Otto anni di inezie
Il telefono squillò alle sette e mezza, proprio quando Elena si stava accorgendo che lacqua stava finalmente bollendo nella casseruola. I fornelli erano vecchi, a gas, con le griglie in ghisa incrostate da un sottile strato di grasso che non era mai riuscita a togliere del tutto. Tutte le mattine quellunto le ricordava che quellappartamento non era suo, che lì prima avevano vissuto altri con le loro abitudini, i loro minestroni e le loro vite complicate.
Guardò lo schermo. Chiara.
Elena rispose.
Non hai ancora risposto al suo messaggio, annunciò la figlia al posto del buongiorno.
Buongiorno a te, Chiaretta.
Mamma, parlo sul serio. Mi ha scritto ieri sera. Dice che lo stai ignorando.
Lacqua prese a borbottare. Elena spense il fornello e tuffò nella casseruola una bustina di tè (quello scadente, del supermercato, gusto indefinito, confezione formato risparmio). Una volta beveva solo tè sfuso, ceylon, che Massimo ordinava da una bottega in via del Corso.
Che parli pure, disse Elena.
Mamma, ti rendi conto? Vivi in quel buco a Casalbertone, sicuramente avrai le blatte, sei sola, tra poco compi sessantanni…
Cinquantotto, grazie.
È quasi sessanta! E ti sei lasciata alle spalle un uomo normale, una casa in centro, una vita decente. Per cosa, esattamente?
Elena guardò fuori dalla finestra. Il cielo era di un grigio novembre romano, un platano senza foglie, un pezzo di palazzina gialla col intonaco che si staccava a chiazze. Sotto passò il tram, i binari rumorosi come una pentolaccia. Le prime due notti non riuscì a dormire dal baccano.
Poi ci si era abituata.
Chiara, devo andare al lavoro, arrivo tardi.
Non parli mai seriamente di queste cose!
Mi piacerebbe parlarne, ma non ora, né così. Vieni sabato? Faccio il brodo.
In quel tuo buco non ci metto piede.
Buco. Adesso anche Chiara aveva adottato quella parola di certo era opera di zia Tiziana.
Va bene, disse Elena tranquilla. Allora ne parliamo più avanti.
Mamma
Ti voglio bene, Chiaretta. Ciao.
Posò il telefono, rovesciò il tè in un bicchiere sovietico trovato per caso nello stipetto insieme a vecchie pentole. Era pesante, con le scanalature vistose, stile mamma Russia, probabilmente contrabbando, pensò ironica. Bevve in piedi guardando fuori, stringendo il bicchiere che scaldava le mani. Il tè aveva un vago sapore di cartone.
Quando finì, si vestì in fretta e uscì.
***
Landrone odorava di muffa e gatti. Al terzo piano viveva un micio che aveva sentito ma mai visto. Niente ascensore. Quattro rampe, passò davanti a cassette postali scassate e a una slitta abbandonata, probabilmente dal Natale precedente.
Fuori faceva freddo, cinque gradi scarsi. Si strinse nel cappotto e prese verso la metro. Casalbertone ancora non lo conosceva bene, dopo sei mesi le strade le sembravano ancora tutte uguali. Via Tiburtina, via Prenestina, via di Portonaccio. Qui era un altro mondo rispetto al centro: le strade più larghe e piene di alberi, la gente camminava rapida e un po spaesata, ma senza quella furia snervante da piazza di Spagna.
Al supermercato vicino comprò kefir e mezzo filone di pane. La cassiera, una ragazza con ombretto verde e la mascella da indossatrice, non la degnò di uno sguardo. Elena fece il conto dei centesimi, sistemò la spesa nella borsa e se ne uscì.
La metro era calda e rumorosa. Viaggiò in piedi, i pensieri già proiettati sul progetto. Ieri lei e Davide avevano finito il primo lotto di rilievi, oggi si trattava di capire come mai il solaio in cantina stesse ancora su un mistero degno della Divina Commedia, probabilmente frutto di una grazia architettonica ottocentesca.
La villa era a San Lorenzo, fine Settecento, una casa principale, due ali laterali e una rimessa carrozze che nel tempo era diventata qualcosa di irriconoscibile. I proprietari erano cambiati mille volte, il fascismo laveva usata come magazzino, poi labbandono. Ventanni di vuoto. Ora cerano i soldi, la volontà di farne uno spazio culturale, e cera il team di progetto: Elena capo restauratrice, Davide responsabile strutture.
