Oh, ragazza, invano lo festeggi: non si sposerà. A Varvara mancò la madre appena compiuti sedici anni. Il padre era partito per lavoro sette anni prima, diretto in città, e mai più tornato. Nessuna notizia, nessun soldo. Nel paese furono quasi tutti presenti al funerale, aiutando come potevano. La zia Maria, madrina di Varvara, veniva spesso da lei, consigliandola su cosa fare. Quando Varvara terminò la scuola, la sistemarono a lavorare alle Poste nel paese vicino. Varvara era una ragazza forte, di quelle che si dice “sana come un pesce”. Il viso tondo, roseo, il naso all’insù, ma gli occhi grigi e luminosi, capelli lunghi biondi fino alla vita. Il ragazzo più bello del paese era Nicolò. Da due anni tornato dal militare, non aveva mai mancanza di ammiratrici. Anche le ragazze di città, che venivano d’estate, non gli toglievano gli occhi di dosso. Lavorava come autista in paese, ma, come dicevano, sarebbe dovuto finire a recitare nei grandi film italiani. Non era pronto a legarsi, non si spicciava a scegliersi una fidanzata. Un giorno la zia Maria si presentò da lui a chiedere aiuto per sistemare lo steccato di Varvara che stava crollando. Senza la forza maschile vivere in un paese è dura. Varvara se la cavava nell’orto, ma la casa era troppo. Senza storie, Nicolò accettò. Arrivò, guardò e iniziò a comandare: “Porta qui”, “Corri là”, “Dammi questo”. Varvara eseguiva senza un lamento. Le guance diventavano sempre più rosse, la treccia ondeggiava dietro la schiena. Quando lui si stancava, lei lo rifocillava con un bel piatto di minestrone, pane nero e un tè bollente. Lo osservava mentre mangiava con quei denti forti e bianchi. Per tre giorni Nicolò riparò lo steccato; al quarto tornò a trovarla, senza motivo. Varvara lo accolse a cena, e, tra una chiacchiera e l’altra, lui si fermò a dormire da lei. E cominciò a farlo regolarmente, tornando a casa all’alba per non farsi vedere. Ma in paese nulla si nasconde. “Oh, ragazza, invano lo festeggi: non si sposerà. E se lo farà, ti darà tanti pensieri! Quando arriva l’estate tornano le cittadine, che farai? Morirai di gelosia. Non è il tipo che fa per te,” le diceva zia Maria. Ma l’amore giovane non ascolta la saggezza degli anziani… Poi Varvara capì di aspettare un bambino. Credeva di aver preso freddo o mangiato qualcosa di sbagliato, tanta era la debolezza, la nausea… Poi, all’improvviso, la consapevolezza: aspettava il figlio del bello Nicolò. Pensò di liberarsene: “Ancora troppo presto per diventare madre.” Ma poi decise che era meglio così. Non sarebbe rimasta sola. Sua madre l’aveva cresciuta da sola, avrebbe fatto lo stesso. Del padre, poco era stato l’aiuto – solo l’alcol gli era compagno. La gente parla, poi si ferma. A primavera Varvara levò il cappotto, e tutti in paese notarono la pancia. Scuotevano la testa: “Guai con la ragazza.” Nicolò venne a informarsi sui suoi piani. “E che posso fare? Partorire, naturalmente. Non preoccuparti, crescerò la creatura da sola. Tu vivi la tua vita,” disse Varvara tornando alle faccende. Il fuoco rosseggiava sulle guance e negli occhi. Nicolò si commosse, ma se ne andò. Aveva già deciso da sola. Come l’acqua su una piuma d’oca. Arrivò l’estate e le cittadine conquistarono l’attenzione di Nicolò. Varvara continuò in orto, aiutata da zia Maria, che veniva a zappare. Col pancione piegarsi era difficile; portava acqua mezzo secchio alla volta. La pancia cresceva: le vecchie del paese predicevano che avrebbe avuto un piccolo campione. “Chi Dio vorrà,” rideva Varvara. A metà settembre, una mattina si svegliò con un dolore forte: sembrava che la pancia si fosse spaccata a metà. Poi il dolore si placò, ma tornò poco dopo. Corse da zia Maria. Lei capì subito. “Ecco, è arrivato il momento! Stai calma, torno subito.” E corse da Nicolò. Lui aveva il camion parcheggiato sotto casa. Era reduce da una sera a bere e non capiva cosa fosse successo. Quando realizzò, gridò: “Ma sono dieci chilometri all’ospedale! Se aspettiamo il dottore, avrà già partorito. La porto subito!” “Ma sul camion la sballotti tutta! Finisci col partorire per strada!” protestò zia Maria. “Allora vieni anche tu, così controlli,” tagliò corto Nicolò. Per due chilometri andò piano sulla strada dissestata. Zia Maria stava nel cassone sopra un sacco. Quando arrivarono finalmente all’asfalto, andarono più spediti. Varvara si contorceva sul sedile accanto, trattenendo i lamenti e