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Ritardi d’Amore – Storia di una Suocera, una Cognata e la Lotta per il Proprio Posto nel Cuore
Ancora una busta per loro e per noi solo un barattolo di cetriolini? penso, fissando il tavolo della
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0328
– Mamma, ormai ho già dieci anni, vero? – chiese all’improvviso Michele tornando da scuola. – E quindi? – La mamma guardò sorpresa il figlio. – Come sarebbe “e quindi”? Hai dimenticato che tu e papà mi avevate promesso che quando avrei compiuto dieci anni mi avreste permesso qualcosa? – Permesso cosa? Cosa avevamo promesso di permetterti? – Di prendere un cane! – No! – esclamò spaventata la mamma. – Qualsiasi cosa, ma non un cane! Vuoi che ti compriamo un monopattino elettrico? Il più costoso! Ma con la condizione che di cani non se ne parli mai più. – Ecco come siete allora… – sospirò offeso Michele. – E poi siete sempre voi a insegnarmi che una promessa va mantenuta… va bene, va bene… Michele si chiuse in camera e non ne uscì fino al ritorno del papà dal lavoro. – Papà, ti ricordi cosa mi avevate promesso… – iniziò Michele, ma il papà lo interruppe. – La mamma mi ha già chiamato per dirmi del tuo desiderio! Ma non capisco davvero perché tu lo voglia così tanto. – Papà, ma io sogno un cane da tanto! Lo sapete! – Sì, sì… Hai letto troppe storie di Cipì e di Gianni e Pinotto, e ora ti comporti proprio come un bambino! E poi, sai quanto costano i cani di razza? – Non mi serve un cane di razza – esclamò subito Michele. – Mi va bene anche il più comune, anche uno abbandonato. Ho letto su internet di tanti cani randagi. Sono così tristi… – No! – lo interruppe il papà. – Cosa vuol dire, uno qualsiasi? A che serve? Sono brutti! Allora facciamo così: io accetto di adottare un cane abbandonato ma solo se è di razza e giovane. – Davvero dev’essere così? – si lamentò Michele. – Proprio così! – disse il papà ammiccando alla mamma. – Dovrai educarlo, portarlo alle esposizioni canine. Giusto? Un cane anziano non si può educare. Quindi, se troverai in città un giovane cane di razza, abbandonato e bello, forse andremo incontro al tuo desiderio. – Va bene… – sospirò il ragazzo. Perché in strada cani di razza abbandonati non li aveva mai visti. Ma la speranza, si sa, è l’ultima a morire. Domenica Michele chiamò l’amico Vittorio e dopo pranzo iniziarono la loro ricerca. Gironzolarono a piedi quasi mezza città, ma di cani giovani, abbandonati e di razza non ne trovarono neanche uno. Di belli sì, ma tutti al guinzaglio con i padroni. – Basta così, – disse Michele stanco. – Lo sapevo già, non ne avremmo trovati… – Ma dai, la prossima domenica andiamo al canile – propose Vittorio. – Ci sono anche cani di razza, lo so perché l’ho letto. Dobbiamo solo trovare l’indirizzo del canile. Ora però riposiamoci un po’. Trovarono una panchina libera, si sedettero e iniziarono a sognare: un giorno avrebbero adottato un cane bellissimo e l’avrebbero addestrato insieme. Dopo un po’ di fantasia, si avviarono di nuovo verso casa. All’improvviso Vittorio fece segno a Michele e indicò qualcosa: – Michele, guarda! Michele si girò e vide un cucciolo randagio, sporco e bianco, che zoppicando camminava sul marciapiede. – Un bastardino! – affermò Vittorio e fischiò. Il cucciolo si voltò per il fischio e corse verso i ragazzi. Ma quando mancavano due metri, si fermò di colpo. – Non si fida degli uomini – spiegò ancora Vittorio. Deve aver avuto paura di qualcuno. Michele fischiò piano e allungò la mano verso il cucciolo. Il cagnolino gli annusò la mano e, invece di scappare, scodinzolò timidamente. – Andiamo, Michele – disse Vittorio preoccupato. – Questo cane non fa per te! Tu vuoi un cane di razza. Ai cani di razza si danno nomi importanti, a questo solo un nome come Pimpi – e se ne andò. Michele accarezzò ancora il cucciolo, poi, triste, seguì l’amico. In fondo, avrebbe voluto portare a casa proprio quel cagnolino. All’improvviso il cucciolo guaì dietro di lui. Michele si bloccò. Il cucciolo piagnucolò ancora. Vittorio lo guardò e sussurrò: – Michele, vieni via! Ma non girarti! Il cucciolo ti guarda come se tu fossi il suo padrone, e lo stai abbandonando. Corriamo. Vittorio partì di corsa, ma Michele non riusciva a muovere le gambe. Era lì, immobile. Quando finalmente cercò di scappare, sentì qualcuno tirargli dolcemente il pantalone. Guardò in basso e incontrò due occhi scuri pieni d’attesa. In quel momento, Michele senza pensare ad altro, prese in braccio il cucciolo e se lo strinse al petto. Aveva già deciso: se i suoi genitori non avessero accettato il cane, quella sera sarebbe scappato di casa. Insieme a lui. Ma anche i genitori, in fondo, avevano un cuore buono… Così, il giorno dopo, quando tornò da scuola, Michele trovò ad aspettarlo non solo la mamma e il papà, ma anche Pimpi, tutta pulita, bianca e felice.
Mamma, ma io ho già dieci anni, vero? annunciò improvvisamente Michele tornando da scuola. E quindi?
