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063
La madre entrò per la prima volta nell’imponente villa a otto piani di suo figlio, ma una sola frase della nuora la fece piangere e tornare al paese in piena notte: “Figlio, ti voglio bene, ma non appartengo a questo posto.”
La madre entrò per la prima volta nella villa a otto piani del figlio, ma una sola frase della nuora
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0176
L’ex moglie… È successo due anni fa. La mia trasferta stava per finire e dovevo tornare a casa, ad Alessandria. Dopo aver comprato il biglietto, decisi di fare una passeggiata per la città, visto che avevo ancora tre ore di tempo. Per strada mi si avvicinò una donna che riconobbi subito. Era la mia prima moglie, dalla quale mi ero separato dodici anni prima. Zina non era cambiata affatto, solo il viso appariva più pallido. Evidentemente anche per lei quell’incontro fu emozionante come per me. L’amavo intensamente, quasi in modo doloroso, e fu proprio questa gelosia a portare al divorzio. La controllavo in tutto, anche nei rapporti con sua madre. Appena tardava un po’, il cuore mi batteva impazzito pensando al peggio. Alla fine Zina mi lasciò, stanca delle mie continue domande: dov’era, con chi, e perché. Un giorno tornai dal lavoro con un cucciolo, desideroso di farle una sorpresa, ma in casa non c’era nessuno e sul tavolo trovai solo un biglietto. Mi scriveva che se ne andava, pur amandomi molto. I miei sospetti l’avevano sfinita e aveva scelto di lasciarmi. Mi chiedeva perdono e di non cercarla… E ora, dopo 12 anni di lontananza, l’avevo incontrata per caso nella città dove ero per lavoro. Parlammo a lungo, finché realizzai che rischiavo di perdere la mia corriera interregionale. Alla fine dissi: – Mi dispiace, devo andare, sto già facendo tardi per il mio viaggio. E allora Zina disse: – Alessandro, fammi un favore, ti prego. So che sei di fretta, ma per tutto il bene che c’è stato tra noi, non negarmi questa richiesta. Accompagnami in un ufficio, per me è importante, da sola non ce la faccio. Naturalmente accettai, ma precisai: «Solo se facciamo in fretta!» Entrammo in un grande edificio e per un po’ ci spostammo da un’ala all’altra. Salivamo e scendevamo per scale, e mi sembrava che fossero passati solo 15 minuti. Passavano persone di ogni età, dai bambini agli anziani. In quel momento non mi chiesi cosa ci facessero lì bambini e vecchi: avevo occhi solo per Zina. A un certo punto entrò in una porta e la chiuse dietro di sé. Prima di chiuderla mi guardò come per salutarmi, dicendo: – Che strano, non sono mai riuscita a stare né con te né senza di te. Rimasi ad aspettarla davanti alla porta. Volevo chiederle cosa intendesse con quell’ultima frase, ma non tornava. Fu allora che mi ripresi. Dovevo partire, e stavo facendo tardi! Guardandomi intorno, fui preso dal panico. L’edificio in cui mi trovavo era abbandonato. Al posto delle finestre solo buchi nel muro. Le scale non c’erano più. Scesi con fatica lungo delle tavole. Per la mia corriera ero in ritardo di un’ora e dovetti comprare un nuovo biglietto. Quando presi il biglietto, mi dissero che l’autobus che avevo perso si era ribaltato ed era finito nel fiume. Nessun sopravvissuto. Due settimane dopo ero alla porta della mia ex suocera, che avevo trovato grazie all’ufficio anagrafe. La signora Allevi mi disse che Zina era morta undici anni prima, un anno dopo il nostro divorzio. Non ci credevo, pensavo che la madre avesse paura che tornassi a ossessionare la figlia con le mie gelosie. Alla mia richiesta di mostrarmi la tomba di Zina, la suocera accettò senza esitazioni. Dopo poche ore mi ritrovai davanti a una lapide dalla quale mi sorrideva la donna che ho amato per tutta la vita e che, in modo inspiegabile, mi aveva salvato…
Ex moglie… Sono passati due anni da quellepisodio. Era quasi finita la mia trasferta di lavoro
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069
Non ho saputo aspettare – Chiedo il divorzio, – disse tranquillamente Vera, porgendo al marito una tazza di tè. – Anzi, ho già avviato le pratiche. La donna lo comunicò con la stessa naturalezza di chi dice: “Per cena c’è pollo con le verdure”. – Posso chiederti da quando… Mh, lasciamo stare, non davanti ai bambini, – Arturo, vedendo i due volti preoccupati dei figli, abbassò il tono e cercò di restare calmo. – In cosa ti ho delusa? E non dico niente sul fatto che ai bambini serve un padre. – Pensavi forse che non riuscissi a trovarne un altro? – la donna alzò gli occhi al cielo, accennando un sorriso sarcastico. – Cos’è che non va? Tutto! Speravo che la vita con te fosse come un lago calmo, invece sembra un fiume in piena! – Allora, bambini, avete finito di mangiare? – continuare la discussione davanti ai figli non era nelle intenzioni di Arturo. – Su, andate a giocare. E niente orecchie tese! – gridò loro dietro, conoscendo l’indole curiosa dei due maschietti. – Ecco, ora possiamo continuare. Vera arricciò le labbra infastidita. Anche in questo momento si mette a comandare! Si crede il papà dell’anno… – Mi sono stancata di vivere così. Non voglio più passare otto ore al giorno in ufficio, sorridere a colleghe e clienti… Voglio dormire fino a mezzogiorno, andare nei negozi alla moda, nei centri estetici. E tu questo non puoi darmelo. Basta! Ti ho dato i dieci migliori anni della mia vita… – Possiamo evitare le solite frasi melodrammatiche? – la interruppe secco Arturo. – Non eri tu, dieci anni fa, a tutte le feste a cercare di sistemarti con me? Io non avevo molta voglia di sposarmi, a dir la verità. – Ho sbagliato, può capitare. Il divorzio fu rapido e silenzioso. Arturo, seppur a malincuore, decise di lasciare i bambini con la madre a patto che ogni weekend e tutte le vacanze sarebbero stati con lui. Vera accettò senza problemi. Sei mesi dopo, Arturo presentò ai suoi figli la nuova compagna. La solare e simpatica Lucia conquistò subito il cuore dei bambini, che attendevano il fine settimana con impazienza, facendo innervosire non poco la madre. Ancora di più la infastidiva sapere che Arturo aveva ricevuto una grossa eredità da un lontano zio, aveva comprato una villa fuori città e viveva tranquillamente. Nonostante ciò, non aveva lasciato il lavoro, pagava il mantenimento minimo, preferendo occuparsi lui stesso di vestire e viziare i figli di persona e anche gli alimenti li gestiva in autonomia! E perché non ho saputo aspettare solo sei mesi? Se Vera avesse saputo che sarebbe andata così… Oh, ora farebbe carte false per tornare indietro! Ma forse non tutto è perduto? ***** – Prendiamo un tè insieme? Come ai bei vecchi tempi, – proponeva Vera