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Mio marito ha rinunciato a una vacanza al mare per risparmiare, ma poi ho scoperto una foto di sua madre in spiaggia!
Serge, non vuoi andare al mare per risparmiare, ma poi ho visto le foto della tua mamma al resort.
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Matrimonio d’interesse: La proposta inaspettata dell’imprenditore Sergio a Irina, la figlia della sua amata defunta moglie, tra affari, obblighi familiari e un sorprendente lieto fine
MATRIMONIO DI CONVENIENZA Signor Sergio Vittorini, posso parlarle un attimo? Una testa bionda, quella
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Allontanati! Non ti ho promesso matrimonio! E poi, non so neanche di chi sia questo bambino.
«Allontanati da me! Non ti ho promesso di sposarti! E, a dire il vero, non ho idea nemmeno di chi sia
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DUE SORELLE… C’erano una volta due sorelle. La maggiore, Valeria: bella, di successo e benestante. La minore, Zoe: una triste alcolista. A 32 anni, Zoe ormai era irriconoscibile, ridotta come un’anziana, magra, col viso gonfio e livido, i capelli spenti, sporchi, arruffati. Valeria aveva fatto di tutto per salvarla dall’alcolismo: cliniche costose, santoni, nulla era servito. Le aveva anche comprato un piccolo appartamento, intestandolo a sé per evitare che Zoe lo scambiasse per una bottiglia. Dopo sei mesi, nell’appartamento era rimasto solo un materasso sudicio, dove Zoe giaceva agonizzante quando Valeria, in partenza per trasferirsi all’estero, venne a salutarla. Zoe non riusciva nemmeno più a parlare, solo a socchiudere gli occhi gonfi per vedere l’ombra della sorella in controluce su una finestra sporca. Attorno, bottiglie vuote regalate dagli altri bevitori del quartiere. Valeria non riuscì ad abbandonarla, la coscienza non gliel’avrebbe mai permesso. Così, per sentirsi in pace con sé stessa, decise di portare Zoe dalla zia Olga, in un piccolo paesino, Bosco di Vapore. Zia Olga, 68 anni, era una donna energica e gentile, che ricordavano appena e da cui da bambine avevano ricevuto in dono mele profumate e marmellata. Conciliata dai ricordi, Valeria affidò Zoe alla zia, lasciando dei soldi per il funerale, le chiavi di casa e partendo. Zia Olga, però, non si perse d’animo: mise a bollire l’acqua nel vecchio samovar di famiglia, preparò infusi di erbe con miele e in tre giorni, con tanta pazienza e forza d’animo, cominciò a rimettere in piedi la nipote. Passarono settimane tra brodi di galline allevate in casa, latte della capra Marta, bagni caldi e cure amorevoli. Dopo un mese Zoe si alzò dal letto da sola e ogni giorno, aiutata dalla zia, ritrovò il piacere delle piccole cose: il sole che sorge, gli alberi in fiore, i pulcini lungo il ruscello. Poi scoprì un talento nascosto: imparò a lavorare all’uncinetto e le sue scialli divennero richiestissimi. In tre anni, Zoe, tornata alla vita, portò zia Olga nella casa dei sogni, su una tranquilla costa del Mar Tirreno, con Marta, la capra, e un piccolo giardino. Ora vivono felici, guardano il mare e al mattino si godono la quiete del nuovo inizio. E sapete qual è la cosa più straordinaria di questa storia? È tutto vero.
DUE SORELLE… Cerano una volta due sorelle. La maggiore, Valentina, era una donna affascinante
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L’amica di mio marito insisteva troppo nel offrire il suo aiuto domestico e le ho indicato l’uscita
Caro diario, oggi la casa è diventata il palcoscenico di una piccola tragedia domestica che, sebbene
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0816
Una Vita di Rinunce: Valeria, la Cucina al Buio, i Conti di Ivan e la Battaglia per Vivere Davvero – Quindici Anni Risparmiando tra Luci Spente, Vestiti Vecchi e Viaggi Mai Fatti, fino alla Scelta di Dire Basta e Cercare la Felicità, anche a Costo di Dividere i Risparmi di una Vita e Ricominciare da Sola
Valeria stava lavando i piatti in cucina quando entrò Giovanni. Prima di entrare, aveva spento la luce.