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SCEGLI: O IL TUO CANE O ME! NON SOPPORTO PIÙ QUESTO ODORE DI CANE! — HA URLATO IL MARITO. LEI HA SCELTO LUI, HA PORTATO IL CANE NEL BOSCO… MA LA SERA LUI LE HA DETTO CHE SE NE ANDAVA CON UN’ALTRA
SCEGLI: O IL TUO CANE, O ME! NON NE POSSO PIÙ DI QUESTA PUZZA DI BESTIA! DISSE IL MARITO. LEI SCELSE
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080
L’unico uomo di casa Durante la colazione, Vera, la figlia maggiore, senza distogliere lo sguardo dal cellulare, chiese: – Papà, hai visto che giorno è oggi? – No, cosa c’è di particolare? Invece di rispondere, la ragazza girò lo schermo: 11.11.11, l’11 novembre 2011. – È il tuo numero fortunato, papà: undici. E oggi ce ne sono ben tre di fila. Avrai una giornata favolosa. – Magari le tue parole portassero davvero fortuna, – sorrise Valerio. – Sì, papà, – intervenne la piccola Nadia, anche lei assorta sul suo smartphone. – Oggi per gli Scorpioni si prospetta un incontro speciale e un regalo che cambia la vita. – Fantastico. Chissà, magari è morto un lontano parente in Europa o in America, siamo gli unici eredi… di sicuro un milionario… – Miliardario, papà! – rincarò Vera ridendo. – Da te i milioni sarebbero da poco. – Infatti, è troppo poco. E se ci comprassimo subito una villa in Italia o alle Maldive? Poi uno yacht… – E un elicottero, papà! – sognò ad alta voce Nadia. – Voglio anche il mio elicottero… – Nessun problema. Ci sarà anche l’elicottero. E tu, Vera, che desideri? – Voglio recitare in un film di Bollywood con Salman Khan! – Roba da niente. Chiamo subito Amitabh Bachchan e ci mettiamo d’accordo… Dai, sognatrici, finite la colazione, dobbiamo uscire. – Che tristezza, nemmeno sognare si può… – sospirò Nadia. – Sognare si deve! – concluse Valerio alzandosi da tavola. – Ma non dimenticate la scuola… Per qualche motivo, valsero alla mente di Valerio quelle chiacchiere del mattino sul finire della giornata, mentre al supermercato sistemava la spesa nei sacchetti. La giornata volgeva al termine, ma di fortunata non aveva avuto niente: il lavoro era aumentato, aveva dovuto fermarsi fino a tardi, era stanchissimo. Nessun incontro speciale, di regali nemmeno l’ombra. «La felicità è passata sopra la testa, come una rondine in volo su piazza San Marco», pensò uscendo dal supermercato. Accanto alla sua vecchia ma fedele Fiat Panda (che serviva la famiglia da un quarto di secolo), c’era un ragazzino. Sembrava un piccolo randagio. Lo gridava il suo aspetto: abiti strappati, scarpe spaiate – un’informe sneaker grigia a sinistra, un vecchio stivale militare sformato a destra con il laccio sostituito da un filo elettrico blu; in testa un berretto fuori moda, con una falda rovinata. – Signore, io… ho fame, può … pane… – balbettò il ragazzo, appena Valerio si avvicinò. La frase suonò incerta, quasi una battuta presa in prestito da quei film italiani in bianco e nero. In Valerio, qualcosa scattò – una specie di richiamo, come quelle lezioni di recitazione ai tempi dell’oratorio. La vera emozione si leggeva nei dettagli. E qui, qualcosa stonava: la balbettìa, secondo insegnamento, riconosce l’attore sincero dal bugiardo. Il ragazzino mentiva. La recita era tutta per lui, lo percepiva con una specie di sesto senso. «Interessante… Vediamo dove vuole arrivare», pensò Valerio. «Le mie principesse saranno entusiaste: amano giocare alle detective!» – Solo pane non ti sazia. Che ne dici di un bel piatto di pastasciutta, un secondo con contorno, e magari una fetta di crostata fatta in casa? Il ragazzo si irrigidì solo per un attimo, poi tornò in sé, guardingo. – Che dici, accetti? – … Sì, – mormorò piano. – Bravo. Tieni un attimo questi sacchetti, per favore. Fu un test. Valerio sapeva bene: i veri ragazzi di strada appena ricevono la spesa, scappano via. Ma questo rimase lì, abbattuto, a fissare il marciapiedi e stringere il sacchetto tra le mani. «Grazie, amico. Non avevo voglia di rincorrerlo», si tranquillizzò Valerio, trovando finalmente le chiavi. – Eccoci, signore, la carrozza è pronta, il pranzo ci aspetta. Il ragazzo sospirò strano, si accomodò timidamente. Per qualche minuto, nel tragitto verso casa – un casale a pochi chilometri da una cittadina padana dove Valerio lavorava da anni come saldatore – il silenzio dominò. Ex orfano, lui stesso non aveva parenti: le figlie erano tutto il suo mondo. Amava aiutare i bambini senza famiglia, offrire loro almeno un po’ di quel calore che a lui era tanto mancato. Arrivati, le ragazze si precipitarono fuori. – E questo chi è, papà? – Ragazze, eccovi l’incontro speciale promesso e il regalo di oggi: un amico nuovo di zecca! – Grandioso, papà! – Nadia si avvicinò curiosa e guardò sotto il berretto del ragazzino. – Magari era il regalo destinato a un altro. – Magari… ma si è attaccato alla mia gamba! – E come si chiama questo regalo misterioso? – domandò Vera. – Senza nome. – Niente etichetta né prezzo? – Niente. – Chiaro, papà, ti hanno rifilato un regalo difettoso… Le due sorelle si avvicinarono, trascinando il ragazzo in casa tra battute buffe e sospetti in perfetto stile poliziesco: l’investigatrice buona e quella “cattiva”, come solo in Italia sanno fare tra sorelle. Nel frattempo Valerio sistemava l’auto e raggiungeva finalmente le figlie e il loro “ospite”, appena in tempo per la scoperta sorprendente: il ragazzo era truccato con il cerone, non aveva vissuto un giorno in strada; era un ragazzo di casa, arrivato lì con uno scopo misterioso. Dopo un po’ di “pressing”, il piccolo cede: si chiama Spartaco Bugatti (ovviamente con il suo certificato di nascita), fratello maggiore di una ragazza di cui Sofia: la sorella di cui è innamorata Valerio. Spartaco, unico maschio della famiglia, aveva deciso di mettere alla prova la famiglia italiana della sua sorella adorata – proprio come un fratello autenticamente italiano, custode degli affetti e delle tradizioni. – Siete una famiglia meravigliosa! Valerio, ti prego… prendi mia sorella in sposa. Non te ne pentirai. – Ma la poverina ha già due bambini piccoli da accudire… – Macché, papà! – insorsero in coro Vera e Nadia. – Sarà la famiglia più bella d’Italia! Sei d’accordo? Valerio, strizzato tra le braccia delle figlie, guardò Spartaco e accettò. Così, tra battute sarcastiche e sogni ad occhi aperti, tra pasta, risate e “analisi” spiritose del regalo, la famiglia italiana trovò un nuovo equilibrio, un nuovo amore e la promessa di una nuova, grande, meravigliosa famiglia. L’unico uomo di casa – da oggi, non più solo.
Diario di Giornata 11.11.11 Questa mattina, mentre facevamo colazione, mia figlia maggiore, Beatrice
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L’uomo dei miei sogni ha lasciato sua moglie per me, ma non avrei mai immaginato come tutto si sarebbe rivolto contro di me.