con un sorriso ammiccante, arrotolando una ciocca di capelli attorno al dito. Il vestito corto metteva in risalto le sue forme, il trucco le toglieva qualche anno… S’era impegnata per apparire impeccabile! – Non ho tempo, – rispose Arturo senza emozione, lanciando uno sguardo fugace all’ex moglie. – I bambini sono pronti? – Cercano ancora qualcosa, ci vorranno dieci minuti, li conosco bene, – rispose lei delusa ma sempre all’attacco. – Perché non festeggiamo insieme il Capodanno? Nicola e Yuri hanno passato la giornata ad addobbare l’albero. – Abbiamo già stabilito in tribunale che le vacanze sono mie. Le passeremo in un bellissimo paese di montagna, tra neve, sci e snowboard. Lucia ha organizzato tutto. – Ma è una festa di famiglia… – E infatti la festeggeremo in famiglia. Se hai qualcosa da ridire ti tolgo i bambini. Appena la porta si chiuse dietro il marito e i piccoli, felici come non mai, Vera in preda all’ira infranse il costoso servizio di porcellana ricevuto per le nozze. Lucia… Sempre quella Lucia! Che si mette in mezzo… Fa la finta felice con i miei figli, ma probabilmente conta le ore in attesa che tornino a casa sua. Chi meglio di Vera sa quanto sono vivaci e capricciosi quei due? Ma questa… questa potrebbe essere un’idea. Vera sorrise soddisfatta. Non tutto è perduto. Presto tutti i soldi di Arturo saranno solo suoi… ***** – Scusa… e questo? – Arturo alzò un sopracciglio vedendo le valigie pronte sull’uscio. – Come cosa? La roba di Nicola e Yuri, – Vera con una spinta fece dondolare una delle valigie. – Ho deciso che, dato che tu ti sei rifatto una vita, ora tocca a me. Solo che, come puoi immaginare, non tutti gli uomini sono disposti a crescere figli non loro, quindi ora i bambini vivranno con te. Ho già avvisato i servizi sociali, manca solo perfezionare le carte. Ma te ne occupi tu, io vado in vacanza con un nuovo compagno molto promettente. Lasciando il marito senza parole sulla soglia, Vera si dirigette lentamente verso la macchina che l’attendeva. Vediamo quanto durerà la “santa” Lucia? Una settimana? Due? Sì, direi due. E Arturo, tra i figli e la nuova moglie, alla fine sceglierà i ragazzi. E tornerà da me. Con tutti i suoi soldi… Passarono due settimane. Un mese. Due. E la chiamata per riprendersi i bambini non arrivò. Dai racconti dei figli, Lucia non aveva mai alzato la voce con loro! Ma come? I due diavoletti sono diventati angioletti con lei? Impossibile! – Come si comportano i ragazzi? Siete già stanchi? – Non resistette e chiamò l’ex marito. – Sono bravissimi, educati, mi aiutano, – la voce di Arturo si addolcì appena pronunciò la parola “bambini”. – Sono davvero eccezionali! – Davvero? – Vera rimase sorpresa. – Da me combinavano solo disastri… – Perché i bambini vogliono attenzioni, – sbuffò lui. – Tu invece sempre con il telefono in mano. E tra l’altro ti informo che ci trasferiamo. Se vuoi, posso portare i ragazzi per le vacanze. – Ma… Sono miei figli anche! – Tu stessa mi hai ceduto tutti i diritti, – rise Arturo. – Bella madre che sei. A Vera non restava che mordersi le mani. Marito non recuperato (anzi, i suoi soldi), la nuova fiamma è già andata, e adesso anche i figli sono lontani. Anche se, in fondo, di loro non sentiva tutta questa mancanza, le piaceva troppo dedicare finalmente tutto il tempo a se stessa. Che ingiustizia! Dieci anni a resistere e poi mollare proprio qualche mese prima di una vita agiata… Non è giusto…
Non ha saputo aspettare Sto chiedendo il divorzio, disse serenamente Vera, porgendomi una tazza di tè
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0342
Al funerale di mio marito, ricevetti un messaggio da un numero sconosciuto: ‘Sono ancora vivo. Non fidarti dei bambini.’ Pensai fosse una crudele burla.
Al funerale di mio marito, il telefono vibra improvvisamente. Un messaggio da un numero sconosciuto lampeggia
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01.4k.
«La nuora mi chiese di stare lontana – Poi all’improvviso fu lei a chiedermi aiuto»
Nora, mia nuora, mi ha chiesto di stare un po più alla larga. Io ho rispettato il suo desiderio ma poi
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0238
Tornato a casa tardi nella notte, si è subito fatto una doccia. Nella tasca della giacca ho trovato la ricevuta per una cena romantica per due.
Mi ricordo di quella notte in cui Luca Moretti tornò a casa a notte fonda, il passo pesante sul ciglio
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071
Anna Petronilla sedeva triste sulla panchina del giardino della casa di riposo e piangeva: oggi compiva 70 anni, ma né il figlio né la figlia erano venuti a trovarla o a farle gli auguri. Solo la compagna di stanza, Eugenia Serena, l’aveva festeggiata con un piccolo regalo e la simpatica inserviente Maria le aveva offerto una mela per il compleanno. La residenza era dignitosa, ma il personale indifferente. Tutti sapevano che qui i figli portavano i genitori quando ormai li consideravano un peso. Anche Anna era stata accompagnata dal figlio, che le aveva detto che sarebbe stata solo una breve vacanza di salute, ma in realtà lei dava fastidio alla nuora. La casa era di Anna, poi il figlio la convinse a intestargliela, promettendo che nulla sarebbe cambiato; invece ci si trasferirono subito tutti e tra Anna e la nuora iniziò una guerra fatta di lamentele e silenzi. Dopo poco anche il figlio cambiò atteggiamento. Un giorno le propose di andare a riposarsi in una bella struttura: Anna intuì la verità. Lui la rassicurò fosse solo un soggiorno temporaneo, ma non tornò più. Dopo un mese, Anna chiamò a casa: le risposero sconosciuti, aveva scoperto che il figlio aveva venduto la casa ed era sparito. Anna pianse, sapendo che non sarebbe più tornata a casa e rimpiangendo di aver ferito la figlia per favorire il figlio. Anna era nata in un paesino e aveva vissuto tante difficoltà, tra trasferimenti, lutti, lavori umili e sacrifici per i figli. Aveva negato alla figlia Daria un aiuto economico fondamentale, scegliendo il figlio: da allora non si erano più parlate e Daria, dopo molte prove, si era rifatta una vita al mare. Un giorno però, mentre Anna si stava alzando dalla panchina, sentì una voce chiamarla: “Mamma!” Era Daria, che, dopo aver minacciato azioni legali contro il fratello per la compravendita della casa, l’aveva finalmente trovata. Daria abbracciò la madre, le chiese perdono per il tempo passato lontane e le propose di trasferirsi da lei nella loro casa sul mare con la sua famiglia. Finalmente Anna pianse, ma stavolta di gioia. “Onora il padre e la madre, perché si prolunghino i tuoi giorni sulla terra che il Signore tuo Dio ti dà.”