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0672
– È arrivato quello che non ci aspettavamo! – Esclamò Domenico Pietro. – Allora puoi anche tornartene da dove sei venuto! – Papà, ma che dici?
Eccoti, chi non si aspettava! gridò Domenico Petrucci. E ora puoi tornare da dove sei venuto! Papà, ma che dici?
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0134
— Ecco fatto! — esclamò Sandro. — Tutto giusto! L’ultima parola deve sempre spettare all’uomo Quella mattina, a casa degli Efimenco, arrivò dalla città il nipote adulto, quello di cui non molto tempo fa avevano festeggiato il matrimonio. Sandro era passato a prendere le patate, come ogni anno: aiutava sempre i suoi cari nonni a piantarle e a raccoglierle. — Allora, Sandro, racconta: come va la vita con la tua Svetlana? — chiese subito la nonna, indaffarata vicino al forno. — Eh… va così così, nonna… — rispose svogliatamente il nipote. — Un po’ così, un po’ cosà… — Aspetta un attimo, — intervenne il nonno Giovanni, tutto orecchi. — Che significa così così? Avete già iniziato a litigare? — No, per ora non litighiamo. Stiamo solo cercando di capire chi comanda in casa, — ammise il nipote. — Eh, — sospirò la nonna con una risatina, — che cosa c’è da capire? Dovrebbe essere ovvio. — Ovvio, — rise anche il nonno. — È la moglie che è sempre stata e sarà la padrona di casa. — Ma va… — ribatté la nonna dal forno. — Nonno, ma dici sul serio? — Il nipote lo guardò stupito. — O stai scherzando? — Nient’affatto, — rispose secco il nonno Giovanni. — Se non mi credi, chiedilo pure alla nonna. Dai, Caterina, dillo pure: chi prende sempre l’ultima decisione qui in casa? — Smettila di dire sciocchezze, — replicò lei affettuosamente. — No, dai, dimmelo, — insistette Giovanni. — Chi prende davvero le decisioni finali, tu o io? — Beh, io… — Come sarebbe a dire? — non ci credeva il nipote. — Io ho sempre pensato che il capo in casa dovesse essere l’uomo. — Macché, Sandro, — rise di nuovo il nonno. — In una vera famiglia le cose non vanno mai così come pensi tu. Adesso ti racconto un paio di storie e poi capirai. Storia — Ecco che inizia… — borbottò la nonna. — Adesso racconterà del motociclo. — Che motociclo? — si incuriosì il nipote. — Quello che arrugginisce in garage, — confermò il nonno. — Avrà cent’anni ormai. Vuoi sapere come mi ha convinto la nonna a comprarlo? — La nonna? Ti ha convinto lei? — Proprio lei. Mi ha persino dato i suoi risparmi. Ma prima c’è stata un’altra storia. Una volta avevo messo via abbastanza soldi per un motociclo col sidecar. Ho detto a Caterina, la tua nonna: voglio comprarlo, così trasporto più facilmente le patate dall’orto. Una volta ci assegnavano dei terreni apposta per le patate. Tua nonna si è impuntata: diceva meglio un televisore a colori, che al tempo era costosissimo. Le patate, diceva, le hai sempre portate in bici, puoi continuare così. Il sacco sulla bici, e via. Ok, le ho detto, hai sempre tu l’ultima parola. Abbiamo comprato il televisore. — E il motociclo? — chiese il nipote. — Alla fine abbiamo preso anche quello… — sospirò la nonna. — Ma solo dopo che il nonno si fece male alla schiena, così toccò a me portare avanti tutte le patate da sola. E quando quell’autunno avemmo un po’ di soldi in più, — continuò il nonno, — io volevo rifare la stanza da bagno, la vecchia faceva acqua da tutte le parti. Tua nonna invece: mobili nuovi, così almeno facciamo bella figura. Va bene, le ho detto, decidi tu. Abbiamo preso i mobili. — Peccato che la stanza da bagno crollò quella primavera, — finì la nonna. — Era nevicato tanto e il tetto non ha retto… Da quel giorno ho deciso che si fa come dice Giovanni. — Ecco! — esclamò Sandro. — Allora è giusto: l’ultima parola deve essere dell’uomo. — Ma no, non hai capito, — rise il nonno. — Prima di fare