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028
TUTTI NOI L’ABBIAMO GIUDICATA Mila stava in chiesa e piangeva da almeno un quarto d’ora. Per me era una scena sorprendente. “Ma che ci fa qui questa tipetta alla moda?”, pensavo tra me e me. Proprio lei non mi sarei mai aspettata di incontrare in un posto così. Non conoscevo di persona Mila, ma la vedevo spesso: abitiamo nello stesso palazzo e passeggiamo nello stesso parco. Io con le mie quattro bambine, lei con i suoi tre cani. L’abbiamo sempre giudicata tutti. Noi — cioè io, le altre mamme con figli al seguito, le nonne sulle panchine, i vicini e, sono sicura, perfino i passanti. Mila era decisamente bella, sempre vestita all’ultima moda, e sembrava frivola e piena di sé. — Guarda un po’, ha già cambiato uomo di nuovo, — brontolava zia Nina dalla panchina davanti all’ingresso del palazzo. — È già il terzo. — Se lo può permettere, di soldi ne ha a palate, — rincarava la dose la sua amica zia Rita, guardando con invidia Mila che saliva in macchina col nuovo compagno, una fiammante auto straniera. Il figlio della Rita, il 45enne Vanni, ancora non si è comprato nemmeno una Panda vecchia. — Meglio avrebbe fatto a fare un figlio, l’orologio biologico non aspetta, — interveniva il solito nonno Giulio. Ma per quanto amasse discutere con le nonne, su Mila erano tutti d’accordo. Più tardi, la panchina si accendeva di malizie quando anche il nuovo fidanzato di Mila era sparito nel nulla. “E te credo, tanto è una poco di buono! E poi a casa sua ci sarà sempre la puzza di cane!” Ma ad essere più ostili eravamo noi, le mamme. Mentre noi sfinite rincorrevamo i nostri figli tra scivoli, altalene, cespugli e persino nei cassonetti, lei passeggiava tranquilla con i suoi “bastardini” e non sembrava preoccuparsi di nulla. A volte ci lanciava pure qualche sorrisetto di sarcasmo, come a dire: “Avete voluto i figli? Adesso arrangiatevi! Io invece mi godo la vita”. — Si vede proprio che è una childfree — diceva la mia amica Claudia, mamma di tre maschi. — I ricchi hanno le loro fissazioni: cagnolini, gattini, criceti — annuiva Simona, incinta di due gemelle, mentre cercava di recuperare la sua primogenita, scatenata su un albero. — È solo egoista, preferisce girare il mondo invece di mettere su famiglia! — sospirava Paola, mamma di cinque. — Sì, sì, — concordavo con tutte e correvo a soccorrere la mia Antonella che piangeva dopo aver sbucciato un ginocchio. — Meglio avrebbe fatto ad avere un figlio, invece di metter su un canile — sbottò una volta una nonna seduta lì vicino. — Non sono affari vostri! — si voltò Mila risoluta. Stava per aggiungere qualcos’altro, si trattenne e proseguì col passo elegante e i suoi cani. — Maleducata! — gridò la nonna dietro di lei. …Guardai Mila che piangeva in chiesa per qualche secondo, poi uscii. — Aspetti! — sentii alle mie spalle. — Si fermi un attimo. Era Mila che mi seguiva sul sagrato. — È lei che passeggia sempre in parco con quattro bambine? — Sì… E lei con i tre cani. — Già. Posso parlarle un attimo? Sa che spesso guardo lei e le altre mamme con ammirazione? — disse, e arrossì. — Lei?!? — rimasi stupita. Mi trattenni dal dire: “Ma lei non è solo una childfree egoista e snob?”. Mi tornarono in mente i suoi “sguardi maliziosi”… Così ci siamo conosciute. Sedute su una panchina, Mila parlava, parlava… e piangeva. Aveva solo tanto, tanto bisogno di sfogarsi. Mila era cresciuta in una bella famiglia unita. E aveva sempre sognato tanti figli. Si era sposata per amore, ma dopo due gravidanze interrotte e la diagnosi dei medici (“sterilità”) il marito se n’era andato in fretta. Per la stessa ragione anche il secondo se n’era andato, ma prima Mila aveva affrontato durissime cure e poi rischiava la vita con una gravidanza extrauterina. Il terzo uomo? Ancora extrauterina, lui è sparito alla sola notizia possibile di un figlio. Gli piacevano la macchina e i guadagni di Mila, ma non voleva certo il “peso” di un bambino. “Avrei dato tutto solo per avere un piccolo”, confessò Mila. — Pensavo che amasse solo i cani… — mi uscii ingenuamente. — Amo i cani, — sorrise — ma questo non vuol dire che non ami anche i bambini. Per sentirsi meno sola aveva preso Tepa. Poi le avevano affidato per un periodo Mike e alla fine era restato con lei. Fenia l’aveva raccolta cucciola in inverno, abbandonata per strada. Non ha saputo lasciarla lì. “Meglio avrebbe fatto un figlio”, mi tornò in mente la frase della nonna. “L’orologio biologico”, borbottava nonno Giulio alle sue spalle. E in effetti Mila aveva già quarantuno anni, anche se ne dimostrava trenta. Così decise di adottare un bimbo. Piccolo, grande — per lei non era importante. Si affezionò subito a Nicola, sei anni. In realtà, fu lui il primo a sceglierla: “Vuoi essere la mia mamma?” — le chiese appena la vide. “Certo che sì!”, rispose lei subito. “Egoista, non vuole responsabilità”, mi tornarono in mente le parole di Paola. Ma Nicola non le fu dato, perché la sua mamma (malata di schizofrenia) non era stata privata dei diritti genitoriali. — È stato un colpo durissimo — ricordava Mila. — Non mi capacitavo… questo bimbo soffre, avrebbe bisogno di una famiglia, ma nessuno può farci nulla. Poi arrivò Lena, quattro anni. Era già stata adottata e restituita due volte: troppo vivace. Si racconta che l’ultima volta, mentre la seconda “mamma” la riportava indietro, Lena le si attaccava alla gonna urlando: “Mamma, ti prego, non lasciarmi, non lo farò più!” Quando Mila la incontrò, Lena le chiese subito: “Ma tu mi riporti indietro?” “No, non ti lascerò mai!”, riuscì a prometterle tra le lacrime. Però anche con Lena l’adozione si era fatta difficile: Mila non spiegò i motivi. “Ma è mia figlia, lotterò per lei!” Quello