Oggi, seduto su una panchina nel giardinetto della casa di riposo a Firenze, ho visto la signora Anna
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046
Il distacco predefinito – Andrà tutto bene, – sussurrò piano Valerio, cercando di dare sicurezza alla voce. Fece un respiro profondo, espirò e premette il campanello. La serata si preannunciava difficile, d’altronde, cosa aspettarsi? Conoscere i genitori della propria fidanzata… non è mai facile. La porta si aprì quasi subito. Sulla soglia stava la signora Allevina Petroni. Era impeccabile – capelli raccolti in uno chignon perfetto, abito dal taglio classico, un filo di trucco sugli zigomi. Lo sguardo le scivolò su Chiara, si soffermò sul cestino di biscotti che portava con sé e increspò leggermente le labbra. Un gesto minimo, quasi impercettibile, ma Chiara lo notò. – Accomodatevi, – disse la signora Allevina senza particolare calore nella voce, scostandosi per lasciarli entrare. Valerio fece il primo passo, evitando lo sguardo della madre, mentre Chiara lo seguiva, oltrepassando la soglia con cautela. Ad accoglierli, una penombra delicata e un profumo di sandalo. L’ambiente, curatissimo, trasudava ordine quasi maniacale: nessun oggetto fuori posto, nessun libro dimenticato, nessuna sciarpa buttata sul divano. Ogni dettaglio urlava controllo e perfezione, fino a risultare quasi innaturale. La signora Allevina li accompagnò nel salotto – una stanza spaziosa con un’ampia finestra velata da tende color panna. Al centro, un divano in stoffa pregiata, davanti un tavolino di legno scuro. Con un gesto, li invitò a sedere. – Gradite un tè? O preferite un caffè? – domandò, continuando a tenere Chiara a distanza. La voce era neutra, come se stesse seguendo un rituale, non certo desiderosa di farli sentire a casa. – Il tè andrà benissimo, grazie, – rispose educatamente Chiara, sforzandosi di far sembrare la voce calma e amichevole. Posa il cestino sul tavolino, scioglie il nastro e solleva leggermente il coperchio. L’aroma di biscotti appena sfornati si diffonde subito in tutta la stanza. – Ho portato dei biscotti fatti da me, se le va di assaggiarli… La signora Allevina indugia un attimo sull’offerta, poi annuisce. – Grazie, – si limita a dire, avviandosi verso la cucina. – Torno subito con il tè. Appena fuori dalla stanza, Valerio si china piano verso Chiara e sussurra: – Scusami. Lei è sempre così… distaccata. – Non è un problema, – sorride la ragazza, stringendogli la mano. – L’importante è che ci sei tu. In attesa che la padrona di casa tornasse col tè, la tensione sembrava riempire ogni angolo. Chiara guardava attorno: tutto era bellissimo e ordinato, ma la perfezione che trasmetteva risultava quasi respingente, come quella di una casa da esposizione. Poco dopo la signora Allevina tornò con un vassoio: tazze di porcellana decorate a fiori sottilissimi, una teiera d’argento, un piattino con i biscotti sistemati in cerchio. Servì il tè con movimenti misurati, poi si sedette sulla poltrona di fronte, le braccia conserte sulle ginocchia. – Dunque, Chiara, – esordì, scrutando la ragazza con attenzione. Lo sguardo della donna sembrava radiografare anche il modo in cui teneva la tazzina. – Valerio mi dice che frequenti scienze della formazione. Vuoi fare l’educatrice? – Sì, sono al terzo anno, – annuì Chiara con garbo, posando la tazza per non farla tremare. – Mi piace lavorare con i bambini. È un ruolo importante aiutare qualcuno a crescere, supportarlo nelle prime scoperte. – Con i bambini, – ripeté la signora Allevina, sollevando appena un sopracciglio con sottile ironia. – Scelta nobile, certo. Ma sai che gli stipendi… sono modesti? In questi tempi bisogna pensare anche al futuro, ad avere una stabilità. Valerio si riscosse. – Mamma, dai, non parlare subito di soldi! – la voce gli uscì più aspra del previsto, ma si corresse immediatamente. – Per Chiara è una vocazione, per noi il più importante è sostenerci a vicenda. I soldi… col tempo tutto si risolve. Sua madre si girò verso di lui, ma non rispose subito: assaporò il tè, pesando le parole. – Amare il proprio lavoro è splendido, – riprese, rivolgendosi ancora a Chiara. – Ma spesso non basta. Hai già qualche idea su dove lavorerai dopo la laurea? Obiettivi per i prossimi anni? Chiara prese fiato, sentendo che quella era una verifica più che una semplice curiosità. – Certo, ci penso spesso, – disse con tono fermo. – Voglio continuare in un asilo, intanto faccio esperienza. Poi mi piacerebbe specializzarmi con corsi per bambini con esigenze speciali. Non sarà facile, ma credo sia la mia strada. Per tutta risposta la signora annuì in silenzio, scrutando la ragazza come a voler indovinare le sue reali intenzioni. – Non voglio essere un peso per Valerio, – aggiunse Chiara. – Voglio lavorare, crescere, contribuire, anche se non solo in termini economici: per me conta anche occuparsi di ciò che rende felici. – Posizione interessante, – osservò la donna. – Ma hai mai pensato a lavori più remunerativi? Con le tue qualità potresti lavorare in una multinazionale, nelle vendite, nel marketing… lì sì che si guadagna. Valerio stava per intervenire, ma Chiara lo fermò con un gesto. Sentiva che doveva essere chiara. – E lei, signora Petroni, di cosa si occupa? – chiese, fissandola negli occhi. La domanda prese alla sprovvista la padrona di casa, che però si riprese subito. – Io… non lavoro. Mio marito mantiene la famiglia. Io organizzo la casa, lo aiuto, tengo tutto in ordine. Anche questo, pur non pagato, è un lavoro. – Capisco, – annuì Chiara, sentendo crescere in sé la determinazione. – Ma mi spiega allora perché, se lei ha scelto di occuparsi della famiglia, io dovrei obbligarmi a un lavoro più redditizio anche se non mi piacerebbe? Io non chiedo a Valerio di mantenermi! Cala una silenziosa tensione nella stanza. La signora lo percepisce, ma non si lascia sfuggire troppe emozioni. – Mio marito mi ha chiesto di non lavorare: poteva permetterselo. Valerio… Il ragazzo si contorse scomodo sul divano, turbato da quella tensione che lo soffocava. Gettò un’occhiata inquieta alla madre – il volto imperscrutabile – quindi a Chiara, seduta dritta, il mento alto, ma con negli occhi un lampo di delusione. – Chiara, lo capisci… – si schernì il ragazzo, le parole incerte e quasi sussurrate. – Mamma è