qualsiasi cosa, io vado da tua nonna e le chiedo: ti va bene? E se è sì, si fa, se è no, niente. — Così, da allora, le dico sempre: fai come pensi tu. — Quindi, Sandro, ricorda: in casa l’ultima parola spetta sempre alla moglie, — tirò le somme il nonno. — Capito? Sandro ci pensò su, poi scoppiò a ridere. E dopo un po’, gli si illuminò il volto. — Ora ho capito, nonno. Quando torno a casa lo dico a Sveta: “Va bene, andiamo in vacanza in Turchia come vuoi tu. E la macchina, per ora, resterà dal meccanico. Se si rompe davvero, pazienza, ce ne andremo al lavoro in autobus tutta la stagione. Basta alzarsi un’oretta prima, che sarà mai…” È giusto così, nonno? — Perfettamente giusto, — annuì Giovanni sorridendo. — Vedrai che con il tempo troverete il vostro equilibrio. La moglie deve sempre essere la regina in casa. E così, per il marito, la vita è molto più tranquilla. Ne so qualcosa io…
Ecco qua! esclama Alessandro. Vedi, alla fine lultima parola deve sempre spettare alluomo! Questa mattina
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077
Mio figlio ha una memoria eccezionale: all’asilo conosceva tutte le parti delle recite natalizie a memoria, tanto che fino all’ultimo giorno nessuno sapeva davvero quale costume avrebbe indossato, dato che spesso sostituiva i compagni malati conoscendo tutte le battute. Al saggio di Natale, al mio bimbo di cinque anni è toccata la parte del cetriolo. Appena l’ho saputo, ho comprato una maglietta verde, cartoncino colorato e, con grande entusiasmo, ho cucito dei pantaloncini verdi e realizzato un simpatico cappellino con cartone e una coda di fil di ferro coperta di stoffa. Al saggio è andato il papà, che non dava proprio sicurezza; così la mattina ho dovuto istruirlo attentamente su come vestire nostro figlio e fissare il cappello. Durante il turno in ospedale, la maestra mi chiama disperata: è malato il protagonista principale e domani mio figlio sarà…il nostro “Panettone” vivente! Alla domanda se il Panettone poteva indossare il costume da cetriolo, segue un silenzio carico di significato. Chiamo mio marito, che annunciando con entusiasmo che porterà due amici chirurghi — una super squadra! — risolverà tutto a casa (ma ho ignorato l’intuizione che mi suggeriva prudenza!). Alle nove chiamo casa: mio figlio dice che hanno comprato una maglietta bianca, papà incolla cartone giallo, zio Vanni cucina, zio Lallo ride. Un’ora dopo scopro che zio Lallo sta ritagliando un cerchio giallo per il viso, zio Vanni apre i cetriolini sottaceto e papà ride come un matto. A mezzanotte mi aggiornano: i due zii crollano dal sonno, “ci sono delle complicazioni”… Il Panettone, attaccato storto con la super colla da zio Vanni sulla maglietta bianca, si è dovuto ricucire con filo chirurgico su quella verde del cetriolo. Ma è venuto così bene che non riesco a immaginarmelo! Gli hanno anche fatto trenta denti, ma ne mancano due per carenza di cartoncino bianco (“Non importa, su trenta non si vedranno”). Ora posso rilassarmi: mio figlio avrà il costume più bello. E quello che russa? È zio Lallo, sfinito per i denti di cartone! L’ansia mi rode fino al mattino; alla fine, chiedo al primario di lasciarmi andare un’ora al saggio. Arrivo in ritardo: risate dalla sala, apro la porta… Accanto all’albero, il Panettone cerca di saltare: enorme viso giallo rotondo dalla pancia alle ginocchia, occhi spaiati, tre lunghe cuciture di filo chirurgico sulla fronte, due denti anteriori mancanti nel gran sorriso… Sembra un Panettone anziano, segnato dalla vita, tornato da non si sa quali avventure e con il cappellino da cetriolo in testa con la sua coda verde! In quel momento mio figlio inizia a declamare: “Dove mai vedrete uno come me?…” (il seguito non interesserà più nessuno: la maestra si accascia, la platea piangeva dal ridere).
