La cosa più importante La febbre di Bianca salì come un razzo in decollo. Il termometro segnava 40,5
Caro diario, oggi mi sento come se il peso di tutta la casa avesse preso forma di una bestia che mi schiaccia
La richiesta della carta arrivò da parte di Paolo un mercoledì mattina, durante la colazione.
Lucia sospettava da tempo che suo marito, Andrea, la tradisse. Troppe riunioni serali, troppi viaggi
Buon compleanno!!! Papà! Sei arrivato al settantesimo, dopo aver cresciuto tre figli. Una moglie, Marta
La stanza era afosa, così lho sentito avvicinarsi al davanzale. Il caldo era quasi addormentato, un leggero
NUORA ITALIANA Mamma, mi sposo con Nunzia. Tra tre mesi arriva nostro figlio, così mio figlio mi mette
Non puoi să-mi imaginezi ce s-a întâmplat la nunta mea, te jur, parcă era un film L-au umiliato pe mio
Caro diario, Mamma, ti immagini se riesco a entrare all’Università di Bologna? Hanno una facoltà
Giuseppe, ancora una volta hai perso lautobus! la voce dellautista suona gentile, ma con un sottile rimprovero
La notte în care un padre torna a casa e un matrimonio finisce per una verità sussurrata La villa sembra
Mi sono sposata con luomo con care ho condiviso una fetta considerevole de infanzia in un orfanotrofio
E in più ha capito che sua suocera non era poi questa strega insopportabile che aveva creduto per tutti
Ricordo che, fin da giovane, mi trovavo spesso a chiedermi se il destino fosse più cieco della vista.
Niente da restituire Io avevo una rete di gioiellerie a Roma, ereditata dal padre che mi aveva aiutato
— Mamma, ormai ho dieci anni, giusto? — chiese all’improvviso Michele tornando da scuola.
— E allora? — replicò sorpresa la mamma fissando il figlio.
— Come sarebbe “e allora”? Ti sei forse dimenticata che tu e papà mi avete promesso un permesso speciale quando avrei compiuto dieci anni?
— Un permesso? E cosa ti abbiamo promesso?
— Di farmi avere un cane.
— No! — esclamò spaventata la mamma. — Qualsiasi cosa, ma non un cane! Se vuoi ti compriamo il monopattino elettrico più costoso, ma a patto che non insisti mai più col cane.
— Eh, siete proprio così? — sbuffò Michele offeso. — E mi insegnate pure che bisogna mantenere la parola data, però poi dimenticate tutto… Va bene, va bene…
Michele si chiuse in camera e non uscì fino al rientro del papà dal lavoro.
— Papà, ti ricordi cosa mi avete promesso con la mamma… — iniziò di nuovo Michele, ma il papà lo interruppe.
— La mamma mi ha già chiamato per parlarmi del tuo desiderio! Ma non capisco perché lo vuoi così tanto.
— Papà, io sogno un cane da tantissimo! Lo sapete bene!
— Lo sappiamo, lo sappiamo! Hai letto troppe storie su Cip e Ciop e ti comporti come un bambino! E poi, lo sai che i cani di razza costano tantissimo?
— Ma a me non serve un cane di razza, — esclamò subito Michele. — Mi andrebbe bene anche uno senza razza, pure uno abbandonato. Ho letto su internet storie di cani abbandonati. Sono così tristi.
— No! — lo interruppe papà. — Che significa “senza razza”? Perché dovremmo prenderlo? Non sono belli! Allora facciamo così, Michele. Sono d’accordo a prendere un cane abbandonato, ma solo se è giovane e di razza.
— Davvero… così? — sussurrò Michele.
— Sì! — Papà guardò la mamma e le fece l’occhiolino. — Dovrai occupartene tu: addestramento, portarli alle mostre… Un cane vecchio non si addestra più. Se riesci a trovare un cane giovane, di razza e abbandonato qui in città, forse io e la mamma ci arrendiamo e diciamo sì.
— Va bene… — sospirò triste il ragazzo. Non aveva mai visto un cane abbandonato di razza per strada. Ma la speranza è l’ultima a morire e decise di provarci.
Domenica Michele chiamò l’amico Andrea (Vovka adattato) e dopo pranzo cominciarono la ricerca.
Passarono tutto il pomeriggio a girare mezza città a piedi, ma non trovarono nessun cane abbandonato di razza. Molti cani belli, sì, ma tutti al guinzaglio coi padroni.
— Basta, — disse Michele stanco. — Lo sapevo che non l’avremmo trovato…
— Domenica prossima andiamo al canile, — propose Andrea. — Anche lì ci sono cani di razza, l’ho letto. Dobbiamo solo scoprire l’indirizzo. Intanto riposiamoci…
I due si sedettero su una panchina e cominciarono a sognare di prendere un bellissimo cane dal canile e addestrarlo insieme. Sognarono un po’, si riposarono e poi tornarono verso casa.
All’improvviso Andrea tirò Michele per la manica e indicò qualcosa:
— Michele, guarda!