fu il suo primo giorno in una chiesa. “Non sapevo più a chi rivolgermi”, disse Mila. Arrivò il sacerdote, parlarono a lungo, Mila prese anche qualche appunto. — Andrà tutto bene! Con la benedizione di Dio! — la rassicurò lui. E la vidi finalmente sorridere… Tornammo a casa insieme. — Penserà che sono altezzosa e superba, — disse Mila. — Ma io sono solo stanca di dovermi sempre giustificare; ne ho sentite così tante… Taci. Mila invitò me e le bimbe a casa sua: a giocare coi cani. Ho detto di sì. Andrò, presto. Ma intanto provo solo tanta vergogna. E continuo a chiedermi: perché abbiamo così tanta cattiveria dentro? Perché sono stata così cattiva? Come facciamo a credere così facilmente il peggio degli altri? E adesso desidero solo una cosa: che finalmente per Mila, questa donna straordinaria che tutti noi abbiamo giudicato, vada tutto bene. Che Lena la abbracci, si stringa forte e possa chiamarla “mamma!”, certa che non sarà mai più lasciata da nessuno. Che attorno a loro giochino felici i cani, Tepa, Mike e Fenia… E magari accada anche un miracolo: Mila incontri un uomo vero, Lena abbia un fratellino o una sorellina. Succede, a volte, no? E che nessuno, mai più, osi dire una sola parola cattiva su di loro…
TUTTI LA GIUDICAVAMO Mirella stava in piedi nella navata della chiesa e piangeva. Ormai da più di un
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034
— Oh, mamma… che profumo delizioso c’è qui da te… Ho una voglia matta! Potresti darmi anche uno di questi? Non ho mai assaggiato nulla di simile…, disse la nonnina, stringendo al petto la borsa con cui aveva girato tutto il giorno per la città.
Mamma, che profumo delizioso cè qui mi sta facendo venire lacquolina! Puoi darmi anche a me uno di questi?
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Se riesci a riparare questo motore, ti regalo il mio posto!” – disse il capo, ridendo.
Se ripari questo motore, ti passo il mio incarico disse il capo, ridendo. Maria Bianchi, a differenza
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080
Mamma così così: Quando la suocera avvelena il cuore di un bambino contro sua madre in una famiglia italiana
Mamma non è proprio il massimo Giulia, hai di nuovo lasciato lasciugamano bagnato appeso al gancio in bagno?
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061
Olga ha passato tutta la giornata a prepararsi per il Capodanno: ha pulito casa, cucinato e apparecchiato la tavola. È il suo primo Capodanno senza i genitori, ma insieme all’uomo che ama. Da tre mesi ormai vive con Tolino nel suo appartamento. Lui ha 15 anni più di lei, è stato sposato, paga il mantenimento ai figli e non disdegna di alzare un po’ il gomito… Ma a Olga non importa, quando si ama qualcuno. Nessuno capisce cosa l’abbia fatta innamorare di lui: non è bello, anzi, è decisamente bruttino, ha un carattere insopportabile, taccagno all’inverosimile e i soldi non ci sono mai. E quando li ha, li tiene solo per sé. Eppure proprio di questo “miracolo della natura” si è innamorata Olghina. Per tre mesi Olga ha sperato che Tolino apprezzasse quanto fosse docile e brava in casa, e sicuramente la volesse sposare. Lui le aveva detto: «Bisogna vivere un po’ insieme, per vedere come te la cavi come padrona di casa. Non vorrei ritrovarmi un’altra come la mia ex». Ma di lei, la ex, a Olga non raccontava mai nulla di chiaro, così lei si impegnava al massimo: non si arrabbiava se lui tornava ubriaco, cucinava, lavava, puliva, faceva la spesa di tasca sua (non sia mai che Tolino pensasse fosse interessata ai soldi). E anche la cena di Capodanno l’ha preparata a sue spese. Gli ha persino comprato un cellulare nuovo come regalo. Mentre Olga si dava da fare per la festa, anche il suo Miracolo-Tolino si è “preparato” a modo suo: s’è ubriacato con gli amici. Tornato a casa già brillo, le ha annunciato che per Capodanno sarebbero arrivati gli amici, suoi amici che lei nemmeno conosceva. Olga ha preparato la tavola, manca un’ora a mezzanotte. Il suo umore è già sotto i piedi, ma tace: lei non è come la sua ex. A mezz’ora dalla mezzanotte irrompe in casa una comitiva di uomini e donne ubriachi. Tolino si ravviva subito, fa sedere tutti a tavola e la festa degenera. Tolino neppure la presenta agli ospiti: nessuno la nota, si limitano a mangiare e bere, con le loro battute e i loro discorsi. Quando Olga propone di riempire i calici per il brindisi mancavano due minuti a Capodanno, la guardano come se fosse un’infiltrata. — E questa chi è? — biascica una ragazza. — Coinquilina del letto, — ride Tolino, e gli altri con lui. Mentre mangiano ciò che ha cucinato Olga, prendono in giro la “ragazza ingenua”, lodando Tolino per aver trovato una cuoca e donna delle pulizie gratis. Tolino non la difende, anzi ride insieme agli altri. Divora i piatti di Olga e la schernisce. Olga esce in silenzio dalla stanza, raccoglie le sue cose e torna dai genitori. Un Capodanno peggiore non l’aveva mai avuto. La mamma, prevedibile, dice: “Te l’avevo detto io”, il papà tira un sospiro di sollievo. E Olga, tra le lacrime, si toglie finalmente gli occhiali rosa. Dopo una settimana, quando Tolino resta senza soldi, si presenta da Olga come se nulla fosse: — Ma perché te ne sei andata? Ti sei offesa? — e, vedendo che lei non cede, si fa ardito: — Ah, brava! Tu qui con mamma e papà comoda comoda, e a casa mia non c’è più niente nemmeno per i topi! Stai iniziando a fare come la mia ex! A tanto sfacciato Olga resta di stucco. Aveva immaginato mille volte cosa avrebbe voluto dirgli in faccia, e invece adesso resta senza parole. L’unica cosa che riesce a fare è mandarlo a quel paese e chiudergli la porta in faccia. Così, per Olga, il nuovo anno segna davvero l’inizio di una nuova vita.