Luomo dei miei sogni ha lasciato sua moglie per me, ma non avrei mai immaginato quanto tutto si sarebbe
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044
Abbiamo ancora tante cose da fare in casa… La nonna Valeria, con fatica, aprì il cancelletto, si trascinò fino alla porta, si mise a lottare con la vecchia serratura ormai arrugginita, entrò nella sua casa fredda e spenta e si sedette sulla sedia accanto alla stufa gelida. Nell’aria si sentiva odore di abbandono. Era mancata solo tre mesi, ma il soffitto s’era già ricoperto di ragnatele, la vecchia sedia scricchiolava malinconica, il vento fischiava nella canna fumaria – la casa la accolse quasi sdegnata: “Dove sei stata, padrona, a chi ci hai lasciato? Come faremo quest’inverno?” — Aspetta, aspetta, mio caro, dammi un attimo di respiro… Adesso accendo, ci scaldiamo… Solo un anno fa, la nonna Valeria filava energica per la vecchia casa: tinteggiava, ritoccava, portava l’acqua. La sua figurina minuta si chinava davanti alle icone, trafficava alla stufa, volava in giardino riuscendo tutto: piantare, zappare, annaffiare. La casa gioiva insieme alla padrona: le assi scricchiolavano vive sotto i suoi passi leggeri, porte e finestre si spalancavano al primo tocco delle sue mani indaffarate, la stufa cuoceva instancabile torte soffici. Erano felici insieme: Valeria e la sua vecchia casa. Rimasta vedova presto, aveva cresciuto tre figli, istruiti tutti e portati fuori dal paese. Uno divenuto capitano di lungo corso, l’altro ufficiale dell’esercito, ormai vivono lontano e passano a trovarla raramente. Solo la figlia più giovane, Tamara, è rimasta in paese, capo agronomo sempre presa dal lavoro; la domenica fa visita alla madre, si consola con le sue torte, poi un’altra settimana senza vedersi. La consolazione è la nipote, la dolce Svetlana, praticamente cresciuta con la nonna. E che nipote! Una bellezza da togliere il fiato: occhi grigi enormi, capelli biondo-oro e lunghi fino ai fianchi, ricci e lucenti – pareva brillassero di luce propria. Quando si faceva la coda e i boccoli cadevano sulle spalle, i ragazzi del paese restavano imbambolati, bocca aperta. Fisico scolpito. E chissà come, da ragazza di campagna, tanta eleganza e bellezza? Da ragazza anche la nonna Valeria era graziosa, ma mettere una sua foto e una di Svetlana era come confrontare una pastorella e una regina… E in più era anche sveglia: laureata alla Facoltà di Agraria a Milano, tornata in paese per lavorare come economa. Si era sposata con un veterinario e, grazie a un programma per giovani famiglie, avevano ottenuto una casa nuova. E che casa! Solida, in mattoni, un vero villino per quei tempi. Solo una cosa: attorno alla casetta della nonna Valeria c’era sempre un giardino rigoglioso e fiorito, mentre la nuova casa della nipote era ancora spoglia, con solo tre piantine. E poi Svetlana, anche se nata in paese, era delicata e la nonna l’aveva sempre protetta da ogni fatica. Poi nacque il piccolo Vasino. Il tempo per giardini e orti mancava del tutto. Così Svetlana cominciò a invitare la nonna: “Vieni a vivere da noi, la casa è grande, moderna, niente stufa da scaldare.” Ma Valeria iniziò a sentirsi male. Compiuti gli ottant’anni, come se la malattia avesse atteso la data tonda, le gambe agili di un tempo smisero di muoversi bene. Alla fine accettò e passò qualche mese con la nipote. Poi un giorno sentì dire: — Nonna cara, io ti voglio tanto bene – lo sai! Ma perché stai sempre seduta? Sei stata sempre una lavoratrice! Io qui ho bisogno di aiuto, voglio fare l’orto, tu potresti aiutarmi… — Non posso, piccola mia, le gambe non reggono più… Sono vecchia ormai… — Eh… Appena arrivi qui, subito vecchia… Così, non corrispondendo alle aspettative, la nonna fu rimandata a casa sua. Dal dolore di non poter aiutare la sua amata nipote, la nonna si aggravò. Camminare era diventato penoso, spostarsi dal letto al tavolo una fatica infinita, andare in chiesa ormai impossibile. Don Beppe, il parroco, le fece visita. Lei, seduta al tavolo, scriveva le sue solite lettere mensili ai figli. Nella casa faceva freddo, la stufa era accesa male, il pavimento gelido. Addosso aveva solo un vecchio golf, un foulard sporco — lei, che era stata una maniaca della pulizia — e ciabatte lise. Don Beppe sospirò: servirebbe una mano per la nonna. Chi potrebbe aiutarla? Forse Anna, che abita vicino ed è ancora forte, vent’anni più giovane. Intanto tirò fuori pane, dolci e una metà ancora calda di torta salata (regalo della signora Paola, la moglie del parroco). Si rimboccò le maniche, svuotò la cenere, portò più legna per qualche giorno, accese la stufa, mise su il pentolone per il tè. — Caro ragazzo! Oh, scusa, caro don! Mi aiuti tu con gli indirizzi sulle buste? Io, con la mia zampa di gallina, non si capisce nulla! Il parroco scrisse gli indirizzi, guardò di sfuggita i foglietti dalla calligrafia tremolante. Sulle righe grandi e insicure lessi: “Sto benissimo, caro figlioletto. Ho tutto, grazie a Dio!” Solo che quei fogli erano tutti macchiati, e le macchie sembravano salate… Anna prese a cuore la vecchietta, don Beppe la visitava spesso, e il marito di Anna, il vecchio zio Pietro, la accompagnava in chiesa sulla moto, specialmente nelle grandi feste. Pian piano la vita prese un ritmo più tranquillo. Svetlana non si fece più vedere; poi, qualche anno dopo, si ammalò gravemente. Problemi di stomaco? No, era tumore ai polmoni. In sei mesi, la fiamma si spense. Il marito si rifugiò letteralmente sulla tomba: beveva, dormiva lì, si svegliava e ricominciava. Il piccolo Vasino, sporco e affamato, divenne un peso per tutti. Tamara lo prese con sé, ma il lavoro da agronoma non le permetteva di seguirlo: fu destinato all’istituto. Una scuola-convitto non male, almeno, si mangiava bene e nei weekend si andava a casa, ma mancava la famiglia. Fu allora che, nel sidecar della vecchia “Moto Guzzi”, arrivò la nonna Valeria, con zio Pietro, grosso e tatuato di ancore e sirene, al volante in canottiera da marinaio. Sembravano andare in battaglia. La nonna Valeria decise: — Vasino viene con me. — Mamma, ma tu appena ti reggi in piedi! Come farai con un bimbo? C’è da lavare, da cucinare… — Finché respiro, Vasino all’istituto non ci va, – tagliò corto la nonna. Tamara, stupita dalla determinazione di Valeria, non abituata a tanto, iniziò a preparare la valigia del nipote. Zio Pietro li portò fino alla casetta, quasi a braccio. Anche i vicini criticavano: — Tanto brava, ma ormai fuori di testa: lei stessa avrebbe bisogno d’aiuto, e si prende pure un bambino… Che almeno Tamara ci pensasse! Dopo la messa domenicale, don Beppe si avviò dalla nonna con timori: troverà il bimbo affamato e trascurato da una nonna troppo debole? In casa, invece, era caldo e accogliente. Vasino, pulito e contento, ascoltava una vecchia fiaba su un giradischi; la nonna, in piedi leggera come una ragazza, imburrava una teglia, impastava, rompeva le uova. Le gambe malate si muovevano agili — come ai bei tempi. — Don caro! Sto preparando le focaccine… Aspetta un attimo, porto qualcosa di caldo a casa tua per la signora Paola e il piccolo Cosimo… Il parroco tornò a casa sbalordito e raccontò tutto alla moglie. Paola pensò un attimo, prese un quadernone blu dal ripiano, lo sfogliò e lesse ad alta voce: “La