tenendosi la pancia. Nicolò si riprese subito dalla sbornia. Guardava di sottecchi la ragazza – le mascelle tese, le nocche bianche sul volante. Pensava alle sue responsabilità. Arrivarono in tempo. Lasciarono Varvara all’ospedale e se ne tornarono indietro. Zia Maria sgridò Nicolò lungo tutto il viaggio: “Perché hai rovinato la vita di questa ragazza?! È sola, senza genitori, ancora una bambina, e tu le hai dato solo preoccupazioni. Come farà da sola col bambino?” Non avevano ancora raggiunto il paese quando Varvara era già madre di un robusto maschietto. Il mattino seguente le portarono il piccolo da allattare. Non sapeva nemmeno come prenderlo in braccio o avvicinarlo al petto. Guardava il visino rosso e rugoso piena di timore, mordendo il labbro e seguendo le istruzioni. Ma il cuore le tremava di gioia. Lo osservava, soffiava sulla fronte dove i capelli sottili spuntavano sparuti, stringendo tra le braccia il suo tesoro. “Vengono a prenderti?” chiese burbero il primario prima delle dimissioni. Varvara scosse le spalle e la testa: “Difficile.” Il medico sospirò e se ne andò. L’infermiera avvolse il piccolo in una coperta, per il ritorno a casa. Le raccomandò di restituirla. “Fedor ti porterà al paese con l’auto dell’ospedale. Non puoi andare col bus con il neonato,” disse aspramente, giudicandola. Varvara ringraziò con vergogna e uscì nel corridoio a testa bassa e rossa per l’imbarazzo. Viaggiava in auto, stringeva il figlio al petto e si chiedeva come sarebbe stata la loro vita ora. Il sussidio era misero, da piangere. Le dispiaceva per sé e soprattutto per il piccolo innocente. Scrutò quel visino rugoso mentre dormiva: il cuore inondato di tenerezza, scacciò via i pensieri cupi. All’improvviso la macchina si fermò. Varvara guardò allarmata Fedor, ometto sulla cinquantina. “Che succede?” “Ha piovuto per due giorni. Guarda che pozzanghere: non si passa. L’auto si impantana. Solo il camion o il trattore riesce.” “Scusa. Manca poco, un paio di chilometri. Te la senti di arrivare a piedi?” indicò la strada, dove grandi pozzanghere sembravano laghi. Il bambino dormiva tra le braccia. Seduta si era stancata, figuriamoci a camminare per quella strada. Varvara scese con cautela, sistemò meglio il piccolo e si avviò lungo il bordo della pozzanghera. I piedi affondavano nel fango, rischiando ogni volta di scivolare. Le vecchie scarpe erano ormai fradicie; meglio sarebbe stato partire con gli stivali di gomma. Una scarpa restò impantanata. Varvara si fermò a pensare cosa fare. Non riusciva a tirarla fuori, con il bimbo in braccio. Andò avanti con una sola scarpa. Quando arrivò in paese era già buio, i piedi non sentivano più il freddo. Non aveva nemmeno la forza di stupirsi che le luci fossero accese. Salì i gradini secchi, tutta sudata per la tensione con i piedi gelati. Aprì la porta di casa e rimase impietrita. Vicino al muro c’erano la culla, un passeggino, e degli abiti belli per il piccolo. Al tavolo, Nicolò dormiva con la testa tra le braccia. Appena la percepì, alzò lo sguardo. Varvara, rossa in viso, spettinata, stava barcollante sulla soglia con il bambino in braccio. La gonna intrisa d’acqua, le gambe sporche di fango fino alle ginocchia. Vedendo che era senza una scarpa, accorse, prese il piccolo e lo depose nella culla. Poi andò al camino, prese una pentola con acqua calda. La fece sedere, aiutandola a svestirsi e lavarsi i piedi. Appena cambiata, sul tavolo c’erano già le patate bollite e una brocca di latte. Il bambino cominciò a piangere. Varvara si piegò su di lui, lo prese, si sedette a tavola e senza vergogna lo allattò. “Come lo hai chiamato?” chiese Nicolò con voce roca. “Serge. Non ti dispiace?” sollevò su di lui gli occhi limpidi. In quegli occhi c’erano tanta malinconia e tanto amore che il cuore di Nicolò ebbe un sussulto. “Un bel nome. Domani andiamo, registriamo il bambino e ci sposiamo.” “Non è necessario…” cominciò Varvara, guardando il piccolo succhiare. “Mio figlio deve avere un padre. Ormai ho finito di fare il ‘ragazzo’. Non so che padre sarò, ma mio figlio non lo abbandono.” Varvara annuì, senza alzare la testa. Due anni dopo nacque una bambina: la chiamarono Nadia, come la madre di Varvara. Non conta quali errori tu faccia all’inizio della vita – importante è che si possano sempre correggere… Questa è la storia vissuta da Varvara. Scrivetemi nei commenti cosa ne pensate! Lasciate un like.