Mio figlio, Giorgio, aveva sempre avuto una memoria incredibile. Allasilo, conosceva a memoria tutte
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0760
La suocera ha chiesto di essere chiamata “mamma” e io le ho spiegato la differenza
Ricordo ancora quella sera, come se fosse dipinta su un quadro di unepoca lontana, quando la suocera
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04.1k.
Alla festa di compleanno di mia suocera non c’era posto per me. Mi sono voltata in silenzio e me ne sono andata, poi ho fatto ciò che ha cambiato la mia vita per sempre.
Allanniversario della suocera non cera posto per me. Mi girai in silenzio e me ne andai, poi feci ciò
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0133
Come ha potuto?! Senza chiedere! Senza consultarsi! Ma ti pare possibile: entrare nella casa d’altri e comportarsi come fosse la propria! Nessun rispetto! Signore, perché tutto questo a me? Le ho dedicato tutta la vita, e questa è la riconoscenza! Per lei io non valgo nulla! – Nina si asciugò le lacrime – Dice che la mia vita non le piace! Ma guardasse la sua! Vive da sola in quel monolocale e crede di aver trovato la felicità. Né un buon marito, né un vero lavoro: fa solo telelavoro. Con che cosa vive? E pretende pure di insegnarmi la vita! Figuriamoci: io ho già dimenticato ciò di cui lei deve ancora iniziare a pensare! Quel pensiero fece scattare Nina dalla poltrona. Andò in cucina, mise il bollitore sul fuoco, si avvicinò alla finestra. Davanti al panorama festoso di una città illuminata a festa, si mise di nuovo a piangere: “Tutti si preparano per Capodanno… Solo per me, nessuna festa… Sono sola come un cane…” Il bollitore fischiò, ma Nina, immersa nei ricordi, non se ne accorse nemmeno… Aveva vent’anni quando la madre, a quarantacinque, mise al mondo un’altra figlia. A Nina questo sembrò assurdo: a cosa serve tutto quel da fare alla mamma? — Non voglio che tu resti sola, — le spiegò la madre, — È bello avere una sorella. Lo capirai anche tu. — Lo capisco già, — rispose Nina indifferente, — ma sappi che io sarò sempre fuori: ho la mia vita. — Ora non avrai più solo la tua, — sorrise la mamma. Le sue parole furono profetiche. Quando la piccola aveva solo tre anni, la mamma non c’era più… Il padre era morto ancora prima. Tutta la responsabilità cadde su Nina, che per Natasha divenne praticamente una mamma. Fino a dieci anni, infatti, Natasha la chiamava ancora così. Nina non si sposò mai. Non per colpa della sorella, ma semplicemente non trovò l’uomo giusto. Del resto, non aveva mai avuto occasione per incontrarne uno: casa, lavoro, sorella, casa, lavoro, sorella… Cresciuta tutta d’un colpo, dedicò la sua vita a Natasha: la crebbe, le fece studiare. Ora Natasha è adulta, vive per conto suo e sta per sposarsi. Va spesso da Nina: sono molto legate, pur essendo molto diverse per età, carattere e visione della vita. Nina, ad esempio, è estremamente parsimoniosa. La sua casa è diventata un magazzino di cose vecchie e inutilizzate. Se cerchi bene, puoi trovare ancora vestaglie di dieci anni fa, quando era più magra, o bollettini di pagamento degli anni Duemila. In cucina ha ancora tazze sbeccate, pentole rovinate, padelle senza manico. Non le usa più da tempo, ma non riesce a buttarle: “Non si sa mai, magari serviranno…” Non fa lavori in casa da anni, neanche piccoli ritocchi: non perché