Mia madre fa finta di essere malata per non lavorare e vive alle nostre spalle. Non ha mai avuto la minima
Mi prometti di badare al nipotino solo per qualche giorno? la voce di Ludovica tremava, un misto di disperazione
Il marito se ne è andato per una donna più giovane. Non ho pianto. Mi sono seduta, ho respirato e, per
Ricordo che, dopo un anno di silenzio, Alessandro bussò di nuovo al portone di casa nostra a Roma, con
Ho tagliato i ponti con la mia famiglia e per la prima volta, respiro liberamente. Cresciuto con la convinzione
Per anni, sono stata unombra silenziosa tra gli scaffali della grande biblioteca comunale di Milano.
Ho vissuto con mia moglie per 34 anni, ma ora mi sono innamorato di un’altra donna. Non so cosa fare.
Mi chiamo Adriano, ho 65 anni. Sono sposato, ma in età avanzata mi sono innamorato di un’altra donna. Mia moglie ha 62 anni. Abbiamo un figlio adulto, già sposato e con figli.
Da quando nostro figlio è diventato grande e si è sposato, io e mia moglie siamo diventati quasi due estranei.
Dopo il pensionamento volevo che comprassimo una casa in campagna. A mia moglie non andava molto. Ma sono riuscito a convincerla. Abbiamo trovato una bella casetta e ci siamo trasferiti lì d’estate. Io adoravo la vita in campagna, mentre lei preferiva stare sul divano a leggere e guardare la TV. Non voleva aiutarmi in giardino, diceva che non si sentiva bene. Ho dovuto fare tutto da solo.
In autunno siamo tornati in città. Mia moglie era felicissima, io invece no. Dopo una settimana ho fatto le valigie e sono tornato da solo in campagna, semplicemente lì mi sentivo meglio. Mia moglie è rimasta in città. Ora ci vediamo raramente. In campagna mi sono innamorato di una donna di 60 anni. All’inizio non sembrava corrispondere i miei sentimenti, ora invece stiamo molto bene insieme. Vorrei divorziare, ma temo la reazione di nostro figlio. Dico ancora a mia moglie che sto facendo lavori nella casa di campagna, ma passo molto tempo con la donna che amo.
Mia moglie ancora non sa niente. Non riesco a decidermi se confessarle che voglio divorziare. Davvero, non so cosa dovrei fare. Ti racconto una cosa che ultimamente mi toglie il sonno. Mi chiamo Stefano, ho 65 anni, e sono sposato
Mi ha lasciato per una più giovane. Poi mi ha telefonato chiedendo se può tornare. Prende la valigia
I parenti misero subito fuori dalla porta la scatola con i gattini. Corgi andò dietro di loro e si rifiutò
Mamma, sei impazzita! gridò la mia figlia Maddalena, fissandomi come se fossi una pazza. Ti sei innamorata?
Allora, ascolta questa storia che devo proprio raccontarti. Mi viene ancora la pelle doca a pensarci.
E come fa la terra a sopportare certe madri! Ha mandato suo figlio in un orfanotrofio, perché non voleva
La cognata passava le vacanze in qualche lussuoso agriturismo in Toscana, mentre noi ci spaccavamo la
Non vedo l’ora di risposarmi!
Alla desiderava ardentemente un matrimonio riuscito, dopo una delusione già vissuta.
Aveva un figlio, Artemio, di vent’anni.
…Tanto tempo fa, il marito fu colto in flagrante tradimento: Alla tornò un giorno prima da un viaggio di lavoro e trovò il marito mezzo spogliato che rifaceva in fretta il letto matrimoniale, mentre la migliore amica preparava il caffè in cucina… indossando la sua vestaglia!
Una vera scena da manuale! Il divorzio fu immediato e l’amica traditrice cancellata per sempre da ogni contatto. Alla non volle nemmeno entrare nei dettagli scabrosi. C’era una colpa? Ci sarebbe stata anche la punizione. Mise l’uomo alla porta con tutte le sue cose e proibì al figlio di parlargli. Allora Alla non aveva ancora trent’anni.
Da allora sono passati più di dieci anni. Alla ha ottenuto prima il dottorato, poi la libera docenza.
A quarant’anni era ormai Professoressa Ordinaria di Filologia e dirigeva un dipartimento universitario.