Ah, ragazza, è inutile che lo aspetti, non si sposerà.

Mi chiamo Vittoria e questa è la mia storia. Avevo appena compiuto sedici anni quando è venuta a mancare mia madre. Mio padre se nera andato a Milano per lavorare già sette anni prima, ma da allora, silenzio totale. Niente lettere, niente euro spediti a casa.

Quasi tutto il paese si era raccolto per il funerale di mamma; ognuno ha dato una mano come poteva. Soprattutto la zia Maria, mia madrina, veniva spesso a trovarmi, mi ricordava come gestire casa e orto. Dopo il liceo mi hanno fatto assumere alle Poste nel paese vicino.

Sono una ragazza robusta, di quelle che qui si dice sana come una mela. Ho il viso tondo, rubicondo, il naso un po schiacciato ma gli occhi grigi e luminosi. Il mio punto forte? Una lunga treccia bionda che arriva alla vita.

Il ragazzo più bello del paese era considerato Nicola. Era tornato dalla leva due anni prima, e da allora le ragazze non gli davano tregua. Anche le figlie dei milanesi che passavano lestate in campagna non si lasciavano sfuggire loccasione.

Gli sarebbe piaciuto stare a recitare nei film, altro che fare lautista di camion in paese. Nicola non aveva fretta di scegliere una fidanzata, amava troppo divertirsi.

Un giorno la zia Maria andò da lui e gli chiese se poteva aiutarmi a sistemare la staccionata, che stava per crollare. Senza un uomo in casa qui non si va avanti. Lorto lo gestivo, ma la casa proprio no.

Non ci pensò due volte e disse di sì. Veniva, guardava, e poi cominciava a comandare: Portami questo, vai là, dammi quella cosa. Io eseguivo senza batter ciglio, anche se le guance mi si coloravano ancora di più, e la treccia ondeggiava nervosamente.

Quando era stanco, gli preparavo una bella minestra calda e un tè robusto. Lo osservavo intanto mentre addentava il pane nero con i suoi denti bianchi e forti.

Nicola lavorò per tre giorni alla staccionata; il quarto giorno tornò senza motivo, solo per farmi compagnia. Gli cucinai la cena, chiacchierammo e alla fine rimase a dormire. Poi iniziò a venire sempre. Si alzava allalba e se ne andava prima che qualcuno potesse vederlo. Ma in paese non si può tenere nascosto nulla.

Ah, Vittoria, lascia stare, non si sistemerà mai. E anche se ci si sposa, con lui soffrirai. Quando arriva lestate, le signorine di città arrivano e lui non guarderà te. Brucerai dalla gelosia. Non fa per te quel tipo di uomo, ripeteva la zia Maria.

Ma che ne sa una ragazza innamorata della saggezza degli anziani?

Poi è successo. Mi sono resa conto di essere incinta. Allinizio pensavo di aver preso uninfluenza, avevo nausee e debolezza. Poi, improvvisamente, ho capito che portavo in grembo il figlio di Nicola.

Per un momento ho pensato di non tenerlo. Una madre a sedici anni? Troppo presto. E poi mi sono detta che sarebbe stato meglio così. Non sarò mai più sola.