Michele guardò e vide un piccolo cucciolo sporco e bianco che zoppicando camminava sul marciapiede.
— Un meticcio, — disse Andrea, e fischiò.
Il cucciolo si voltò al fischio e corse verso i ragazzi, ma a un paio di metri si fermò.
— Non si fida degli umani, — disse ancora Andrea. — Qualcuno deve averlo spaventato.
Michele fischiò piano e allungò una mano; il cucciolo lo annusò e, quando Michele si avvicinò, non scappò, ma agitò timidamente la coda.
— Dai, Michele, andiamo — disse Andrea preoccupato. — Tu cerchi un cane di razza. Uno di razza puoi chiamarlo con un nome elegante. Questo qui si chiamerebbe solo Cippy! — Andrea si allontanò in fretta.
Michele accarezzò ancora un po’ il cucciolo, poi triste seguì l’amico. In fondo, l’avrebbe portato volentieri anche lui a casa.
Improvvisamente il cucciolo guaì dietro di lui.
Michele si fermò, il cucciolo piagnucolò di nuovo.
Andrea si voltò e sussurrò:
— Michele, vieni subito! Non guardare il cucciolo! Ti fissa come se fossi tu il padrone che lo sta abbandonando!
— Davvero? —
— Sì, corri!
Andrea corse, ma le gambe di Michele non volevano muoversi. Rimase lì, intimorito dall’idea di voltarsi. Ma quando decise di scappare, sentì qualcuno tirargli il pantalone. Guardò in basso e vide due occhi neri e profondi.
E allora Michele, dimenticando tutto, prese il cucciolo in braccio e lo strinse forte contro di sé. Aveva deciso: se mamma e papà non avessero accettato il cane, quella notte sarebbe scappato di casa con lui.
Ma anche i genitori, in fondo, avevano un cuore buono… Così, il giorno dopo, a scuola Michele trovò ad aspettarlo non solo la mamma e il papà, ma anche la candida, lavata e allegra Cippy. Mamma, ho già dieci anni, vero? disse allimprovviso Michele, tornando da scuola. Eh sì, e allora?
L’unico uomo di casa
Durante la colazione, la mattina dell’11 novembre 2011, la figlia maggiore Vera, occhi fissi sullo smartphone, chiede al padre:
– Papà, hai visto la data di oggi?
– No, che ha di speciale?
Lei gira lo schermo: sul display una ricorrenza magica – 11.11.11, cioè 11 novembre 2011.
– È il tuo numero fortunato, 11, e oggi ce ne sono addirittura tre di fila! Sarà una giornata incredibile per te!
– Se lo dici tu… – sorride Valerio.
– Sì, papà – s’intromette la piccola Nadia, anche lei immersa nel suo smartphone – oggi agli Scorpioni toccherà un incontro speciale e un regalo per tutta la vita, dice l’oroscopo.
– Magari è morto uno zio d’America che non abbiamo mai visto e siamo gli unici eredi…
– Miliardari, papà! Altro che milionari! – scherza Vera.
– E allora con tutto quel patrimonio compriamo una villa sul lago di Como… e magari una barca…
– E un elicottero! Voglio il mio elicottero! – sogna Nadia.
– Nessun problema. E tu, Vera, cosa desideri?
– Voglio recitare in un film di Bollywood con Ranveer Singh…
– Che richiesta! Gli telefono subito… Basta, sognatrici, finite la colazione che si deve andare!
– Nemmeno sognare si può qui… – sospira Nadia.
– No, si deve sognare! – ride Valerio, uscendo da tavola – Ma poi non scordatevi la scuola…
Chissà perché questo dialogo gli era tornato alla mente al supermercato, a fine giornata, mentre metteva via la spesa. Il giorno era andato il contrario delle belle previsioni: lavoro in più, straordinari, stanco morto. Nessun incontro speciale, nessun regalo indimenticabile.
“Un altro giorno dove la fortuna è volata via, come le cartoline da Capri col vento”, pensò ridendo Valerio uscendo dal supermercato.
Fuori, vicino alla sua vecchia e fedele Fiat Uno di famiglia, stazionava un ragazzino. Aveva l’aria trasandata e il vestito a brandelli, le scarpe spaiate – uno scarpone logoro legato con un filo elettrico blu, l’altro una sneaker scolorita. In testa un colbacco con un orecchio mezzo bruciato.
– Signore… ho fame… mi darebbe un po’ di pane? – chiese il ragazzino con voce leggermente impacciata.
Non fu la pena a muovere Valerio ma qualcosa lo colpì nella voce, quella esitazione da attore mancato, come ai tempi delle lezioni di dizione in teatro. Quello era il segnale: stava mentendo, recitava. Perché? Che gioco era mai questo? L’istinto diceva che tutta quella messinscena era proprio per lui.
“Bene, vediamo dove vuoi arrivare, amico”, pensò Valerio con un sorriso.
– Solo con il pane non ci campi. Vuoi una scodella di minestrone, due patate con baccalà, una fetta di torta? Dico bene?
Il ragazzino rimase spiazzato un attimo, poi annuì.
