, lo chiusi e senza alzare la voce dissi a Lucia:

Se dovesse ricapitare, so cosa fare. E non intendo più giustificarmi. Pretenderò le mie ragioni.

Lei mi guardò a lungo, poi annuì.

Bene, disse dolcemente. Ci facciamo un tè?

Andai in cucina, accesi la fiamma. Il borbottio dellacqua mi sembrò la prova che, dopotutto, la vita era ancora mia e non di un numero o di una scadenza.

Questa storia, fatta di numeri e carte, mi ha insegnato quanto può essere labile lidentità davanti alle macchine. A volte basta una cifra sbagliata per sparire, o per dover dimostrare chi sei a chi ti conosce da sempre. Ma quando impari a chiedere quello che è tuo di diritto senza abbassare la voce e senza supplicare ti accorgi che la dignità è lunica risorsa che non possono sequestrare.

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Resta lì a fissare lo schermo, come se potesse dissolversi solo con lo sguardo. In testa subito gli impegni che non si possono rimandare: tra una settimana deve prendere i biglietti per visitare la madre in provincia, ha la visita prenotata e lui ha promesso di accompagnarla. Al lavoro aveva ottenuto due giorni di permesso; il capo ha storto il naso ma lo ha lasciato andare. E poi — le medicine che oggi non ha potuto pagare. Chiama il servizio clienti della banca. La voce automatica chiede di “valutare il servizio” ancora prima che qualcuno gli risponda. «Dica pure», esordisce l’operatrice, con quel tono distaccato da chi non lo fa per antipatia ma per prassi. Dà cognome, data di nascita, ultime cifre della carta d’identità. Spiega che i conti sono bloccati, che dev’esserci un errore. «Risulta una limitazione per atto esecutivo», risponde lei. «Non possiamo rimuovere il blocco. Deve rivolgersi all’Ufficio degli Ufficiali Giudiziari. Vede il numero della pratica?» «Lo vedo. Non so cosa sia. Non ho debiti.» «Capisco. Ma la banca non è l’iniziatrice, ci limitiamo a eseguire l’ordine.» «Chi è allora l’iniziatore?» Si sorprende a parlare più forte del solito. «Nel documento è indicata la sezione degli ufficiali giudiziari. Vuole l’indirizzo?» Lei detta l’indirizzo, lui lo scrive sul retro dello scontrino della farmacia. La mano trema, di rabbia e vergogna come se l’avessero sorpreso a rubare. «E i soldi?» chiede. «Qui c’è scritto: “trattenuta”.» «È stata eseguita nell’ambito dell’atto esecutivo. Per il rimborso deve rivolgersi al creditore o all’ufficiale.» «Quindi voi non potete aiutarmi.» «Possiamo aprire una segnalazione. Vuole procedere?» Lui vorrebbe ricevere non un numero, ma qualcuno che dica: “Sì, è un errore. Risolviamo subito”. Invece lei detta una sequenza di cifre. «Numero di pratica…» dice, con il tono di chi consegna un ticket per il guardaroba. «Termine di riscontro: fino a trenta giorni.» Ripete il numero a voce alta, per non dimenticarlo. Trenta giorni suonano come una condanna, ma ringrazia lo stesso. Le parole di ringraziamento gli escono automatiche, come il “arrivederci” dopo una conversazione che ti umilia. A casa apre il cassetto dei documenti: bollette, contratti, vecchi certificati — ha sempre pensato di essere uno in regola: pagamenti puntuali, niente prestiti inutili, neppure le multe lasciate lì a invecchiare. Stende su tavolo passaporto, codice fiscale e tessera sanitaria, come prove della propria correttezza. La moglie esce dalla stanza, vede il tavolo e il suo viso. «Che succede?» Lui spiega. Cerca di mantenere la calma, ma a metà frase la voce gli si rompe. «Sarà una multa vecchia?» suggerisce lei sottovoce. «Che multa può bloccare tutto e per queste cifre?» indica il telefono dove lampeggia l’avviso. «Non vado da nessuna parte, solo lavoro.» «Era solo per dire…» lei alza le mani. «Capita, ormai.» La parola “capita” lo fa infuriare — come se la sua vita fosse solo una statistica. «Succede che uno viene segnato come debitore e deve dimostrare che non è un cammello», sbotta, subito pentendosi del tono. Lei posa una tazza d’acqua e se ne va in silenzio. Lui resta solo con i documenti, e la sensazione che in casa l’aria sia diventata più rarefatta. Il giorno dopo si presenta in banca. Dentro c’è luce e silenzio, come in ambulatorio rimesso a nuovo. La gente aspetta fissando lo schermo dei numeri. Prende il bigliettino, su cui c’è scritto: “Questioni relative ai conti”. Si siede, e