manchi il denaro, ma perché “la carta da parati è ancora buona”. Il risparmio portato all’estremo per la sorella ha lasciato il segno. Natasha, invece, è solare e dinamica; in casa sua c’è solo lo stretto necessario. Nessun accumulo! Ha una regola: “Se una cosa non serve in un anno, via!” Nella casa di Natasha c’è spazio, luce, aria. Più volte ha proposto a Nina: — Dai, rifacciamo casa tua. Così sistemiamo anche le cose: qui di spazio per te non ce ne sarà più! — Non butto via nulla e non voglio cambiare niente. E non voglio il restauro, — replicava Nina. — Ma come? Guarda che ingresso hai! Quella carta da parati… sembra un sottoscala! La roba accumulata ti succhia energie, te ne rendi conto? Così si finisce per ammalarsi, — cercava di convincerla Natasha. Ma Nina non voleva sentire ragioni. Così Natasha decise di farle il restauro da sola! E scelse l’ingresso, il locale più semplice. A una settimana da Capodanno, mentre Nina lavorava, Natasha e il suo futuro marito entrarono (le sorelle avevano le chiavi una dell’altra) e cambiarono la carta alle pareti: via i colori scuri, dentro un luminoso salvia dorato. Rimettono tutto a posto e vanno via. Nina torna a casa all’oscuro di tutto — ed esce subito! Pensa di aver sbagliato appartamento. Controlla il numero: è quello giusto… Rientra. Capisce. Natasha! Come ha osato?! Chiamò subito la sorella: urla, sbatte il telefono. Dopo mezz’ora Natasha si presenta. — Chi te l’ha chiesto?! — la accoglie Nina. — Volevo solo regalarti una sorpresa. Guarda come è cambiata: pulita, luminosa, spaziosa, — si giustifica Natasha. — Non permetterti mai più di decidere per me! — Nina non si ferma. Parole dure piovono addosso a Natasha. Alla fine la ragazza scoppia: — Basta. Vivi pure in mezzo al caos se ti piace. Qui non metterò più piede! — La verità fa male, eh? Scappi? — Mi dispiace per te, — replica Natasha e se ne va… Non si fa sentire per tutta la settimana. Mai le sorelle erano state tanto tempo senza parlarsi. E fra poco è Capodanno. Lo passeranno davvero divise? Nina siede in ingresso, si accorge che in effetti ora c’è più spazio e pensa a come Natasha e Sasha avevano sistemato tutto per lei, s’immagina la loro speranza di vederla sorpresa. — Forse ha ragione lei… È più bello così. C’è più luce, anche nell’anima. Improvvisamente squilla il telefono… — Ninì, — Natasha piange, — perdonami. Volevo solo farti felice… — Ma quale perdono: hai fatto bene e la carta è splendida! Dopo le feste sistemiamo anche il resto, se ti va. — Certo che mi va! Oggi però? Che festa sarebbe senza di te? — Anche per me sarebbe triste. — Allora prepara tutto! C’è già l’albero, le luci, le candele — come ti piace. Non serve correre: Sasha passa a prenderti. Nina si avvicina alla finestra. Stavolta guarda le luci della città con occhi diversi. E pensa: “Grazie, mamma… per avermi dato una sorella…”
Come ha potuto?! Senza chiedere! Senza neanche consultarmi! Ma ci si può credere? Entrare in casa daltri
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03k.
Quando mia suocera mi disse: «Questo appartamento è di mio figlio», io avevo già tra le mani le chiavi di un posto che lei non controllerà mai — La storia di una suocera silenziosa ma invadente, di un marito sempre zitto e del giorno in cui ho scelto di costruire il mio rispetto (e la mia casa) in Italia, dove famiglia vuol dire davvero rispetto.