Mia madre è riuscita a crescermi, ce la farò anchio. Di mio padre non ho avuto gran beneficio, se non la tristezza dei suoi vizi. E la gente del paese parla, ma dopo un po si stanca.

Quando la primavera mi ha costretta a mettere via il cappotto, tutto il paese ha visto la mia pancia. Scuotevano il capo, come per dire che una disgrazia era capitata a una brava ragazza. Nicola è venuto a vedere cosa pensassi di fare.

Che altro posso fare? Partorirò. Tranquillo, crescerò il bambino da sola. Vivi la tua vita, gli ho detto e sono tornata a trafficare nei pressi della stufa. Solo il riflesso rosso del fuoco sulle mie guance e nei miei occhi.

Lui mi ha guardato, affascinato, ma se nè andato. Avevo già deciso tutto. Come lacqua che scivola sulla pelle doca. È arrivata lestate e le ragazze di città sono tornate. Nicola ormai non pensava più a me.

Io continuavo a lavorare nellorto, la zia Maria mi aiutava con le erbacce. Con quel pancione piegarsi era difficile. Andavo a prendere lacqua dal pozzo, mezzo secchio alla volta. La pancia era grossa e le vecchie già mi predicevano un bambino forte.

Vedremo chi arriva, scherzavo.

A metà settembre mi svegliai una mattina con un dolore fortissimo: come se la pancia si fosse divisa a metà. Il dolore andò e venne e capii subito, corsi dalla zia Maria. Al suo sguardo terrorizzato fu subito chiaro.

È arrivato il momento? Siediti, arrivo subito. E uscì correndo di casa.

Andò da Nicola. Lui aveva il camion davanti casa. I villeggianti erano già ripartiti. Nicola, proprio la sera prima, aveva esagerato col vino.

La zia Maria lo scosse. Nicola, ancora confuso, non capiva dove andare. Quando realizzò, gridò:

Ma sono dieci chilometri fino allospedale! Se andiamo a chiamare il medico, è troppo tardi. Andiamo subito! Preparala.

E con il camion? La scuoti tutta, rischiamo di far nascere il bambino sulla strada! si disperò la zia.

Allora vieni con noi, per sicurezza, rispose lui deciso.

Guidò lentamente i primi due chilometri su una strada dissestata. Evitava una buca e finiva in unaltra. La zia Maria era sul cassone, seduta su un sacco. Appena arrivati allasfalto, accelerò.

Io, torturata dai dolori, seduta accanto, mordicchiavo le labbra per non gemere e tenevo la pancia. Nicola si lucidò allistante.

Ogni tanto mi lanciava uno sguardo, le mascelle contratte, le nocche bianche di tensione sul volante. Chissà cosa gli passava per la testa.

Siamo arrivati in tempo. Mi hanno lasciata allospedale e sono tornati indietro. La zia Maria, per tutto il viaggio, ha rimproverato Nicola:

Ma come hai fatto a rovinare la vita a quella ragazza?! Senza genitori, ancora una bambina, e tu le metti altro peso sulle spalle. Come farà da sola con un figlio?

Il camion non era ancora rientrato in paese che io ero già mamma di un bel maschietto sano. La mattina dopo linfermiera mi portò il piccolo. Non sapevo come tenerlo, né come attaccarlo al seno.

Lo guardavo con occhi spaventati il visino rosso e rugoso di mio figlio. Mordicchiavo le labbra e facevo come mi dicevano.

Ma dentro il cuore tremava di gioia. Lo osservavo, soffiavo sui suoi capelli fini portati sulla fronte, felice come non mai.

Verrà qualcuno a prenderti? chiese il primario prima della dimissione.

Alzai le spalle e feci segno di no con la testa.

Lui sospirò e se ne andò. Linfermiera avvolse il bimbo nella coperta dellospedale, Solo per portarlo a casa, raccomandò. Poi la riporti. Mi disse che Federico, lautista dellospedale, mi avrebbe riportata al paese. Non puoi certo andare con lautobus con un neonato.

La ringraziai, arrossendo per limbarazzo mentre percorrevo il corridoio.

Durante il viaggio, stringevo mio figlio al petto e pensavo a come avrei fatto ora a tirare avanti.

Lindennità di maternità, poca roba, quasi nulla. Mi facevo pena da sola, e pensavo che il piccolo non aveva colpe. Guardavo il suo visino rugoso mentre dormiva e il mio cuore si riempiva di tenerezza, allontanando i pensieri bui.