Diario di Capodanno Ho passato lintera giornata a preparare la casa per il Cenone di Capodanno: pulizie
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0156
Stammi lontano! Non ti ho mai promesso di sposarti! E poi, che ne so io di chi sia questo bambino? Forse non è neanche mio? – Quindi vai pure per la tua strada, io me ne torno a casa mia – così diceva Vittorio, in trasferta nel nostro paesino, a una sbigottita Valentina. Lei restava lì, senza riuscire a credere alle sue orecchie e ai suoi occhi. Era davvero quello il Vittorio che le giurava amore e la portava in braccio? Lo stesso Vittorio che la chiamava Vale e le prometteva la luna? Davanti a lei c’era ora un uomo estraneo, confuso e arrabbiato… Valentina pianse una settimana intera, salutando per sempre Vittorio. Ma ormai aveva trentacinque anni, si riteneva poco attraente e con poche speranze di trovare la felicità come donna: così decise di diventare madre da sola. Quando nacque la sua bambina, una piccola urlatrice che chiamò Maria, Valentina si rimboccò le maniche e si prese cura di lei senza farle mancare nulla, ma la vera tenerezza materna sembrava mancare: la nutriva, la vestiva e le comprava regali, ma coccole e passeggiate erano un lusso raro. Maria spesso cercava le braccia della mamma, che però la respingeva, troppo stanca, presa dai suoi impegni o vittima di emicranie. L’istinto materno, insomma, non si era mai davvero svegliato. Quando Maria aveva sette anni, successe qualcosa di insolito: Valentina conobbe un uomo. Addirittura lo portò a casa! Tutto il paese iniziò a sparlare: “Ma guarda questa Valentina, così leggera!” Lui, Igor, non era del paese, aveva lavori saltuari e non si sa dove vivesse davvero: sarà mica un truffatore? Valentina non diede ascolto a nessuno: sentiva che quella era forse la sua ultima occasione di trovare la felicità che aveva sempre sognato. Con il tempo, però, i paesani dovettero ricredersi: Igor iniziò a sistemare la casa, aggiustare tutto, dal tetto al cancello, e chiunque nel villaggio aveva bisogno di riparazioni si rivolse a lui. Ai più poveri aiutava gratis, agli altri chiedeva in cambio denaro o prodotti della terra. Da allora, a casa di Valentina non mancavano più latte fresco e panna: Igor con le sue mani d’oro aveva cambiato la vita di tutte. Valentina stessa sembrava una donna nuova: più luminosa, gentile, perfino affettuosa con Maria. E Maria cresceva, guardando con ammirazione quel nuovo “zio Igor” aggiustatutto, che un giorno le costruì una bellissima altalena in giardino. Non aveva mai visto la mamma così serena, o sentito tanto affetto sincero. Con il tempo, Igor divenne il vero pilastro della loro famiglia. Preparava i pasti, aiutava Maria a fare i compiti, la prendeva e accompagnava a scuola, le insegnava l’arte della pazienza durante la pesca o la determinazione quando cadeva dalla bicicletta o dai pattini. Igor c’era sempre, come solo un vero papà sa fare. Quando Maria crebbe, studiò in città, trovò un marito, diventò madre. Ma Igor non smise mai di esserci: era accanto a lei in ogni momento importante, e anche in quelli difficili. Alla sua morte, Maria pianse come se avesse perso il vero papà, e con un filo di voce, alla tomba, disse: “Addio, papà… Sei stato il miglior padre che potessi desiderare. Ti ricorderò per sempre.” Perché, in fondo, padre non è chi ti dà la vita, ma chi ti ama, ti cresce, ti tiene la mano nelle gioie e nei dolori. Igor era proprio questo. Ecco la toccante storia di una famiglia italiana, dove l’amore vero può nascere dove meno te lo aspetti… Grazie per i vostri commenti e per i like! Continuate a seguire la pagina per nuove storie emozionanti!
Allontanati da me! Io non ti ho mai promesso di sposarti! E poi, davvero, non so nemmeno di chi sia questo
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0422
Mio marito mi ha chiesto una pausa per “capire i suoi sentimenti”: io invece ho cambiato la serratura – Una storia italiana di coraggio, dignità e rinascita dopo vent’anni di matrimonio
Sai, Giulia, mi sa che ormai siamo diventati due estranei. La routine ci ha divorati. Ci ho pensato dovremmo
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011
Amore o Magia: Un Dilemma Incantevole
«Lamore è una magia pericolosae per ogni incantesimo bisogna pagare il prezzo», diceva la nonna Morigi
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050
L’Amico di Gennaro
Alla fine di settembre, nel silenzioso cimitero di Verona, una processione funebre avanzava lentamente
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050
Il Potere del Perdono: Un Viaggio nell’Anima Italiana
Caro diario, sono passati anni da quando Ginevra Bianchi è nata in una famiglia benestante di Borgo San Lorenzo.
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038
Hanno provato a “ravvivare” il matrimonio: la proposta di relazione aperta di Vittorio, la scelta imprevista di Elena e la (amara) ricerca della libertà in una famiglia italiana
Hanno scaldato il matrimonio Senti, Giulia… Che ne dici se proviamo una relazione aperta?
