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031
La casa di nessuno Sergio si svegliò senza sveglia, come sempre, alle sei e mezza. In casa regnava il silenzio, solo il frigorifero brontolava piano in cucina. Rimase ancora un attimo disteso, ascoltando quel ronzio familiare, poi allungò la mano verso il davanzale a cercare gli occhiali. Fuori l’alba era grigia, poche auto sfrecciavano sul selciato bagnato. Fino a qualche anno prima, a quest’ora, si preparava per andare a lavorare. Si alzava, andava in bagno, sentiva il vicino accendere la radio oltre il muro. Ora il vicino continuava ad accender la radio, e lui invece rimaneva lì a chiedersi cosa avrebbe fatto della giornata. Ufficialmente era in pensione da tre anni, ma per abitudine continuava a vivere seguendo un orario preciso. Si alzò, indossò i pantaloni della tuta, andò in cucina. Mise su il bollitore, prese un pezzo di pane dal portapane. Mentre l’acqua scaldava, si avvicinò alla finestra. Settimo piano, condominio anni ‘70, cortile con i giochi per bambini. Sotto la finestra c’era la sua vecchia Panda, coperta da un velo di polvere. Pensò che doveva proprio passare dal box, vedere se il tetto non avesse infiltrazioni. Il box era in un autorimessa, tre fermate di autobus più in là. Una volta là ci passava metà dei weekend, armeggiando con la macchina, cambiando l’olio, chiacchierando di calcio e benzina coi vicini. Poi tutto era diventato più comodo: officina, gomme, negozio online. Ma il box non aveva mai voluto lasciarlo. Ci teneva attrezzi, gomme vecchie, scatole di cavi e assi di legno, “roba da sistemare”, come diceva lui. E la casa in campagna. Un casolare nel consorzio “I Girasoli”, fuori dalla città. Legno vecchio, veranda stretta, due stanze e una minuscola cucina. Chiudeva gli occhi e vedeva le tavole del pavimento, le crepe, sentiva la pioggia picchiare sul tetto. La casa era arrivata a lui e sua moglie dai genitori di lei. Più di vent’anni fa, quasi ogni weekend ci andavano insieme ai figli. Sistemavano l’orto, friggevano patate, mettevano la radio sullo sgabello. Sua moglie non c’era più da quattro anni. I figli erano cresciuti, sistemati, nelle loro case, con le proprie famiglie. Casa in città, box, casa in campagna: tutto era rimasto, come una bussola familiare. E lui sentiva che finché quei luoghi resistevano, anche la sua vita aveva ancora traiettoria. Il bollitore fischiò. Sergio preparò il tè e si sedette a tavola. Sulla sedia di fronte c’era ancora il maglione piegato dal giorno prima. Mangiò il pane guardando l’indumento e pensò alla conversazione della sera precedente. Ieri erano passati i figli: il figlio con la moglie e il nipotino, la figlia col marito. Hanno bevuto il tè, chiacchierato sulle vacanze, poi come spesso succede ultimamente si è parlato di soldi. Il figlio si lamentava del mutuo; la figlia dei costi dell’asilo e delle attività per i bambini. Li ascoltava e annuiva. Ricordava quando i soldi erano contati anche per lui, ma allora non aveva né casa in campagna né box, solo una stanza in affitto e tante speranze. Poi, un po’ esitante, il figlio aveva detto: — Papà, con Anna ci stavamo pensando… Ne parlavamo anche con Caterina. Non sarebbe il caso che tu vendessi qualcosa? La casa fuori, magari. O il box. Tanto ci vai raramente. Sergio rise, cambiò argomento. Ma quella notte non dormì. In testa girava sempre quella frase: “Tanto ci vai raramente”. Finito il pane e il tè, mise via la tazza. Erano le otto. Decise: oggi sarebbe andato in campagna. Dopo l’inverno doveva pur vedere com’era la situazione. E magari, pensò, dimostrare qualcosa prima di tutto a sé stesso. Si vestì caldo, prese i mazzi di chiavi di box e casa di campagna. In corridoio si guardò allo specchio nella vecchia cornice: tempie grigie, occhi un po’ stanchi ma ancora vivi. Non ancora un vecchio. Raddrizzò il colletto e uscì. Al box fece sosta per raccogliere qualche attrezzo. La serratura cigolò, la porta si spalancò con il solito scatto. Odore di polvere, benzina, stracci. Scaffali pieni di barattoli colmi di bulloni, scatole di cavi, una cassetta con scritto “Radio Italia ’95” a pennarello. Le ragnatele tremolavano sul soffitto. Sguardo sugli scaffali: il cric che aveva comprato per la sua prima auto, le tavole che voleva usare, anni fa, per fare una panca in giardino. Mai fatta, ma le tavole aspettavano. Prese la cassetta degli attrezzi, alcune taniche vuote, chiuse il box e partì. Fuori città, dopo un’ora di strada fra campi e neve ormai sciolta, il consorzio di villette era ancora deserto. Troppo presto per la stagione. La solita custode incappottata gli fece un cenno col capo. Il casolare lo accolse con la stessa immobilità delle mezze stagioni: steccato di legno, cancello un po’ storto. Infilò la chiave, percorse il vialetto stretto fino alla veranda; sotto le suole foglie rinsecchite. Dentro odorava di chiuso e legno. Sergio spalancò le finestre, scrollò la vecchia coperta, mise tutto in ordine. In cucina, la vecchia casseruola smaltata in cui bollivano la composta. Appesi all’ingresso i