Diario di Giulia Ogni amore ha la sua forma
Oggi sono uscita in cortile senza nemmeno pensare di mettere la giacca e subito il vento freddo mi ha gelata; la felpa leggera non bastava per ripararmi. Mi sono avvicinata al cancello, sono uscita, e sono rimasta lì, guardando intorno senza davvero vedere nulla. Solo dopo ho sentito le lacrime che mi scendevano dagli occhi.
Giulietta, perché piangi? La voce mi ha fatto sobbalzare: era Matteo, il ragazzo che abita nel palazzo accanto. Ha i capelli spettinati e ha qualche anno più di me.
Ho subito mentito: Non sto piangendo, sono solo… non ho neanche finito la frase.
Lui mi ha scrutato, poi ha tirato fuori dalla tasca tre caramelle e me le ha porse, guardandomi serio: Prendi, ma non dirlo a nessuno, che se no corrono tutti qua. Dai, torna dentro mi ha detto come fosse un ordine, e io l’ho ascoltato.
Grazie ho sussurrato ma non ho fame… è solo che…
Ma Matteo aveva capito già tutto. Si è allontanato senza aggiungere altro. Nel nostro paese tutti sanno che mio papà, Marco, beve troppo. Spesso va allalimentari in piazza e chiede a credito, fino allo stipendio. La signora Valentina lo rimprovera sempre, ma poi gli dà quello che chiede.
Come mai non ti licenziano ancora? gli brontola dietro hai già un debito enorme! Ma papà si allontana subito, appena riceve i soldi li spende per il vino.
Rientrando in casa ho sentito il solito silenzio opprimente. Sono appena tornata da scuola, ho nove anni. Da noi non cè mai quasi nulla da mangiare, ma nessuno deve sapere che ho fame oppure mi porteranno in un istituto: lì dicono tutti che si sta male. E poi papà rimarrebbe solo penso sempre che se lo lasciassi, si perderebbe del tutto. Meglio così, anche se il frigo è vuoto.
Oggi le lezioni sono finite prima, la maestra era malata. È la fine di settembre e il vento spazza via le foglie gialle dagli alberi, le trascina per via come se fossero carta. Questanno lautunno è freddo. Ho una giacchetta vecchia e scarpe che si bagnano subito se per caso piove.
Papà dorme sul divano, coi vestiti addosso, e russa. Sul tavolo in cucina ci sono due bottiglie vuote, unaltra è caduta sotto il tavolo. Ho aperto la credenza, ma era vuota: neppure la mollica di pane.
Ho mangiato in fretta le caramelle che mi ha dato Matteo, poi ho deciso di fare i compiti. Seduta sullo sgabello, con le gambe rannicchiate, ho aperto il quaderno di matematica. Ma oggi proprio non mi veniva voglia di fare calcoli. Guardavo fuori dalla finestra: il vento correva nel cortile, piegando gli alberi e facendo volare le foglie.
Si vedeva lorto, che una volta sembrava uno smeraldo, tutto verde. Ora invece è morto: i lamponi secchi, le fragole sparite, tra le file solo erbacce; anche il vecchio melo sembra essersi arreso. Mamma si prendeva cura di tutto, proteggeva ogni germoglio. Le sue mele erano dolcissime. Ma questagosto papà le ha raccolte tutte in anticipo e le ha vendute al mercato, borbottando: Servono soldi.
Papà Marco non è sempre stato così. Era allegro, gentile, con la mamma andavano nei boschi a cercare funghi e la sera guardavano film in tv. Al mattino facevano colazione insieme: tè caldo e frittelle che preparava la mamma, a volte anche tortine di mele.
Poi la mamma si è ammalata. In ospedale non ci è mai tornata. Il cuore della mamma non ce l’ha fatta mi ha detto papà, e piangeva. Piangevo anche io e stringevo forte lui, che mi abbracciava dicendo: Ora la mamma ti vedrà dallalto.
Da quel giorno papà si è perso tra le fotografie della mamma, fissando il vuoto. Poi ha cominciato a bere. In casa giravano uomini rumorosi, ridevano forte. Io mi chiudevo nella mia cameretta, o uscivo a sedermi sul gradino dietro casa.
Ho sospirato e mi sono messa a svolgere gli esercizi. Ho finito presto: a scuola vado bene, imparo tutto facilmente. Ho riposto quaderni e libri nello zaino, poi mi sono sdraiata sul letto.
Sopra il letto cè sempre il mio vecchio peluche di coniglio, comprato dalla mamma chissà quanto tempo fa. Lo chiamavo Poldo. Ormai da bianco è diventato grigio, ma è sempre Poldo. Lho stretto forte: Poldo, ho sussurrato tu la ricordi la nostra mamma?
Naturalmente Poldo non mi ha risposto, ma io so che la ricorda, proprio come me. Appena chiudo gli occhi, i ricordi diventano vivi: la mamma in cucina, col grembiule e i capelli raccolti, mentre impasta la farina. Spesso cucinavamo insieme qualcosa di dolce.
Dai, Giulia, facciamo le focaccine magiche!
Magiche, mamma? mi chiedevo stupita.
Certo! rideva Le facciamo a forma di cuore, e quando le mangi devi esprimere un desiderio: si avvererà di sicuro.
Modelavo con lei i cuoricini, tutti storti, e la mamma mi sorrideva: Ogni amore ha la sua forma.
Quando poi le focaccine erano pronte, la casa si riempiva di profumo e aspettavo papà, così potevamo mangiarle insieme, con il tè, tutti e tre a ridere.
Mi sono asciugata le lacrime. Sì, questo è stato. Ora… ora cè solo il ticchettio nel silenzio e una tristezza che fa male, per la mamma che non cè più, per il vuoto in casa.