vecchia Giorgetta aveva vissuto la sua lunga vita. Tutto era passato, volato: sogni, sentimenti, speranze — ora tutto dorme sotto la coperta bianca della neve. È ora, pensava, è ora di varcare quel confine dove non c’è più dolore né tristezza né affanno… Una sera di febbraio, la vecchia Giorgetta pregò a lungo davanti alle icone, poi si stese e disse ai familiari: ‘Chiamate il parroco: sto per morire’. Il volto le divenne bianco come la neve fuori dalla finestra. La famiglia chiamò il prete; la nonna si confessò e si comunicò. Rimase così, senza mangiare né bere, solo un alito testimoniava che era ancora viva. Poi la porta si aprì: una ventata gelida, un pianto di neonata. — Silenzio, qui la nonna sta morendo. — Come faccio a far stare zitta una neonata? Si è appena svegliata, nemmeno sa che non si può piangere… Era tornata dall’ospedale la nipote, Anna, con la bimba appena nata. Tutti erano fuori per lavoro; la giovane mamma, stanca, non aveva ancora il latte, non riusciva ad arrangiarsi con la piccola, e il pianto disperato disturbava la morte della nonna. Giorgetta si sollevò, lo sguardo d’improvviso tornò lucido. Si sedette con fatica, scese dal letto e cercò le ciabatte coi piedi magri. Al ritorno dei parenti, certi di trovarla già morta, la scena fu un’altra: non solo Giorgetta era viva più che mai, ma girava per casa cullando la bimba pacificata, mentre la giovane mamma riposava sul divano”. Paola chiuse il diario, guardò il marito, sorrise e concluse: — Mia bisnonna, Vera Giorgetti, mi voleva un bene dell’anima e non riuscì a lasciarmi. Lo disse con le parole di una vecchia canzone: “E morire è troppo presto — c’è ancora tanto da fare in casa!” E visse felice altri dieci anni, aiutando mamma, mia nonna Anastasia, a crescere la sua amata pronipotina. E don Beppe, sorridendo alla sua sposa, pensò che, sì, in casa c’è sempre ancora un po’ di cose da fare…
Di faccende di casa ne abbiamo ancora… Nonna Valeria riuscì a malapena ad aprire il vecchio cancello
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016
L’amore che non si ostenta Annuccia uscì dalla casa con un secchio pieno di mangime per i maiali e, di malumore, passò accanto al marito Gino, che da tre giorni lavorava al pozzo. Gli era venuto in mente di renderlo artistico, tutto intarsiato: voleva che fosse bello, come se non ci fosse altro da fare! Lei si dava da fare per la casa, curava gli animali, mentre lui stava lì con lo scalpello in mano, coperto di trucioli, a guardarla sorridendo. Che marito le aveva mandato il Signore? Mai una parola affettuosa, mai che battesse il pugno sul tavolo, lavorava zitto zitto, e solo ogni tanto si avvicinava per guardarla negli occhi e passare la mano sulla sua treccia bionda e folta: tutto lì il suo affetto. Ma come desiderava che le dicesse “stellina”, “colombella”… Si perse nei pensieri sulla sua sorte di donna e quasi inciampò su Nonno Bullo, il vecchio cane. Gino subito saltò su, la sostenne e rivolse uno sguardo severo al cane: — Ma perché ti metti proprio tra i piedi, vuoi far male alla padrona? Bullo abbassò gli occhi colpevole e se ne andò nella cuccia. E Annuccia, ancora una volta, si meravigliò di come gli animali capissero suo marito. Gli aveva chiesto, una volta, come facesse, e lui aveva risposto semplicemente: — Amo gli animali, e loro mi ricambiano. Anche Annuccia sognava l’amore: che lui la prendesse in braccio, che le sussurrasse parole dolci all’orecchio, che le lasciasse ogni mattina un fiore sul cuscino… Ma Gino era tirchio con le tenerezze, e lei cominciava ormai a dubitare: ma mi ama davvero, almeno un po’? — Dio vi benedica, vicini! — si affacciò alla recinzione il vicino Basilio. — Gino, ancora con queste fantasie? E a chi servono quei tuoi disegnini intarsiati? — Voglio che i miei figli crescano brave persone, amando la bellezza. — Per i figli però bisogna prima farli, — rise il vicino, strizzando l’occhio ad Annuccia. Gino guardò la moglie con tristezza, Annuccia, imbarazzata, si affrettò a rientrare in casa. Non aveva fretta di avere bambini: era giovane, bella, preferiva ancora godersi un po’ la vita, e poi il marito era insipido come un passatempo senza sale. Altro che Basilio: lui sì, era un uomo! Alto, possente; certo, anche Gino non era male, ma Basilio era davvero un bel tipo! E quando la incontrava fuori, le parlava così dolcemente, che sembrava la pioggia d’estate mormorasse: “Gocciolina mia, sole mio…” Il cuore le si fermava e le gambe le tremavano; ma poi Annuccia fuggiva, non cedeva alle sue avance. Si era sposata e aveva promesso fedeltà: mamma e papà avevano vissuto tanti anni in armonia, e anche lei era stata cresciuta con il valore della famiglia. Eppure… perché ogni tanto sperava di scorgere Basilio fuori dalla finestra e incontrarne lo sguardo? La mattina dopo, portando la mucca al pascolo, s’imbatté con Basilio al cancello: — Annuccia bella, perché mi eviti? Hai paura di me? Non posso smettere di pensare alla tua bellezza, mi gira la testa ogni volta che ti vedo! Vieni da me, all’alba. Appena tuo marito va a pescare, vieni che ti riempio di carezze, ti faccio felice come nessuna. Annuccia arrossì, le si accesero le guance, il cuore sobbalzò, ma non rispose; passò veloce, e lui le gridò dietro: — Ti aspetterò. Tutto il giorno lo pensò. Voleva amore e tenerezza, e lui era così attraente, il suo sguardo era come una fiamma… Ma non riusciva a decidersi. Tanto, fino all’alba, c’era ancora tempo… La sera Gino aveva scaldato la sauna. E invitato anche Basilio a fare il bagno. Quello fu felice, almeno non doveva consumare la sua legna. Si frustarono con i rami di betulla, tra un mugugno e l’altro di piacere. Poi uscirono nel camerino a riposare. Annuccia portò loro un po’ di grappa e un vassoio di stuzzichini, ma si ricordò che in cantina aveva lasciato dei cetriolini sotto sale. Scese a prenderli e, tornando su, sentì i due parlare e si fermò in ascolto dietro alla porta socchiusa. — Ma perché sei così indeciso, Gino, — sussurrava Basilio, — vieni, non te ne pentirai. Lì ci sono delle vedovelle che ti riempiono di carezze, e son delle bellezze… Non come la tua Annuccia, una topolina grigia. — No, amico mio, — sentì Annuccia la voce di Gino, bassa ma ferma, — non mi servono altre belle donne, nemmeno ci penso. Mia moglie non è una topolina grigia, è la più bella di tutte le donne del mondo. Non c’è fiore né frutto che la superi. Quando la guardo, non vedo neanche il sole: solo i suoi occhi e la sua figura. Mi sento pieno d’amore come il fiume in primavera; ma il guaio è che non so dire parole dolci, non riesco a spiegarle quanto la amo. Lei se la prende per questo, lo sento. So di avere torto, e ho paura di perderla, perché senza di lei non vivrei nemmeno un giorno, nemmeno un respiro. Annuccia rimase immobile, il cuore le batteva forte e le scendeva una lacrima. Poi si fece coraggio, entrò nel camerino e disse forte: — Piantala, vicino. Vai pure a consolare le vedovelle, che io ho ben altro da fare con mio marito. Non c’è ancora nessuno che possa ammirare la bellezza del pozzo scolpito da Gino. Perdonami, amore mio, per i pensieri sciocchi, per la mia miopia: avevo la felicità tra le mani e non la vedevo. Vieni, ne abbiamo sprecato già troppo di tempo… La mattina dopo, all’alba, Gino non andò a pescare.