mazzi di chiavi, una con l’etichetta “capanno”, dove teneva gli attrezzi da giardinaggio. Girava per le stanze, carezzava i muri, le maniglie. Nella stanza dei figli, il letto a castello: sul piano alto un orso di pezza, un’orecchia rattoppata col nastro isolante, memoria di un pianto lontano. Uscì fuori: la neve sparita lasciava aiuole nere, umide. All’angolo, il barbecue arrugginito. Ricordò le grigliate, il tè seduti in veranda con la moglie, le risate degli altri nel vento. Sergio sospirò e si mise al lavoro: pulì il vialetto, sistemò la tavola traballante, controllò il tetto del capanno. Dal capanno prese una sedia di plastica, la mise al sole e ci si sedette. Il sole si fece più caldo. Guardò il telefono: chiamata del figlio la sera prima, messaggio della figlia “dobbiamo parlarne con calma, papà, ragioniamo con buonsenso, ti vogliamo bene”. Buonsenso: ormai la parola più ricorrente in famiglia. Buonsenso, cioè non lasciare soldi “a marcire” in una proprietà. Buonsenso, cioè non chiedere sforzi fisici eccessivi a un pensionato. Buonsenso, cioè aiutare i giovani, finché uno c’è. Li capiva, davvero. Ma adesso che era lì, seduto in quel cortile col vento e il cane che abbaiava in lontananza, tutto quel “buonsenso” gli sembrava lontano. Lì, non c’era da fare i conti. Fece il giro del giardino, chiuse la casa, rimise il grosso lucchetto. Tornò in città. A casa, nel pomeriggio, trovò un biglietto sul tavolo: “Papà, passiamo stasera a parlare. S.” Capì: la vera discussione sarebbe stata quella sera. Vennero in tre: figlio, nuora, figlia. Il nipote dalla suocera. In cucina sederono attorno al tavolo. Tè, biscotti, caramelle che rimasero intatti. Qualche frase di circostanza, poi la figlia prese coraggio: — Papà, parliamo seriamente. Non vogliamo metterti pressione, ma dobbiamo decidere insieme. Sergio sentì uno strappo, ma annuì: — Ditemi pure. Il figlio cominciò: — Hai questa casa, la casa in campagna e il box. La casa in città è sacra, non ne parliamo. Ma la casa fuori… ti pesa. Orto, tetto, staccionata. Ogni anno ci spendi soldi. — Oggi ci sono stato, — disse Sergio piano. — Va tutto bene. — Oggi sì, — intervenne la nuora, — ma in cinque o dieci anni? Non sei eterno. Scusami, ma bisogna pensarci. Sergio non rispose. Quelle parole sulla non eternità erano vere ma dure. La figlia cercò di addolcire: — Papà, non diciamo di disfarcene domani. Possiamo vendere la casa in campagna e il box, dividere i soldi. Una parte resta a te, il resto a noi. Chiudiamo l’ipoteca, tu ci hai sempre detto che vuoi aiutare. E lui sì, lo aveva detto. Quando la pensione era fresca e ci arrotondava con qualche lavoro. Credeva che avrebbe potuto aiutare ancora a lungo. — Io aiuto già, — disse. — Tengo mio nipote, faccio la spesa. Il figlio sorrise nervoso: — Papà, non è la stessa cosa. Adesso serve una somma, vera. Lo vedi anche tu le rate. Non vogliamo tutto, ci basta la parte “ferma”. La parola “immobile” suonava estranea in quella cucina. Sergio sentì un muro di cifre e tabelle tra loro. Bevve un sorso di tè già freddo. — Per voi sono beni, — disse. — Per me sono pezzi di vita. Il box l’ho tirato su io e mio padre, con le mani. La casa in campagna… là siete cresciuti. La figlia abbassò lo sguardo. Il figlio, dopo una pausa, si fece più dolce: — Lo sappiamo, davvero. Ma ci vai poco. Sta lì. Da solo non la reggi. — Oggi ci sono stato, — ripeté Sergio. — Va tutto bene. — Oggi — disse il figlio — e la volta prima? In autunno? Sii realista, papà. Il silenzio fu lungo. In lontananza l’orologio ticchettava. Sentì che parlavano di lui come di un progetto: ottimizzare, ridurre, gestire l’eredità. — Va bene, — chiese. — E cosa proponete? Il figlio si animò. Avevano evidentemente pianificato tutto. — Abbiamo già trovato un’agenzia. Puoi ricavare una cifra interessante dalla casa e dal box. Facciamo noi tutto: visite, pratiche. Tu dovrai solo firmare una delega. — E la casa di qui? — chiese Sergio. — Quella resta tua, — rispose subito la figlia. — Quella è casa tua. Annui. “Casa”— che parola. Era solo l’appartamento? O anche la casa fuori e il box, dove aveva vissuto le sue giornate migliori? Si alzò, andò alla finestra. I lampioni accesi, stesso cortile di vent’anni prima, solo le auto e i bambini cambiati. — E se non volessi vendere? — chiese senza voltarsi. Silenzio. La figlia disse piano: — Papà, decidi tu, ovvio. Ma… noi ci preoccupiamo, ti vediamo stanco. — È vero, — annuì Sergio. — Ma sono ancora in grado di decidere dove andare e cosa fare. Il figlio sospirò: — Non vogliamo litigare. Ma, vista da fuori, sembra che tu ti aggrappi a queste cose. Per noi è dura — coi soldi, con la testa. Se capitasse qualcosa, chi sistemerebbe tutto? Sergio sentì il senso di colpa: anche lui aveva pensato a quando non ci sarebbe più stato, e i figli alle prese con pratiche e divisioni. Tornò al tavolo. — E se… se la casa la intestassi a voi, ma io potessi andarci finché sto bene? La figlia e il figlio si guardarono. La nuora si fece seria. — Papà, così la questione resta aperta. Noi non possiamo andarci spesso