solo preoccupata. Vorrebbe che non avessimo difficoltà facilmente evitabili. Chiara lo fissò, stupita che dopo averla sostenuta poco prima, ora sembrasse quasi allinearsi alla madre. – Quindi la pensi come lei? – chiese con voce calma. – Credi che non dovrei inseguire ciò che Amo? Che dovrei lavorare solo per guadagnare di più? – Non è proprio così… – farfugliò Valerio, stringendo e sciogliendo le mani. – Ma anche mia madre ha ragione a pensare al futuro. Serve una certa stabilità… dobbiamo capire come gestire tutto. La signora Allevina regalò al figlio un impercettibile sguardo soddisfatto, poi riprese, sempre gentile ma decisa: – Senti, Chiara, credi davvero che mio figlio debba sacrificare i suoi sogni? Da sempre vuole fare il giornalista, viaggiare, scrivere… Ora invece dovrebbe rinunciare a tutto per mantenere la famiglia? Chiara stava per rispondere, ma Valerio la anticipò: – Mamma, io… – No, Valerio, rispondi sinceramente, – lo incalzò la madre, senza distogliere lo sguardo. – Saresti disposto a sacrificare tutto questo per questa ragazza? A rinunciare ai progetti, ai viaggi, per garantire sicurezza? Valerio rimase immobile. Guardò Chiara: nei suoi occhi vide dolore, ma lei tacque, lasciandogli la responsabilità della risposta. Si sentiva lacerato tra l’istinto di proteggerla e il senso che forse la madre avesse ragione. – Io… – si interruppe, poi inspirò a fondo. – Non voglio rinunciare al mio sogno. Però non voglio nemmeno perdere Chiara. Credo che potremmo trovare un equilibrio: continuare entrambi a inseguire i nostri obiettivi… e sostenerci l’un l’altra. La signora sospirò e scosse il capo, ormai consapevole di aver detto tutto. Si adagiò alla poltrona, in attesa degli eventi. – Curioso: quindi Valerio non dovrebbe abbandonare i sogni, ma io sì? Io dovrei trovare un lavoro qualsiasi, mentre lui vive la sua passione? Non vi sembra incoerente? – Chiara abbozzò una risata ironica. Valerio abbassò lo sguardo, la tazzina tremava tra le sue dita. Non riusciva a trovare una risposta che andasse bene per tutti. – Beh… magari si può provare a conciliare… – balbettò lui. – Conciliare? – la madre sorrideva, ma il sorriso era tagliente. – Sai che non è possibile: o ti dedichi completamente alla carriera, o… Lasciò in sospeso, uno sguardo eloquente alla coppia. In quel silenzio c’era tutta la convinzione di una donna che aveva già visto la vita sbarazzarsi delle illusioni dei giovani. Valerio deglutì. Avrebbe voluto ribattere che i tempi erano cambiati, che il compromesso si può trovare, ma come sempre gli mancavano le parole davanti alla madre. – Bene, direi che per oggi è abbastanza, – concluse la signora Allevina, alzandosi in modo solenne. – È tardi e il quartiere la sera non è sicuro. È meglio che torni a casa, Chiara. Tu, Valerio, noi dobbiamo parlare seriamente. Adesso! Il tono non ammetteva repliche, era più un ordine che un invito. Valerio provò ad abbozzare una protesta: – Mamma, posso almeno accompagnare Chiara alla fermata…? – Non ci pensare nemmeno! – sbottò la donna, senza guardarlo. – Resto in ansia. Rimani qui. Valerio si richiuse in sé, le spalle curve, le mani raggrinzite sulle ginocchia. Sapeva che era inutile insistere. – Scusa, Chiara, – sussurrò, lo sguardo basso. – Forse è davvero meglio così. Prendi un taxi, ok? Chiara annuì senza discutere, si alzò senza aggiungere nulla, posò con delicatezza la tazzina e si mise la borsa a tracolla. – Va bene, – disse calma, sebbene le tremasse dentro la delusione. – Allora vado. Si avviò quieta verso l’uscita, solo un rapido gesto alla maglia come per ricomporsi. Ormai non cercava più di piacere, chiudeva solo il cerchio della cortesia. – Grazie per il tè, – pronunciò, e nella voce il distacco era ormai glaciale. – Arrivederci, – rispose seccamente la signora, rivolgendole appena uno sguardo. Prima di uscire, Chiara si voltò: Valerio restava seduto a capo basso, immobile. Non la fermò, non disse nulla. Questo silenzio fu la conferma definitiva: lui, alla fine, non avrebbe mai scelto lei. Appena fuori, Chiara inspirò a fondo l’aria della sera. Cercava di respingere l’ondata di emozioni che la travolgevano: dolore, rabbia, delusione. Solo ora si faceva chiaro: Valerio avrebbe sempre messo al primo posto la madre, anche a costo di perderla. S’avviò a passo svelto, quasi volesse fuggire da quei pensieri. A casa la accolse la solitudine e il silenzio ovattato che le permise di tirare un sospiro: ora poteva lasciarsi andare. Si sedette, a lungo, cercando serenità. Non era la fine del mondo, solo la fine di una storia. Un nuovo giorno arrivava, e con lui nuove opportunità. Sapeva che ce l’avrebbe fatta. ******************** Il giorno dopo non rispose alle chiamate di Valerio. Sentiva il bisogno di tempo e silenzio. I pensieri si rincorrevano: restare avrebbe voluto dire competere ogni giorno con sua madre, e Valerio… avrebbe vacillato ad ogni bivio, incapace di scegliere davvero. Passarono alcuni giorni in cui si immerse nello studio, uscendo quasi in automatico con i compagni. Ma la testa tornava sempre all’ultima conversazione, al silenzio di lui. Un pomeriggio, rientrando, lo trovò fuori dal portone. Incerto, spaesato, Valerio la chiamò: – Chiara! Si voltò; lui aveva il viso segnato, ma lo sguardo meno deciso che mai. – Dobbiamo parlare, – iniziò, fissando il marciapiede. – Mia madre… crede che tu non sia giusta per me. Chiara sollevò le sopracciglia, controllando l’emozione. – E tu? Cosa ne pensi? Valerio esitò, raccolse le parole senza trovarle. – Lei è la mia famiglia… Non voglio deluderla. Nel tono c’era stanchezza, non convinzione. – Quindi la pensi come lei? – chiese infine Chiara. – Non dico questo… – si affrettò a replicare. – Ma non posso voltarle le spalle. Come se volesse che fosse lei a trovare la soluzione. Ma Chiara non disse più nulla. In quel momento decise: non avrebbe passato la sua vita in questa dinamica. – Tu vuoi stare con me? – domandò fissa nei suoi occhi. Valerio non seppe rispondere, e il suo silenzio fu una risposta chiara. Chiara si voltò e salì. Quella sera, mentre camminava per la città ormai quieta, Chiara si accorse di sorridere. Liberata, consapevole. Anche se tutto sarebbe stato difficile, era pronta: non avrebbe più dovuto giustificarsi a nessuno. Era libera, ed era quello che contava.