Quando mia suocera disse: «Questo appartamento è di mio figlio», io già stringevo forte le chiavi di
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074
Alla Ricerca dell’Amante — Varie, ma che combini? — sbottò il marito, vedendo la moglie porgergli shorts e maglietta. — Nulla. Mentre tu qui dormi, tutte le amanti se le portano via! — la moglie strappò via la coperta, costringendo Romolo, indifeso e assalito dai brividi, ad alzarsi. — Ma di cosa stai parlando? — Dopo che ieri hai detto che ormai era questione di tempo prima che ti prendessi un’amante, ho preso una decisione. È giunta l’ora, Romolo. Sono le cinque e mezza: è tempo di alzarsi e andare in battaglia sul fronte dell’infedeltà. — Ma dai, non ero serio. Stavamo litigando, ricordi? Scusa, ho sbagliato. — No-no-no, in realtà avevi ragione tu. Sono io quella che ha sbagliato. Ho trascurato la nostra fiamma della passione. Ho sprecato tutta la benzina solo per me. Ormai lì c’è solo cenere, dove non si può bruciare nemmeno una patata. Sto rimediando. Alzati. — Mi stai buttando fuori di casa? — Ti sto mandando a farti un po’ di movimento. Da oggi si fa esercizio tutti i giorni, finché non ti togli di dosso quel grasso. Un’amante non è una moglie, non starà lì ad accettarti come mascotte della Michelin. Su, in piedi! Capendo che la moglie non avrebbe mollato, Romolo scivolò fuori dal letto e, per espiare i peccati con la ginnastica, a fatica infilò i pantaloncini sopra i boxer. — Ricordami che dobbiamo comprarti un costume. Con queste mutande a paracadute, temo che dal letto dell’amore ti porti via il vento. Dopo dieci minuti di corsa intorno alla casa sotto l’occhio vigile dell’“allenatrice”, Romolo, mezzo morto, tornò a casa, crollò e, aggrappandosi al pavimento con i denti, cercò disperatamente di trascinarsi a letto. — Dove credi di andare? — lo fermò la moglie. — Voglio morire a letto, dormendo. — Morire no, stiamo cercando un’amante, non un anatomo-patologo. Vai sotto la doccia. Da oggi almeno due volte al giorno. Se non hai avuto pietà di me, abbi almeno un po’ di considerazione per una sconosciuta. E ora i denti, mattina e sera! — si sentì gridare già da dietro la porta. — Lava bene la testa, oggi andiamo in studio fotografico. — Perché? — A fare una foto decente per il sito di incontri. Io non riesco a scattartene una giusta, ormai ti vedo come un scaricatore di porto, re della birra e amante della pasta col burro — invece ci serve una foto da vero “alpha”. — Varie, forse ora basta davvero… — Basta sprecare fiato. Conservalo per le orecchie delicate delle fanciulle. Su, scegliamo la candidata. A quel punto Romolo si riprese un po’. Gli piaceva ogni tanto fantasticare innocuamente passando in rassegna i profili sui siti di incontri, e ora poteva farlo ufficialmente e senza conseguenze. Cominciò a indicare a caso. — Questa? — Ma scherzi? — Che c’è che non va? — Romolo, davanti alla tua amante mi devo vergognare di ME, non di te. Guardala! Il tuo vecchio Pandino prima di essere rottamato era più bello. Dovrebbero appenderle al collo un cartello: “Attenzione, si rischia il distacco di componenti della facciata”. — Allora questa. — Questa? Intendi QUESTO? Dio mio, Romolo, come farò poi a guardare in faccia la gente se mio marito mi tradisce con “uncasoqualunque”? Guarda qui, perfetta! — Sei matta?! Quella non mi degnerebbe mai di uno sguardo… — Mannaggia… E io cosa ho mai trovato in te, insicuro come un Pinocchio? Come hai fatto a conquistarmi che siam durati quindici anni? — Col senso dell’umorismo? — tentò Romolo. — Romolo, siamo sinceri: se ridere davvero allungasse la vita, con le tue battute mi avresti già reso vedova al viaggio di nozze. Forse basta così, andiamo a comprarti un abito nuovo e l’amante la tiriamo su all’amo vivo. — Basta, Varie, facciamo pace. — Ma dove lo vedi il litigio? Un uomo di successo DEVE avere un’amante. E la moglie di un uomo di successo pure ha il suo status. Forse una sola non basta. Al centro commerciale Varie trascinò il marito nel reparto più costoso, spogliando tutti i manichini incontrati. — Varie, questi pantaloni e giacca costano quanto un treno di gomme invernali — protestava Romolo mentre lo spingevano nel camerino. — Nessun problema, le