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0483
«No, mamma, ora proprio non venire. Pensa un po’, la strada è lunga, tutta la notte in treno, e tu ormai non sei più giovane. Perché devi tormentarti? E poi è primavera, avrai sicuramente tanto da fare nell’orto» – mi dice mio figlio. «Figlio mio, ma come perché? Non ci vediamo da tanto. E poi ci tengo tanto a conoscere meglio tua moglie, come si dice, bisogna avvicinarsi alla nuora» – gli rispondo sinceramente. «Facciamo così: aspetta la fine del mese, che tanto per Pasqua ci saranno tanti giorni di festa, veniamo noi da te» – mi rassicura lui. A dire il vero ero già pronta a partire, ma mi sono fidata, ho accettato di restare a casa ad aspettarlo… Ma nessuno è mai venuto. Ho chiamato mio figlio diverse volte, ma lui non rispondeva. Poi mi ha richiamato dicendo che era molto impegnato e che non dovevo aspettarlo. Mi sono molto rattristata, mi ero preparata per accogliere mio figlio e la nuora. Si è sposato sei mesi fa, ma io non ho ancora mai visto la nuora. Mio figlio, Alessio, l’ho avuto, come si suol dire, “per me stessa”. Avevo già trent’anni, non mi sono mai sposata. Allora ho deciso almeno di avere un bambino. Sarà magari un peccato, ma non mi sono mai pentita di questa decisione, anche se spesso è stato difficile: non avevo soldi e più che vivere, sopravvivere. Ma ho sempre lavorato in più posti pur di dare a mio figlio tutto il necessario. Mio figlio è cresciuto e se n’è andato a studiare a Roma. Per sostenerlo i primi tempi andavo addirittura a lavorare stagionalmente in Polonia, per potergli inviare i soldi per gli studi e per mantenerlo nella capitale. Come mamma, ero felice di poter aiutare il mio bambino. Già dal terzo anno di università Alessio iniziò a lavorare e a mantenersi da solo. Finita l’università, trovò lavoro e ormai era indipendente. A casa tornava raramente, circa una volta all’anno. E io, a Roma, non ci sono mai stata in vita mia. Pensavo: “Quando mio figlio si sposa, ci vado di sicuro.” Per l’occasione ho iniziato anche a mettere via dei soldi: 2.000 euro accumulati. Sei mesi fa Alessio mi ha dato finalmente la notizia tanto attesa: si sposava. «Mamma, però non venire ora: per adesso facciamo solo il matrimonio civile, quello vero lo faremo più avanti» mi ha avvertito. Ci sono rimasta male, ma ho accettato. Alessio mi ha presentato la nuora in videochiamata. Sembra brava, è bella e ricca. Mio consuocero, suo padre, è un pezzo grosso. Io potevo solo gioire che gli fosse andata così bene. Ma il tempo è passato e né mio figlio è venuto da me, né mi ha invitata. Non vedevo l’ora di conoscere la nuora e abbracciare il figlio, così mi sono decisa: ho comprato il biglietto del treno, ho preparato del cibo fatto in casa – anche il pane l’ho fatto io – qualche conserva, e sono partita. Ho chiamato mio figlio appena salita in treno. «Ma mamma, ma come ti viene in mente? Sono a lavoro, non posso nemmeno venirti a prendere. Ti mando l’indirizzo, prendi un taxi», mi dice Alessio. Arrivo a Roma di mattina, prendo il taxi (quanta costa!), ma Roma all’alba è meravigliosa, me la godo dal finestrino. Mi apre la nuora, manco un sorriso, né un abbraccio. Mi invita freddamente in cucina. Alessandro non c’era, già via al lavoro. Comincio a tirare fuori le cose: patate, barbabietole, uova, mele secche, funghi sott’olio, cetrioli, pomodori, qualche vasetto di marmellata. Lei osserva in silenzio, poi mi dice che ho fatto male a portare tutto perché loro non mangiano queste cose, e comunque lei a casa non cucina. «E che mangiate scusa?», chiedo stupita. «Abbiamo la consegna a domicilio ogni giorno. Non cucino, odio l’odore in cucina». Non faccio a tempo a riprendermi che entra un bambino, avrà tre anni. «Le presento mio figlio: Daniele», mi dice la nuora. «Daniele?», chiedo. «No, Dàniel, non Daniele. Non mi piace quando storpiano i nomi». «Va bene, come vuoi tu, Ilon…» «Non sono Ilonca, sono Ilona. Qui nessuno cambia i nomi, ma voi venite dalla campagna, come potete capire…» Mi veniva da piangere. Non per il fatto che mio figlio ha preso una donna con un figlio, ma perché non mi aveva mai detto nulla. Ma non era finita: guardo il muro e vedo una grande foto matrimoniale. «Ah, almeno avete fatto belle foto, visto che il matrimonio non c’è stato», provo io a cambiare discorso. «Come non c’è stato? C’è stato, eccome: 200 invitati. Solo lei non c’era, ma Alessio disse che era malata. Forse è meglio così», mi squadra dall’alto in basso. «Vuole fare colazione?» «Volentieri…» Mi mette davanti una tazza di tè e qualche fettina di formaggio, il suo concetto di colazione. Ma io non ci sono abituata, dopo il viaggio mi serve mangiare bene. Propongo di cuocere due uova, tanto il pane l’ho portato io. Ma lei si oppone categoricamente: niente odore di padella in cucina! Il pane non lo vuole nemmeno assaggiare: «Io e Alessio seguiamo una dieta sana». A quel punto mi passa la fame, mi fa male non essere stata invitata al matrimonio, una vita ad aspettare quel giorno e prepararmi. Tutto invano. Provo a bere il tè, c’è silenzio. Arriva il bambino che vuole stare vicino a me. Provo ad abbracciarlo, ma Ilona subito mi ferma: «Non sappiamo con cosa sei venuta, quello è un bambino!» Non avevo regali per il bimbo, gli porgo un vasetto di marmellata dicendo che l’avrebbe gustata con i pancake. La nuora strappa subito il vasetto dalle mani: «Quante volte devo ripeterlo? Noi seguiamo una dieta sana e niente zuccheri!» Mi sento crollare, non finisco nemmeno il tè. Prendo le mie cose per andare via. Lei non reagisce, nemmeno mi chiede dove vado. Scendo, mi siedo su una panchina e lascio andare le lacrime. Mai stata così male in vita mia. Dopo un po’ la vedo uscire con il bambino e tutte le mie conserve le butta nella spazzatura. Non ci sono parole. Aspetto che si allontani, rimetto tutto nelle borse e torno alla stazione. Per fortuna qualcuno ha restituito un biglietto per la sera stessa. Vicino alla stazione trovo una trattoria. Ordino un piatto di pasta, un po’ di arrosto e insalata. Avevo una voglia matta di mangiare. Ho pagato tanto, ma almeno mi sono trattata bene. Lascio le borse al deposito e, avendo qualche ora, decido di passeggiare a Roma. La città mi è piaciuta. Per un attimo ho dimenticato tutto. Sul treno non ho chiuso occhio. Ho pianto. E la cosa peggiore è che mio figlio non mi ha nemmeno chiamata per sapere dove fossi. Sinceramente, avrei creduto più facilmente di vedere la neve a Ferragosto che mio figlio a trattarmi così. Lui è il mio unico figlio, ci ho riposto tutte le mie speranze, e invece così sono diventata inutile. Adesso penso: che fare con quei duemila euro messi da parte per il suo matrimonio? Darglieli lo stesso, così capisce che la mamma c’è stata sempre per lui? O non dargli nulla, perché non se lo merita?