Rottura per default Andrà tutto bene, sussurrò piano Matteo, cercando di far sembrare la voce più sicura
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090
Il perdono non arriverà mai: la storia di Vika, abbandonata dalla madre e cresciuta in orfanotrofio, tra verità dolorose, il tradimento del fidanzato e la scelta impossibile di fronte alla riapparizione improvvisa di chi l’ha messa al mondo
Non ci sarà perdono – Hai mai pensato di cercare tua madre biologica? La domanda mi colse così
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01.2k.
Regalo di nozze dalla suocera: Meglio niente piuttosto che questo!
Regalo di nozze dalla suocera: Meglio niente che questo! Oggi rileggo questo episodio con un sorriso amaro.
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045
Al mattino le condizioni di Michele Sergio peggiorarono. Faticava a respirare. — Nikita, non voglio niente. Nessuna delle vostre medicine, niente. Ti prego soltanto, lasciami salutare il mio Amico. Ti supplico. Stacca tutto questo… L’uomo indicò le flebo. — Non posso andarmene così. Capisci, non posso… Una lacrima gli scese sulla guancia. Nikita sapeva che se avesse staccato tutto, forse non sarebbe riuscito nemmeno a portarlo fino all’uscita. Tutti gli uomini della stanza si raccolsero intorno. — Nikita, davvero non c’è altro da fare? Non è giusto così… — Lo so… Ma questa è una clinica, qui è tutto sterile. — Ma chissenefrega… Guarda, non può nemmeno dirsi addio! Tutto era chiaro per Nikita. Ma che alternative aveva? Si alzò deciso. Tutto era possibile. Al diavolo le regole, al diavolo quell’impresa di suo padre. Che lo licenzino pure. Si voltò di scatto e incrociò lo sguardo di Anna. Nei suoi occhi brillava ammirazione. Nikita uscì di corsa verso l’esterno. — Amico, ti prego, piano. Forse non se ne accorge nessuno. Andiamo, andiamo dal padrone. Aveva già aperto la porta, quando fu bloccato. Davanti a lui c’era la dottoressa Emma Edoardovna. — Che succede qui? — Dottoressa Emma… La supplico, solo cinque minuti. Lasci che si salutino. Capisco tutto. Mi licenzi pure dopo. Per un istante tacque. Chi sa cosa passava per la sua testa. Poi fece un passo di lato. — Va bene. Allora licenzino anche me. — Amico, seguimi! Nikita corse giù per il corridoio dell’ospedale, il cane vicino. Davanti, Anna aprì la porta. Il cane, sentendo qualcosa, fu in due balzi davanti alla stanza… un salto ancora, e Amico era sulle zampe posteriori accanto al letto di Michele Sergio, appoggiando le zampe davanti sul bordo. In stanza regnava il silenzio. L’uomo aprì gli occhi. Provò ad alzare la mano, ma non ci riusciva. Le flebo lo impedivano. Allora le strappò via con l’altra mano. — Amico! Sei venuto… Il cane appoggiò la testa sul petto di Michele Sergio. Lui lo accarezzò. Una volta, un’altra. Sorrise… e il sorriso gli si bloccò sulle labbra. La mano scivolò via. Qualcuno sussurrò: — Il cane sta piangendo… Nikita si avvicinò al letto. E davvero, Amico piangeva. — Basta. Andiamo… Andiamo via…. *** Nikita si sedette sul muretto, mentre Amico si infilò tra i cespugli e si accasciò lì. Un uomo della stanza, quello che per primo aveva diviso le sue polpette, si avvicinò e gli porse un pacchetto di sigarette. Nikita lo guardò, voleva dire che non fumava, poi lasciò perdere. Accese una sigaretta. Anna si sedette accanto a lui. Occhi rossi, naso gonfio. — Anna… oggi è il mio ultimo giorno. — Perché? — All’inizio ero qui per punizione, poi per dimostrare a mio padre che potevo… Mi avrebbe lasciato l’azienda. Ma non è quello il punto. Non ce la faccio. Torno a casa. Glielo dirò in faccia: tuo figlio è un fallito. Scusami, Anna… Nikita se ne andò. Scrisse le dimissioni, raccolse le sue cose. Anna lo guardava dalla finestra mentre lui arrivava al cancello con la sua Mercedes, scendeva. Apriva lo sportello lato passeggero e si dirigeva verso i cespugli. Parlava con Amico, poi si avviava verso l’auto, si appoggiava e aspettava. Il cane arrivò dopo qualche minuto. Lo guardò a lungo negli occhi, poi saltò in macchina. Anna tornò a piangere. — Non sei un fallito! Sei il migliore! *** Qualche giorno dopo Anna vide il direttore sanitario con un uomo che assomigliava tanto a Nikita. Scese di corsa le scale e corse fuori. — Lei è il papà di Nikita? Il direttore sanitario la guardò stupito. — Anna, che succede? — Aspetti, dottor Sergio, licenzi pure me dopo! È lei? Vadim Olegovich la guardò meravigliato, la piccola ragazza dalle dolci lentiggini. — Sì, sono io. — Non osi mai pensare che Nikita sia un fallito! È il migliore! È l’unico che ha avuto il coraggio di permettere a un uomo di salutare il suo amico prima di morire! Nikita ha cuore e anima! Anna si voltò ed entrò nell’edificio. Vadim Olegovich sorrise. — Hai visto che caratterino? Il dottor Sergio rispose: — Che ci vuoi fare… È una brava ragazza, ma vuole sempre la verità! — E sarebbe un difetto? — Non sempre è un pregio… *** Sono passati tre anni. Dal cancello di una bella casa uscì una famiglia al completo. Nikita spingeva la carrozzina, Anna teneva al guinzaglio un enorme cane dal pelo lucido. Arrivarono al fiume e Anna liberò il cane. — Amico, non andare troppo lontano! Il cane, con balzi giganteschi, corse verso il fiume. Dopo un paio di minuti il bambino nella carrozzina strillò. Amico tornò subito con lo stesso impeto alla carrozzina. Anna rise. — Nikita, credo che non avremo mai bisogno di una tata. Ma dove corri? Sonia aveva solo perso il ciuccio. Il bambino si riaddormentò, Amico guardò nella carrozzina, e solo dopo essersi assicurato che andasse tutto bene, si lanciò di nuovo all’inseguimento di una farfalla…
La mattina, a Michele Serafini la situazione peggiora. Fa fatica a respirare. Nicolò, non voglio niente.