Stimata da colleghi e studenti, aveva trascorso dieci anni di solitudine femminile senza mai perdere la speranza di trovare un compagno degno. “È ancora presto per dedicarmi alla maglia e al ricamo,” pensava Alla.
I pretendenti per la sua mano non mancavano, ma nessuno riusciva a conquistare veramente il suo cuore. Dopo il primo appuntamento un corteggiatore la chiese subito in sposa, si fece prestare dei soldi (“Siamo quasi una famiglia…”) e sparì. Un secondo cercava una madre per i suoi tre figli: era vedovo e la invitò direttamente a casa, chiedendole di preparare la cena per tutta la famiglia. Alla si prestò comunque, cucinò e sfamò i piccoli. Tornò a casa in lacrime: il cuore si stringeva per quei bambini… e per il padre, solo come un orfano. Ma sentiva che non avrebbe mai potuto assumersi il peso di una famiglia così numerosa.
“Magari sono egoista…” si consolava.
Con il passare degli anni, le possibilità si facevano sempre più rare. E proprio quando Alla aveva ormai perso le speranze e stava per voltare pagina su queste storie inconcludenti, sulla scena comparve Lui.
…Uno studente algerino. Wahid aveva 28 anni. Un tempo aveva frequentato i suoi corsi all’università. Dopo la laurea era rimasto in città e aveva avviato una piccola attività.
Un giorno Alla entrò in una stazione di servizio: Wahid ne era il proprietario.
Si salutarono, ricordarono i tempi dell’università, risero insieme. Wahid le lasciò il suo biglietto da visita… non si sa mai!
Così Alla cominciò ad andare regolarmente a fare il pieno da lui. E Wahid iniziò a corteggiarla: la invitava a cena fuori, a concerti di musica classica.
Alla, però, si sentiva in imbarazzo e non credeva nelle sue intenzioni, rifiutando ogni invito.
Ma Wahid non si arrendeva. Alla ricordava bene quanto fosse stato un ottimo studente: tenace, diligente, persino affascinante. Tutte le ragazze del dipartimento lo ammiravano mentre passava. Lui una volta le regalò una scatolina intagliata: dentro, un biglietto.
Alla arrossì leggendolo, poi impallidì arrabbiandosi e strappò il messaggio in mille pezzi. C’era scritto: “Professoressa Alla! Vi amo!”
Alla pensò subito a uno scherzo e restituì a Wahid la scatola scappando via.
Il giorno dopo Wahid bussò alla porta del suo ufficio:
– Professoressa, scusatemi. Non volevo offendervi. Mi piacete molto.
Alla accettò le scuse:
– Va bene Wahid, vai in aula; la lezione sta per cominciare.
Fino alla laurea Wahid le fu distante, solo qualche sguardo di sfuggita. Ora la situazione si ripeteva e Alla era indecisa: accettare il corteggiamento o rifiutare? “Non sono più la sua professoressa. Siamo solo un uomo e una donna. Chi può dirlo?” pensava.
Alla fine cedette al destino.
…Iniziò una storia d’amore fugace.
Il primo appuntamento con Wahid fu indimenticabile: lui la sorprendeva, era tenero, allegro, romantico. Nessuno l’aveva mai conquistata così. La differenza d’età non pesava affatto. Alla tornava ragazzina, Wahid era un uomo maturo.
Alla italianizzò il nome di Wahid in Vadim; lui non si offendeva, e la chiamava a sua volta Alia. Alla era al settimo cielo, si sentiva finalmente desiderata.
Fu un amore che bruciava.
Ma Wahid non le propose mai di sposarlo. Aveva in mente di tornare in Algeria, e non voleva ribellarsi alla famiglia che già gli aveva trovato una sposa, una certa Khadija di 17 anni, di buona famiglia.
Alla non avrebbe mai lasciato l’Italia, né il figlio né la madre. La famiglia di Wahid non avrebbe mai accettato una “vecchia” sposa straniera.
“Meglio il pane secco della propria terra che le torte altrui,” pensava Alla.
Così decise di regalare a Wahid tutto l’amore e la tenerezza che aveva dentro, anche se fosse stata l’ultima cosa.
“Quanto ancora mi resta di felicità? Quello che viene lo vivrò fino in fondo!” raccontava alla mamma.
La madre era contraria:
– Alluccia! Perché proprio uno straniero? Non ti bastano i nostri ‘Vadimi’? Non vi darò mai la mia benedizione! Tuo marito ancora ti corteggia. Non lo hai notato? Dovresti perdonarlo! Skày, tuo figlio è legatissimo a lui! – piangeva la madre.