No, mamma, adesso non venire. Pensaci, la strada è lunga, tutta la notte in treno, e poi tu non sei più
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0265
Un altro bambino in arrivo
Un altro figlio Caterina tornava a fatica nel suo appartamento dopo il lavoro, in quelle stanze vuote.
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062
Il pavimento di marmo della cucina era gelido, rigido, implacabile. E lì, su quel freddo pavimento, era seduta la signora Rosaria, una donna di 72 anni.
Il pavimento di marmo della cucina era gelido, immobile, spietato. Su quel marmo freddo era seduta la
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0336
Resistere ancora un po’: Una storia di sacrifici familiari tra Milano e sogni mai realizzati – Mamma, questi sono i soldi per il prossimo semestre di Anna. Maria appoggiò la busta sulla tovaglia lisa del tavolo della cucina. Centomila euro. Li aveva contati tre volte – a casa, sul tram, sotto il portone. Ogni volta tornava la cifra esatta, quella che serviva. Elena posò il suo lavoro a maglia e guardò la figlia oltre gli occhiali. – Mariuccia, sei pallida. Vuoi un po’ di tè? – No mamma, resto solo un attimo, devo correre al secondo turno. La cucina profumava di patate bollite e di qualcosa di medicinale – forse la pomata per le articolazioni, forse le gocce che Maria comprava ogni mese per la madre. Quattromila euro a flacone, duravano meno di un mese. Poi le pastiglie per la pressione alta, poi le visite trimestrali. – Anna era così felice per lo stage in banca – Elena prese la busta con la delicatezza riservata al cristallo fine. – Dice che lì ci sono belle prospettive. Maria rimase in silenzio. – Dille che questi sono gli ultimi soldi per lo studio. Ultimo semestre. Per cinque anni Maria aveva tirato la carretta. Ogni mese – la busta per la madre, il bonifico per la sorella. Ogni mese – la calcolatrice in mano e le solite sottrazioni: – bollette, – medicine, – spesa per mamma, – università di Anna. Cosa restava? Una stanza in affitto in una casa condivisa, un cappotto invernale di sei anni, e sogni abbandonati di avere una casa tutta sua. Una volta Maria voleva andare a Venezia. Così, per un fine settimana. Vedere la Biennale, passeggiare sugli Zattere. Aveva anche iniziato a mettere da parte, poi la mamma si ammalò sul serio e quei soldi finirono in clinica. – Dovresti riposarti un po’, Mariù – Elena le toccò la mano. – Sei distrutta. – Mi riposerò. Presto. Presto – cioè quando Anna avrebbe trovato lavoro, mamma si fosse stabilizzata, e finalmente, forse, si poteva pensare a se stessa. Maria ripeteva quel “presto” da cinque anni. Il diploma in Economia Anna lo prese a giugno. Con il massimo dei voti – Maria si prese un permesso apposta per esserci. Guardava la sorella minore salire sul palco con un vestito nuovo – suo regalo, ovviamente – e pensava: ecco, ora cambierà tutto. Ora Anna lavorerà, guadagnerà, e finalmente si potrà smettere di contare l’euro dopo l’euro. Passarono quattro mesi. – Maria, non capisci – Anna era sul divano con le gambe incrociate e i calzini pelosi. – Non ho studiato cinque anni per essere pagata due soldi. – Cinquantamila euro non sono pochi. – Per te forse. Maria strinse i denti. Nel suo lavoro principale prendeva duemila euro. Con i lavoretti in nero, se andava bene, arrivava a tremila. Di cui su di sé restava poco più di cinquecento. – Anna, hai ventidue anni. È ora di iniziare da qualche parte. – Lo so, ma non in uno di quei postacci da quattro soldi. Elena si dava da fare in cucina, ancheggiante tra i piatti – facendo finta di non sentire. Lo faceva sempre, quando le figlie litigavano. Poi, quando Maria se ne andava, le sussurrava: «Non litigare con Anna, è giovane, non capisce». Non capisce. Ventidue anni – e non capisce. – Non sarò eterna, Anna. – Non fare la tragica, su. Non ti sto chiedendo soldi! Sto solo cercando il lavoro giusto. Tecnicamente – non chiedeva. Chiedeva la mamma. «Mariù, Anna avrebbe bisogno di un corso d’inglese.» «Mariù, il telefono di Anna si è rotto, deve mandare i curriculum.» «Mariù, Anna vorrebbe un cappotto nuovo, arriva l’inverno.» Maria mandava i soldi, comprava, pagava. In silenzio. Perché era sempre stato così: lei dava, gli altri lo accettavano come un dato di fatto. – Devo andare – si alzò. – Stasera c’è anche il secondo lavoro. – Aspetta, ti preparo delle polpette da portare! – gridò la mamma. Polpette di verza. Maria prese il sacchetto e uscì nell’androne gelido che odorava di umido e gatti randagi. Dieci minuti a piedi fino alla fermata. Poi un’ora di tram. Poi otto ore in piedi. Poi quattro al