Allimprovviso la macchina si fermò. Federico, uomo basso sulla cinquantina, mi disse:

Ha piovuto per due giorni. Vedi che lago là davanti? Non si passa né in macchina né a piedi. Posso restare impantanato. Solo con il camion o il trattore si può.

Mi spiace. Mancano due chilometri. Puoi farcela? Indicò la strada, dove una pozzanghera sembrava un lago infinito.

Il bimbo dormiva, e anche stando seduta pesava già tanto. Un vero piccolo gigante. E come fare a camminare con lui su questa strada?

Scesi piano, prendendo mio figlio comodo in braccio, e mi misi a camminare ai bordi della pozzanghera. I piedi affondavano nel fango fino alla caviglia, rischiando di scivolare.

Le scarpe vecchie erano ormai fradicie. Se avessi saputo, sarei partita dallospedale con gli stivali di gomma. Una scarpa rimase nel fango. Pensai un attimo, non ce la facevo a tirarla via con il bambino in braccio. Proseguii con una scarpa sola.

Quando arrivai al paese, era già buio; le gambe le sentivo gelate. Non avevo più le energie nemmeno per stupirmi della luce nelle finestre.

Saltai sulle scale asciutte. I piedi ghiacciati, e io inondata di sudore per la tensione. Aprii la porta e mi fermai.

Vicino al muro cera una culla, un passeggino, e vestitini nuovi per il piccolo. Al tavolo Nicola dormiva, la testa sulle braccia.

Si accorse di qualcosa e si svegliò. Io, rossa, spettinata, col bambino in braccio ero sfinita sulla soglia. Il vestito tutto bagnato, i piedi nel fango.

Quando vide che zoppicavo senza una scarpa, corse da me, prese il bambino, lo mise nella culla. Poi corse al camino, a scaldare lacqua nel paiolo.

Mi ha fatto sedere, aiutato a svestirmi, lavarmi i piedi. Mentre mi cambiavo dietro la stufa, già aveva messo sul tavolo patate bollite e una brocca di latte.

Il bambino piangeva. Mi sono precipitata a prenderlo, mi sono seduta al tavolo e, senza vergogna, ho iniziato a nutrirlo.

Come lhai chiamato? chiese Nicola con voce roca.

Sergio. Non ti dà fastidio, vero? Alzai su di lui gli occhi chiari.

Nei miei occhi cerano tanto dolore e amore che il cuore di Nicola si strinse.

È un bel nome. Domani andiamo, lo registriamo e ci sposiamo subito.

Non è necessario mormorai, mentre il piccolo succhiava vorace.

Un figlio deve avere un padre. Ho finito di fare il ragazzino. Che marito sarò, non so, ma mio figlio non lo lascio mai.

Annuii, senza alzare lo sguardo.

Dopo due anni è arrivata anche una bambina, labbiamo chiamata Speranza, come mia madre.

Non importa quante scelte sbagliate fai allinizio, basta sapere che puoi sempre provare a rimediare

Questa è la mia storia. Chissà che ne pensi tu? Lascia un commento se vuoi e metti un mi piace.