Finalmente lavoro vero. Non le piccole ristrutturazioni dappartamenti che faceva negli ultimi anni con Massimo, per non fermarsi, ma un lavoro grande, con una storia vera dentro.
***
Davide era già lì, in piedi in sala col metro in mano, la giacca grigia immortale addosso.
Buongiorno, salutò Elena.
Guarda qui, invece di rispondere. Indicava un angolo dove lintonaco cadeva a pezzi, lasciando in vista il mattone. Credo daver capito perché il soffitto sta crollando. Sopra la trave ha ceduto da parte a parte. Qua si rischia una ricostruzione, altro che restauro.
Ceduta o solo spaccata lungo i cerchi annuali?
Vieni, ti mostro.
Salirono la scala, rafforzata a metà ma ancora tremante, con ogni gradino che sembrava sussurrare si salvi chi può. Elena si aggrappò al corrimano, annusando lodore di legno vecchio e polveroso, misto a quel qualcosa che solo chi fa il suo mestiere sa riconoscere. Lodore del tempo? Forse. O delle troppe vite assorbite dai muri.
Quel profumo Elena lo amava da sempre.
Davide mostrò la trave e lei, con torcia in mano, si accovacciò a osservarla.
Non sono cerchi annuali, disse. Questa è una spaccatura da carico. Qualcosa di pesante ci stava sopra.
Un tornio, magari.
O più di uno. Era pur sempre un magazzino.
Davide si accovacciò accanto. Guardavano entrambi la trave, con il vento che faceva oscillare le tende sbrindellate.
Allora si cambia, dichiarò lui.
Sì, ma nello stesso modo. Ho visto i fogli in archivio ieri, ci sono le specifiche del legno. Era pino romano, stagionato bene.
Trovare roba così oggi
Conosco un fornitore vicino a Rieti, lavorato con loro per la biblioteca in via Cavour. Li chiamo.
Davide annuì e si tolse la polvere dai jeans. Alto, un po troglodita nei modi, ascoltava sempre con la testa bassa come chi pensa ai casi suoi. Ma la realtà era unaltra: ascoltava e basta, spesso meglio degli altri. Elena, dopo quattro mesi di affiancamento, ci aveva fatto labitudine ed era grata.
Un po di tè? Ho il termos.
Volentieri.
Si spostarono in corridoio. Lui tirò fuori il termos e due bicchieri di plastica.
Oggi sei… si fermò, la guardò.
Sono cosa?
Non so dirlo, molto centrata.
Elena sorrise di sbieco.
In genere vuol dire che o mia figlia o mia sorella mi hanno chiamata presto.
Non chiese altro, passandole il bicchiere.
Era tè vero, non quello da discount.
***
Domenica era venuta Tiziana. Sorella maggiore di tre anni, viveva a Monteverde col marito Giovanni, contabile nelledilizia, famosa per la sua incrollabile certezza su ciò che era giusto per tutti. Arrivò senza avviso (Apri, ho portato la crostata!). Elena aprì.
Tiziana diede una rapida occhiata alla casa e già aveva quellespressione compassione trionfale che Elena riconosceva dallinfanzia.
Madre santa Ma questa è la doccia o il ripostiglio?
È il bagno.
Guarda che mattonelle! Fessurate dappertutto.
Hai portato la crostata?
Certo, piazzandola in cucina e scrutando di nuovo il regno di Elena. Spiegami una cosa, per favore. Cera lappartamento in centro, tre stanze, parquet, un uomo con stipendio. Ti picchiava?
No.
Ti tradiva?
Forse, ma ormai non mi importava più.
E quindi? Sei scappata. Lo capisci che sei una scema alla tua età?
Elena prese i piatti.
Dai, Tizi, basta.
Basta cosa? Sono tua sorella! Parlo o sto zitta? Chiara chiama in lacrime, lui chiama me a chiedere che ti succede. Era uno in gamba, eh.
Sì, non per me però. Taglia la crostata.
Ecco, sempre così. Taglia la crostata. Non parli mai di niente!
Ma come, io ti ho spiegato tutto. Anche troppe volte.
Non hai spiegato nulla! Sto male. E chi non sta male? Pensi che con Giovanni sia sempre rose e fiori? Ma mica scappo a fare leremita in affitto a questetà.
Non è un eremo, qua ci sto da sola.
Sola! Tiziana si fece il segno della croce. Cinquantotto anni, sola, in questo tugurio, stipendioci ridicoli e dici che va bene?