Mammina, ho sussurrato stringendo Poldo, quanto mi manchi.
Nel fine settimana a scuola non si va. Dopo pranzo ho deciso di fare una passeggiata, tanto papà era sempre sdraiato sul divano. Ho messo sotto la giacca una vecchia felpa, per stare più calda, e sono uscita. Mi sono diretta verso la strada sterrata che porta al bosco. Lì vicino cè una vecchia villa, dove una volta abitava il signor Ettore, che è morto due anni fa. Gli è rimasto il frutteto, con tanti meli e peri.
Ci vado spesso, salto la recinzione e raccolgo la frutta caduta a terra, ripetendomi: Non rubo, prendo solo quella che nessuno vuole.
Di nonno Ettore mi ricordo poco: vecchio, i capelli bianchi, camminava col bastone e trattava bene tutti i ragazzini. Se aveva qualche caramella, la offriva. Da quando non cè più, il frutteto continua a regalare mele e pere.
Oggi sono entrata, ho raccolto due mele, ne ho strofinata una sulla giacca e lho addentata.
Ehi, chi sei? Ho sussultato: una donna con un cappotto era sulla porta della villa. Ho lasciato cadere le mele dalla paura.
Si è avvicinata scrutandomi: Tu chi sei? ha chiesto di nuovo.
Giulia… Non sto rubando, giuro, prendo solo quelle già a terra… Pensavo che non ci fosse nessuno, di solito non cera nessuno…
Sono la nipote di nonno Ettore. Sono arrivata ieri. Da oggi vivrò qui. Da quanto raccogli la frutta?
Da quando… la mamma non cè più ho risposto in un soffio, con le lacrime agli occhi.
Lei mi ha abbracciata. Su, basta piangere. Vieni a casa mia. Io mi chiamo Anna Maria. Quando sarai grande, ti chiameranno anche tu Anna mi ha sorriso.
Anna Maria ha capito subito la mia situazione. Mi ha portata dentro.
Togliti le scarpe, ho appena finito di mettere a posto. Le valigie sono ancora da sistemare. Ora ti preparo qualcosa da mangiare, ho fatto il brodo stamattina e due cosine. Siamo vicine, casa tua non è lontana, vero? ha detto, guardando me, le spalle magre e la giacchetta troppo corta.
Nel brodo… cè la carne? ho chiesto sottovoce.
Sì, con il pollo, mi ha rassicurata dolcemente siediti pure.
Non ero affatto imbarazzata: avevo troppa fame. Ho sentito la pancia brontolare, non avevo mangiato nulla dalla mattina. Mi sono seduta davanti alla tovaglia a quadretti, la casa era calda, profumava di pulito. Anna Maria ha portato la scodella col brodo fumante, e il pane fresco.
Mangia tutto quello che vuoi, Giulia, se vuoi anche il bis te lo porto, non farti problemi.
Non avevo nulla da vergognarmi: il piatto è rimasto vuoto in pochi minuti, anche il pane finito.
Ne vuoi ancora? ha chiesto Anna.
No, grazie, sono piena.
Allora si prende il tè, ha detto tirando fuori un cesto basso coperto con un tovagliolo. Nel togliere il telo, la cucina si è riempita di profumo di vaniglia: nel cesto c’erano focaccine a forma di cuore. Ne ho presa una, ho dato un morso, e ho chiuso gli occhi.
Uguali a quelle che faceva la mia mamma ho sussurrato proprio le stesse.
Dopo aver finito il tè e le focaccine, mi sentivo finalmente rilassata, le guance calde. Anna Maria mi ha chiesto: Allora, Giulia, raccontami di te, dove abiti, con chi vivi. Poi ti accompagno.
Da sola vado, sono solo quattro case più in là non volevo che vedesse il disordine dove vivo.
No, è meglio che venga io, ha detto decisa.
Mio papà stava ancora sul divano, tutto come prima. Bottiglie, mozziconi di sigaretta, vestiti buttati qua e là.
Anna ha guardato in giro e ha scosso la testa.
Adesso capisco… Dai, aiutami a fare un po’ d’ordine, ha detto improvvisamente e ha iniziato a sistemare: via le bottiglie, la spazzatura raccolta, ha tirato le tende e scosso fuori il tappeto.
Allora le ho sussurrato: Ti prego, non dire a nessuno comè casa nostra. Papà era buono, solo che non si riprende. Se si scopre tutto mi portano via da lui. Io non voglio. Lui è buono davvero, solo che gli manca troppo la mamma…
Anna mi si è avvicinata e abbracciata forte: Lo prometto, Giulia. Non lo dirò a nessuno.
È passato del tempo. Adesso ogni mattina vado a scuola con le trecce ben fatte, il cappottino nuovo, lo zainetto e le scarpe finalmente asciutte.
Giulietta, la mia mamma dice che tuo papà si è sposato. È vero? mi ha chiesto Lucia, la mia compagna, davanti scuola Sei cambiata sai? Sei più bella, e le trecce sono perfette.
Sì, ora ho unaltra mamma la zia Anna! ho risposto con orgoglio, e ho corso via verso lingresso.
Papà Marco ormai ha smesso di bere, aiutato da Anna Maria. Ora camminano spesso insieme per il paese: lui alto, sempre vestito bene, lei bella, fiera, sicura di sé. Mi amano tanto, e sorridono sempre.
Gli anni sono volati. Ora sono una studentessa universitaria: quando torno in vacanza grido appena entro: Mammina, sono arrivata!
E Anna corre ad abbracciarmi: Benvenuta, professoressa mia, benvenuta e scoppiano le risate, e la sera anche papà, tornando dal lavoro, si unisce a noi, felice e sereno.