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080
Dodici anni dopo: la madre in TV chiede aiuto per ritrovare il figlio sparito, ma dietro le lacrime si nasconde una verità molto diversa — una donna decisa a commuovere l’Italia per ottenere ciò che crede le spetti, mentre il figlio, allontanato anni prima da casa per far posto a una nuova famiglia, osserva da lontano, determinato a non cedere più.
Dodici anni dopo Vi supplico, aiutatemi a ritrovare mio figlio! la donna era quasi in lacrime.
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L’Espresso Notturno Le porte dell’autobus articolato si chiusero a fisarmonica e il calore dell’interno si riversò all’esterno come una nuvola di vapore nella frescura della notte. Cinque ragazzi in vena di baldoria irruppero rumorosamente, battendo le scarpe infangate contro ogni gradino, palo e anche le gambe dei passeggeri che incontravano. Nessuno degli altri solitari riuniti da quell’unico trasporto notturno osò dire qualcosa al gruppo di giovani eccitati dall’alcol, che si urlavano addosso storie di conquiste e strategie con uno sguardo selvaggio negli occhi, accompagnate da risate e brindisi improvvisati. Trasformarono il fondo dell’autobus in un piccolo bar, facendo tintinnare bottiglie vuote dopo ogni risata sguaiata. Il motore tossicchiò, le porte sibilarono, la fisarmonica si distese e il bus si staccò dalla fermata come un traghetto cittadino. Nel mezzo, esclusi i nuovi arrivati, c’erano una decina di persone e la controllora, che si alzò stringendo forte in mano il carnet dei biglietti. — Ragazzi, il biglietto si paga, — disse stanca la donna, con gli occhiali antichi più dei ragazzi stessi. — Ho l’abbonamento! — grugnì uno ridendo. — Ce l’ho anch’io! — Pure io! L’ultimo, forse nemmeno maggiorenne, con il labbro appena ombreggiato e i movimenti incerti, faceva il duro tra gli amici alzando ancora di più la voce. — Fatemeli vedere, — rispose secca la donna, non impressionata. — Prima li faccia vedere lei! — sbraitò il più corpulento, mentre la birra sgocciolava dalla bottiglia aperta, spargendo odore acre per tutto il bus. — Sono la controllora, — ribatté imperturbabile. — E io sono elettricista! Vuol dire che non pago la luce? — disse quello con la giacca intrisa di birra. — Pagate o scendete, — dichiarò la donna. Come per magia il bus si fermò e gli altri passeggeri raccolsero le proprie cose e scesero. — Te l’hanno detto che abbiamo l’abbonamento! — strillò il ragazzo sottile, gonfiando il petto. — Dai Valerio, porta il bus al deposito! — chiamò la donna all’autista. — Sì Valerio, portaci al deposito! — la imitavano i ragazzi, asciugandosi finti lacrimoni. Le porte si richiusero, il bus partì e fece inversione. La comitiva rise ancora per dieci secondi, poi il più lucido chiese: — Ma come fa un filobus a girare in mezzo alla strada se deve seguire i fili? Gli altri scrollarono le spalle. Il bus accelerava e, stranamente, superava anche le macchine. Luci fioche, molte ormai spente: solo i lampioni e le insegne pubblicitarie gettavano intervalli di luce all’interno. La controllora, muta, guardava fisso avanti. Nessuna fermata in vista. — Ehi capo! Dove ci stai portando? — urlò uno. Nessuna risposta. — Oh, fermati! Vogliamo scendere! — le voci stavano cambiando, iniziava la paura. La donna restava di ghiaccio. Il bus lasciò la città, ora correvano nel buio della statale. I telefoni erano muti, senza segnale. Quando il bus virò nei campi, uno del gruppo si avventò sulla controllora. — Lo sa dove lavoro? Se domani non vado in ufficio, resterà senza pensione! Subito si spensero i fari. — La prego, mi lasci uscire, devo studiare per la maturità, — implorò il più giovane. Il bus correva, rombando nella notte. I cinque, ormai sobri e terrorizzati, tentavano di uscire spaccando i vetri con le bottiglie, graffiando la porta a fisarmonica, ma era tutto inutile. Finalmente iniziarono a offrire soldi: — Ecco, tenga pure il resto! La prego, ci riporti indietro! La donna immobile, sorda alle suppliche e alle lacrime. Finché non comparve un lago immenso. — Dove siamo? — sussurravano i ragazzi. — Ci annegano… — singhiozzava il più giovane. — Sergio, sai guidare un bus? Proviamo qualcosa? — tentò uno, ma Sergio scosse la testa. Poi la porta anteriore si aprì. La donna scese e il suo profilo apparve in controluce nella cabina dell’autista, con un oggetto allungato in mano. — È finita… Ci sparano e ci buttano nel lago… — tremando, l’elettricista piangeva. La luce si accese. La donna, con passo secco, rientrò e adagiò in terra secchio e spazzolone. — Dopo che avrete lavato le pareti, vi darò i panni per i sedili e per terra e poi si torna in città. Obiezioni? Cinque teste scossero insieme. La notte fu lunga. Si divisero i compiti: due facevano la spola con l’acqua, uno scambiava i panni, altri due svuotavano il secchio nell’enorme cisterna comparsa chissà da dove. Forse, quel bus passava spesso di lì. All’alba finirono. Il bus brillava, i vetri erano trasparenti. I ragazzi, ora davvero sobri, lavoravano in silenzio. Quando tutto fu in ordine, la controllora timbrò loro i biglietti, e il bus tornò verso la città. I ribelli della notte furono lasciati alle fermate, e il filobus si preparò ad accogliere una nuova giornata e nuovi passeggeri.
Espresso Notturno Le porte della filovia si piegano a fisarmonica, lasciando uscire nellaria fresca della
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020
Figlia o solo conoscenti? Quando l’amore di un padre sembra fare differenza tra “vera famiglia” e legami del cuore
Figlio di sangue Elena, non puoi immaginare! Indovina un po, io e Matteo abbiamo deciso di andare di
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Fratello invita alla festa di compleanno, ma la moglie fa una scenata in pubblico
Il fratello invita al compleanno, ma sua moglie fa una scena Mio fratello Matteo si è sposato sei anni fa.
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IL REGALO DI ASSUNTA
IL REGALO DI LUNA Luna, la cagnolina, ululava tutta la notte, impedendo ad Alessandra di riposare.
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La Vita Unica: Un Viaggio nel Cuore dell’Esistenza
Caro diario, oggi il sole di Roma sembrava un fuoco che bruciava dentro la mia gatta Misia.