– Ma mamma, Dima mi ha tradita! Hai dimenticato? – ribatteva Alla.
– Santo cielo! Si è pentito cento volte! E poi, hai la tua parte di colpa. Tutta presa dal tuo lavoro, hai trascurato tuo marito. E si sa, un uomo lasciato solo… chiunque può portartelo via, – insisteva la madre.
– E tu allora, mamma, perché non hai perdonato papà? Anche lui si era pentito… – ribatteva Alla.
– Eh, bella mia, che paragone! Tuo padre se n’è andato quando ancora non eri nata, ha avuto tre figli fuori casa e poi è tornato a vedere te. Ma che avrei dovuto fare? Portarmi a casa pure i suoi figli? No! Invece Dima è qui, da dieci anni. Sta solo aspettando che lo chiami… e anche Artemio gli vuole bene – concluse la mamma.
– Mamma, non ho intenzione di sposare Wahid. Sono troppo vecchia per lui. Aspetterò che sia lui a lasciarmi. Poi, si vedrà… – disse Alla malinconica.
– Eh, figlia mia… anche la vecchia cavalla ama il fieno dolce… – sospirò la mamma.
…Dopo tre anni Wahid salutò Alla: “Resterò in contatto con te, amore mio,” fu tutto ciò che disse.
Alla era preparata all’inevitabile, ma fu amarissimo lasciarlo andare a Khadija. Wahid come ultimo dono le regalò la scatola intagliata, con dentro un anello speciale, due angioletti che tenevano un cuore di diamante.
– Lascio il mio cuore a te, Alia, – la baciò appassionatamente.
E volò via verso l’Algeria.
…Un anno dopo, Wahid le mandò la foto del suo matrimonio e la dedica: “Mia moglie Khadija.” Un anno dopo ancora, la foto della seconda sposa: “Mia seconda moglie, Maryam.” Wahid spiegava ad Alla che in Algeria la poligamia è legale.
Alla osservava questi “resoconti” di vita con distacco: “Cosa ne sapete voi, giovani colombe, del vero amore?” Le faceva solo un po’ di tenerezza lo sguardo triste dello sposo. Forse, in fondo, ancora la amava… ma si sa, anche l’amore invecchia quando ne arriva uno nuovo.
…La favola era finita, la pagina voltata. Nel frattempo anche il figlio di Alla si era sposato e le aveva portato una nuora in casa. Quando nacque la nipotina, Alla chiese di chiamarla Alia. Voleva che la memoria di quell’amore restasse per sempre nel cuore.
Alla perdonò (forse solo ebbe pietà) anche l’ex marito. Il passato era perdonato. Dima cercò il contatto tramite la suocera, che riuscì a convincere Alla a riaccoglierlo:
– Ha capito i suoi errori. E poi, chi di noi è senza peccato? Il peccato non cammina nei boschi ma tra la gente. Non tutti sanno resistere alle tentazioni.
…Alla e Dima ora vivono insieme, e cercano di non separarsi più.
E poi Alla ha finalmente fatto un corso di maglia… e ora sferruzza calzini con motivi arabi per la sua amata nipotina Alia. NON VEDO LORA DI RISPOSARMI A Loredana bruciava il desiderio di sistemarsi bene in matrimonio.
Mi sto allontanando dal marito dopo quarantanni di matrimonio. Alla fine ho trovato il coraggio di vivere
Non dimenticherò mai il giorno in cui trovai un neonato che piangeva davanti alla porta della mia vicina
Quarantanni sono passati, eppure il suo volto rimaneva impresso nei miei sogni. Decisi di cercarlo di nuovo.
MA L’ORCHIDEA È DAVVERO COLPEVOLE?
— Polina, portatela via questa orchidea, altrimenti la butto, — disse Katia prendendo distrattamente il vaso trasparente dal davanzale e porgendolo a me.
— Ma grazie, amica! Eppure, cosa ti ha fatto di male questa povera orchidea? — chiesi stupita, visto che sul davanzale ce n’erano altre tre, splendide e curate.
— Questo fiore l’hanno regalato a mio figlio al matrimonio. Sai già come è andata a finire… — sospirò Katia pesantemente.
— So che tuo Denis ha divorziato dopo meno di un anno. Non ti chiedo il motivo, posso immaginare fosse serio. Denis adorava Tanya, — non volevo riaprire una ferita ancora fresca.