come vuoi tu. Abbiamo i nostri problemi. — Non pretendo che ci andiate, — rispose. — Finché posso, faccio io. Poi… farete voi. Un compromesso: per sé il diritto di tornarci, per loro la sicurezza che è già tutto a posto. La figlia rifletté. — Può essere, — disse. — Ma noi, onestamente, lì non ci vivremo mai. Stiamo pensando di trasferirci in un’altra città. Sergio trasalì. Non lo sapeva. Il figlio rimase sorpreso. — Non mi avevi detto niente, — disse. — È solo un’idea, — ribatté la sorella. — Ma la casa fuori per noi non ha futuro. Colse quella parola: “futuro”. Per i figli il futuro era altrove, per lui era tra queste mura e quel terreno. Altri venti minuti di discussioni: loro portavano cifre e progetti, lui ricordi. Loro la salute, lui la voglia di non terminare da pensionato immobile. Alla fine, esausto, il figlio sbottò: — Papà, non potrai sempre scavare aiuole. Arriverà il giorno che non ci andrai più. Che ne sarà, poi? Resterà a marcire? Sergio si arrabbiò: — Per te sono macerie? — chiese. — Là hai passato l’infanzia. — L’infanzia, — rispose il figlio. — Ma adesso ho altre priorità. Parole sospese. La figlia tentò di mediare: — Sasa’, dai… Sergio sentì che parlavano lingue diverse. Per lui quei posti erano la vita, per loro un ricordo, nulla più. Si alzò. — D’accordo — concluse. — Ci penso. Non adesso, non domani. Datemi tempo. — Papà, — la figlia, — anche noi non possiamo aspettare troppo. Abbiamo la rata tra un mese… — Capisco, — la interruppe. — Ma anche voi capite me. Non è vendere un vecchio armadio. Si salutarono. In corridoio si infilavano le scarpe a lungo. La figlia lo abbracciò: — Non ce l’abbiamo con la casa, papà. Abbiamo solo paura per te. Lui annuì, senza riuscire a parlare. Quando la porta si chiuse, la casa si riempì di silenzio. Sergio andò in cucina, contemplò le tazze e il vassoio con i biscotti avanzati. Si sentì svuotato. Rimase così per tanto tempo. Poi andò in soggiorno, prese la cartella con i documenti: il catasto, i rogiti, lo schizzo del terreno. Sfiorò con il dito i disegnini delle aiuole, come fossero veri sentieri. Il giorno dopo tornò al box. Bisognava fare qualcosa, tenersi occupato. Aprì i portoni per far entrare la luce. Sistemò gli attrezzi, buttò roba vecchia: pezzi rotti, bulloni arrugginiti, cavi che teneva “perché non si sa mai”. Il vicino di box, Carlo, passò a salutarlo. — Come mai ripulisci tanto? — Faccio ordine, — rispose Sergio. — Mi chiedo cosa serve ancora, cosa no. — Fai bene. Io l’ho venduto. Ho aiutato mio figlio a prendere la macchina. Ora non ho il box, ma lui è contento. Sergio non commentò. Carlo se ne andò, lasciandolo con i suoi pensieri. Vendere — figlio contento. Semplice come dare via un vecchio piumone. Prese in mano una chiave inglese, la passò tra le dita. Ricordò quando il figlio piccolo voleva imitare papà; allora credeva che sarebbero rimasti sempre complici di quella lingua fatta di chiodi e olio. Ora invece era diventata una lingua straniera. Quella sera, ripresi i documenti, telefonò alla figlia: — Ho deciso, — disse. — La casa fuori la intesto a voi due. Ma niente vendita, per ora. Ci andrò finché ce la faccio. Dopo, vedete voi. Sul telefono un lungo silenzio. — Davvero sei sicuro, papà? — lei. — Sì, — rispose, anche se un po’ di dubbio dentro ancora gli restava. Ma tanto, non c’erano alternative. — Ok, allora vediamoci domani e organizziamo. Rimase seduto in cucina, strano misto di stanchezza e sollievo. Aveva deciso: ora il futuro era scritto, anche se non prometteva serenità. Una settimana più tardi andarono dal notaio. La donazione fu firmata. Sergio sentì la penna tremargli in mano. Il notaio spiegava, i figli ringraziavano. — Grazie papà, ci aiuti tanto, — diceva il figlio. Annuiva, ma dentro sapeva: non era solo lui a soccorrere loro, erano anche loro a liberarlo dal pensiero di “dopo”. Ora “dopo” era su carta. Il box, però, lo tenne. Per ora. I figli gli suggerirono di venderlo, ma fu irremovibile. “Mi serve, — disse, — per non impigrirmi in poltrona”. Questo lo capirono. La vita non cambiò molto. Sempre nel suo appartamento, ogni tanto in campagna, ora come ospite. Ma le chiavi le aveva ancora e nessuno glielo impediva. La prima volta dopo le firme tornò là da solo, in un giorno di aprile sereno. In macchina pensava: adesso non è più mio. È degli altri. Ma al suono dei vecchi cardini e dei suoi passi sul vialetto, il senso di estraneità svanì. Entrò, appese la giacca, tutto era al suo posto: il letto, il tavolo, l’orso. Si sedette allo sgabello presso la finestra. La luce disegnava la polvere. Passò la mano sul legno sentendo tutte le sue irregolarità. Pensò ai figli con i loro pensieri da adulti, e a sé stesso con i suoi desideri ormai legati più alle stagioni che ai progetti. Arrivare a un’altra primavera, girare ancora con la zappa, sedere in veranda d’estate. Sapeva che — tra mesi o anni — l’avrebbero venduta. Lui non avrebbe potuto opporsi. Quando sarebbe stato troppo stanco per andarci, sarebbe finita lì. E sarebbero stati razionali. Ma ora la casa resisteva. Il tetto