computer, se riusciva a incastrare anche la seconda prestazione. E Anna sarebbe rimasta sul divano, a sfogliare annunci, aspettando che l’universo le offrisse uno stage da duemila al mese, con smart working. La prima vera lite scoppiò a novembre. – Ma tu stai facendo qualcosa? – Maria esplose vedendo la sorella sempre nella stessa posa del lunedì prima. – Hai inviato almeno un curriculum? – Tre. – In un mese? Solo tre? Anna alzò gli occhi al cielo, poi si rifugiò nel telefono. – Non capisci come funziona il mercato adesso. La concorrenza è spietata, bisogna saper scegliere. – Scegliere cosa? Un posto dove ti pagano per stare sul divano? Elena si sporse dalla cucina, nervosa, si asciugava le mani sul grembiule. – Ragazze, volete il tè? Ho fatto anche una torta… – Basta, mamma – Maria si sfregò le tempie, la testa le martellava da giorni. – Spiegami perché devo lavorare su due fronti mentre lei resta a casa? – Mariuccia, Anna è giovane… – Quando? Tra un anno? Tra cinque? Io a ventidue anni già lavoravo! Anna scattò. – Scusa se non voglio diventare come te! Una cavalla da soma che sa solo sgobbare! Silenzio. Maria prese la borsa ed uscì. Nel tram vedeva il suo riflesso cupo e pensava: cavalla da soma. Così mi vedete. Elena telefonò il giorno dopo per scusarsi. – Anna non lo pensava davvero. Sta solo soffrendo, portate pazienza, vedrai che troverà lavoro. Porta pazienza. La parola preferita da mamma. Porta pazienza finché papà torna in sé. Porta pazienza finché Anna cresce. Porta pazienza fino a che passa la tempesta. Maria aveva portato pazienza tutta la vita. Le liti divennero routine. Ogni visita finiva uguale: Maria cerca di scuotere la sorella, Anna risponde male, Elena si mette in mezzo implorando la pace. Poi Maria va via, Elena richiama per scusarsi, il circolo riprende. – Devi capirla, è tua sorella – diceva mamma. – E lei deve capire che non sono un bancomat. – Mariuccia… A gennaio Anna chiamò lei, euforica. – Maria! Mi sposo! – Cosa? Con chi? – Si chiama Dario. Stiamo insieme da tre settimane. È perfetto! Tre settimane – e matrimonio. Maria voleva dirle che era follia, che almeno bisogna conoscere la persona, ma tacque. Forse era meglio così: il marito la mantenesse, e finalmente si poteva respirare. Illusione durata fino alla cena di famiglia. – Ho già organizzato tutto! – Anna brillava. – Ristorante per cento persone, musica dal vivo, abito che ho visto da Pronovias in Duomo… Maria appoggiò lentamente la forchetta. – E quanto costa? – Beh… cinquantamila euro, forse sessanta. Ma dai, una volta sola nella vita! Il matrimonio! – E chi paga? – Su Maria, lo sai… I genitori di Dario hanno il mutuo, mamma prende poco di pensione… Forse dovrai fare un prestito. Maria fissò la sorella. Poi la madre. Elena abbassò lo sguardo. – Sul serio? – Ma è il matrimonio – sussurrò mamma con quella voce melliflua che Maria odiava dall’infanzia – una volta nella vita, bisogna festeggiare… – Quindi prestito per sessantamila euro, per il matrimonio di una persona che non si è nemmeno trovata un lavoro? – Sei mia sorella! – Anna batté la mano sul tavolo – Sei obbligata! – Obbligata? Maria si alzò. Nella testa tutto divenne limpido e calmo. – Cinque anni. Ho pagato i tuoi studi, le medicine di mamma, la vostra spesa, le bollette, i vestiti. Lavoro su due fronti. Non ho neanche una casa mia, una macchina, una vacanza. Ho ventotto anni e il mio ultimo vestito è vecchio di un anno e mezzo. – Calmati… – iniziò Elena. – No! Basta! Ho mantenuto tutti e due per anni, e adesso mi fate lezioni sul dovere? Da oggi vivo per me! Uscì veloce, afferrando per tempo la giacca. Meno venti fuori, ma Maria non sentiva il freddo. Dentro aveva uno strano tepore: come essersi finalmente tolta un macigno dalle spalle. Il telefono impazziva di chiamate. Maria disattivò tutto. …Passò mezzo anno. Maria si trasferì in un piccolo bilocale che fu finalmente suo. D’estate andò a Venezia – quattro giorni, la Biennale, le Fondamenta, le notti bianche. Comprò un abito nuovo. E un altro. E delle scarpe. Della famiglia seppe per caso, da una vecchia compagna di scuola che lavorava nello stesso quartiere della madre. – Ma è vero che il matrimonio di tua sorella è saltato? Maria rimase con la tazzina in mano. – Cosa? – Pare che il fidanzato sia sparito. Ha scoperto che non c’erano soldi, e ha mollato tutto. Maria sorseggiò il caffè. Amaro, stranamente delizioso. – Non so. Non ci sentiamo più. La sera, guardando le luci dal suo bilocale, pensò che non provava né rabbia né rivalsa. Solo una silenziosa, serena soddisfazione di chi finalmente non è più una cavalla da soma.