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Oh, ragazza, invano lo festeggi: non si sposerà. A Varvara mancò la madre appena compiuti sedici anni. Il padre era partito per lavoro sette anni prima, diretto in città, e mai più tornato. Nessuna notizia, nessun soldo. Nel paese furono quasi tutti presenti al funerale, aiutando come potevano. La zia Maria, madrina di Varvara, veniva spesso da lei, consigliandola su cosa fare. Quando Varvara terminò la scuola, la sistemarono a lavorare alle Poste nel paese vicino. Varvara era una ragazza forte, di quelle che si dice “sana come un pesce”. Il viso tondo, roseo, il naso all’insù, ma gli occhi grigi e luminosi, capelli lunghi biondi fino alla vita. Il ragazzo più bello del paese era Nicolò. Da due anni tornato dal militare, non aveva mai mancanza di ammiratrici. Anche le ragazze di città, che venivano d’estate, non gli toglievano gli occhi di dosso. Lavorava come autista in paese, ma, come dicevano, sarebbe dovuto finire a recitare nei grandi film italiani. Non era pronto a legarsi, non si spicciava a scegliersi una fidanzata. Un giorno la zia Maria si presentò da lui a chiedere aiuto per sistemare lo steccato di Varvara che stava crollando. Senza la forza maschile vivere in un paese è dura. Varvara se la cavava nell’orto, ma la casa era troppo. Senza storie, Nicolò accettò. Arrivò, guardò e iniziò a comandare: “Porta qui”, “Corri là”, “Dammi questo”. Varvara eseguiva senza un lamento. Le guance diventavano sempre più rosse, la treccia ondeggiava dietro la schiena. Quando lui si stancava, lei lo rifocillava con un bel piatto di minestrone, pane nero e un tè bollente. Lo osservava mentre mangiava con quei denti forti e bianchi. Per tre giorni Nicolò riparò lo steccato; al quarto tornò a trovarla, senza motivo. Varvara lo accolse a cena, e, tra una chiacchiera e l’altra, lui si fermò a dormire da lei. E cominciò a farlo regolarmente, tornando a casa all’alba per non farsi vedere. Ma in paese nulla si nasconde. “Oh, ragazza, invano lo festeggi: non si sposerà. E se lo farà, ti darà tanti pensieri! Quando arriva l’estate tornano le cittadine, che farai? Morirai di gelosia. Non è il tipo che fa per te,” le diceva zia Maria. Ma l’amore giovane non ascolta la saggezza degli anziani… Poi Varvara capì di aspettare un bambino. Credeva di aver preso freddo o mangiato qualcosa di sbagliato, tanta era la debolezza, la nausea… Poi, all’improvviso, la consapevolezza: aspettava il figlio del bello Nicolò. Pensò di liberarsene: “Ancora troppo presto per diventare madre.” Ma poi decise che era meglio così. Non sarebbe rimasta sola. Sua madre l’aveva cresciuta da sola, avrebbe fatto lo stesso. Del padre, poco era stato l’aiuto – solo l’alcol gli era compagno. La gente parla, poi si ferma. A primavera Varvara levò il cappotto, e tutti in paese notarono la pancia. Scuotevano la testa: “Guai con la ragazza.” Nicolò venne a informarsi sui suoi piani. “E che posso fare? Partorire, naturalmente. Non preoccuparti, crescerò la creatura da sola. Tu vivi la tua vita,” disse Varvara tornando alle faccende. Il fuoco rosseggiava sulle guance e negli occhi. Nicolò si commosse, ma se ne andò. Aveva già deciso da sola. Come l’acqua su una piuma d’oca. Arrivò l’estate e le cittadine conquistarono l’attenzione di Nicolò. Varvara continuò in orto, aiutata da zia Maria, che veniva a zappare. Col pancione piegarsi era difficile; portava acqua mezzo secchio alla volta. La pancia cresceva: le vecchie del paese predicevano che avrebbe avuto un piccolo campione. “Chi Dio vorrà,” rideva Varvara. A metà settembre, una mattina si svegliò con un dolore forte: sembrava che la pancia si fosse spaccata a metà. Poi il dolore si placò, ma tornò poco dopo. Corse da zia Maria. Lei capì subito. “Ecco, è arrivato il momento! Stai calma, torno subito.” E corse da Nicolò. Lui aveva il camion parcheggiato sotto casa. Era reduce da una sera a bere e non capiva cosa fosse successo. Quando realizzò, gridò: “Ma sono dieci chilometri all’ospedale! Se aspettiamo il dottore, avrà già partorito. La porto subito!” “Ma sul camion la sballotti tutta! Finisci col partorire per strada!” protestò zia Maria. “Allora vieni anche tu, così controlli,” tagliò corto Nicolò. Per due chilometri andò piano sulla strada dissestata. Zia Maria stava nel cassone sopra un sacco. Quando arrivarono finalmente all’asfalto, andarono più spediti. Varvara si contorceva sul sedile