teneva. Nel capanno, le pale in ordine. Sull’orto, i primi germogli. Uscì. Fece il giro del perimetro; sui giardini vicini la gente tornava, qualcuno già piantava i pomodori. La vita continuava. Si rese conto che la paura che sentiva era soprattutto quella di sentirsi di troppo. Questi luoghi erano la prova che era ancora nel mondo. Poteva rimediare, aggiustare, piantare. Adesso quella prova era fragile. I fogli dal notaio dicevano il contrario, ma le abitudini erano la sua certezza. Prese il termos, si versò il tè. Un po’ amaro, ma meno della sera della discussione. Aveva fatto la sua scelta. Aveva dato ai figli un pezzo di ciò che era stato “casa”, ma aveva ottenuto ancora qualcosa: il diritto di esserci, non per contratto ma per memoria. Guardò la porta, il vecchio chiavistello, la chiave scaldata tra le dita. Un giorno sarebbe passata ai figli, forse agli acquirenti, che non avrebbero mai saputo tutto quello che racchiudeva. Pensando questo si sentì insieme triste e sereno. Le cose cambiano, le case passano di mano. Quello che conta è viversele, finché le senti tue. Finito il tè, si alzò. Andò al capanno a prendere la zappa. Andava vangata almeno un’aiuola. Per sé. Non per i futuri proprietari, non per i figli che già contavano le rate. Per sé, per sentire la terra. Affondò nella terra la zappa, spinse col piede sulla traversa. La zolla si ribaltò, nera e umida. Inspirò forte, continuò. Andava piano. La schiena doleva. Ma con ogni colpo sentiva un po’ del peso sparire. Come se scavasse tra la terra e le sue paure. Alla sera si sedette in veranda, asciugandosi il sudore. Sul prato lunghe zolle rigirate, nel cielo una striscia rosa. Di là una merla gridava. Guardò la casa, le orme sull’orto, la zappa appoggiata al muro. Pensò a domani, al prossimo anno, tra cinque anni. Non c’erano risposte. Ma, seduto lì, sentiva di essere, ancora un po’, al suo posto. Entrò in casa, spense la luce, chiuse le porte. Sulla veranda esitò, ascoltò il silenzio. Poi girò la chiave. Il ferro scattò. Mise la chiave in tasca e tornò verso la macchina lungo il vialetto, attento a non calpestare la terra appena smossa.
Casa di Nessuno Sergio si svegliò senza bisogno della sveglia, come sempre, alle sei e mezza.
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La moglie ha fatto le valigie ed è sparita nel nulla: lui le ha tolto il diritto di scegliere, ma ora si ritrova solo con un figlio che non sa crescere e una sorella pronta a sfidarlo per aiutare sua cognata a ricominciare da zero.
19 marzo Questa notte ho dormito poco. Mi sembra di oscillare tra rabbia, tristezza e stanchezza, senza
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033
La lettera che non è mai arrivata
Lettera che non è mai arrivata Era una sera come tante altre a Bologna; linverno aveva già tinto il cielo
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02.2k.
— Ai genitori: il mio appartamento, a me una casa in affitto? No, caro, a te una casa in affitto, a me la libertà!
I genitori la mia casa, a me un affitto? No, tesoro, a te spetta laffitto, a me la libertà!
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0257
La suocera mi ha distrutto il prato della casa in campagna per farci l’orto e io l’ho costretta a rimettere tutto a posto come prima
Paolo, sei sicuro che non abbiamo dimenticato la carbonella? Lultima volta ho dovuto correre al minimarket
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La badante della moglie: la storia di Lidia che lascia il paese, un matrimonio fallito e i giudizi della madre, per cercare fortuna nella città. Tra speranze d’amore e un nuovo inizio come assistente, finisce coinvolta nella vita di Edgardo, un vedovo benestante con una moglie malata, tra promesse di matrimonio e inganni per una casa che forse non sarà mai sua. Un racconto sulle illusioni, i compromessi e la forza di ricominciare.
Badante per la moglie In che senso? mi parve di non aver sentito bene. Dove dovrei andarmene?
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Don Fernando Ruiz uscì sulla veranda, sorreggendosi al suo bastone di legno.
Don Francesco Bianchi uscì sulla veranda, appoggiandosi al suo bastone di legno. Laria profumava di fiori
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I parenti si sono offesi perché non li ho lasciati dormire nella mia nuova casa: la storia di come ho dovuto difendere la mia tranquillità dagli “ospiti improvvisi” e ho finalmente imparato a dire no, anche alla famiglia
I parenti si sono offesi perché non li ho fatti restare nella mia nuova casa per la notte Caterina, ma
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È già un altro? Galina avrebbe almeno pensato a cosa direbbe la gente – bisbigliavano i vicini, vedendo un uomo nel cortile della vedova.
**12 giugno 2023** “Ma guarda un po! Che penserà la gente?” bisbigliavano i vicini quando
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Con la mia ex: Un viaggio tra ricordi e nuove scoperte
Andrea, non puoi semplicemente mandare via la bambina! È piccola, in una città che non è la sua.