Mamma, questi sono per il prossimo semestre di Anna. Maria poggiò la busta sulla tovaglia lisa del vecchio
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0147
Il destino ama i riconoscenti
Il destino ama i riconoscenti A trentanni, Marco aveva già dieci anni di servizio militare nelle zone
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060
Scappa da lui: Un amore tossico, il controllo di Rocco, i segreti in una stanza chiusa, l’ossessione di una bambola bionda chiamata Angela – Lika lotta per sfuggire a un amore malato, salvando sé stessa e la sua bambina
Scappa da lui Ciao, amica mia! si è seduta accanto a me Caterina, sistemandosi sulla sedia con il solito sorriso.
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073
— Nonna Alla! — esclamò Matteo. — Chi le ha dato il permesso di tenere un lupo in paese?
Nonna Azzurra! gridò Matteo. Chi vi ha dato il permesso di tenere un lupo qui in paese? Azzurra Stefani
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052
La Nipote Inutile Ma Necessaria — Guarda là, è proprio lei! Te lo dico io! — sussurrò una donna distinta a un uomo dall’aria un po’ ingenua. — Fermiamoci a osservare per un paio di minuti. Una bambina di circa cinque anni giocava tranquilla nella sabbionaia, costruendo un vero castello da principessa. Per ora, era poco più di una montagna, ma Carlotta rifiutava ogni aiuto degli adulti. Ce la farò da sola! E poi bisogna scavare un fossato attorno al castello e una caverna per il drago! Qualcuno dovrà pur difendere il regno! La giornata di piena estate era al culmine. Carlotta, ben protetta dal sole grazie a un grande ombrellone piazzato sopra la sabbionaia, non sentiva alcun disagio, al contrario dei suoi genitori. Temendo un colpo di sole, la mamma si era spostata in ombra, spedendo il marito a prendere gelati e bibite fresche. Distratta da una telefonata, Nadia perse di vista la bimba per un attimo. Tanto bastò agli osservatori che stavano lì vicino. — Ciao piccola, — la donna si sedette sfrontata accanto a Carlotta, facendo indietreggiare la bambina spaventata. Perse l’equilibrio e cadde proprio sul castello, distruggendo tutto il suo lavoro. Subito le si riempirono gli occhi di lacrime: aveva perso la sua opera! — Non piangere, è solo un mucchio di sabbia! Se vuoi, ti costruisco io un vero castello. — MAMMA! — gridò a pieni polmoni Carlotta, ricordando tutte le lezioni sull’autoprotezione. La piccola si rimise in piedi e schivò per miracolo le braccia di uno sconosciuto che tentò di trattenerla. Al sentire quel grido straziante, Nadia corse verso la figlia, lasciando cadere il telefono. Nella cornetta si sentiva ancora la voce preoccupata dell’interlocutore. — Amore mio, — strinse la figlia a sé, — cosa è successo, tesoro? — Lì… — singhiozzava la piccola aggrappandosi al collo della mamma. — C’era una signora strana! E pure un signore! Voleva afferrarmi! Ho paura, mamma! Anche il padre arrivò di corsa. Dopo essersi assicurato che la bimba stesse bene, posò lo sguardo sugli sconosciuti che l’avevano spaventata. Una donna di sessant’anni strinse le labbra, insoddisfatta di quella scenetta familiare. Quella bimba… Nessun dubbio, è sua nipote! Colore dei capelli, occhi, lineamenti… Sembra Michele da piccolo! Ovviamente, versione femminile. — Sei andata ben lontano, — disse la donna, disprezzando l’ex nuora. — E come ti è venuto in mente di portare mia nipote lontano dal suo sangue? — Marco, porta Carlotta a casa, qui ci penso io, — ordinò Nadia al marito, affidandogli il prezioso carico. — E chiama papà, fai venire qualcuno dei suoi. — Ehi, non osare! Voglio conoscere mia nipote! — sbraitò la donna, senza però tentare di inseguire Marco. Due metri di uomo per un quintale buono… Cosa potevano fargli? Peccato non aver saputo se Nadia si fosse risposata… — Signora Tamara, — disse Nadia, scrutando la donna con disgusto, — ma cosa dice? Quale nipote? Ha già problemi di memoria? Vuole che le rinfreschi le idee? ******************** — Come sta il mio futuro nipotino? — chiese la donna impaziente al figlio e alla nuora, appena tornati dalla visita in ospedale. — Avremo una femmina, gliel’ho detto già. — rispose tesa Nadia, sperando che la suocera se ne andasse presto da casa loro. Ormai quella signora si fermava da loro tutto il giorno! — Il medico si sbaglia di sicuro, — affermò Tamara senza toni concilianti. — Nella famiglia dei Rossi nascono solo maschi! — Per questo avete cancellato il vostro primogenito dalla famiglia, perché la moglie ha avuto una femmina? — ribatté velenosa Nadia, ormai esasperata. — Non era suo figlio! — scattò Tamara, odiando rievocare quella storia. — È stata fregata! E lui da fesso le ha creduto! — Ma ci sono i risultati del test del DNA, li avete controllati almeno cinque volte! Cercavate di convincere Alessio che fosse falso. — E lo era! Come osi dubitare di me? Insolente… — Io vado a riposare, a me è venuto il giramento di testa. Nadia si chiuse in camera, sempre più tormentata dalla domanda: non avrà sbagliato a sposare Michele? L’amore c’era, certo, ma vivere con una suocera così… No, grazie. Sua madre aveva ragione: meglio trasferirsi il più lontano possibile da quella “parente fuori di testa”. Più volte aveva chiesto a Michele di considerare un trasloco. Lui però non ne voleva sapere. Come si fa? Lasciare la mamma da sola? E il papà? È inutile, sta sempre sul divano. Il fratello? Ha litigato con la mamma perché non ha voluto “ascoltare la ragione”… Nadia chiese allora semplicemente che la suocera passasse meno spesso e non controllasse tutto e tutti. — Mamma ci vuole bene! — replicò offeso Michele. — Ti aiuta in casa, dovresti ringraziarla! E invece sparisci sempre in camera… — Se continuo a sparire, — sbottò Nadia, — è perché non ne posso più di tua madre! Ancora poco e non vedrà