il solo attendere lo irrita ancora di più: il biglietto lo trasforma in una voce, non in una persona. Quando tocca a lui, la consulente sorride con professionalità. «Come posso aiutarla?» Lui mostra lo schermo, spiega il blocco. «Vedo la limitazione», replica lei cliccando. «Non abbiamo accesso alla banca dati dei giudici. Possiamo solo rilasciare estratto movimenti e certificato di limitazione.» «Mi dia tutto, servono oggi.» «La certificazione richiede fino a tre giorni lavorativi.» «E se devo comprare le medicine?» Sente che la voce si fa tremula, il che è peggio della rabbia. Lei esita un attimo. «La procedura è questa, mi dispiace.» Lui firma richiesta, riceve una copia timbrata ancora calda dalla stampante. Per ora, quell’unico foglio è tutto quello che ha contro una macchina invisibile. Poi va al CAF. Odore di caffè della macchinetta e detersivo, che però non cancella la stanchezza delle persone. All’ingresso il terminale delle code, accanto una ragazza col gilet che guida gli utenti. «Devo parlare con gli ufficiali giudiziari», spiega. «Non sono qui, possiamo inoltrare domanda, aiutarla su “Servizi Online”. Cosa le serve?» Lui mostra la certificazione e il numero di pratica. «Conviene andare direttamente dai giudici», suggerisce. «Oppure stampare l’estratto da “Servizi Online”.» Non ha alternative: prende il biglietto, si siede. Osserva le proprie mani, sembrano più vecchie di ieri. Allo sportello chiedono il documento. «Ha l’identità SPID validata?» «Sì.» Lei consulta il profilo per minuti. «C’è effettivamente una pratica, ma con diverso codice fiscale.» Lui si avvicina. «Diverso come?» «Guardi: il suo è…», dice le cifre. «Nella pratica una non coincide.» Una cifra. Avverte un sollievo: può finalmente arrabbiarsi. «Non è il mio debito.» «Sembra un errore di abbinamento dati», spiega lei. «Succede con nomi simili o date di nascita vicine.» «E adesso?» «Si può presentare ricorso, allegare i documenti. La decisione è comunque del giudice.» Lei stampa la richiesta; lui firma, allega documento, codice fiscale, tessera sanitaria. Più che documentare la propria vita, asseconda un rituale che trasforma l’esistenza in una pila di fogli da scannerizzare. «Tempi di risposta?» chiede. «Trenta giorni», e vedendo il suo sguardo precisa: «A volte meno.» Ancora trenta. Esce con la cartellina: dentro ci sono copie e protocollo. Ormai il numero conta più del nome. All’Ufficio degli Ufficiali Giudiziari arriva solo dopo due giorni. All’ingresso controllo borse, silenzio obbligato. Nel corridoio volti tesi, qualcuno coi bambini o una pila di documenti. Sulla parete: “Ricevimento su appuntamento”, accanto un foglio e penna con i cognomi in colonna. «Qui si accede?» chiede a una signora. «Qui si vive», risponde lei, senza sorriso. «Chi arriva prima, si scrive.» Lui mette il nome in fondo, si siede sul davanzale: tempo spezzato da piccole irritazioni, litigi sussurrati e gente che piange in bagno. Quando lo chiamano, entra. L’ufficiale giudiziario, una donna sui quaranta dagli occhi stanchi, gli chiede cognome e numero pratica. Lui passa la carta. Lei controlla. «Ha una posizione debitoria per prestito non rimborsato.» «Io non ho prestiti», la voce si fa dura. «Immerso il codice fiscale: è sbagliato.» Lei aggrotta le ciglia e si avvicina allo schermo. «Davvero c’è discrepanza. Ma il sistema l’ha associata per nome e data di nascita.» «E questo basta a bloccare i conti?» Lei sospira. «Son questi i dati che ci arrivano. Serve dichiarazione di errore tecnico, documenti. Li ha?» Lui porge le copie dal CAF. «Qui numero protocollo.» Lei gira i fogli. «Questa è istanza al CAF, qui ancora non è arrivata.» «Non posso aspettare che arrivi: mi hanno prelevato i soldi, non posso pagare le medicine!» Infine lei lo guarda. «Pensa di essere l’unico?» dice piano, senza astio. «Ho cento pratiche sul tavolo. Posso accogliere ora la richiesta, ma servirà tempo per l’istruttoria.» Lui trattiene un grido; vede la sua stanchezza e sa che urlare non servirà. «Va bene, procediamo. Cosa devo fare?» Riceve il modulo, scrive: “Chiedo l’esclusione dall’atto esecutivo per erronea identificazione”. Allega copie, lei timbra. «Dieci giorni per la verifica. Se si conferma, revochiamo le misure.» «E i soldi?» «Domanda a parte. E il rimborso dipende dal creditore, il