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0277
Non abbiamo fatto entrare nostra figlia in casa — Ma perché non l’avete fatta entrare? — Veronica trovò il coraggio di chiedere la domanda che più la tormentava. — Prima l’avete sempre fatta entrare… La madre rise amaramente. — Perché ho paura per te, Nica. Pensi che non vediamo come ti nascondi quando tua sorella torna a casa nel cuore della notte? Come nascondi i libri perché lei non te li rovini? Lei ti guarda e si innervosisce. Si arrabbia perché tu sei “normale”. A te la vita ha riservato altro, la sua invece lei l’ha affogata nell’alcol… Veronica abbassò lo sguardo, fermandosi sopra il libro aperto — dall’altra stanza ricominciava l’ennesimo scandalo. Il padre era appena rientrato, la giacca ancora addosso, fissava il telefono e urlava nel corridoio. — Non provare a imbrogliarmi! — ruggiva al telefono. — Dove hai buttato via tutto? Sono passate due settimane dalla paga! Due settimane, Larisa! Dalla cucina Tatiana fece capolino. Rimase ad ascoltare un attimo il monologo del marito, poi chiese: — Ancora? Valerio fece solo un gesto stanco con la mano e attivò il vivavoce: il pianto disperato dall’altro lato era subito percepibile. La sorella maggiore di Veronica aveva un talento naturale nel impietosire anche le pietre. Ma dopo tanti anni di sofferenza, i genitori si erano fatti la corazza. — Che vuol dire “ti ha sbattuta fuori”? — Valerio iniziò a percorrere il lungo e stretto corridoio. — Fa bene. Chi sopporterebbe più questo stato di abbandono continuo? Ti sei mai guardata allo specchio? Hai trent’anni, ma la faccia sembra quella di un cane bastonato. Veronica socchiuse la porta della sua stanza, appena due centimetri. — Papà, ti prego… — le lacrime si interruppero di colpo. — Lui mi ha buttato tutte le cose in strada. Non ho dove andare. Fuori piove, fa freddo… Posso venire da voi, solo per qualche giorno, giuro. Solo per riposarmi un po’. La madre fece un gesto, avrebbe voluto prendere il telefono, ma Valerio si girò di scatto negandoglielo. — No! — tagliò corto. — Non metterai più piede qui. Ci siamo messi d’accordo, ti ricordi? Dopo che hai portato la TV al Monte dei Pegni mentre eravamo al lago, questa casa per te è chiusa! — Mamma! Mamma, digli qualcosa! — urlò la voce al telefono. Tatiana si coprì il volto con le mani. Le spalle le tremavano. — Larisa, come hai potuto… — sussurrò senza guardare il marito. — Ti abbiamo portata dal medico. Avevi promesso. L’ultima cura, dissero che sarebbe durata tre anni. Non hai resistito nemmeno un mese! — Le vostre cure sono fandonie! — ribatté Larisa, cambiando tono in un attimo dal piagnisteo all’aggressività. — Si sono solo presi i vostri soldi! Sto male, capite? Dentro sto bruciando, non respiro! E voi la TV… La rimpiange lui! Ve ne compro una nuova! — E con quali soldi? — Valerio si fermò fissando il muro. — Con quali, se hai dilapidato tutto? Ti sei fatta prestare di nuovo dagli amici? O hai rubato qualcosa dall’appartamento di quel tuo… come si chiama? — Non importa! — urlò Larisa. — Papà, non ho casa! Vuoi che viva sotto i ponti? — Vai in un dormitorio sociale. Va’ dove vuoi, — la voce del padre si fece inquietantemente calma. — Qui non entri. Cambio tutte le serrature, se solo mi accorgo che sei fuori dal portone. Veronica stava seduta sul letto, le ginocchia strette tra le braccia. Di solito in questi casi, quando la sorella maggiore faceva impazzire i genitori, la rabbia finiva per colpire anche lei. — E tu che fai? Sei in telefono di nuovo? Diventerai uguale a tua sorella, una nullità! — era la frase che sentiva da tre anni. Ma oggi si erano dimenticati di lei. Nessuno le urlava contro, nessuno la rimproverava. Il padre riattaccò, si tolse la giacca e i genitori si trasferirono in cucina. Veronica uscì timidamente nel corridoio. — Valerio, non puoi farlo, — piangeva la madre. — Si perderà. Lo sai come si riduce quando… in quello stato. Non si controlla. — E io devo controllarla io? — il padre mise il bollitore sul fornello con grande rumore. — Ho cinquantacinque anni, Tania. Voglio tornare a casa e sedermi in poltrona. Non voglio nascondere il portafoglio sotto il cuscino! Non voglio sentire lamentele dai vicini che la vedono in giro con certi elementi loschi e che li tratta male! — È nostra figlia, — sussurrò la madre. — Lo è stata fino a vent’anni. Adesso è solo qualcosa che ci succhia la vita. È ormai schiava dell’alcol, Tania. E non si guarisce se uno non vuole. E lei non vuole. Le piace così. Sveglia, trova, beve e si annienta! Il telefono squillò di nuovo. I genitori tacquero per un istante, poi la voce del padre rispose. — Dimmi. — Papà… — era di nuovo Larisa. — Sono in stazione. Qui gira la polizia, mi prenderanno se resto. Per favore… — Ascoltami bene, — interruppe il padre. — A casa non torni. Punto e basta. — Vuoi che mi butti sotto un treno? — minacciò Larisa. — Vuoi essere chiamato dall’obitorio? Veronica si fermò. Era il colpo basso che Larisa giocava sempre quando perdeva ogni speranza. Una volta funzionava. La madre iniziava a piangere, il padre aveva un dolore al petto e la sorella veniva ospitata, nutrita, aiutata. Ma oggi il padre non cedette. — Non fare la tragediaccia, — disse. — Ti vuoi troppo bene per farlo. Facciamo così. — Come? — speranza nella voce di Larisa. — Ti trovo una stanza. La più economica, in periferia. Pago il primo mese. Ti lascio qualcosa per mangiare. Basta. Poi fai da sola. Trovi lavoro, la smetti con questa vita — vivrai. Se no, tra un mese sei di nuovo in strada, e non mi interessa più niente. — Una stanza? Neanche un appartamento? Papà, non ce la faccio da sola. Ho paura. E poi… e se i vicini sono pericolosi? E poi senza nulla? Nemmeno lenzuola! Quel maiale ha lasciato tutto da sé! — La madre ti prepara la biancheria in una busta. La