Elena fissò la sorella, grande, calda, nel solito golfino beige davvero non capiva. E come arrabbiarsi?
Tizi, disse piano. Senza di me ti perdi, scema, fece la spiritosa Tiziana.
Elena scosse la testa: Mi perdo, ma faccio per conto mio.
Tiziana la fissò.
Ma che dici?
Nulla, è un modo di dire.
Elena cominciò a tagliare la torta.
Con cosa lhai fatta?
Con la verza. Ancora soupçon di sospetto. Elena, ti senti bene? Almeno vai dallo psicologo?
Sì, tranquilla.
E cosa dice?
Dice che sto facendo scelte giuste.
Figurati, pagata apposta per dirlo.
Bevvero tè e mangiarono ciambella. Tiziana raccontava di Giovanni e della sua sciatica, la nuova cagnetta rumorosa dei vicini, le luci del palazzo che non funzionavano. Elena ascoltava. Fuori, il sole già spariva dietro al platano, il cielo si tingeva di viola.
Alla fine, sulla soglia:
Gli scriverai, raccomandò Tiziana. È in pena.
Va bene, rispose Elena.
Sapeva già che non lavrebbe fatto.
***
Con Massimo ha vissuto otto anni. Non erano sposati, lui odiava documenti inutili, da sempre indice di tutto. Ma lei lo capì tardi.
I primi due anni furono diversi, o almeno così le sembrava. Attento, ristoranti, teatri, un paio di viaggi in Italia e anche Praga (Davvero per te era un sogno vedere Praga?). Diceva che era raffinata. Poi qualcosa era cambiato, giorno dopo giorno, come una crepa silenziosa dietro lintonaco.
Tutto banale, a ben vedere. Una volta, per un aperitivo di lavoro, scese con un vestito verde che adorava. Massimo la guardò e disse soltanto: Sicura? Nientaltro. Si cambiò. Mise il nero.
Poi vennero le storie su come cucinava, su cosa diceva agli amici suoi, sul fatto che lavorava troppo per così poco. Questo lo diceva pacatamente, come fosse una diagnosi medica.
Elena, dai la restauratrice non è mica una professione di successo. È per chi non ha ambizioni.
Le mie ambizioni le conosco io.
Ma dai. Sei una brava professionista. Ma normale. Non è grave! Non tutti devono essere straordinari.
Non rispose. Si rintanò in salotto e rimase lì, fissando il muro per unora, chiedendosi perché facesse così male sentirsi descritta con tanta apparente bontà.
Non urlava mai, non la picchiava. Faceva di peggio: la convinceva, lentamente e con mestiere, che senza di lui era niente. Che la sua professione era un hobby, le amiche tutte sceme, i gusti da provinciale. Che doveva ringraziare che ci stava ancora insieme.
Cucinava minestre chiedendosi avrà messo troppo sale?, chiamava le amiche calcolando se non fosse troppo spesso. Andava agli incontri di lavoro e pensava sembrerò troppo sicura?. Quella voce interiore che la tartassava aveva la sua voce.
Poi fu quella sera.
Erano dagli amici suoi, Giorgio e Valeria, in un bellappartamento dietro piazza Navona. Discorso sul nuovo complesso immobiliare, Elena disse la sua (brutto il prospetto, troppo scarso il budget per la facciata). Tutto molto tecnico.
Massimo la guardò dal tavolo e sorrise di quel sorriso che lei ormai conosceva a memoria.
Elena è la nostra esperta, rivolto a Giorgio. Però ci sono esperti che fanno e altri che studiano. Elena, più che altro, studia è un po che non lavora su qualcosa di grande.
Un attimo di silenzio. Valeria abbassò gli occhi. Giorgio si versò un bicchiere di vino.
Elena sorrise.
Mangiò, bevve, partecipò alla conversazione. Tornata a casa in taxi, Massimo era tutto allegro, raccontava le ultime del collega di Giorgio. Lei guardava la notte romana dal finestrino e pensava solo: basta.
Non è cattivo, non sono infelice. Solo: basta. Come quando sbatti contro un muro e capisci che lì finisce la strada.
Se nera andata dopo tre mesi. Cercò casa, trovò quella a Casalbertone. Traslocò su due auto scassate. Massimo era fuori per lavoro. Sul tavolo, lasciò solo le chiavi e un biglietto con una parola scritta: Scusa.
Poi si chiese pure perché aveva scritto proprio quella. Boh, veniva facile.