gomme te le compro in farmacia, estive, invernali, come vuoi, ma per forza con doppia protezione. Non voglio che mi porti un bouquet di fiori altrui in casa. — Varie!!! — Che c’è?! La sicurezza prima di tutto. Stiamo scegliendo la terza gamba del nostro triangolo. Hai chiamato il capo, già? — Perché? — Ovviamente per lo stipendio! Ora ne servono due. Come pensi di mantenerci tutte? Io mi accontento di una minestra, ma l’amante no! Qui la formula è come il cemento: una cena, tre calici di vino, cinque stelle in hotel — se risparmi, il cemento viene giù subito. Romolo si vestì e aggiustò la cravatta. — Bello come il giorno del matrimonio — strinse la lacrima la moglie. — Le sta bene, — confermò una sconosciuta dal camerino accanto. — Lo vuole prendere? Sta cercando l’amante. — No grazie, ho già tre amanti — replicò lei sfacciatamente. — Romolo, questa neanche per sogno, — decise Varie, — ci serve una fedele, sicura come una carta di credito di un’altra banca, dove si possono trasferire soldi senza rischi. Adesso profumeria, due spruzzi di colonia e via, sei pronto al decollo. Restarono ancora un’ora al centro, finché Varie assentì soddisfatta. — Ecco, Romolo, ora sei pronto. Anche senza foto. Vai e ricorda tutto quello che ti ho insegnato: insisti, sii galante e sicuro di te… come quando hai venduto la Panda. Varie tornò a casa a preparare il minestrone e Romolo partì nella sua impresa di ricerca dell’amante, per cui era stato preparato con tanta fatica. Dopo un’ora, al citofono di casa risuonò la voce di uno sconosciuto: — Buongiorno, signora cara. Suo marito è in casa? La voce suadente fece arrossire Varie. Prestò il bouquet, entrò, la strinse alla vita e, nella stretta anticamera, la temperatura salì di colpo. — Stavi piangendo? — domandò lui vedendola arrossata in volto. — Un pochino. Pensavo di aver combinato un casino, ma invece ci voleva proprio per riaccendere il fuoco. — Allora non vi dispiace passare la serata con un piacevole e brillante conversatore? — negli occhi di Romolo brillava la passione e anche un mezzo bicchiere di brandy. — Vi porto al ristorante dove vi racconterò la meraviglia della vostra bellezza. Sarà prosa realistica, ma vi piacerà. — Lo voglio, — rispose Varie emozionata, — solo tolgo la minestra dal fuoco e mi rifaccio il trucco. — Intanto chiamo un taxi — disse Romolo. — Dove andiamo? — sorrise lei. — Al ristorante cinque stelle! — Qui da noi nemmeno uno! Solo la pizzeria “Cinque Formaggi”. — Allora lì! Per la mia amante solo il meglio. — E sua moglie non sarà gelosa? — Faremo di tutto perché lo diventi, — Romolo strizzò l’occhio complice.
ALLA RICERCA DELLAMANTE Giulia, ma che stai facendo? Andrea si sgrana gli occhi osservando la moglie
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023
Abbiamo ancora qualcosa da fare a casa… Nonna Valeria aprì a fatica il cancello, trascinandosi fino alla porta, trafficò a lungo con la vecchia serratura arrugginita, poi entrò nella sua casa fredda e si sedette sulla sedia davanti alla stufa spenta. Dentro odorava di chiuso. Era stata via solo tre mesi, ma il soffitto si era già coperto di ragnatele, la sedia scricchiolava malinconica, il vento ululava nella canna fumaria: la casa sembrava accoglierla con rimprovero – dov’eri, padrona mia, a chi ci hai lasciato?! E ora come passeremo l’inverno?! — Aspetta solo un attimo, caro mio, riprendo fiato… Adesso accendo la stufa e ci scaldiamo insieme… Fino a un anno fa nonna Valeria si muoveva agile per la vecchia casa: tinteggiava, sistemava, portava l’acqua. La sua figura minuta e leggera si inclinava in omaggi davanti alle icone, trafficava vicino al forno, volava nell’orto a piantare, diserbare, innaffiare. E la casa gioiva con lei, il pavimento scricchiolava allegro sotto i passi leggeri, porte e finestre si spalancavano pronte al primo tocco delle sue mani operose, il forno sfornava fragranti pagnotte. Si volevano bene, Valeria e la sua vecchia dimora. Aveva perso presto il marito. Cresciuto tre figli, tutti laureati e sistemati. Un figlio – comandante di una nave mercantile, l’altro ufficiale, colonnello: entrambi lontani, raramente in visita. Solo la figlia minore, Tamara, era rimasta in paese come capo agronomo, sparendo