Oksana, sei occupata? – chiese la mamma, affacciandosi nella stanza della figlia. – Solo un minuto, mamma. Mando questa email e ti aiuto, – rispose la figlia senza distogliere lo sguardo dal computer. – Manca la maionese per l’insalata. Ho sbagliato i calcoli. E ho dimenticato di comprare l’aneto. Tu riusciresti a fare un salto al supermercato, prima che chiuda? – Va bene. – Scusami se ti disturbo, hai già fatto l’acconciatura. Con questa festa mi gira la testa, – sospirò la mamma. – Fatto. – Oksana chiuse il portatile e si voltò verso la madre. – Che dicevi? Indossò gli stivali, la pelliccia, ma evitò il cappello per non rovinare la pettinatura. Il supermercato era dietro l’angolo, non avrebbe fatto in tempo a raffreddarsi. Fuori c’era una lieve gelata, scendeva una neve fina – proprio un’atmosfera da fiaba di Capodanno…

Martina, sei impegnata? chiese mia madre, affacciandosi alla porta della mia stanza.
Un attimo, mamma. Mando questultima email e ti aiuto subito, risposi immersa nello schermo.
Mi manca la maionese per linsalata. Ho fatto male i conti. E mi sono scordata il prezzemolo. Puoi andare di corsa al supermercato prima che chiudano?
Va bene.
Scusami se ti disturbo, sei già in ordine con la pettinatura Mi gira la testa con tutto questo da fare per la festa sospirò.
Fatto, dissi chiudendo il portatile e girandomi verso di lei. Coshai detto?
Mi infilai gli stivaletti, il cappotto di lana buona, ma il cappello lo lasciai, per non rovinare i capelli. Il supermercato era sotto casa, non avrei avuto neanche il tempo di congelarmi. In strada faceva freddo, gelava appena, cadeva una neve leggera unatmosfera natalizia da cartolina.

Nel supermercato cera poca gente. Solo chi, nella fretta, aveva dimenticato qualcosa. Il prezzemolo era rimasto solo in un mazzo misto con basilico e cipollotto, un po appassito. Speravo di chiedere a mamma se lo voleva lo stesso o se preferiva fare senza, ma scoprii che avevo lasciato il telefono a casa. Dopo averci pensato un momento, presi ugualmente il mazzo di erbe e, dallo scaffale quasi vuoto, una bustina di maionese, pagai in cassa e mi avviai alluscita.

Appena oltrepassata la porta, dallangolo sbucò unauto con i fari accesi che mi accecarono. Mi spostai di lato distinto. Il tacco scivolò sul ghiaccio coperto dalla neve, la caviglia si piegò, e caddi sul marciapiede. La borsa scivolò lontano.

Provai a rialzarmi, ma la caviglia mi bruciava di dolore, tanto che mi vennero le lacrime agli occhi. Nessuno attorno, il cellulare non cera. Cosa fare? Non sentii nemmeno lauto che si fermava dietro di me.

Tutto bene? si chinò su di me un giovane uomo. Riesci ad alzarti? Ti do una mano, mi disse, porgendomi la mano.
Mi sa che mi sono rotta la caviglia per colpa tua. Sempre a correre con le macchine, le strade sembrano piste di pattinaggio, sibilai tra le lacrime, ignorando la sua mano.
Colpa tua che vai coi tacchi di sera.
Ma vai via ribattei, singhiozzando.
Hai intenzione di restare qui fino a mattina? Va bene, non sono un maniaco. Dove abiti?
Là, indicai il portone accanto.

Lui se ne andò allimprovviso. Ma poco dopo sentii avviarsi di nuovo il motore. Lauto fece retromarcia e si fermò proprio davanti a me.
Ora ti sollevo, non appoggiare la gamba ferita. Uno, due, tre e senza lasciarmi dire nulla, mi sollevò di peso e mi aiutò a restare in piedi sullaltra gamba.
Riesci a stare? mi chiese, sorreggendomi da un lato e aprendo la portiera dallaltro. Appoggiati a me e siediti.
La mia borsa, gridai salendo goffamente sul sedile passeggero.

Si voltò, recuperò la borsa e la mise dietro. Giunti a casa, mi aiutò a scendere e poi mi prese in braccio, richiudendo lauto col piede.
Davanti al portone si fermò.
Le chiavi sono nella borsa? Cè qualcuno in casa?
Mia madre.
Allora inserisci il codice e falla venire ad aprire.

Non cera ascensore. Tocca a lui portarmi al terzo piano. Mi aggrappai al collo. Sentivo il suo respiro farsi più pesante. Alla luce livida dellandrone vedevo le gocce di sudore colargli dalle tempie. Ben ti sta, la prossima volta impara a guidare con attenzione davanti al supermercato, pensai vendicativa.