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Non era destino… Il treno viaggiava già da due giorni e i passeggeri avevano fatto amicizia, bevuto molte tazze di tè, risolto una decina di cruciverba, iniziando a raccontarsi storie di vita. Il famoso “sindacato del viaggiatore” si manifesta proprio in treno: in quei vagoni si ascoltano racconti che non sentiresti da nessun’altra parte. Ero seduta sul lato corridoio quando, nella cuccetta accanto alla mia, tre arzille signore si scambiavano ricette per l’impasto e tecniche di lavoro a maglia. Il treno attraversava un ponte con una vista mozzafiato: cielo limpido, giornata di sole, un ampio fiume dalle onde leggere, una chiesa di pietra bianca con cupole dorate sulla riva alta, coperta d’erba serica. Le donne si ammutolirono. Una si fece il segno della croce. – Ora vi racconto una storia – disse una di loro. – Credeteci o no. Era primavera di qualche anno fa. Vivo sola, senza figli, mio marito è mancato da tempo. Il nostro paese, piccolo ma diviso dal fiume, costringe ad attraversare un ponticello per andare in negozio o alla posta. Quella mattina mi chiama mio fratello: partiva per lavoro e avrebbe fatto una deviazione solo per venirmi a trovare, dopo cinque anni che non ci vedevamo! Felicissima, mi vesto in fretta, infilo gli stivali felpati e corro verso la riva. Penso: “Se prendo il ponte ci metto troppo, quasi quasi attraverso sul ghiaccio.” I pescatori all’altro capo del ponte mi danno coraggio: se regge loro, reggerà anche me. Ma all’improvviso il ghiaccio cede, mi ritrovo in acqua gelida, il mantello mi tira giù. Solo grazie al fatto che non l’avevo abbottonato riesco a liberarmene e salire in superficie. Cerco di aggrapparmi al bordo, ma il ghiaccio si spezza e continuo a sprofondare. Vedo la mia vicina sulla riva, faccio cenno, sperando chiami aiuto, ma lei indietreggia spaventata e se ne va! Penso: “Ecco, è la fine.” Faccio ancora uno sforzo, il ghiaccio si rompe di nuovo, ma d’un tratto compare un uomo, steso sul ghiaccio, che mi tende una mano: “Forza, vieni qui!” Poi rompe un giovane betullo e me lo porge: “Tieni, afferrati al tronco!” Con un colpo mi tira fuori dalla morte. Mi chiede solo: “Va tutto bene, signora?” Annuisco, lui sorride e sparisce. Non c’era nessuno nei dintorni, eppure solo grazie a lui mi sono salvata. Più tardi sono andata in chiesa per accendere un cero per lo scampato pericolo, e mi sono trovata davanti all’icona di San Nicola, riconoscendo in lui il mio salvatore. Da quel giorno, non mi sono ammalata neanche una volta. Una storia incredibile, ma vera, credeteci o no.
Non era destino Il treno correva ormai da due giorni. I passeggeri si erano già conosciuti, condiviso
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0115
Non è un affare casuale, Vittoria. Da diciassette anni conduco una doppia vita,” disse Domenico, rigirando nervosamente una matita sulla sua scrivania.
“Non è un semplice capriccio, Vittoria. Da diciassette anni vivo una doppia vita,”
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— Qui ora vivrà Diana, — dichiarò il marito al suo ritorno dalle vacanze.
Qui vivrà Fiorenza, dissi, appena rientrato dalle vacanze. Oggi era un giorno diverso. Ero appena tornato
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Sono arrivato alla cena di Natale con un gesso sulla gamba e un registratore vocale in tasca.
25 dicembre, alle prime luci dellalba, sono arrivata alla cena di Natale con il gesso al piede e un registratore
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Il matrimonio non si farà: tra silenzi, dubbi e famiglie invadenti, la storia di Tanya e Denis, tra sogni spezzati e suocere italiane troppo presenti
Niente matrimonio Oggi sei stranamente silenzioso, mi fa Claudia. Avevamo detto che sabato andavamo a
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Ho gridato dalla finestra: «Mamma, ma cosa ci fai fuori così presto? Congelerai!» — Lei si è voltata, ha agitato la pala come per salutarmi: «Mi do da fare per voi, pigroni!» — E il giorno dopo la mamma se n’è andata… Non riesco ancora a passare davanti al nostro cortile senza sentirmi mancare il respiro… Ogni volta che vedo quel vialetto, il cuore mi si stringe come se qualcuno lo afferrasse con la mano. Quella foto l’ho scattata io, il due gennaio… Stavo semplicemente passando, ho visto le impronte sulla neve e mi sono fermata. Ho fotografato senza sapere perché. Ora quella foto è tutto ciò che mi rimane di quei giorni… Come ogni anno, anche questo Capodanno l’abbiamo festeggiato tutti insieme. La mamma era già in piedi dal mattino del trentuno dicembre. Mi sono svegliata con l’odore delle cotolette e la sua voce in cucina: «Dai, svegliati! Mi aiuti a finire le insalate? Che tanto tuo padre si mangia tutti gli ingredienti senza farsi vedere!» Sono scesa ancora in pigiama, i capelli arruffati. Lei era ai fornelli, con il grembiule preferito con le pesche che le avevo regalato ai tempi della scuola. Sorrideva, le guance rosse per il calore del forno. «Mamma, fammi bere almeno un caffè prima», mi sono lamentata. «Il caffè dopo! Prima l’insalata russa!», ha riso, tirandomi una ciotola piena di verdure cotte. «Tagliale fini, come piace a me. Non come l’altra volta, a cubi grossi così!» Tagliavamo e chiacchieravamo di tutto. Lei raccontava di quando da bambina il Capodanno si festeggiava con solo un po’ di aringa sotto la pelliccia, qualche mandarino che il nonno portava a casa di nascosto. Poi è arrivato papà con l’albero: enorme, quasi fino al soffitto. «Ecco qui, donne, accogliete la regina!», ha gridato con orgoglio sulla porta. «Ma papà, hai abbattuto un’intera foresta?», ho esclamato. La mamma ha alzato le mani: «Bella è bella, ma dove la mettiamo? L’altra volta era più piccola!» Eppure ci ha aiutate a decorarla. Io e mia sorella Leria sistemavamo le lucine mentre lei tirava fuori le vecchie decorazioni, quelle di quando ero piccola. Ricordo che ha preso in mano un angioletto di vetro e ha detto piano: «Questo te lo comprai per il tuo primo Capodanno. Ti ricordi?» «Certo, mamma» ho mentito. In realtà non ricordavo, ma ho annuito per vederla sorridere felice. Il fratello è arrivato più tardi, come sempre rumoroso, carico di sacchetti, regali e bottiglie. «Mamma, quest’anno ho preso uno spumante buono! Non quella robaccia di un anno fa.» «Speriamo solo che non vi ubriacate tutti», ha riso lei, abbracciandolo. A mezzanotte siamo usciti in cortile. Papà e il fratello