Lamore non si ostenta Annunziata uscì dalla cascina con un secchio pieno di pastone per i maiali, e passò
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068
NONNA, ANGELO CUSTODE: Il Destino di Elena, il Segreto del Passato e l’Amore Salvato da una Nonna dal Cuore Italiano
NONNA ANGELA LANGELO CUSTODE Non avevo alcun ricordo dei miei genitori. Mio padre aveva lasciato mia
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0680
Non è ancora arrivato. Ultimamente, è stato sommerso dal lavoro e arriva sempre più tardi.
**Diario Personale** Ancora non è arrivato. Ultimamente è stato sommerso dal lavoro e torna a casa sempre
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041
Sei solo un errore della giovinezza. Una ragazza ha avuto un figlio a soli 16 anni. Anche il padre aveva 16 anni. Tralasciando i dettagli dello scandalo, poco dopo la nascita si sono lasciati. Quando la ragazza capì che il ragazzo non voleva né lei né il loro figlio, perse subito ogni interesse per il bambino. Il figlio fu cresciuto dai nonni materni. A 18 anni la ragazza si trasferì in una città vicina con un nuovo giovane, senza scrivere né telefonare alla famiglia. I suoi genitori non cercarono di vederla e si domandarono, feriti e indignati, come avessero potuto crescere una figlia capace di abbandonare il proprio figlio. I nonni educarono il nipote, che ancora oggi li considera i suoi veri genitori ed è profondamente grato per l’infanzia felice e per l’ottima formazione che gli hanno dato. Quando il ragazzo compì 18 anni, la cugina si sposò. Tutti i parenti erano presenti e anche la sua madre biologica, ormai al terzo matrimonio con una seconda figlia. La maggiore aveva dieci anni, la più piccola un anno e mezzo. Il ragazzo era emozionatissimo, voleva conoscere la madre e le sorelle. E chiedere finalmente “Mamma, perché mi hai lasciato?” Per quanto i nonni fossero stati meravigliosi, il pensiero della madre non lo abbandonava. Conservava l’unica foto sopravvissuta di lei: suo nonno aveva bruciato tutte le altre. La madre conversava con una parente vantandosi delle sue figlie. – E io, mamma, che ne è di me? – domandò. – Tu? Tu non conti, sei solo un errore della giovinezza. Tuo padre aveva ragione, avrei dovuto abortire – rispose fredda la donna, voltandosi altrove. … Sette anni dopo, il ragazzo viveva felice con moglie e figlio in un moderno bilocale, tutto grazie ai nonni e ai suoceri, quando ricevette una chiamata da un numero sconosciuto. – Ciao figlio, lo zio mi ha dato il tuo numero. Sono tua madre. Senti, so che abiti vicino all’università dove studia tua sorella. Può stare da te per un po’? Siete famiglia, lei non sopporta il dormitorio, affittare costa troppo, mio marito mi ha lasciata, faccio fatica, una figlia universitaria, una al liceo, la terza presto in asilo… – chiese. – Mi dispiace, ma ha sbagliato numero, – rispose lui e chiuse la chiamata. Poi prese in braccio il figlio e disse: – Prepariamoci, andiamo a trovare la mamma, poi tutti insieme a vedere la nonna e il nonno, va bene? – E sabato andiamo in campagna come sempre, vero papà? – domandò il bambino. – Ma certo! Le tradizioni di famiglia non si rompono mai. … Alcuni parenti criticarono il ragazzo, dicendo che avrebbe dovuto aiutare la sorella. Lui, però, crede che il suo dovere sia aiutare solo i nonni, e non una donna sconosciuta per la quale non è altro che un errore.
Sei stato un errore di gioventù. Una ragazza, Bianca, partorisce a soli sedici anni. Anche il padre del
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044
Inutile. Un Racconto.
Non è per niente inutile. Racconto. Ho saputo che suo padre era ancora vivo solo quando mi sono ammalata.
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0171
“Lascialo in ospedale, insisterono i familiari”
Lascia la bambina in ospedale insistevano i parenti. Perché lhai presa, davvero? urlava il marito, indicando
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0173
«Ma sei impazzita, Lù? Alla tua età ti metti a sposarti! Hai già i nipoti che vanno a scuola, quale matrimonio?», mi ha detto mia sorella quando le ho raccontato che sto per sposarmi. Ma io e Tullio fra una settimana ci sposiamo per davvero, anche se senza grandi festeggiamenti, solo noi due e una firma. Lui vuole il matrimonio perché crede ancora nei gesti romantici, e io sento di rinascere con lui. Avevo paura di dirlo a mia sorella, temendo il suo giudizio: «È passato solo un anno dalla morte di Vittorio, tuo marito!», ha detto. Ma chi decide quando si può tornare a essere felici? Dopo una vita dedicata a figli, nipoti e sacrifici, ora ho scoperto la gioia di vivere per me stessa: passeggiare nei parchi, godermi la città, riscoprire la leggerezza con Tullio che mi mostra un nuovo mondo. Anche se le mie figlie all’inizio non hanno capito, la famiglia di Tullio sì. Alla fine, tutti sono venuti al nostro piccolo matrimonio, anche mia sorella con un mazzo di rose bianche. Adesso io e Tullio festeggiamo il nostro anniversario, più felici che mai, e ancora non riesco a credere di essere così scandalosamente felice!
Lidia, ma sei impazzita alla tua età! Hai già i nipoti che vanno alle elementari, quale matrimonio?