— Un giorno ti racconterò il motivo, Polina. Per ora è troppo doloroso, — Katia si perse nei suoi pensieri e si lasciò andare alle lacrime.
(…)
Il resto della storia, tra amicizia, delusioni d’amore, rinascita e una sorprendente rinascita — non solo della “esiliata” orchidea — si snoda tra eleganti matrimoni, chiacchiere in cucina davanti a un buon caffè e brindisi con vino, abbracciando le gioie e i dolori delle famiglie italiane… Una storia di fiori, tradimenti, nuove possibilità e della forza delle donne.
Ma l’orchidea, poverina, che colpa ne ha? È COLPA DELLORCHIDEA? Paola, prenditi questa orchidea, altrimenti la butto giù dal balcone Caterina si
È arrivata la mia amica d’infanzia: non ha mai voluto figli, ha scelto di vivere solo per sé stessa
Oggi ho incontrato un’amica d’infanzia, abbiamo entrambe 60 anni. Dopo l’università lei ha lasciato subito la nostra città. Ci siamo scritte per un po’, poi ci siamo perse di vista. Ho saputo solo tramite conoscenti che viaggiava molto, cambiava spesso città e accompagnava diversi uomini; a 50 anni aveva già avuto tre mariti ma nessun figlio — scelta che non riuscivo a comprendere, abituata come sono all’idea che una donna abbia almeno dei figli, soprattutto se non è andata bene con un uomo e può almeno sperare nei nipotini. È tornata infine nel nostro paesino per vendere ciò che le restava. Ci siamo incontrate, le ho chiesto: “Perché non hai mai avuto figli? Almeno uno, per avere chi ti porti un bicchiere d’acqua quando sarai anziana?”. Lei ha riso: “La famosa ‘bicchier d’acqua’? I figli non sempre si prendono cura dei genitori. Meglio risparmiare per una brava badante. Io non ho voluto figli perché volevo vivere la mia vita, girare il mondo, non farmi carico di altri né preoccuparmi o dover dare soldi a qualcuno. I miei mariti mi hanno lasciata solo per questo. Ma ora vivo per il mio piacere: niente nipoti da accudire, niente soldi per mantenere figli adulti. Non ho rimpianti, anzi, mi dispiace per chi ha avuto tanti figli e ora si trova solo, magari a lamentarsi perché i figli sono partiti. Io non ho quel problema — questa è la mia opinione.” Dopo averla ascoltata, ho capito che aveva ragione: perché mettere al mondo figli se non si vuole davvero? Perché sperare che ti ripagheranno da anziani? Mi è tornata alla mente la visita di una mia cara amica dinfanzia. Non aveva mai avuto figli.
Non ne posso più che veniate ogni fine settimana!
Forse anche voi avete incontrato quel tipo di persona convinta che il mondo giri solo intorno a lei, ignorando completamente che anche gli altri possano avere i propri impegni. Mio cognato con tutta la sua famiglia — lui, sua moglie, i loro due figli e il fratello di lei — arriva a casa nostra ogni weekend per stare a dormire. Non si preoccupano mai di chiederci se abbiamo altri programmi o se per noi va bene.
Questo circo va avanti da quasi un anno e io davvero non ne posso più. Amo gli ospiti, ma tutto ha un limite: non riesco mai a occuparmi delle mie cose né a godermi un po’ di riposo in tranquillità dopo una lunga settimana di lavoro.
Invece di rilassarmi, passo il weekend ai fornelli, ad animare la conversazione, a preparare letti e poi, una volta che se ne vanno, a lavare montagne di lenzuola. Mi sono sempre chiesta se si rendano conto che presentarsi senza invito sia quanto meno maleducato, anche se siamo parenti. Forse non sarei tanto esasperata se le visite fossero più rare — invece, arrivano almeno tre volte al mese!
Io e mio marito non ci comportiamo mai così con altri parenti — forse sarebbe il caso di andare noi da loro un paio di volte, per far capire che effetto fa. Ho chiesto a mio marito di parlare con loro, ma lui non sa come dirglielo e ha paura di offenderli. O forse, in fondo, a lui sta bene così. Visto che non mi ha aiutata, ho dovuto arrangiarmi.
Per prima cosa, ho smesso di cucinare nel weekend: chi aveva fame, doveva arrangiarsi con gli avanzi della settimana, e se finivano… beh, potevano cucinare loro. Io potevo anche digiunare.