accendevano i fuochi d’artificio, Leria gridava dalla gioia, la mamma mi teneva stretta. «Guarda che meraviglia, figliola… Che bella la nostra vita», sussurrava. L’ho abbracciata anch’io. «La migliore del mondo, mamma.» Abbiamo bevuto spumante dal collo della bottiglia, riso quando un petardo è finito nel pollaio dei vicini. La mamma, un po’ allegra, ballava in pantofole sulla neve, papà l’ha sollevata tra le braccia. Abbiamo riso fino alle lacrime. Il primo gennaio ci siamo trascinati tutto il giorno. Mamma preparava ancora — ravioli e insalata di carne. «Mamma, basta! Siamo pieni come palloncini!» «Tranquilla, in una settimana si smaltisce tutto», rispondeva. Il due gennaio è di nuovo la prima ad alzarsi. Sento la porta chiudersi, guardo dalla finestra: ha la pala in mano, fa il vialetto. Vecchio piumino, fazzoletto in testa. Sistema tutto con cura: dal cancello alla porta — una striscia dritta. Accatasta la neve lungo il muro come piaceva a lei. Le grido: «Mamma, ma che fai fuori così presto? Congelerai!» Si volta, agita la pala in segno di saluto: «Se no voi pigri dovete saltare i cumuli fino a primavera! Va’ a mettere su il tè.» Sorrido, torno in cucina. Torna dopo mezz’ora, con le guance rosse, gli occhi che brillano. «Adesso sì che è perfetto», dice e si siede a bere il caffè. «È bellissimo, mamma. Grazie.» Quella è stata l’ultima volta che ho sentito la sua voce così allegra. Il tre gennaio si sveglia e dice piano: «Ragazze, sento qualcosa al petto. Non è forte, ma fastidioso.» Mi sono subito agitata: «Chiamiamo il 118, mamma!» «Ma va’, figlia mia. Solo un po’ di stanchezza, con tutto quello che ho fatto. Passerà se mi sdraio.» Si è stesa sul divano, io e Leria là accanto. Papà è andato in farmacia. Lei scherzava ancora: «Non guardatemi con quegli occhi tristi, vi sopravviverò tutti.» Poi, però, d’un tratto è impallidita. Si è stretta il petto. «Oh… non va… Sto troppo male…» Abbiamo chiamato l’ambulanza. Le tenevo la mano, dicevo: «Resisti, mamma, stanno arrivando, andrà tutto bene…» Mi ha guardato e ha sussurrato: «Figlia mia… vi voglio tanto bene… Non voglio lasciarvi.» I medici sono arrivati subito, ma… non c’era più nulla da fare. Un infarto devastante. Tutto in pochi minuti. Seduta sul pavimento del corridoio, piangevo disperata. Non riuscivo a crederci. Solo ieri ballava sotto i fuochi d’artificio, rideva, e oggi… A stento, sono uscita in cortile. La neve cadeva pian piano. E ho visto le sue impronte — piccole, ordinate, dritte. Dal cancello alla porta e ritorno. Come sempre le faceva lei. Sono rimasta lì a lungo. Mi sono chiesta a Dio: “Com’è possibile che solo ieri camminava sulla terra e oggi non c’è più? Le impronte ci sono e lei no.” Ho pensato che forse il due gennaio era uscita per l’ultima volta — per lasciarci il sentiero pulito. Perché potessimo passare anche senza di lei. Non le ho coperte. E ho chiesto a tutti di non farlo. Lasciatele lì, finché la neve non le coprirà per sempre. Quello è stato l’ultimo gesto di cura della mamma. La sua premura, anche quando non c’era più. Dopo una settimana è caduta tanta neve. Conservo la foto con le sue ultime impronte. Ogni anno, il tre gennaio, la riguardo. Poi guardo il vialetto vuoto davanti a casa, e mi fa così male sapere che sotto quella neve — lei ha lasciato le sue ultime tracce. Quelle che io, ancora oggi, provo a seguire…
Ho gridato fuori dalla finestra: Mamma, ma che fai così presto? Ti prendi un raffreddore! Si è voltata
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0144
Sfacciataggine senza confini: — Dimmi la verità, Natà, — si lamentò Nicola, — che differenza fa se affittiamo la casa al mare ai parenti o a degli sconosciuti? I soldi sono sempre soldi. Natasha aveva appena steso il bucato sullo stendino. Meglio se avesse dato una mano invece di brontolare. — Nicolino caro, — gli rispose, — vedi, la differenza è che dai parenti i soldi non li rivedi mai. — Parli di Dario? — quanto era spiacevole sentire quello — Dario è mio fratello! Ti assicuro al cento per cento che pagherà. Non chiede nemmeno lo sconto. L’affitterà per tutta l’estate al prezzo pieno. Così non dovremo fare annunci o cercare affittuari. — Nico, quella è una casa al mare. Gli affittuari li trovo in cinque minuti. — Spiegami perché per te è così importante affittarla a sconosciuti? — Con gli sconosciuti è semplice: contratto, caparra, se non pagano li sbatti fuori. Ma coi parenti comincia il solito teatrino: “Dai, Natascia, lo sai che abbiamo i bambini…”, “Ti paghiamo dopo”, oppure “Abbiamo rotto la TV, ma non vorrai mica farcela pagare?”. Ne ho viste di tutti i colori. Tu non sai come vanno a finire queste cose. La casa era arrivata ai Natasha dai suoi genitori, che pure l’affittavano regolarmente per arrotondare lo stipendio, da buoni genovesi pratici. Lei aveva deciso di farlo allo stesso modo: ma niente amici, niente parenti. Aveva visto come i “compari” avevano spesso imbrogliato i suoi, sparendo senza pagare. — E come è finita? — chiese Nicola. — Che i parenti non solo non li pagano, ma nemmeno si scusano! Tanto, che ci vuole a ospitare un cugino, no? E invece no: la casa è un lavoro, Nicola, mica una colonia gratuita per la tua famiglia. Dario aveva appena deciso che tre mesi in Liguria erano proprio quello che ci voleva per lui, la moglie e i tre figli. D’estate la sua ditta era ferma e poteva approfittarne. Natasha non aveva alcuna fiducia che avrebbe pagato. — Dario non sta mica chiedendo di stare gratis! — insisteva Nicola — Pagherà, sicuro. All’inizio promettono sempre tutti di pagare. — Ma perché complicarci la vita? Per la casa c’è sempre la fila di gente pronta a pagare il prezzo di mercato. Fai il contratto, incassi e dormi serena. No, nessun parente, nessun amico. Gli affari sono affari, i soldi a parte. È difficile discutere con la pragmatica Natasha, ma Nicola sapeva come convincerla. — Se non vuoi fidarti di Dario, fidati di me. Pagherò io se dovesse saltare. Natasha non si aspettava tanto. Magari se era così convinto, poteva provare a fidarsi anche lei… Segue la storia di promesse, rinvii, discussioni accese e verità familiari poco piacevoli, dove tra l’orgoglio italiano, le case al mare e la fatica di dire “no” ai parenti, si imparerà a proprie spese il valore dei rapporti e dei soldi… e che certi debiti, in famiglia, costano molto più caro del denaro che si perde.
Sfacciataggine senza limiti Dai, Giovanna, dimmelo sinceramente, si lamentò Marco, che differenza fa