Oggi ho 33 anni, ma ricordo ancora con vergogna quello che feci quando avevo 18, quasi 19 anni.

Oggi ho trentatré anni, ma ancora sento un senso di vergogna quando ripenso a ciò che ho fatto a diciotto anni, quasi diciannove.
Studiavo alluniversità e avevo una vita tranquilla.
Non eravamo ricchi, ma non ci mancava nulla.
Mia madre, Giovanna, era professoressa di matematica al liceo, mentre mio padre, Enzo, era dentista.
In casa regnavano ordine, stabilità e abbondanza.
Avevamo una signora, la signora Carla, che veniva a pulire, quindi il mio unico compito era tenere la mia stanza in ordine e studiare.
Da bambina avevo capito che il mio dovere era avere buoni voti e non creare problemi.
Alluniversità avevo un fidanzato già da più di un anno.
Andrea era un ragazzo riservato, della mia stessa estrazione sociale, educato, studiava con impegno e i miei genitori lo stimavano.
Uscivamo al cinema, ci prendevamo un gelato, passeggiavamo nei giardini di Villa Borghese.
Tutto era tranquillo, prevedibile, senza drammi.
Allora non avevo capito che la stabilità è un privilegio vero.
Poi, a una festa di una compagna di corso, ho incontrato laltro.
È arrivato con la moto, vestito in modo stravagante, parlava forte, rideva a crepapelle, non frequentava luniversità: lavorava come meccanico in una piccola officina.
Da quella sera ha iniziato a cercarmi.
Mi scriveva messaggi, mi aspettava davanti alluniversità, mi diceva che ero troppo bella per perdere tempo con ragazzi noiosi.
Ho iniziato a vedermi con lui di nascosto.
Mentivo al mio fidanzato Andrea, ai miei genitori, agli amici.
Con il meccanico, Daniele, era tutto adrenalina pura: giri in moto lungo il Lungotevere, birra al bar dangolo, musica a tutto volume, fughe improvvise.
Mi sentivo finalmente viva, diversa, ribelle.
Solo qualche mese dopo mi propose di andare a vivere insieme.
Non ebbi il coraggio di lasciare il bravo ragazzo, non sapevo come gestirlo, ma accettai comunque di andarmene.
Una sera raccolsi in fretta qualche vestito, senza farmi notare dai miei, lasciai un biglietto e uscii.
Mi trasferii a casa sua, dove viveva con i genitori.
Lì iniziò la realtà vera.
La casa era piccola, disordinata, soffocante.
Da alzarmi presto per luniversità, mi ritrovai a svegliarmi presto per preparare la colazione, spazzare, lavare i pavimenti, pulire i bagni e fare il bucato a mano.
Non sapevo cucinare altro che riso e carne saltata in padella.
Sua madre mi guardava storto se il cibo era poco saporito, il padre si lamentava in continuazione.
Piangevo chiusa in bagno, sentendomi inutile.
Ho lasciato luniversità perché non avevo soldi per gli autobus né tempo per studiare.
Daniele ha cominciato a cambiare.
In officina beveva peroni ogni giorno per il caldo e nei weekend spariva con gli amici.
Tornava tardi, ubriaco, urlava, si lamentava che la casa non era mai abbastanza pulita, che non sapevo essere una vera donna.
Mi ripeteva che ero viziata, inutile, che i miei genitori mi avevano cresciuta incapace.
Mi sentivo intrappolato.
Non avevo soldi, né una laurea, né un posto dove andare.
Passavano i giorni e io pensavo alla mia vecchia vita.
Alla mia camera ordinata, al letto comodo, ai quaderni e libri delluniversità, a mia madre che si interessava se avevo mangiato, mio padre che mi accompagnava in macchina.
E pensavo anche ad Andrea, il fidanzato buono quanto era tranquillo, quanto si prendeva cura di me.
Mi domandavo come avessi potuto perdere tutto quello.
Un giorno presi una decisione.
Non dissi niente a nessuno.
Mi mandarono al piccolo supermercato distante una mezzora a piedi.
Sapevano che ci avrei messo un po.
Uscii con la borsa vuota, camminai due isolati e invece di andare verso il negozio, presi lautobus verso casa dei miei genitori.
Ero tutto un tremore, avevo paura di essere rifiutato.
Arrivato davanti alla porta, fu mia madre ad aprire.
Rimase attonita alcuni secondi, poi si mise a piangere.
Mi misi a piangere anche io.
Erano passati quasi dieci mesi senza sentirmi.
Mio padre uscì dalla stanza e mi strinse in un abbraccio, senza dire una parola.
Quella notte dormii nel mio letto pulito, sicuro, senza grida e senza paura.
Non sono mai riuscito a recuperare il ragazzo buono.
Aveva già voltato pagina.
Ma ho riavuto i miei genitori.
Sono tornato alluniversità.
Ho ripreso a studiare.
E ho capito una cosa che mi ha fatto male ammettere: non ero infelice prima.
La mia vita non era noiosa.
Era semplicemente stabile.
Ero io che non avevo saputo apprezzare il bene, finché non ho conosciuto il male.

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Oggi ho 33 anni, ma ricordo ancora con vergogna quello che feci quando avevo 18, quasi 19 anni.