Un giorno si sono seduti a tavola in attesa della cena, e quando mi hanno lanciato tutti uno sguardo interrogativo, ho detto: “Oggi non c’è niente, se avete fame cucinatevi qualcosa.” Sulle loro facce è apparsa una domanda muta, ma nessuno ha risposto: hanno bevuto un tè e poi sono andati a dormire.
Ho anche smesso di pulire tutta casa in vista delle loro visite. Un giorno la moglie di mio cognato si è lamentata che le calze bianche della figlia erano diventate grigie. Le ho detto: “Non ho avuto tempo per lavare i pavimenti; se ci tieni, c’è il secchio e il mocio in bagno, fai pure.” Non mi ha più fatto domande del genere.
E, forse la cosa più importante, ho smesso di mettermi da parte. Non cambio più i miei programmi solo perché arrivano ospiti. Anch’io ho diritto alla mia vita privata e alle persone che scelgo di frequentare. Ora, quando arrivano, sto con loro un’oretta e poi dico: “Scusate, ho da fare.” Se mio marito vuole, può occuparsi lui della sua famiglia. A volte, se non ho altri impegni, inizio a fare una bella pulizia profonda, così sto con loro il meno possibile.
Dopo una di queste visite, mio cognato ha detto a mio marito: “Credo che ci sia scaduto il tempo delle visite, eh?” — Bravo, finalmente l’ha capito! Da quel giorno, i cari ospiti si presentano solo dopo averci avvisato e senza pernottare — e molto più raramente. Avete mai vissuto una situazione simile? Voi come ne siete usciti? Non ne posso più di queste visite ogni fine settimana! Ricordo bene quei tempi, quando sembrava che tutto
COME UNA RONDINE CHE SEGUE IL SUO NIDO Ragazze, ci si sposa una volta sola, e per sempre. Fino allultimo
Ho trovato il diario di mia madre. Leggendolo ho compreso perché per tutta la vita mi avesse trattata
Non ne posso più che veniate ogni fine settimana!
Forse anche voi avete incontrato quel tipo di persona convinta che il mondo giri solo intorno a lei, ignorando completamente che anche gli altri possano avere i propri impegni. Mio cognato con tutta la sua famiglia — lui, sua moglie, i loro due figli e il fratello di lei — arriva a casa nostra ogni weekend per stare a dormire. Non si preoccupano mai di chiederci se abbiamo altri programmi o se per noi va bene.
Questo circo va avanti da quasi un anno e io davvero non ne posso più. Amo gli ospiti, ma tutto ha un limite: non riesco mai a occuparmi delle mie cose né a godermi un po’ di riposo in tranquillità dopo una lunga settimana di lavoro.
Invece di rilassarmi, passo il weekend ai fornelli, ad animare la conversazione, a preparare letti e poi, una volta che se ne vanno, a lavare montagne di lenzuola. Mi sono sempre chiesta se si rendano conto che presentarsi senza invito sia quanto meno maleducato, anche se siamo parenti. Forse non sarei tanto esasperata se le visite fossero più rare — invece, arrivano almeno tre volte al mese!
Io e mio marito non ci comportiamo mai così con altri parenti — forse sarebbe il caso di andare noi da loro un paio di volte, per far capire che effetto fa. Ho chiesto a mio marito di parlare con loro, ma lui non sa come dirglielo e ha paura di offenderli. O forse, in fondo, a lui sta bene così. Visto che non mi ha aiutata, ho dovuto arrangiarmi.
Per prima cosa, ho smesso di cucinare nel weekend: chi aveva fame, doveva arrangiarsi con gli avanzi della settimana, e se finivano… beh, potevano cucinare loro. Io potevo anche digiunare.
Un giorno si sono seduti a tavola in attesa della cena, e quando mi hanno lanciato tutti uno sguardo interrogativo, ho detto: “Oggi non c’è niente, se avete fame cucinatevi qualcosa.” Sulle loro facce è apparsa una domanda muta, ma nessuno ha risposto: hanno bevuto un tè e poi sono andati a dormire.
Ho anche smesso di pulire tutta casa in vista delle loro visite. Un giorno la moglie di mio cognato si è lamentata che le calze bianche della figlia erano diventate grigie. Le ho detto: “Non ho avuto tempo per lavare i pavimenti; se ci tieni, c’è il secchio e il mocio in bagno, fai pure.” Non mi ha più fatto domande del genere.