accanto, trattenendo i lamenti e tenendosi la pancia. Nicolò si riprese subito dalla sbornia. Guardava di sottecchi la ragazza – le mascelle tese, le nocche bianche sul volante. Pensava alle sue responsabilità. Arrivarono in tempo. Lasciarono Varvara all’ospedale e se ne tornarono indietro. Zia Maria sgridò Nicolò lungo tutto il viaggio: “Perché hai rovinato la vita di questa ragazza?! È sola, senza genitori, ancora una bambina, e tu le hai dato solo preoccupazioni. Come farà da sola col bambino?” Non avevano ancora raggiunto il paese quando Varvara era già madre di un robusto maschietto. Il mattino seguente le portarono il piccolo da allattare. Non sapeva nemmeno come prenderlo in braccio o avvicinarlo al petto. Guardava il visino rosso e rugoso piena di timore, mordendo il labbro e seguendo le istruzioni. Ma il cuore le tremava di gioia. Lo osservava, soffiava sulla fronte dove i capelli sottili spuntavano sparuti, stringendo tra le braccia il suo tesoro. “Vengono a prenderti?” chiese burbero il primario prima delle dimissioni. Varvara scosse le spalle e la testa: “Difficile.” Il medico sospirò e se ne andò. L’infermiera avvolse il piccolo in una coperta, per il ritorno a casa. Le raccomandò di restituirla. “Fedor ti porterà al paese con l’auto dell’ospedale. Non puoi andare col bus con il neonato,” disse aspramente, giudicandola. Varvara ringraziò con vergogna e uscì nel corridoio a testa bassa e rossa per l’imbarazzo. Viaggiava in auto, stringeva il figlio al petto e si chiedeva come sarebbe stata la loro vita ora. Il sussidio era misero, da piangere. Le dispiaceva per sé e soprattutto per il piccolo innocente. Scrutò quel visino rugoso mentre dormiva: il cuore inondato di tenerezza, scacciò via i pensieri cupi. All’improvviso la macchina si fermò. Varvara guardò allarmata Fedor, ometto sulla cinquantina. “Che succede?” “Ha piovuto per due giorni. Guarda che pozzanghere: non si passa. L’auto si impantana. Solo il camion o il trattore riesce.” “Scusa. Manca poco, un paio di chilometri. Te la senti di arrivare a piedi?” indicò la strada, dove grandi pozzanghere sembravano laghi. Il bambino dormiva tra le braccia. Seduta si era stancata, figuriamoci a camminare per quella strada. Varvara scese con cautela, sistemò meglio il piccolo e si avviò lungo il bordo della pozzanghera. I piedi affondavano nel fango, rischiando ogni volta di scivolare. Le vecchie scarpe erano ormai fradicie; meglio sarebbe stato partire con gli stivali di gomma. Una scarpa restò impantanata. Varvara si fermò a pensare cosa fare. Non riusciva a tirarla fuori, con il bimbo in braccio. Andò avanti con una sola scarpa. Quando arrivò in paese era già buio, i piedi non sentivano più il freddo. Non aveva nemmeno la forza di stupirsi che le luci fossero accese. Salì i gradini secchi, tutta sudata per la tensione con i piedi gelati. Aprì la porta di casa e rimase impietrita. Vicino al muro c’erano la culla, un passeggino, e degli abiti belli per il piccolo. Al tavolo, Nicolò dormiva con la testa tra le braccia. Appena la percepì, alzò lo sguardo. Varvara, rossa in viso, spettinata, stava barcollante sulla soglia con il bambino in braccio. La gonna intrisa d’acqua, le gambe sporche di fango fino alle ginocchia. Vedendo che era senza una scarpa, accorse, prese il piccolo e lo depose nella culla. Poi andò al camino, prese una pentola con acqua calda. La fece sedere, aiutandola a svestirsi e lavarsi i piedi. Appena cambiata, sul tavolo c’erano già le patate bollite e una brocca di latte. Il bambino cominciò a piangere. Varvara si piegò su di lui, lo prese, si sedette a tavola e senza vergogna lo allattò. “Come lo hai chiamato?” chiese Nicolò con voce roca. “Serge. Non ti dispiace?” sollevò su di lui gli occhi limpidi. In quegli occhi c’erano tanta malinconia e tanto amore che il cuore di Nicolò ebbe un sussulto. “Un bel nome. Domani andiamo, registriamo il bambino e ci sposiamo.” “Non è necessario…” cominciò Varvara, guardando il piccolo succhiare. “Mio figlio deve avere un padre. Ormai ho finito di fare il ‘ragazzo’. Non so che padre sarò, ma mio figlio non lo abbandono.” Varvara annuì, senza alzare la testa. Due anni dopo nacque una bambina: la chiamarono Nadia, come la madre di Varvara. Non conta quali errori tu faccia all’inizio della vita – importante è che si possano sempre correggere… Questa è la storia vissuta da Varvara. Scrivetemi nei commenti cosa ne pensate! Lasciate un like.