***
Novembre a Casalbertone aveva un che di magico o comico: il parco vicino, le foglie tutte per terra, i sentieri zuppi di pioggia ma silenziosi, con un profumo di muffa e corteccia che ricordava più linfanzia in campagna che Roma. Elena la sera allungava il giro, respirava forte e si sentiva stranamente a posto.
A casa faceva freddo: il riscaldamento nelledilizia popolare sparava quando voleva lui. I suoi termosifoni in ghisa scalciavano o restavano gelidi. In cucina il rubinetto perdeva. Aveva chiamato il padrone di casa tre volte; Mando lidraulico!, diceva lui. Lidraulico non arrivava mai.
Elena si comprò una guarnizione e la cambiò da sola, dopo 40 minuti di maledizioni, due unghie spezzate e un maledetto! detto ad alta voce contro la chiave inglese. Poi aprì lacqua: fluiva diritta, niente gocce.
Si sentì quasi fiera, e infatti rise da sola una soddisfazione scema, ma vera.
Di sera lavorava in cucina, fra i disegni, sotto la lampada vecchia col paralume verde da autentica bancarella. Massimo laveva sempre detestata (Fa a pugni con tutto!). In centro stava chiusa in uno sgabuzzino, qui invece era la regina della casa.
Il lavoro alla villa andava lento, ma era normale: rilievi, ricerca, analisi dei danni, poi il progetto. Il ritmo lento le andava bene: non si può barare con le case, aveva imparato. O stanno in piedi o no. I mattoni sono vivi o sono morti. La storia o cè, o te la inventi.
In archivio aveva trovato documenti interessanti: nellOttocento la villa era della famiglia Bianchi, poi la figlia Maria la trasformò in una specie di scuola privata. Poi rivoluzione, poi magazzino. Tra le foto, una donna sulla cinquantina, schiena dritta, sguardo che diceva So più io di te, fotografo.
Elena rimase a lungo su quellimmagine, poi tornò ai disegni.
***
Una volta Davide le chiese: tu, come sei finita a far restauri?
Erano in macchina sua, riscaldamento acceso mentre fuori nevicava il primo nevischio dellanno su Roma.
Negli anni Novanta facevo edilizia nuova, rispose Elena. Palazzi, uffici, bei soldi, sempre in giro. Poi un giorno, per caso, ho visto un amico allopera su una chiesetta fuori Roma. E niente
Niente cosa?
Ho capito che quello era più importante per me.
Davide rimase in silenzio.
Non capita spesso, disse, di capire cosa conta davvero.
Anche tu lhai capito?
Tardi. Ho fatto quello che sembrava giusto per anni, poi basta.
Lei lo guardò, lui fissava il parabrezza pieno di neve.
E adesso?
Adesso questo. Indicò la villa nascosta fra i palazzi. Mi basta.
In macchina cera odore di pelle e di caffè.
Si misero in viaggio verso larchivio.
***
Massimo venne di mercoledì.
Non lo aspettava di sera, erano le otto e lei era alla scrivania con un vasetto di yogurt greco e le sue tavole. Il campanello era il classico anni Ottanta, trillante e sgraziato, identico in tutti i condomini dellitalico popolo.
Pensò fosse il padrone di casa o qualche vicino.
Invece era Massimo sul pianerottolo, con il solito elegante cappotto e un mazzolino di crisantemi. Detestava quei fiori, dopo otto anni non aveva nemmeno capito.
Ciao, disse.
Stette tre secondi a fissarlo, senza parole.
Come hai trovato lindirizzo?
Me lha dato Chiara.
Ah, quindi proprio Chiara. Elena mentalmente archiviò la cosa, per pensarci su unaltra volta.
Che vuoi?
Parlare. Sorrise con la solita mezza piega di bocca. Mi fai entrare?
Un attimo di esitazione. Poi si scostò.
Massimo entrò. Scrutò la minuscola entrata, la tappezzeria screpolata, lattaccapanni storto e gli stivali vicino alla porta.
Quindi, vivi qui, constatò, non chiese.
Vivo qui.
Elena Le prese la mano. Lei la tolse. Nessun dramma, passò i fiori allaltra mano. Senti. Capisco che ti serviva tempo. Ma sono passati sei mesi. Basta, no?
Basta cosa?
Il tempo per restare sola. Il break. Chiamalo come vuoi. Andò in cucina, guardo i disegni sparpagliati. Stai lavorando?
Sì.
Su cosa?