Lasciami qui, ora cammino io, dissi poco prima della porta di casa.

Non rispose, respirava solo affannato. Dimprovviso la porta si aprì ed ecco mia madre.
Martina? Che succede?
Lui spinse dentro quasi di forza. Mia madre non poté far altro che lasciarci passare. Posò delicatamente a terra, inspirando a fondo.
Prenda una sedia ordinò alla povera mamma, immobile con le spalle alla parete.
Mamma portò una sedia dalla cucina e io mi sedetti sollevando la gamba. Lui si inginocchiò davanti.
Che succede? protestò mamma.
Luomo sembrava non sentirci. Tenendo la mia caviglia ferita, con laltra mano aprì lo stivaletto. Strillai.
Ma cosa fa? Fa male!
Ma cosa fa? Le fa male! gridò anche mamma, vedendo la caviglia gonfiarsi e colorarsi sotto il collant.
Chiamo lambulanza, disse mamma agitata.
È solo una distorsione. Sono un medico. Porti del ghiaccio, di corsa! ordinò luomo.
Mamma obbedì senza discutere, tornò con un sacchetto di piselli surgelati.
Applichi qui. Lui si rimise in piedi e prese la maniglia della porta.
Va via? domandai spaventata.
Scendo in macchina. Ho là una benda elastica. Così recupero anche la borsa spiegò, sparendo giù per le scale.
Hai lasciato la borsa in macchina? Martina, chi è quello? chiese mamma mentre mi metteva il sacchetto sulla caviglia.
Mi difesi dallo spasmo del ghiaccio.
Ha svoltato di corsa con lauto, sono scivolata e caduta. Mi ha portata a casa. Non so altro.
Non sarà un ladro? Magari ti ruba tutto, chiavi, soldi, bancomat. Martina, chiama i carabinieri, adesso che è giù! sussurrò mamma.
Ma dai mamma! Se voleva derubarmi, mi lasciava per terra in strada. Invece mi ha portato a casa.
Non lo so non era convinta.
In quellattimo suonò il citofono.
È lui. Apri per favore, mamma, le dissi.
Entrò, osservando attentamente me e mia madre, poi posò la mia borsa sul mobile allingresso.
Controllate che ci sia tutto, disse, si tolse il giaccone e lo mise a terra, inginocchiandosi sopra.
Ora sentirai dolore. Bisogna rimettere a posto la caviglia. Tieniti forte alla sedia, aiuta.
Mi prese il piede, lo piegò appena. Mi sfuggì un gemito, morsi forte le labbra.
Attenta che si brucia qualcosa, disse luomo, lanciando unocchiata a mamma.
Mamma corse in cucina.
Un attimo dopo la caviglia venne scossa da un dolore acutissimo, mi si annebbiò la vista.
Respira, ora passa, mi rassicurò sottovoce.
Mamma tornò e si bloccò davanti a me in lacrime.
In cucina non ma lui la interruppe.
Ho rimesso a posto la caviglia. Farà male qualche giorno. Non caricarci il peso, disse, sistemandomi la gamba, poi si rimise la giacca.
Grazie. Mi scusi, le avevo pensato chissà cosa disse mamma. Vuole fermarsi? Fra poco è mezzanotte. Con le strade così, a casa sua non ci arriva. Ho già apparecchiato
Si fermò a riflettere un attimo.
Va bene, se non do fastidio.
Ma scherza? Brinda con noi! Lo spumante lo aiuti tu ad aprirlo.
Mamma! la rimproverai.
Eh, che cè? Io controllo larrosto e tu, giovanotto, accompagna Martina in camera, disse mamma.
Col suo aiuto, saltellai sul divano. Provai a poggiare il piede. Faceva male, ma non più come prima. Intanto era piacevole essere sorretta, sentire la sua mano alla vita.
Grazie, dissi seduta con la gamba tesa.
Figurati. Sono stato io la causa dellincidente, rispose lui.
Macché. Sono stata io a spostarmi di colpo. Come ti chiami?
Lorenzo. Passiamo subito al tu?
Ok. Sei davvero dottore?
Chirurgo. Volevo solo fermarmi a comprare qualcosa… disse sedendosi vicino a me.
Tua moglie starà aspettando
Se nè andata sei mesi fa. Non sopportava più i turni, gli straordinari, le notti in ospedale. Ha preso la bambina ed è tornata da sua madre.
Immagino che aspetto ho ora… dissi imbarazzata.
Anzi, sei bellissima.
Così attendemmo il Capodanno insieme noi tre. E si dice che lanno lo vivi come lo accogli.