– Allora, tieni qui la borsa della spesa un momento, ci penso io alle chiavi…
Era una specie di test. I veri ragazzi di strada scappavano appena ricevuta la borsa. Ma questo no, rimase dov’era, testa bassa, stringendo il sacchetto.
Valerio, sollevato, aprì la portiera.
– Avanti, accomodati, la cucina è in arrivo!
Il ragazzino si sedette con un sospiro.
Abitavano in un piccolo paese a sette chilometri dalla città, dove Valerio lavorava come saldatore d’emergenza. Ex orfano, aveva soltanto le sue due figlie e le adorava; il pensiero dei bambini soli gli faceva male, e tante volte ne aveva ospitati per aiutarli a trovare una nuova famiglia. Se non fosse stato per quelle assurde leggi che non aiutano chi ha davvero amore da dare ai piccoli… Ma almeno nelle sue quattro mura chi arrivava trovava affetto.
Strano ragazzo, pensava Valerio. Non era sveglio come altri che aveva incontrato; sembrava smarrito, forse appena fuggito di casa, ancora impaurito. “Ho sbagliato a giudicare, povero ragazzo. Probabilmente si trova qui per caso. Non è abituato alla strada…”.
A destinazione, le figlie li aspettavano impazienti, curiose di “analizzare” il misterioso ospite.
– Questo è il famoso incontro piacevole e il regalo che l’oroscopo prediceva! – annunciò Valerio scherzando.
Le ragazze si scatenarono in giochi e domande finché, tra una battuta e uno scherzo da “buon e cattivo poliziotto”, il ragazzino crollò e raccontò la verità: si chiamava Spartaco Bugaev, aveva undici anni come Nadia e viveva con tre sorelle da quando il padre era morto da militare e la madre al parto. La sorella maggiore, Sofia, si era innamorata di Valerio ma temeva di essere rifiutata perché con tre fratellini a carico. Così Spartaco, sentendosi “unico uomo della casa”, aveva deciso di testare la famiglia di Valerio con una messinscena, per assicurarsi che sua sorella sarebbe stata accolta con amore.
– Vi siete dimostrati bellissime persone. Volevo solo assicurarmi che Sofia trovasse una famiglia vera… Valerio, sposala tu! – chiese Spartaco.
Valerio, sommerso dall’emozione, strinse il ragazzo in un abbraccio, mentre le figlie esultavano:
– Ecco il tuo incontro speciale, papà! Ecco il vero regalo per la vita: una grande, vera famiglia come hai sempre sognato! LUnico Uomo di Casa Stamattina, mentre facevamo colazione, la mia figlia maggiore, Beatrice, senza staccare
Mio marito mi ha costretta a ospitare la sua serata con gli amici mentre portavo un collare cervicale
Sono partito per Milano con una valigia troppo piccola e il cuore più mare decât bagajul de mână.
NONNA, IL MIO ANGELO CUSTODE Del padre, Lucia non ha mai avuto ricordi. Lui aveva lasciato sua madre
Ginevra arrivò di corsa a casa, desiderosa di sorprendere il marito. Appena varcò la soglia, il suo cuore
Fate scendere la nonna alla prossima fermata. Blocca il passaggio, dai! Quel vecchio tram cigolava da
Una volta, durante il mio turno al reparto di assistenza a Milano, ho sentito per caso una telefonata
— Luciana, sei impazzita alla tua età? Hai già i nipoti grandi che vanno a scuola, che matrimonio vuoi fare? — queste le parole di mia sorella quando le ho detto che mi risposo. Eppure tra una settimana io e Antonio ci sposiamo in comune: niente grande festa, solo una cerimonia intima in due. Dopotutto, cosa aspettare ancora? Lui non accetta di vivere senza il timbro sul documento, dice che vuole un rapporto serio. Per me invece Antonio è un ragazzo, anche con i capelli bianchi: lavoratore stimato, davanti a tutti sempre posato, ma con me torna giovane. Solo mia sorella dovevo ancora avvisare, e temevo mi giudicasse. Invece lei: “Luciana, ma come, è passato solo un anno da quando hai perso Vittorio, e già hai trovato un altro?” Ma chi decide quanto tempo bisogna aspettare per essere felici ancora? Io adesso, dopo una vita da “cavallo da fatica” dedicata a figli e nipoti, voglio finalmente vivere per me stessa! Da quando è entrato Antonio nella mia vita, ho riscoperto la gioia delle piccole cose. Le mie figlie non l’hanno presa bene, mentre i figli di Antonio si sono detti sollevati. Alla fine, al giorno della cerimonia, tutta la famiglia — perfino mia sorella con un mazzo di rose bianche — era fuori ad aspettarci. Oggi festeggiamo il nostro primo anniversario: Antonio è diventato parte della famiglia e io sono scandalosamente felice, quasi non ci credo ancora! Lucia, ma sei impazzita alla tua età? Hai già i nipoti che vanno a scuola, che matrimonio vai a combinare?
Esame per adulti Stella, perché non vieni con noi a festeggiare la fine del progetto? domandò sorridendo