lasciamo dalla portinaia. Vieni a prenderla. A casa non salire, ti ho avvisata. — Siete degli animali! — Larisa passò di nuovo all’attacco. — Vostra figlia trattata come una bestia! Voi nella casa grande, io come un topo in una tana! La madre non resistette più e prese il telefono. — Larisa, taci! — urlò e Veronica sobbalzò. — Tuo padre ha ragione! Questa è la tua ultima possibilità. O stanza o strada. Ora scegli, perché domani neanche la stanza! Dall’altra parte silenzio. — Va bene, — brontolò infine Larisa. — Mandatemi l’indirizzo. E soldi… inviateli sulla carta subito. Ho fame. — Niente soldi, — tagliò Valerio. — Compro da mangiare e lo lascio nella busta. So troppo bene che fine fanno i soldi in mano tua. Chiuse la chiamata. Veronica decise che era il momento. Entrò cauta in cucina, fingendo di andare a bere. Si aspettava una tempesta di nervosismo su di lei. Il padre avrebbe notato la sua t-shirt stropicciata e la madre l’avrebbe rimproverata che in quella situazione grave a lei non importava nulla. Ma nessuno la guardò. — Veronica, — la chiamò la madre sottovoce. — Sì, mamma? — Nell’armadio, sull’ultimo ripiano, ci sono vecchie lenzuola. Prendile e mettile nella busta blu che sta nel ripostiglio. — Va bene, mamma. Veronica obbedì. Trovò la busta, la svuotò. Non riusciva a credere: come farà Larisa da sola? Non sa fare nemmeno la pasta. E la sua abitudine… Veronica sapeva che la sorella senza bottiglia non avrebbe resistito nemmeno due giorni. Andò nella camera dei genitori, prese una sedia e cominciò a tirare fuori le lenzuola. — Non dimenticare gli asciugamani! — gridò dalla cucina il padre. — Già messi, — rispose lei. Vide il padre che si metteva le scarpe ed usciva senza più una parola. Probabilmente andava a cercare quella “stanza”. Veronica si avvicinò alla madre in cucina. Lei era ancora seduta, immobile. — Mamma, vuoi una pastiglia? — chiese piano avvicinandosi. La madre la guardò. — Sai, Nica… — cominciò con una voce stanca, spenta. — Quando era piccola, pensavo: crescerà, sarà la mia compagna. Parleremo di tutto insieme. Adesso invece penso… spero solo non dimentichi l’indirizzo. Spero arrivi almeno in quella stanza… — Ci arriverà, — Veronica si sedette accanto a lei. — Se la cava sempre. — Stavolta non se la cava, — la madre scosse la testa. — Ha uno sguardo vuoto. Dentro non c’è più niente. Solo un involucro che ha bisogno di quell’orribile cosa per andare avanti. Io vedo quanto la temi… Veronica tacque. Pensava che i genitori non vedessero la sua paura, troppo impegnati a tentare di salvare la “perduta” Lariska. — Credevo che non vi importasse nulla di me, — confessò a mezza voce. La madre allungò la mano, le accarezzò i capelli. — Non è vero. Non abbiamo più forze. Sai com’è in aereo? Prima la maschera la devi mettere a te, poi al bambino. Noi dieci anni abbiamo tentato di aiutare lei. Dieci anni, Nica! Siamo andati da maghi, cliniche costosissime. E alla fine… alla fine stavamo per soffocare noi. Un campanello in corridoio. Veronica si scosse. — È lei? — chiese spaventata. — No, papà ha le chiavi. Sarà la spesa, l’ha ordinata lui. Veronica andò ad aprire. Il corriere diede due borse pesanti. Sistemò tutto in cucina: pasta, conserve, olio, tè, zucchero. Niente di superfluo. — Non mangerà nulla di tutto questo, — notò Veronica prendendo in mano una confezione di grano saraceno. — Vuole sempre i cibi già pronti. — Se vorrà vivere, imparerà a cucinare, — rispose dura la madre, e nella voce tornò per un attimo l’antica fermezza. — Basta viziarla. Così la portiamo nella tomba. Un’ora dopo tornò il padre, esausto come dopo tre turni in fabbrica. — Trovata, — disse solo. — Le chiavi sono con me. La padrona è una vecchietta severa, ex professoressa. Subito mi ha detto: “Se sento rumori, fuori subito”. Le ho detto la verità: “Buttala fuori subito”. — Valerio… — sospirò la madre. — Cosa, Valerio? Basta prendere in giro la gente. Meglio essere onesti. Prese la busta di lenzuola e i pacchi di viveri e si avviò alla porta. — Porto tutto dalla portinaia. Le telefono e le spiego. Veronica, chiudi bene la porta quando esco. E se chiama a casa, non rispondere. Uscì. E la madre si chiuse in cucina a piangere. Il cuore di Veronica si strinse. Ma come si può? Non vive, sopravvive tra una sbronza e l’altra, e toglie la vita anche ai suoi genitori… *** Le speranze dei genitori svanirono presto — dopo una settimana la padrona della stanza chiamò Valerio e disse di aver cacciato l’inquilina con la polizia. Larisa aveva portato tre uomini e festeggiato tutta la notte. Ancora una volta i genitori non se la sentirono di abbandonare la figlia — Larisa fu mandata in una comunità di recupero. Un centro chiuso, ben sorvegliato — lì promettevano di curare la “sbandata” in un anno. Chissà, forse il miracolo accadrà davvero…
Non fecero entrare la figlia in casa Perché non lavete lasciata entrare? chiese Veronica con voce tremante
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La villetta della discordia – finalmente la figlia si riprende ciò che le appartiene
Il weekend della discordia la figlia sè ripresa il suo Giulia, ma devi capire che la situazione è disperata
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Alcune vecchiette sono più importanti della famiglia
Mamma, capisco tutto, ma davvero è stato così difficile avvisare in anticipo? Ho già fissato lappuntamento
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I parenti di mio marito si sono auto-invitati nella nostra casa di campagna per le vacanze, ma io ho rifiutato di consegnare loro le chiavi – Una storia (fin troppo italiana) di confini familiari, invasioni di campo e di come ho difeso la mia oasi dal “clan” durante le feste di Natale
2 gennaio Oggi ho bisogno di mettere nero su bianco quello che è successo, perché ancora fatico a crederci.