Quando Lorenzo se ne andò, restammo io e mamma. Non riuscivo a dormire, continuavo a sentire la sua mano sulla mia vita, ricordavo come mi aveva portata in braccio, il tocco delle sue mani. Come si dimenticano certe cose?

Al mattino riuscivo quasi ad appoggiare il piede. La caviglia era gonfia, la fasciatura stringeva forte. Ma camminavo.
Quasi non trattenni la gioia quando si rifece vivo. Tolse il bendaggio, esaminò la caviglia, la fasciò di nuovo.
Tutto bene, puoi camminarci sopra?
Ieri abbiamo concordato il “tu”, risposi con un sorriso. Sì, ci riesco.
Un tè? propose mamma.
La prossima volta. Ora vado in ospedale.
Torni ancora? chiesi di getto.
Mi rispose con un sorriso.

Due mesi dopo andai a vivere con lui.
Non è ancora divorziato. Se la moglie torna? scuoteva la testa mamma mentre preparavo la valigia.
Non torna più. Ormai ha un altro, Lorenzo me lha detto.
Speriamo tu non stia correndo troppo
Fu un anno felice. Ogni volta che andava dalla figlia, morivo di gelosia. Vedeva ancora la ex per parlare della bambina. Avevo visto anche una sua foto: era davvero bella.
Col tempo, vivendo con lui, iniziai a capire la moglie. In ospedale lo chiamavano nei weekend, nei giorni di festa. Turni notturni. Giovani infermiere attorno. Era impossibile non innamorarsi di uno come lui. Ma quando era con me, ero la donna più felice del mondo.

Un anno passò così. Nonostante tutto, fu un anno sereno. Ma Lorenzo non chiese mai il divorzio. Solo quello mi faceva male. E mamma non finiva mai di insistere: Parlaci, chiarite la situazione. Ma io continuavo a rimandare.

Arrivò il 31 dicembre. Ero tutta presa in cucina. In salotto brillava lalbero di Natale, sul letto avevo steso il vestito nuovo. Controllai larrosto e sentii squillare il telefono. In salotto trovai Lorenzo al telefono, girato verso la finestra.

Va bene, arrivo subito disse e si voltò verso di me.
Ti chiamano di nuovo in ospedale? chiesi con la voce rotta.
No. È la mia ex moglie. Dice che la piccola mi aspetta, piange, non vuole andare a dormire senza di me. Vado, la metto a letto, le do il regalo e torno subito.
Vale, mancano meno di tre ore a mezzanotte tremavo trattendo le lacrime.
Faccio in fretta. Metto a dormire la bimba e torno subito. Mi diede un bacio sulla guancia e uscì.

Cercai di convincermi a non essere gelosa, a non pensare male. Avevo preparato tutto, indossato il vestito nuovo. Le lancette scorrevano verso mezzanotte ma Lorenzo non tornava. Non lo chiamai, magari stava guidando. Gli scrissi un messaggio, ma niente.

Stanca di aspettare e di sentirmi sola, guardai il tavolo preparato e spensi le candele. Ora capivo la moglie. E se mamma aveva ragione e lei fosse tornata da lui? E io? Tanto amore per cosa?
Era insopportabile aspettare e ascoltare ogni rumore sul pianerottolo. Mi venne in mente la signora Adele del primo piano, sempre sola. Lorenzo mi aveva raccontato che non si era mai sposata, figli zero. Anchio, adesso, ero da sola. Passare il Capodanno così, proprio no. Presi due vaschette in cucina, una di insalata e una fettina di torta.

La signora Adele ci mise un po a rispondere. Seppi spiegarle che ero sola. Alla fine spalancò la porta e mi fissò con i suoi occhi pieni di rughe.
Ho portato insalata e torta. Fatti da me. Le fa piacere se ceno con lei?
Entra, mi disse.
Era minuta, fragile, raggomitolata. Lappartamento era ordinato, caldo. Nessun albero, nessun cenone, solo la TV bassa in sottofondo.
Ecco posai i contenitori sul tavolo.
Grazie. Siediti. Accendo lacqua per il tè, disse zoppicando in cucina.
Vivi con Lorenzo Carminati? mi chiese davanti al tè.