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082
Non ha superato il controllo
Senti, è un po imbarazzante ammetterlo, disse Dario Bianchi con un sorriso colpevole, tamburellando le
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0848
La zia in visita, la moglie in lacrime
La zia in visita, la moglie in lacrime Roberto fu svegliato dal campanello. Dallaltro lato del letto
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055
Dobbiamo dirci addio
15 aprile 2023 Diario di Alessandro Ho conosciuto Ginevra durante una lezione di fisica quantistica allUniversità
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071
PER OGNI EVENIENZA Vera guardò la collega in lacrime, scrollò le spalle e tornò a digitare veloce al computer. — Che sei proprio senza cuore, Vera — sbottò Olga, la caporeparto. — Io? Perché? — Insomma, solo perché nella tua vita privata tutto fila, non vuol dire che sia così per tutti. Si vede che la ragazza sta male, potresti consolarla, darle un consiglio, condividere la tua esperienza, visto che a te va tutto alla grande. — Io? Dovrei condividere la mia esperienza? Con lei? Una volta ci ho provato, qualche anno fa, quando Nadia si presentava al lavoro coi lividi, tanto che sembrava avesse bisogno di fari per vedere la strada. Non era nemmeno il marito a picchiarla, le capitava di cadere da sola. E con ogni uomo era sempre la stessa storia. Quando lui poi l’ha mollata, i lividi sono spariti. Era il terzo che se la dava a gambe. Allora ho pensato di aiutarla, di condividere, ma la cattiva sono diventata io. Me l’hanno anche detto, che con Nadia non funziona, lei “sa tutto” meglio di chiunque. Sono finita per essere additata come l’invidiosa che le rovina la felicità. Lei faceva pure le fatture d’amore dalle maghe, adesso è “moderna” e va dallo psicologo. Non capisce che ripete sempre lo stesso copione, cambiano solo i nomi. Quindi scusatemi, ma non sono io quella che si mette a consolare o a offrire fazzoletti. — Non dovresti essere così, Vera. A pranzo, tutte insieme al tavolo, il discorso si accese su Nadia e il suo ex, l’ennesimo traditore. Vera mangiava in silenzio, poi si versò un caffè e si rifugiò in un angolo a scorrere i social. — Vera, — le si avvicinò la paffuta e solare Tania, che quel giorno però aveva perso il sorriso, — davvero non ti dispiace per Nadia? — Cosa volete da me, ragazze? — Lasciala stare, — intervenne Irina, — lei ha il suo adorato Gabriele, vive da regina, non può capire cosa vuol dire restare sole coi figli, senza una mano, senza niente, e se vuoi gli alimenti, devi pure combattere per ottenerli da quell’elemento del padre. — Eh, magari non bisognava manco fare figli con certi tipi, e scusate, anche ad una certa età! — si inserì la saggia signora Teresa, la decana della squadra, detta “zia Teresa” dalle ragazze. — Vera ha ragione, quante volte Nadia ha pianto? Anche quando era incinta… Le donne, in cerchio attorno alla solita lacrimosa Nadia, elargivano consigli su come riprendersi. Finché la forte e “indipendente” Nadia decise di dare una svolta. Chiamò la mamma dal paese per aiutarla con il figlio e il “poco riconoscente” ex, poi si rimise in sesto: frangetta nuova, sopracciglia tatuate, ciglia finte, voleva anche il piercing al naso, ma l’ufficio l’ha convinta a evitarlo. E la storia ricominciò. — Dai, su, Nadia, non ti preoccupare, vedrai che lui tornerà a piangere! — la incitavano le amiche. — No che non piangerà, — sussurrò Vera, ma le altre, già avvinazzate, le chiesero spiegazioni. — Non piangerà, e non si pentirà. E Nadia troverà un altro identico, non oggi, domani magari… — Per te è facile parlare, hai Gabriele che certo non è così… — Il mio Gabriele è il migliore del mondo: non picchia, non beve, non corre dietro alle donne, mi ama. — Ma va là, sono tutti uguali, stai attenta che te lo portiamo via. — Provateci pure, tanto lui non cede. — Ne sarei così sicura… Le battute e i toni da comari in preda al vino diventarono una sfida: — Facci vedere Gabriele, vediamo se resiste al nostro fascino! Sicuro non ci inviti perché temi che qualcuna di noi te lo soffi. — Ma dai, venite pure! Così, tutte insieme, allegre e caciarone, si fiondarono a casa di Vera, chi in cucina, chi a preparare una cenetta per l’arrivo di questo mitico Gabriele. Vera le avverte: — Non fatevi illusioni, è schizzinoso col cibo, e presto sarà qui. La serata cala, l’entusiasmo si spegne, una ad una le donne vanno via, restano solo Nadia, Olga e Tania. Bevono il tè, chiacchierano nella cucina accogliente, un po’ imbarazzate, e si preparano ad andarsene. Quando qualcuno entra. — Gabriele, tesoro mio! — cinguetta Vera sull’uscio, mentre entra un ragazzo alto e bello. “Ma… che succede?!”, si interrogano tutte. — Ecco, ragazze, lui è mio figlio Denis. “Suo figlio? Ma Gabriele?” — Ah, certo, ora vi faccio conoscere Gabriele, ma piano… è stato appena operato, Denis e sua moglie l’hanno portato dal veterinario, sapete, marcare il territorio… Dovete vederlo! Eccolo, Gabriele: un gatto che dorme beato! Le colleghe scappano fuori a ridere. — Ma Vera, è un gatto! — Certo, chi pensavate? Il marito non ce l’ho. Voi avete dato per scontato che dicessi sempre “Gabriele”, il compagno perfetto, non mi avete lasciata finire e avete creduto alla favola. Io mi sono sposata giovane, prima storia, niente studi, è nato Denis. Tre anni e ci siamo lasciati. I miei genitori mi hanno aiutata tanto. Secondo matrimonio a trent’anni, bello, buono, aveva grandi progetti, ma mio figlio “può anche andare in collegio militare”, diceva, mia mamma si sarebbe occupata di lui. Io l’ho rimandato da sua madre. Abbiamo vissuto tanto io e Denis, il terzo marito mi ha rifilato un occhio nero per gelosia, ma io ormai avevo imparato a difendermi coi corsi di Denis: mi sono difesa e basta, fine delle relazioni. Ora Denis è sposato, io ero sola e mi sono presa Gabriele. Siamo felici così, liberi, ognuno con la propria vita. La sera ogni tanto cucino, invito qualcuno, ceniamo insieme, poi ognuno torna a casa sua. All’inizio Denis non capiva: “Perché non viviamo insieme?” Ma a che pro? Siamo adulti, diverse abitudini, chi è cresciuto insieme si trova, io non ho trovato quello giusto, e non mi va di mentire. Io e Gabriele stiamo benissimo così. Il gatto si sveglia, Vera lo coccola: — Te l’avevo detto, se continui a marcare le tende… Le donne escono pensierose, specie Nadia. Ma non riesce a fare come Vera. Dopo un mese parla già di nuovo fidanzato e riceve mazzi di fiori. Vera e zia Teresa si sorridono. — Allora, Teresa, come sta il tuo Michelino? — Tutto bene, l’ho punto qualcosa alla zampina ma si è rimesso, grazie a Dio. I nipoti dicono di farlo gareggiare, ma che scherziamo, lasciamolo fuori dalle follie. A ciascuno la sua: chi tiene animali, chi mariti… — Chissà, magari stavolta le va bene? — Speriamo. — Di cosa parlottate? — Di te, Nadia, si spera che questa sia la volta buona. — Ma io non so stare sola, ragazze, lo dico chiaro. — Ma fai bene, ognuna la sua strada… — Vera, — la chiama Nadia per strada, — ma se volessi un gatto, come si fa? Meglio maschio o femmina? — Vai, vai, che ti aspettano… tanto, per ogni evenienza, lo scoprirai… — Sì, era solo… per ogni evenienza.