E, forse la cosa più importante, ho smesso di mettermi da parte. Non cambio più i miei programmi solo perché arrivano ospiti. Anch’io ho diritto alla mia vita privata e alle persone che scelgo di frequentare. Ora, quando arrivano, sto con loro un’oretta e poi dico: “Scusate, ho da fare.” Se mio marito vuole, può occuparsi lui della sua famiglia. A volte, se non ho altri impegni, inizio a fare una bella pulizia profonda, così sto con loro il meno possibile.
Dopo una di queste visite, mio cognato ha detto a mio marito: “Credo che ci sia scaduto il tempo delle visite, eh?” — Bravo, finalmente l’ha capito! Da quel giorno, i cari ospiti si presentano solo dopo averci avvisato e senza pernottare — e molto più raramente. Avete mai vissuto una situazione simile? Voi come ne siete usciti? Non ne posso più di queste visite ogni fine settimana! Ricordo bene quei tempi, quando sembrava che tutto
Squillò il telefono. Numero sconosciuto. Risposi senza pensarci, le mani ancora bagnate per i piatti.
A CUORE APERTO…
In questa famiglia ognuno viveva per conto suo.
Il papà Sandro, oltre alla moglie, aveva sempre qualche donna amata – e non sempre la stessa. La mamma Gianna, intuendo i tradimenti del marito, non brillava certo per moralità: amava passare il tempo fuori casa con un collega sposato. I due figli crescevano liberi e trascurati: nessuno si occupava davvero di loro e passavano spesso le giornate a bighellonare, mentre la mamma dichiarava che la scuola doveva occuparsi di tutto.
Solo la domenica si ritrovavano tutti insieme in cucina, semplicemente per mangiare in fretta, in silenzio, e poi dileguarsi ognuno per i fatti suoi.
Così sarebbe continuata la loro vita, rovinata e peccaminosa ma pur sempre dolce, se un giorno non fosse successo l’irreparabile.
Quando il figlio minore, Denis, aveva dodici anni, papà Sandro decise per la prima volta di portarlo con sé in garage come aiutante. Mentre Denis osservava incuriosito gli attrezzi, Sandro si allontanò per due minuti dagli amici meccanici poco distanti.
All’improvviso dal loro garage si levò un denso fumo nero e poi le fiamme. Nessuno capiva cosa stesse succedendo. (Solo più tardi si scoprì che Denis aveva rovesciato involontariamente la lampada a gas accesa su una tanica di benzina.) I presenti ammutolirono, paralizzati dalla paura, mentre l’incendio infuriava. Dopo che qualcuno rovesciò su Sandro un secchio d’acqua, lui si precipitò tra le fiamme. Un attimo dopo Sandro uscì dal garage in fiamme portando tra le braccia il figlio privo di sensi, il corpo completamente ustionato tranne il volto, che Denis era riuscito a proteggere con le mani. I vestiti del ragazzino erano bruciati.
Furono chiamati i vigili del fuoco e l’ambulanza. Denis fu trasportato d’urgenza all’ospedale. Era ancora vivo!
Fu subito portato in sala operatoria. Dopo interminabili ore di attesa, un medico informò con durezza i genitori:
-Facciamo tutto il possibile e l’impossibile. Ora vostro figlio è in coma. Le possibilità che sopravviva sono una su un milione. La medicina ufficiale è impotente. Se Denis avrà una voglia incredibile di vivere, forse potrà accadere un miracolo. Fatevi forza!
Sandro e Gianna si precipitarono alla chiesa più vicina sotto un diluvio. Accecati dal dolore, non vedevano nulla intorno a loro: la sola cosa che contava era salvare il figlio!
Fradici di pioggia, entrarono per la prima volta in vita loro in una chiesa. Lì, in silenzio e in un clima irreale, si avvicinarono timorosi al sacerdote.
-Padre, nostro figlio sta morendo! Che cosa possiamo fare? – singhiozzò Gianna.
-Mi chiamo Don Sergio, figli miei. Eh, quando si ha paura ci si ricorda di Dio, vero? Siete tanto peccatori?
-Ma no, insomma… Non abbiamo mai ucciso nessuno, – rispose Sandro, abbassando gli occhi sotto lo sguardo scrutatore di Don Sergio.