mai la nipote! Vado dai miei! E mio padre è comandante dei carabinieri, se te lo sei scordato! Dopo questa minaccia, Tamara si fece un po’ più discreta. Non smise di andare ogni giorno, ma limitò la permanenza e anche le critiche. Nadia però sapeva che l’idillio non sarebbe durato. E soprattutto la tormentava l’insistenza della donna: solo maschi in famiglia! Lo stesso motivo che aveva portato alla rottura con il primogenito, uomo per bene a differenza di Michele. E pure Michele… Solo figli maschi, mai femmine! Guardava con sospetto le ecografie. — Se nasce una femmina, vi metto fuori casa entrambe, — disse una sera, ubriaco. — Significa che sei andata con qualcun altro! Non sono come Alessio, non mi faccio prendere in giro! Dopo quelle parole Nadia capì che il suo matrimonio era al capolinea. Era ora di pensare al divorzio: papà avrebbe aiutato, con le sue conoscenze… E infatti nacque una femmina. Michele fece una scenata in reparto, incurante della presenza di altre pazienti. Non ebbe il tempo di infierire ancora che arrivò la sicurezza a cacciarlo via. Il giorno dopo arrivò anche Tamara. Non urlò come il figlio, ma le disse con parole dure tutto quello che pensava. Finché non arrivò il “salvatore” di Nadia: un uomo in divisa e con le stellette liquidò la donna senza nemmeno alzare la voce, minacciando conseguenze se non avesse smesso di diffamare la nuora. Michele non perse tempo. Andò a fare richiesta di divorzio. Ma quando gli lessero la legge che vieta il divorzio se il figlio ha meno di un anno, negò la paternità della nata. Fece ricorso al tribunale. L’avvocato quasi rideva nell’ascoltare le motivazioni: “Nella nostra famiglia nascono solo maschi”… Assurdo! Solo il DNA avrebbe parlato chiaro. — Non sono sicuro che vincerete, specialmente considerando che anche Alessio ha avuto una figlia. — Non è sua figlia! — Ma c’è la prova del DNA… — Un falso! — insisteva Michele, spinto dalla madre. — Temo che il tribunale valuterà quell’esame inattaccabile. — Non è mia figlia, punto e basta… Ma la prova del DNA non servì. Nadia decise di tagliare ogni legame con quella famiglia e accettò la richiesta di annullamento. Meglio essere madre single che temere rivendicazioni future da parte di Michele. ********************** — E allora, ricorda ora? Perché non hai portato Michele con te? — Michele… Michele è morto, — disse la donna con tono mesto. — E tua figlia è tutto ciò che resta di lui. Non ti preoccupare, la cresceremo noi. Le daremo un futuro… — Voi? Crescere lei? E per quale motivo? — ringhiò Nadia. — Per mia figlia non siete nessuno. Vostro figlio non è nessuno. Lo dice un tribunale! Se vi avvicinate di nuovo a mia figlia, vi denuncio per tentato rapimento! Mio padre è molto rispettato in città, non avrete scampo! — Non capisci, non abbiamo nessun altro! — Avete Alessio, anche lui ha una figlia. Andate da loro. — Lui non ci vuole nemmeno vedere, — sussurrò la donna, abbassando lo sguardo. Solo adesso capì l’errore commesso. — Un uomo intelligente, — annuì Nadia. — Dopo tutto quello che ci avete fatto, vorreste ancora qualcosa? Ricorda come chiamavate la mia bambina? — Signora Nadia Rossi, problemi? — Due carabinieri atletici si avvicinarono veloci alla figlia del comandante. — Sì, c’è qualche fastidio. Assicuratevi che queste persone se ne vadano da questa città. — Ma… — Senza ma, — tagliò corto l’agente. La coppia dei Rossi indietreggiò all’istante, lasciando Nadia soddisfatta. — Seguitemi, prego. Nadia tornò a casa. L’umore era ottimo! Solo un pensiero la fece aggrottare appena. — Bisogna tenere sotto controllo questi… Rossi. Che non si facciano più vedere in questa città! Lo dirò a papà, ci penserà lui…
– Guarda là, è lei! Te lo dico io! sussurrò una donna elegante a un uomo dallaria un po sprovveduta.
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Rita accetta di prendersi cura delle piante e della tartaruga della sua amica Paolina, partita per le vacanze di Capodanno in Val d’Aosta con il marito: quando entra in casa con la chiave lasciatale, trova tutte le luci accese, l’albero illuminato, la TV ad alto volume e strani rumori dal bagno – aprendo la porta, resta scioccata!
Rita era rimasta sola durante le festività di Capodanno. Non proprio sola per scelta, ma per tristezza
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Se lo vuoi, fallo tu
Se vuoi, fallo tu rispose Gleb con tono secco. Mamma, hai avuto un figlio per te, non per me.
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La Sposa Fuggitiva: La Storia di una Libertà Inaspettata
La prima volta che mi trovo a un matrimonio da cui scappa la sposa è proprio ora, qui a Firenze, nellufficio
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— Che fai, nonno, qui? Hai voglia di passeggiare? Alla tua età, io starei a casa!
Che fai, nonno, qui? Ti piace fare il giro? A questetà dovrei stare a casa! Il vecchio Giuseppe sistemò
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OSSERVANZE O DIAGNOSI?
30 ottobre 2024 Diario Oggi mi sono svegliato con la sensazione di osservare una scena daltri tempi
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Vera rientra a casa carica di borse, già in pensiero per la cena e i compiti dei figli, quando fuori dal palazzo vede un’ambulanza: che sia successo qualcosa al marito? In realtà stanno soccorrendo la vicina, l’anziana e solitaria signora Nina, che chiede a Vera di occuparsi della sua gatta e di avvisare la figlia, con cui non parla da anni. Dopo aver superato la diffidenza della figlia, Vera diventa il ponte per una commovente riappacificazione madre-figlia proprio durante le feste di Natale, riscoprendo quanto valga veramente il tempo passato con chi si ama.
Vittoria si affretta verso casa, con le borse della spesa piene tra le mani. Tutti i suoi pensieri sono