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Il destino non è mai un caso: L’emozionante storia di Agata, tra dolore, tradimenti familiari e la forza di ricominciare nella provincia italiana
Non esistono coincidenze Sono già passati quasi quattro anni dalla morte di mia mamma, ma Matilde ancora
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Attiva la ragazza: Scopri il potere femminile nella cultura italiana
Ehi, allora, senti questa «Ma non ci hai mai pensato, Giulia, che quando tutto è complicato, a volte
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Il nipote non conta niente — Mamma pensa che Irina sia fragile, — riuscì infine a dire mio marito. — Che ha bisogno di più aiuto perché non ha un marito. Noi invece siamo una famiglia “stabile”… — Stabile?! — Vera si voltò di scatto. — Slavo, dopo il parto ho preso quindici chili. Ho la schiena bloccata, le ginocchia scricchiolano. Il medico ha detto che devo occuparmi della mia salute, o tra un anno non potrò più sollevare Pavolino. Devo andare in palestra. Due volte a settimana per un’ora e mezza. Tu sei sempre al lavoro, i tuoi turni cambiano di continuo. E chi chiedo di badare a nostro figlio? Tua madre del nipote non si interessa, ha già la nipotina! Slavo tacque. Già, chi? Vera appoggiò la fronte contro la finestra fresca guardando la vecchia Lancia della suocera uscire lentamente dal cortile. Le luci posteriori si accesero per salutare e sparirono dietro l’angolo. L’orologio in cucina segnava le sette in punto. Nadezhda Petrovna era rimasta da loro appena quarantacinque minuti. In salotto Slavo cercava di far giocare il figlio di un anno. Il piccolo Pavolino girava il volante di un camioncino di plastica, ogni tanto lanciando uno sguardo verso la porta appena varcata dalla nonna. — È già andata via? — Slavo diede una sbirciata in cucina, massaggiandosi il collo. — È scappata, — corregge Vera senza voltarsi. — Ha detto che “Pavolino era già stanco e capriccioso” e non voleva disturbarne la routine. — Beh, ha davvero strillato un paio di volte quando lo ha preso in braccio — provò a sorridere Slavo, ma gli uscì solo una smorfia. — Ha strillato perché non la riconosce. Non la vediamo da tre settimane. Tre! Vera si voltò di scatto dalla finestra e iniziò a impilare le tazze sporche nel lavello. — Dai, Vero, — Slavo le si avvicinò per abbracciarla ma lei si scostò allungandosi verso la spugna. — Mamma… si è semplicemente affezionata a Lisetta. Lei è già grande, quattro anni, è più facile. — Non è più facile, Slavo. È che tua madre si diverte di più con lei. Lisetta è la figlia di Irina. E Irina è la figlia preferita. Noi… noi siamo solo optional. La settimana prima la stessa scena, identica. Nadezhda è passata “giusto un attimo”, ha portato una maracas di plastica al piccolo e ha già guardato la porta. Slavo aveva appena accennato che sabato sarebbe stato fuori per lavoro e sarebbe stato utile se la mamma fosse rimasta un paio d’ore con Pavolino, così Vera poteva andare in farmacia e a far la spesa. — Slavo, impossibile! — ha esclamato la madre. — Con Lisetta andiamo a teatro, poi Irina mi ha chiesto di tenerla tutto il weekend. Povera ragazza, lavora troppo e deve rifarsi una vita. La sorella di Slavo cresceva la figlia “da sola”, ma quel “da sola” era parecchio relativo. Mentre Irina “si cercava” e cambiava fidanzati, Lisetta restava settimane dalla nonna. La nonna la prendeva all’asilo, la portava a danza, le comprava tutine firmate e conosceva per nome tutte le bambole della cameretta. — Hai visto cosa ha postato? — Vera fece cenno al cellulare sul tavolo. — Guarda cosa pubblica tua madre. Slavo prese controvoglia il telefono e scorse le foto. Lisetta che mangiava il gelato, la nonna che la spingeva sull’altalena, loro che modellavano plastilina sabato sera. Didascali: “La mia più grande felicità, la mia gioia”. — Ha passato con loro tutto il weekend. — Vera si morse il labbro per non piangere. — Da noi dieci minuti! Lì: idillio. Slavo, Pavolino ha solo un anno. È tuo figlio, suo nipote. Perché fa così? Slavo restò muto — non aveva risposta. Gli tornarono in mente le chiamate notturne perché “si era rotto il rubinetto” e lui correva attraverso la città ad aggiustare tutto. Aveva pagato il microprestito per comprare il cellulare nuovo a Irina. Ogni fine settimana di maggio era nell’orto, mentre la sorella e la nipotina prendevano il sole sulle sdraio. — Proviamo a chiedere ancora a mamma — propose piano Slavo. — Le spiego che si tratta di salute, non di un capriccio. Vera non rispose. Sapeva già che non avrebbe funzionato. *** Il martedì sera ci fu la telefonata. Slavo mise il vivavoce, così Vera sentiva tutto. — Mamma ciao. Senti, avrei un favore… Vera deve andare in palestra su indicazione del medico. La schiena è a pezzi… — Slavo, palestra, figlio mio? — La voce di Nadezhda era allegra, in sottofondo le risate di Lisetta. — Potesse fare ginnastica a