quale deve procedere per suo conto.» Esce col timbro: una vittoria piccola, ma vittoria su cosa? Sul fatto che finalmente lo hanno riconosciuto come esistente. La sera chiede un’altra mezza giornata libera al capo. «Stai scherzando?» Il capo lo osserva dubbioso. «È in scadenza il report.» «Ho i conti bloccati, devo andare agli uffici.» Il capo sussurra. «Ma è per alimenti, prestiti?» La domanda pesa più del rifiuto in farmacia. Il volto lo tradisce. «Niente di tutto questo, una voce sbagliata nei database.» Il capo alza le spalle. «D’accordo, ma non portare rogne. La contabilità già chiede cos’è questa storia.» Al computer trova una mail: “Ci risultano trattenute: ha atti di pignoramento?” Risponde: «Errore, sto risolvendo, fornirò i documenti». Ora deve spiegarsi anche con chi lavora con lui da dieci anni. A casa la moglie domanda: «Cosa hanno detto?» «Accolta la domanda.» «Meglio di niente», dice lei. Poi resta in silenzio. «Sei sicuro che non sia per un vecchio prestito di tuo fratello? Non eri garante…?» Lui si irrigidisce. «Non ho mai fatto da garante. Lo ricordo bene.» Lei annuisce, ma il dubbio resta. La macchina, già, ha lasciato la sua prima crepa. Una settimana dopo trova la comunicazione su “Servizi Online”: “Accertata identificazione errata del debitore. Revocare misure esecutive.” Rilegge tre volte; finalmente si convince. Riattiva in banca: i numeri tornano a comparire, ma resta l’avviso — “Operazioni possibili solo dopo aggiornamento dati”. Prova a pagare le bollette: la transazione va, seppur con ritardo. Resta a fissare il cerchio del caricamento finché non sparisce. Torna in farmacia e compra le medicine, la cassiera non lo riconosce. Vorrebbe dire “va tutto bene”, ma si trattiene, sarebbe assurdo. Dopo due giorni arriva la chiamata della banca. «Abbiamo ricevuto la revoca, ma la segnalazione rimarrà nella centrale rischi fino al prossimo aggiornamento, anche quarantacinque giorni.» «Quindi resta una traccia.» «Temporanea.» La parola “temporanea” non consola: teme che tra un mese, per una semplice rateizzazione, qualcuno gli dica “Ma qui risulta un blocco”. Ancora dovrà spiegare. Manda istanza per la restituzione del denaro: l’ufficiale gli indica la trafila, spiega che il creditore è un’altra banca e la pratica passerà dalla loro contabilità. Invia copia del provvedimento, estratto dei prelievi, IBAN. Riceve riscontro: “La sua richiesta è stata registrata”. Un altro numero. Da allora abbassa la voce, come se ogni parola in più potesse rimettere in moto la macchina. Controlla le notifiche tre volte al giorno, entra su “Servizi Online”, verifica che non ci siano pendenze. Vuota, quella pagina, è la nuova normalità. Un giorno è di nuovo al CAF per la pratica della madre. Un uomo con una cartellina, spaesato come uno studente, fissa il tabellone. «Che problema ha?» chiede, stupendosi di rivolgersi a lui. «Dicono che ho un debito», risponde l’altro a mezza voce. «In banca parlano di ufficiali giudiziari.» Lui riconosce negli occhi di quell’uomo la stessa miscela di vergogna e rabbia. «Prenda prima l’estratto in banca col numero della pratica. Qui si può anche stampare la posizione da “Servizi Online”, si vedono i dati abbinati. Se codice fiscale o data di nascita non tornano, chieda subito la rettifica. E non si dimentichi la ricevuta con il numero protocollo.» L’uomo ascolta come se avesse ricevuto una mappa. «Grazie. Lei ci è passato già?» Lui annuisce. «Già. Non è stato veloce, e nemmeno semplice. Ma sì, l’ho passato.» Esce dal CAF con la delega della madre e si ferma all’ingresso per sistemare la documentazione. La cartellina pesa non tanto per la carta, quanto per il bisogno di avere sempre tutto a portata di mano. Si sorprende a respirare meglio. A casa archivia tutto in un fascicolo, scrive a pennarello: “Pratica Esecutiva — Errore”. Un tempo si sarebbe imbarazzato di quel titolo, come se confessasse una colpa. Ora non importa. Rimette il fascicolo nel cassetto e, senza alzare la voce, dice alla moglie: «Se succede di nuovo, ora so cosa fare. Non mi giustificherò più. Pretenderò.» Lei lo guarda a lungo, poi annuisce. «Va bene», dice. «Adesso prendiamo un tè.» Lui va in cucina, accende il fornello. L’acqua che bolle gli sembra la prova che la vita è ancora sua, non dei numeri né delle scadenze.