Restauro di una villa a San Lorenzo.
Bene. Sottolineò quel bene come se parlasse con una bambina. Per te, va bene.
Anche per la città, è la villa del Settecento.
Posò i crisantemi sul disegno; lei li spostò di lato.
Elena, ti rendi conto di cosa stai facendo? Vivi qui. Gesto circolare. In questo.
Lo so bene dove sto.
Voglio che torni a casa.
Lei lo guardò. Massimo era oggettivamente di bellaspetto. Sessantacinque ma ne dimostrava meno; alto, curato, il cappotto perfetto.
Perché? chiese.
Lui sincartò un attimo, certo non se laspettava.
Cosa vuoi dire?
Chiedi che torni. Ma a te serve cosa?
Mi Crollò. Mi manchi.
In che senso?
Ma Elena, che interrogatorio è?
Normale. Tu dici che ti manco. Ti chiedo: che parte, specificamente?
Lui la fissò, emergeva quellirritazione cortese che già mille volte aveva visto.
Mi manchi tu come persona. Otto anni insieme.
Lo so.
E così, basta? Te ne vai e via?
Non te ne sei accorto, ma ci ho messo otto anni ad andarmene. Non è stato allimprovviso.
Non capisco.
Lo so.
Spiegami.
Ti ho già spiegato. La voce era calma, a sorpresa perfino per lei. Ti ricordi quella sera da Giorgio e Valeria?
Quale sera?
Mi dicesti che ero una teorica. Davanti a loro.
Ci pensò un attimo.
Stavo scherzando. Nemmeno me lo ricordo, era una battuta.
Forse. Ma era una delle centinaia di battute. Le ricordo tutte.
Sei troppo sensibile.
Forse.
Non era unoffesa.
Magari no. Ma a me ha fatto male uguale.
Per una stupidaggine.
Per otto anni di inezie come questa.
Lui stette zitto. Si rigirava la cucina: il bicchiere vintage, la lampada anni Novanta.
E qui stai bene? Sul serio?
Elena rifletté. Non per lui, ma per se stessa.
Dipende dai giorni. A volte dura. A volte sola. I termosifoni non funzionano mai. Ma sto meglio che di là.
È unillusione.
Forse sì. Ma è mia.
Prese il soprabito dallo schienale. La guardò ancora. Qualcosa si era incrinato anche in lui, le parve. Finalmente umano, non affettato.
Non sono uno qualunque per te.
No, rispose. Ma neanche più uno di casa. Vai, Massimo.
Rimase un secondo, poi si avviò. Si rivestì in fretta. Aprì la porta.
Te ne pentirai, disse.
Non era una minaccia. Quasi un rammarico.
Può darsi, convenne Elena.
Chiuse la porta, rimase un attimo a fissare la finta pelle delluscio con lo spioncino. Tornò in cucina, infilò i crisantemi in un barattolo e li riempì dacqua. Fiori restano fiori, sprecarli fa male al cuore.
Si rimise sui disegni.
Dal cortile passò un tram, una sola volta, poi ancora una, poi sparì.
Si accorse che non lo sentiva più come un fastidio.
***
La presentazione del progetto era fissata per la seconda settimana di dicembre. Fase preliminare: il committente voleva capire cosa si salvava, cosa si restaurava, cosa si ricostruiva, e perché. Elena prese la cosa seria sul serio, Davide pure. Spesso discutevano a telefono la sera.
Un giorno Davide insisté su una questione del solaio, lei si oppose, discussero quaranta minuti alla fine capirono che avevano ragione entrambi, da prospettive diverse. Lei pensava allestetica, lui alla statica.
Sei tosta, le disse senza ironia.
Sul lavoro, sì.
È meglio.
Tutto qui, senza scivoloni sentimentali.
Chiuse il telefono accorgendosi che sorrideva.
***
Tre giorni prima della presentazione, chiamò Chiara. Stavolta verso sera, voce diversa dal solito.
Mamma, disse. Non aveva quel tono delle ultime settimane. Posso venire?
Vieni pure.
Chiara arrivò con una bottiglia di rosso e laria di chi ha finalmente deciso, ma non sa spiegare perché. Uguale a Elena da giovane, stessi zigomi e stesse dita lunghe. Trentadue anni, designer, compagno a Testaccio.
Si misero in cucina, col rosso in due bicchieri ognitipo i calici erano solo uno, lo teneva per le occasioni, Chiara rideva: Anche dal bicchiere va bene!