-E l’amore? L’avete ucciso voi, lasciandolo morto in mezzo a voi. Tra marito e moglie non dovrebbe passare uno spillo… Invece tra voi passerebbe un tronco di cedro! Eh, gente…
Pregate per la salute di vostro figlio San Nicola! Pregate con forza! Ma ricordate, è tutto nelle mani di Dio. Non lamentatevi con Lui! Talvolta è così che il Signore richiama gli stolti, altrimenti non capireste mai! Rovinereste le vostre anime, senza nemmeno accorgervene. Cambiate! Solo l’amore può salvare!
Sandro e Gianna, bagnati di pioggia e lacrime, ascoltavano in silenzio la dura verità di Don Sergio davanti all’icona di San Nicola.
Inginocchiati, pregarono con tutto il cuore, fecero promesse e giurarono…
Tutte le relazioni extraconiugali terminarono lì, cancellate dal passato. E la vita fu rivista, lettera per lettera, filo per filo…
La mattina seguente il dottore chiamò dicendo che Denis si era risvegliato dal coma.
Sandro e Gianna erano già al suo capezzale. Denis aprì gli occhi e cercò di sorridere. Ma sul viso del bambino era rimasta l’impronta di una sofferenza troppo grande.
-Mamma, papà… vi supplico, non lasciatevi, – sussurrò Dolcemente.
-Ma come ti viene in mente, – rispose Gianna, accarezzandogli la mano calda e rilassata, facendo trasalire Denis per il dolore.
-Mamma, l’ho visto! E i miei figli si chiameranno come voi, – continuò Denis.
Sandro e Gianna si scambiarono uno sguardo: pensarono che il figlio delirasse. Quali figli, pensavano, se a malapena poteva muovere un dito?
…Ma da quel giorno Denis iniziò lentamente a riprendersi. Tutte le risorse e i risparmi vennero investiti nella sua guarigione. Sandro e Gianna vendettero la casa in campagna.
Peccato che anche garage e auto fossero finiti distrutti il giorno dell’incidente: avrebbero portato qualche soldo in più… Ma la cosa più importante era che il figlio fosse vivo!
Tutti, nonni compresi, aiutarono la famiglia come potevano.
Il dolore unì tutti.
…Anche il giorno più lungo alla fine finisce.
Passò un anno.
Denis si trovava in un centro riabilitativo. Ormai era in grado di camminare e badare a se stesso.
Lì Denis fece amicizia con una coetanea, Maria. Anche lei era vittima di un incendio, ma con il volto sfigurato dalle ustioni.
Nonostante le tante operazioni, Maria si vergognava tanto dei suoi segni da non guardarsi più allo specchio.
Denis provava per lei una profonda tenerezza: quella ragazza emanava una luce speciale, fatta di vulnerabilità e saggezza.
I due ragazzi passavano tutto il tempo libero insieme, legati da un’esperienza più grande della loro età: avevano conosciuto il dolore, la paura e le lunghe cure, imparando a non temere aghi e camici bianchi… Non si stancavano mai di parlare tra loro.
Intanto il tempo passava…
Denis e Maria celebrarono un matrimonio semplice.
La coppia ebbe due splendidi bambini: la primogenita, Alessia, e poi, dopo tre anni, il secondogenito, Eugenio.
Finalmente, quando la famiglia poteva tirare un sospiro di sollievo, Sandro e Gianna decisero di separarsi.
La dolorosa esperienza vissuta con Denis li aveva logorati così tanto che non riuscivano più a stare insieme. Il matrimonio era vuoto. Ognuno desiderava solo pace e libertà dall’altro.
Gianna si trasferì dalla sorella in periferia. Prima di partire volle salutare Don Sergio, passando in chiesa. Negli ultimi anni ci era andata spesso per ringraziarlo di aver salvato il figlio, ma Don Sergio la correggeva:
-Ringrazia il Signore, Gianna!
E non approvava la sua partenza:
-Se proprio non ne puoi più, vai. Riposati. La solitudine, a volte, fa bene all’anima. Ma torna! Marito e moglie sono una cosa sola!
Sandro rimase solo nell’appartamento vuoto. I figli vivevano ormai per conto loro.
Anche da nonni, Sandro e Gianna andavano a trovare i nipoti separatamente, facendo attenzione a non incontrarsi mai.
Insomma, ora tutti erano tranquilli… A FIOR DI PELLE… In questa famiglia ognuno viveva per conto proprio. Il papà, Lorenzo, oltre alla