PER OGNI EVENIENZA Vera guarda la collega in lacrime, scrolla le spalle con indifferenza e torna a digitare
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016
Viviamo insieme io e la mia mamma. La mia mamma ha 86 anni. Non mi sono mai sposata e non ho figli. La mia vita è andata in modo un po’ strano. Ora ho 57 anni. Ho appena festeggiato il compleanno, solo io e la mia mamma, perché non ho nessuno da invitare. Non ho amiche, e io e la mia mamma non abbiamo altri parenti. Viviamo insieme e ci sosteniamo sempre. La mia mamma ha 86 anni. Non so cosa farò quando lei non ci sarà più. Ma la mia mamma sta benissimo! Anche se è anziana e ogni anno la salute peggiora, non si scoraggia. Esce perfino a passeggiare da sola. Io sono già in pensione, ma continuo a lavorare: le nostre pensioni non bastano per una vita normale. Non mi abbatto e sono felice di avere la mia cara mamma. Dopotutto, c’è chi sta molto peggio. Alcuni non hanno casa, né parenti, né soldi. Io e la mia mamma viviamo tranquille. Alla sera beviamo il tè, lavoriamo a maglia, guardiamo i nostri film e le fiction preferite. Nei weekend preparo dolci e invitiamo i vicini. Ci raccontano delle loro famiglie. Mi rallegro per la felicità degli altri e prego che i problemi continuino a stare lontani da me e dalla mia mamma. Questa è la nostra vita. Vorrei che continuasse così il più a lungo possibile per me e la mia mamma…
Viviamo insieme io e mia mamma. Mia mamma ha ben ottantasei anni, portati con una certa grinta.
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In ritardo per il treno, è tornata a casa senza preavviso e non ha trattenuto le lacrime.
Persa nel treno, tornò a casa senza preavviso e non riuscì a trattenere le lacrime. In ritardo sul treno
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01.2k.
Ha Portato alla Follia il Mio Ex Marito
Luca, resta con Matteo almeno un paio dore, Ginevra fissò il marito con un sorriso stanco. Devo andare
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041
Un uomo si godeva una giornata libera e dormiva, quando improvvisamente il campanello suonò: chi era venuto così presto? Aprendo la porta, vide un’anziana sconosciuta e spaventata, che gli disse: “Figlio, non riconosci tua madre?”
14 marzo Questa mattina pensavo di potermi godere finalmente un po di tranquillità: era il mio giorno
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055
La nipote. Olghetta non era mai stata desiderata dalla madre, Gianna, fin dal giorno in cui era nata. La trattava come un oggetto d’arredo: che ci fosse o meno, per lei non cambiava nulla. Litigava continuamente col padre di Olghetta, e quando lui l’abbandonò per tornare dalla legittima moglie, perse ogni freno inibitore. — Se n’è andato, eh? Allora non aveva mai pensato di lasciare la sua lavascale! Mi ha rovinato la vita! Mi ha mentito — urlava nel telefono — e ora mi lascia con questa creatura? La butto dalla finestra, oppure la mollo in stazione tra i barboni! Olghetta si tappò le orecchie e scoppiò a piangere piano, assorbendo l’indifferenza materna come una spugna assetata. — Non mi frega nulla di quello che farai con tua figlia. Anzi, dubito persino che sia mia. Addio! — rispose all’altro capo della cornetta Romano, il padre della bambina. Gianna, come impazzita, gettò vestiti e documenti della bimba in una borsa, la prese in braccio e ordinò al tassista di portarle in provincia, da Nina Ivanovna, la madre di Romano, che viveva fuori città. Il tassista non apprezzava i modi bruschi di quella giovane donna né le risposte sprezzanti date alla figlioletta. — Mamma, devo andare in bagno — disse Olghetta, rintanando il capo tra le spalle per paura della reazione materna. Effettivamente, Gianna ringhiò così forte che il tassista avrebbe voluto darle una lezione. Aveva una nipotina coetanea di Olghetta, e la nuora la trattava come una principessa, mai avrebbe osato alzarle la voce! — Tieni duro! Ci penserai da tua nonna, quella fine signora! Voltando le spalle alla figlia, Gianna guardò fuori, il viso contratto dalla rabbia. — Si calmi, signora, che se continuo così vi mollo qui e porto la bambina direttamente ai servizi sociali! — Fatti i fatti tuoi! Non ti permettere con me, difensore delle poverette. Altrimenti denuncio che hai avuto attenzioni strane verso mia figlia! Secondo te, chi crederanno: a un tassista o a una madre disperata? Mia figlia la cresco come voglio, perciò chiudi quella boccaccia! Il tassista serrò i denti: meglio starne alla larga, pensò, anche se gli dispiaceva per la piccola. Un’ora e mezza dopo arrivarono a destinazione. — Aspetta un attimo! — Gianna scese, e il tassista ripartì bruscamente. — Vai pure a piedi, vipera! — gridò dal finestrino. Gianna sputò per terra, afferrò la figlia e, rincarando il passo, bussò violentemente al cancello della villetta. — Prendetevela! Ecco la vostra gioia, fateci quello che volete. Vostro figlio mi ha dato l’ok! A me non serve a nulla! Sputò le parole con la voce graffiata dal fumo, poi voltò i tacchi e se ne andò. Nina Ivanovna la guardava incredula. — Mamma! Mamma non andare! — singhiozzava Olghetta stringendosi la faccia tra le manine sporche. Corse dietro alla madre, ormai sparita sulla strada. — Lasciami! Vai da tua nonna! Ormai vivi con lei! — urlava Gianna cercando di liberarsi dalla figlia che stringeva la sua gonna. I vicini cominciarono a guardare dalle finestre. Nina Ivanovna, mettendosi una mano sul cuore, raggiunse la nipotina piangente. — Vieni, amore mio, andiamo. Dolcissima, non ti farò mai del male, hai fame? Ti preparo delle frittelle con la panna, va bene? — coccolava la donna portando la bambina dentro casa. Sbirciando dal cancello, vide Gianna dileguarsi su un’auto di passaggio. Non la rividero mai più. Ma Nina Ivanovna accolse la nipote come un dono dal cielo, senza il minimo dubbio che fosse sangue del suo sangue: in fondo, era tutta il suo piccolo Romano! — Ti farò crescere bene, Olghetta, ti metterò in piedi e avrai tutto quello che posso darti. E così fu: amore, dedizione, il primo giorno di scuola. Il tempo volò. In un battibaleno, era già l’ultimo anno. Olghetta era diventata una vera bellezza, gentile e intelligente, e sognava di entrare a Medicina, per ora, però, si accontentava del college. — Peccato che papà non mi voglia riconoscere — sospirava una sera abbracciando la nonna sulla terrazza mentre osservavano il tramonto. La donna le accarezzava i capelli tremando. Cosa avrebbe potuto rispondere? Romano si era rifatto una vita con la moglie “regolare” e il figlio maschio prediletto. Olghetta, invece, era esclusa e, quando veniva a trovare la madre, non perdeva occasione di umiliarla in pubblico. — Sei proprio tu il barbone, non lei! — aveva sbottato una volta Nina Ivanovna — Corri qui solo per la pensione, a chiedere i soldi, tu che lavori e tua moglie pure! Via di qui, Romano! Meglio nulla che questa vergogna! — Parli così, mamma? Quando schiatti non verrò nemmeno al funerale! — aveva urlato, caricando il figlio Vadim in macchina e via, senza più tornare. — Che Dio lo giudichi, amore mio — sospirava Nina Ivanovna — Andiamo, beviamo un tè, domani è il gran giorno del tuo diploma! Finì l’estate, era tempo per Olghetta di trasferirsi in città per studiare. — Chiederò a Vittorio, il vicino, di accompagnarci in città coi bagagli — Nina Ivanovna aveva i suoi pensieri: non stava più benissimo e doveva risolvere una questione importante. Dopo tanti abbracci davanti al dormitorio: — Studia, che tu possa contare solo su te stessa. Io sono vecchia, chissà quanto resisterò ancora… — Non dire così, nonnina! Sei nel fiore degli anni! Nina Ivanovna sorrise, salutò Olghetta e chiese a Vittorio di portarla al notaio. Tornò a casa finalmente sollevata. Olghetta tornava tutti i weekend, studiava con impegno e sognava di iscriversi a Medicina, convinta di poter “allungare la vecchiaia” della nonna con la scienza. Poi si innamorò di Sacha, un compagno di studi serio e ambizioso, si sposarono appena diplomati — appena ventenni. Al tavolo del piccolo ristorante, tra i pochi invitati della sposa c’era solo la nonna: — Tu per me sei tutto: non solo la mia adorata nonna, ma anche papà e mamma. Mi hai cresciuta, mi hai dato tutto. Mi hai donato una casa, una vera casa. Ti voglio bene, nonnina. Grazie! Olghetta le si inginocchiò davanti, abbracciandola stretta. Gli ospiti si commossero con lei. — Su, alzati, Olghetta — sussurrava imbarazzata Nina Ivanovna, traboccante di orgoglio. — Ma cosa dici, nonna! — intervenne Sacha — tu ora sei il membro più importante della nostra famiglia! Benvenuta! La serata fu un inno alla felicità dei ragazzi e alla salute di Nina Ivanovna, che aveva cresciuto una così splendida ragazza. Ma col tempo la salute della nonna declinò. Olghetta e Sacha fecero avanti e indietro tra città e paese, divisi tra lavoro e università. Un giorno, la nonna le serrò la mano: — Quando morirò, arriveranno come avvoltoi mio figlio e sua moglie. Non farti intimorire, la casa è tua: ti ho lasciato tutto dal notaio, è già deciso. — Nonna… — Shh. Fai quello che credi. Tu vera famiglia non l’hai mai avuta, solo io potevo occuparmi di te. Presto andrò via, ma voglio che tu abbia un tetto tutto tuo. Lo vendi con Sacha, e vi comprate casa in città. Olghetta pianse, senza parole. Dopo un anno e mezzo di cure, Nina Ivanovna se ne andò in pace, nel sonno. Come aveva previsto, quaranta giorni dopo, Romano e famiglia piombarono in casa: — Fuori subito! Ora che mamma non c’è più, tu qui non puoi restare! Olghetta restò senza parole davanti a quegli estranei: lui, la moglie mai vista, il fratellastro che già valutava il valore della casa e pensava all’auto con cui avrebbe fatto il figo tra gli amici. Arrivò Sacha con la spesa. — Chi sei tu, il nuovo amante? — rombò Romano. — Sono il marito legittimo di Olga. E voi chi siete? Non mi pare di avervi mai visti. Romano arrossì di rabbia. — Fuori di qui, tutti! — Primo: piano col tono. Secondo: la casa è di Olga, abbiamo l’atto notarile. Vuoi vederlo? — Ch-che atto? — balbettò Romano. — RrRoma! Questa vipera ha raggirato tua madre! Dobbiamo andare in tribunale! — la moglie lo strattonava. — Lo dimostrerò che non sei mia figlia, né nipote di mia madre! — Prepara le valigie! Ti sbatteremo fuori! — digrignò il fratellastro, furioso all’idea di restare senza macchina. Andarono via, lasciando il gelo. Olga scoppiò a piangere: “Perché mi trattano così? Mio padre non mi ha mai dato niente, e ora vorrebbe portarmi via pure la casa della nonna!” — Forse non stanno male, hanno solo avidità. Ma non ti lasceranno in pace, meglio vendere tutto e andare in città, come avrebbe voluto Nina Ivanovna — decise Sacha. — Sì… ma è tutta la mia infanzia! La casa venne venduta in fretta a una famiglia benestante. Olga e Sacha acquistarono un appartamentino vicino al centro. Avevano finalmente una casa tutta loro e aspettavano il primo figlio, strafelici. La sera, andando a dormire, Olga parlava mentalmente con la nonna: “Grazie, nonna: mi hai donato la vita.”
La nipote Fin da quando è nata, la piccola Giulia non è mai stata desiderata da sua madre, Daniela.
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039
Un dono di Dio… Una mattina grigia e carica di nubi basse annunciava l’imminente temporale, il primo della primavera, tanto atteso dopo un inverno secco e pungente che aveva lasciato la terra assetata e inquieta. Anche la primavera sembrava tardare a prendere piede, l’aria era ancora fredda, il vento impetuoso sollevava polvere e portava via le foglie morte dello scorso anno, mentre i primi timidi fili d’erba si facevano spazio a fatica tra le zolle dure. La natura tutta aspettava la pioggia come una promessa di rinascita. Dopo una notte tormentata dal dolore, dall’insonnia e dai pensieri pesanti scaturiti dall’ultima, dura verità pronunciata dal famoso professore, Sacha e Vika, giovani coniugi russi di San Pietroburgo trapiantati a Milano, si ritrovano a colazione tra il profumo del caffè e della frittata. Il responso della medicina è inappellabile: non potranno avere figli. All’improvviso, tra i lampi che squarciano il cielo e il temporale che finalmente esplode, Vika prende una decisione: adottare un bambino da un orfanotrofio milanese, portare finalmente in quella casa la primavera tanto desiderata, quel figlio sognato e atteso da anni. Il destino li conduce tra le stanze dell’istituto, dove tra tanti bambini incontrano una piccola bionda dagli occhi azzurri, trascurata e sofferente, con le gambine storte dalla nascita. Nonostante il parere contrario della direttrice, Vika e Sacha sentono subito che la bambina è “un dono di Dio”. Inizia così un percorso di adozione, cure e amore senza limiti né condizioni. Con sacrificio, abnegazione e fede, tra viaggi e operazioni negli ospedali migliori di Milano e Firenze, la loro piccola Lena impara a camminare. Brillante a scuola, appassionata di disegno e danza, Lena, con il sostegno dei suoi genitori adottivi, sboccia come una vera primavera italiana: amata da tutti, festosa, talentuosa e solare. La fortuna finalmente sorride anche a Sacha e Vika: il lavoro va a gonfie vele, comprano casa a Milano, Lena è sempre la gioia dei suoi genitori. Nessuno potrebbe immaginare la strada di dolore e redenzione che li ha portati fino a qui, perché soltanto l’amore vero, quello che adotta, guarisce e cresce, sa trasformare un destino segnato in un autentico miracolo. Un dono di Dio – una storia di pioggia e rinascita, di adozione e speranza, che profuma di caffè, pioggia primaverile e amore tutto italiano.
Dono di Dio… La mattina si presenta grigia, pesanti nuvole strisciano basse sopra Milano e, in
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031
Tonia stava sarchiando l’orto quando sentì qualcuno chiamarla nel cortile
14 aprile 2023 Oggi il sole si è insinuato tra le foglie dei miei pomodori, e mentre scacciavo le erbacce
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0317
Mio marito lavora, ma sono io a pagare tutto: La storia di una donna italiana indipendente che mantiene la famiglia e si interroga su amore, equità e futuro
Mio marito lavora, ma sono io a pagare sempre tutto. Vi chiederete come sia potuto succedere che mi trovi