Ti ha chiamata dopo esser venuto qui? chiese Chiara.
No. Ogni tanto scrive.
E che scrive?
Un po di tutto. Non rispondo sempre.
Chiara girò il bicchiere fra le dita.
Mamma, sono stata io a dargli lindirizzo. Sei arrabbiata?
No.
Pensavo o meglio, non so cosa pensassi. Che magari vi chiarivate, e…
Abbiamo parlato.
E?
Niente. Se nè andato.
Chiara tacque. Guardava il bicchiere.
Sai, io sono sempre stata dalla sua parte. Lo capisci?
Sì.
Mi dicevo che tu… che fossi solo confusa, che dovevi tornare a vivere sul serio. Lui mi faceva pena, così solo e spaesato.
Era bravo a sembrare quello che non era.
Già. Chiara alzò gli occhi. Lho capito da poco. Mi ha chiamato dopo da te. E mi ha detto mi ha detto che sei sempre stata un po altrove, che ti ha sopportata, che in fondo ti ha fatto un favore per otto anni.
Elena annuì.
Suo stile, sì.
Mamma Chiara la guardava adesso senza irritazione, senza quella pigrizia giudicante. Sei stata male?
Molto.
Perché non me lhai detto?
Elena pensò a lungo.
Forse perché non sapevo nemmeno io come dirlo. Se non ti picchiano, non ti tradiscono, spiegare il perché stai male diventa complicato. Specie a una figlia che lo ha visto solo nei suoi giorni migliori.
Chiara si alzò di colpo e la abbracciò. Un gesto improvviso, quasi infantile. Elena rimase un secondo stupita, poi ricambiò. I capelli della figlia sapevano di pera, lo stesso shampoo delladolescenza.
Non sei scema, borbottò Chiara contro la sua spalla. Zia Tizi stavolta ha torto.
Elena ridacchiò piano.
Saperlo fa bene.
Bevvero il vino. Chiara curiosò tra i disegni e chiese della villa. Elena spiegò tutto, mostrò la foto di Maria Bianchi. Ti assomiglia, disse la figlia. Elena la guardò ancora, forse sì.
Chiara se ne andò verso mezzanotte, promettendo che la settimana dopo sarebbe tornata.
Elena lavò i bicchieri, mise via i disegni. Rimase una manciata di minuti a guardare fuori dalla finestra.
I tram non giravano più a quellora. Nel cortile, una sola finestra accesa, dentro la figura di qualcuno.
Pensò che avrebbe dovuto scrivere a Davide domattina per un dettaglio sulla trave del solaio. Ma ormai era tardi.
***
La presentazione si tenne nella sala conferenze dello studio. Il committente portò la squadra al completo, compreso il consulente storico-culturale, uno che faceva domande infernali e precise. Elena rispondeva; Davide integrava la parte tecnica. Una volta chiesero quanto avrebbe ritardato il lavoro se il legno non arrivava in tempo. Lei fu onesta: Se arriva, restiamo nei tempi. Se no, slitta di tre settimane. Il consulente si rabbuiò. Elena aggiunse: Meglio dirtelo ora che giustificarmi dopo.
E quello annuì. Stranamente, fu la risposta che parve piacergli di più.
Finito tutto, si ritrovarono nel corridoio. Davide stringeva la cartellina.
Secondo me ci approvano.
Anchio lo penso.
La guardò di profilo. In corridoio, traffico di gente, documenti che cambiavano mani.
Ti va una cena? propose. Cè un posticino qua vicino, tranquillo, si festeggia.
Lei lo guardò.
Sì, rispose.
Camminarono per la Roma di dicembre, tra i fanali che accendevano la sera e i cornicioni impolverati di bianco. Davide camminava accanto, la testa un po china, la sua solita abitudine. Parlavano di poco: il legno per le travi, il consulente pignolo (ma per fortuna), il fatto che dinverno facesse notte troppo presto.
Il ristorante era piccolo, con tende pesanti e tavoli di legno. Presero un piatto caldo e un bicchiere di rosso. Chiacchierarono a lungo, non solo di progetti. Di Roma, dei cambiamenti, di libri. Elena notò che non guardava mai lorologio.
Quando uscirono, lui le tenne il cappotto mentre lo indossava. Un gesto semplice, normale. Lei non ci fece caso o forse sì, ma senza fretta.
Davanti alla metro, lui disse:
Sono felice di lavorare con te.
Anchio, rispose lei.
E presero la metro in direzioni opposte.