casa. Se mangiasse meno brioche, la schiena le passerebbe. — Mamma non si discute. Il medico ha prescritto allenamento e massaggi. Potresti stare con Pavolino martedì e giovedì dalle sei alle otto? Vengo io a prenderti. Dalla cornetta silenzio. — Slavo, lo sai il mio programma. Prendo Lisetta all’asilo alle cinque. Poi danza, poi passeggiata in parco. Irina lavora tardi, conta su di me. Non posso lasciare una bambina per far saltare Vera sugli attrezzi. — Mamma, anche Pasha è tuo nipote. Ha bisogno anche lui di te. Lo vedi una volta al mese! — Non ricominciare. Lisetta è una bimba, vuole stare con me, mi vuole bene. Pasha è ancora piccolo, non capisce. Crescerà e ci conosceremo. Ora non ho tempo, dobbiamo colorare. A presto. Slavo posò il telefono. — Hai sentito? Quindi mio figlio deve “meritarsi” l’attenzione della nonna? Deve crescere per avere uno sguardo? — Non pensavo rispondesse così… — Io sì! — Vera scoppiò. — Sin dal giorno che siamo usciti dall’ospedale: lei era in ritardo di due ore perché a Lisetta servivano le calze nuove! Slavo, non mi offendo per me. Che mi pensi grassa o pigra non mi importa. Ma per Pasha sì. Lui crescerà e chiederà: «Mamma, perché la nonna è sempre con Lisa e mai con me?» Che gli rispondo, che la zia è la prediletta e papà è solo il bancomat e il tecnico di turno? Slavo iniziò a camminare avanti e indietro, poi si fermò di colpo. — Ricordi il regalo per la cucina di mamma? Vera annuì. Avevano messo da parte per mesi per sistemare la cucina della suocera per il compleanno tondo. Arredamento scelto, squadra di montatori trovata, sconto assicurato. La somma era quanto bastava per un abbonamento annuale in palestra di alto livello con piscina e personal trainer. — Il regalo non si fa più, — disse deciso Slavo. — Domani disdico tutto. — Dici sul serio? — Vera spalancò gli occhi. — Serissimo. Se mia madre ha forza solo per una nipote, avrà forza anche per i suoi problemi. Chiederà a Irina. Che sia lei a portare le patate, sistemare i rubinetti e saldare i debiti. Noi pagheremo una tata per te. *** Il giorno dopo chiamò la madre. — Slavo, dicevi che questa settimana volevi vedere la cappa? Non funziona, mi affumica la casa. E Lisetta chiede sempre di te! Slavo, in ufficio, chiuse gli occhi. Un tempo sarebbe già stato da Bricoman. Ora… — Mamma, non vengo. — Come non vieni? — si offese subito la madre. — E la cappa? Mi intossico! — Chiedi a Irina. O al suo nuovo compagno. Adesso ho altri impegni: la salute di Vera. Il mio tempo libero serve per stare con mio figlio. — Per queste sciocchezze? — la madre sbuffò. — Per i capricci di tua moglie lasci tua madre? — Non lascio nessuno. Metto solo ordine alle priorità, come fai tu. Tu scegli Irina e Lisetta. Io scelgo Vera e Pasha. Mi sembra equo. — Mi manchi di rispetto!? — madre esplose. — Ho fatto tutto per te! Ti ho cresciuto, plasmato, e tu…? — Cosa “tutto”, mamma? Aiutavi Irina con i miei soldi? La lasciavi riposare mentre io lavoravo il tuo orto? Sai, abbiamo cambiato idea… Il regalo di cucina non si fa più. I soldi serviranno a noi. Abbiamo bisogno di una tata, visto che la nonna di Pavolino ha altro da fare. Tre secondi e la madre urlava in cornetta: — Ma come osi! Sono tua madre! Ho dato la vita per te! E con quella tua Serpe di moglie hai perso la testa! Lisetta è “orfana col padre vivo”, ha bisogno d’amore! E Pasha sta meglio di tutti! E tu chi ti ha detto che devo amare anche lui? Il mio cuore è solo per Lisetta, è lei la mia gioia! Ingrato! Non mi chiamare mai più, né mettere piede qui! Slavo chiuse la chiamata. Mani che tremavano, ma dentro sentiva una strana leggerezza. Sapeva che lo scandalo era solo all’inizio. Ora la mamma avrebbe chiamato Irina, quella avrebbe mandato messaggi furiosi, li avrebbero accusati di tirchieria, insensibilità, tutto il repertorio. Proprio così avvenne. La sera, tornando a casa, Vera sapeva già tutto — la suocera le aveva lasciato un vocale di cinque minuti in cui “vipera” era la parola più gentile. — Sei sicuro che stiamo facendo bene? — gli chiese piano, a cena, dopo aver messo a letto Pavolino. — È sempre tua madre… — Una madre è quella che ama tutti figli e nipoti, Vera. Non chi fa preferenze e usa gli altri come risorsa. Ho chiuso gli occhi per anni. Dicevo: è il suo carattere. Ma quando ha detto che dello stato tuo e di Pasha non le importa, perché ha “il programma con Lisetta”… Basta. Ora basta. ** Litigarono a lungo. Irina e la madre, senza più aiuti regolari, tempestavano Slavo e Vera di telefonate: insulti, preghiere, accuse, tentativi di fare leva sul senso di colpa. La coppia si difese, ignorando tutto. Due settimane dopo, Irina si presentò alla porta. Si mise a urlare, chiamò il fratello “zerbino ingrato”, pretese che saldasse i conti e desse soldi per cibo e medicine. Slavo le chiuse la porta in faccia. Di essere “figlio modello” ne aveva abbastanza.
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