Fece un cenno dapprovazione.
Sua moglie non salutava mai, guardava solo se stessa, non lavorava nemmeno. Tu sei diversa. Anche stavolta lo hanno chiamato in ospedale?
È andato dalla figlia.
Annuii ancora.
Torna tranquilla, vedrai. È un uomo a posto, con la testa sulle spalle.
E lei? Sempre sola?
Tutta la vita. Dovevo avere dei figli, ormai è tardi parlarne Anchio ho amato. Ma una mia amica mi portò via il ragazzo.
In che senso?
Dopo il liceo andai a studiare infermiera a Padova. Il mio fidanzato, Federico, restò in paese. A capodanno decisi di tornare da lui per la notte. Ma il pullman si ruppe, la ruota scoppiata. Era già buio. Niente telefoni allora. Lautista partì a piedi a cercare aiuto mentre noi restammo nel pullman. Arrivava il nuovo anno ormai.
Allora decisi di incamminarmi a piedi. Pensavo di far prima. Nevica, tirava vento, una bufera vera. Pensai che prima o poi il pullman mi avrebbe raggiunta. Sul ciglio della strada, a piedi, ho passato il nuovo anno.
Quando arrivai da Federico, avevo il viso e le dita intirizzite. Non era freddissimo, ma il vento gelava tutto. Rimasi a letto quattro giorni, con la febbre. Quando guarivo, la mia amica mi disse che Federico aveva scelto lei, che era già incinta sua.
Cercò di parlarmi ma io lo rifiutai. Me ne andai per non tornare più. Non lho mai dimenticato, poi ho scoperto che era tutta una menzogna, non era incinta per niente. Federico cominciò a bere e morì congelato quella stessa primavera. Era un bravuomo.
Così non mi sono mai sposata. Lho amato solo lui. Dovevo perdonarlo allora. Mi sarebbe cambiata tutta la vita. Si asciugò gli occhi.
Ti ho vista alla finestra. Sai, non lho mai visto tanto felice Lorenzo. Più con te che con la moglie. Se ti ama, perdonalo. Non essere gelosa. Meglio andarsene altrove. Non commettere i miei errori. Segui il cuore.
Risalita a casa, misi tutto in frigo. Lorenzo tornò solo il giorno dopo.
Scusami, non so cosa sia successo. Forse lei mi ha messo qualcosa nel tè, mi sono svegliato ora con un mal di testa assurdo.
Perché non divorzi da lei? La ami ancora?
Ma figurati. Se la conoscessi, capiresti. Amo solo la bimba. So che pensi mille cose su di me, ma tra noi non cè nulla. Mi credi?
Gli andai vicino, mi strinsi forte a lui guardandolo negli occhi.
Andiamocene. Ovunque. Gli ospedali li troviamo, sei un bravo chirurgo
Non riesco a parlarne ora. Mi scoppia la testa. Parliamone dopo. Ti amo.
Si addormentò e io lo fissavo pensando alle parole di Adele.
La bimba è ancora piccola, dimentica in fretta. Loro non vivono più insieme da sei mesi. È la moglie che combina tutto. Forse vuole solo che io mi arrenda. Ma si sbaglia. Lotterò per noi. Quando si sveglia gliene parlerò
Spensi le luci e mi stesi accanto a Lorenzo, abbracciandolo.
Ti amo. Questa parola non basta. Ti amo. In mille modi si dice, ma sempre ti amo.
Annie Hall
Quando ami, puoi perdonare tutto tranne una cosa: quando smettono di amarti.Mentre ascoltavo il suo respiro tranquillo, sentii il peso della notte sciogliersi dentro di me. Le parole di Adele rimbombavano lievi eppure persistenti. Non era tanto la paura di perdere Lorenzo, quanto di perdere la fiducia in me stessa. Era accaduto tutto per caso, quella sera, una caviglia storta e una vita che cambiava incrociando la sua.

Le luci della città tremolavano oltre i vetri appannati. Mi domandai quante altre donne, come me, stessero sveglie aspettando qualcuno; quante avevano deciso di restare, e quante invece erano troppo stanche di sperare. Forse non si trattava nemmeno di gelosia o di coraggio, ma solo di scegliersi ogni giorno nonostante tutto.

Lorenzo si mosse piano, come se nel sonno avesse sentito il peso del mio pensiero. Allungò la mano, trovò la mia e la strinse forte. Un gesto semplice, ma sufficiente a zittire la paura. In quel momento capii che non esistono amori perfetti, solo persone imperfette che continuano a scegliersi.

Piansi in silenzio, senza vergogna, lasciando che lanno nuovo portasse via i dubbi dellanno passato. Ero viva, ero amata, e finalmente, sotto quel piumone stropicciato e accanto a lui, mi sentivo a casa.

Fuori, i primi petardi annunciavano la mezzanotte. Restai sveglia qualche istante ancora, poi chiusi gli occhi. Che il resto venisse pure: ero pronta ad accoglierlo, così comero.

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