tutto il giorno al lavoro, e trovando il tempo per la madre solo la domenica, per una fetta di torta e qualche abbraccio. La consolava la nipote, Svetlana – praticamente cresciuta coi nonni. E che nipote! Una vera bellezza: occhi grigi e profondi, capelli lunghi e dorati come grano maturo, ricci e splendenti – parevano brillare di luce propria. Quando li raccoglieva in una coda e qualche ciocca cadeva sulle spalle, i ragazzi del paese restavano di sasso. Fisico perfetto, un portamento quasi regale, che stupiva per una ragazza della campagna. Anche nonna Valeria era stata carina da giovane, ma metti a confronto la vecchia foto con quella di Svetlana: una pastorella accanto a una regina… Ma anche tanto intelligente: laureata in economia agraria in città, poi tornata al paese come economista. Sposata con il veterinario, avevano ottenuto, con il programma per giovani famiglie, una casa nuova. Che casa! Solida, tutta in mattoni, un vero villino per quei tempi. C’era solo un problema: intorno alla vecchia casa della nonna un giardino fiorito e rigoglioso, mentre davanti alla casa nuova della nipote niente era ancora cresciuto – tre steli in croce. E Svetlana, pur essendo cresciuta in campagna, non aveva grande mano per piante e fiori. Poi era nato il figlio, Vasino, e tempo per il giardino non ce n’era proprio più. Così Svetlana iniziò a chiedere alla nonna di andare a vivere con loro: “Vieni, vieni a stare da noi – casa grande, moderna, non serve accendere il forno…” Nonna Valeria, ormai ottantenne, aveva cominciato a non stare bene, le gambe – un tempo leggere – la tradivano. Si lasciò convincere. Ma dopo pochi mesi sentì la nipote mormorare: — Nonna adorata, lo sai che ti voglio un mondo di bene! Ma non puoi stare sempre seduta! Tu hai sempre fatto mille cose… E io vorrei tanto farti aiutare nella nuova casa, aspettavo il tuo aiuto… — Figlia mia, non ce la faccio più, le gambe non mi reggono, sono vecchia ormai… — Eppure appena sei qui da me, ti sei subito fatta anziana… Così la nonna, che non aveva saputo essere d’aiuto, fu rimandata nella vecchia casa. Il dispiacere le tolse le forze del tutto. Trascinava i piedi piano, come se avessero già camminato troppo per una vita, e il percorso dal letto al tavolo era diventato una fatica, raggiungere la chiesa impossibile. Don Boris decise di andare a trovare la sua parrocchiana più fedele, un tempo sempre attiva. Guardò attento tutto intorno. La trovò a scrivere le consuete lettere mensili ai figli. Faceva freddo, la stufa era accesa a metà, il pavimento gelido, addosso una vecchia maglia e uno scialle scolorito – lei, sempre così accurata. Ai piedi le ciabatte ormai consumate. Don Boris sospirò: serviva aiuto, chi chiamare? Forse Anna, la vicina ancora in gamba. Portò pane, biscotti, una bella fetta di torta di pesce (un regalo della moglie). Si tirò su le maniche, tolse la cenere dal forno, portò legna in più, accese la stufa per bene, mise il bollitore sul fuoco. — Caro figliolo! Oh, scusa, padre caro! Mi aiuti con gli indirizzi sulle lettere? Se scrivo io non arrivano mica… Don Boris sedette, scrisse gli indirizzi e diede un’occhiata ai foglietti. Saltava all’occhio una scritta grande e tremante: “Sto benissimo, caro figliolo. Ho tutto ciò che mi serve, grazie a Dio!” Ma quei fogli sulla bella vita erano tutti macchiati di schizzi – e c’era da esser certi, erano lacrime salate. Anna prese a occuparsi della nonna, Don Boris portava regolarmente Comunione e Confessione; a Lelio, il marito vecchio marinaio di Anna, toccava accompagnarla in chiesa con la moto. La vita andava avanti. La nipote non si faceva più vedere. Poi, qualche anno dopo, si ammalò gravemente. Aveva avuto vari disturbi che imputava allo stomaco, invece era un tumore ai polmoni. In sei mesi Svetlana si spense. Il marito, disperato, si rifugiava sulla sua tomba: beveva e dormiva al cimitero. Vasino, il bimbo di quattro anni, era ormai – sporco, infreddolito e affamato – senza nessuno. Lo prese Tamara, la zia agronoma, ma trovando poco tempo tra mille impegni, iniziò a preparare i documenti per mandarlo in collegio. La struttura era buona: direttrice dinamica, pasti regolari, a casa nei weekend. Ma non era certo la stessa cosa… e Tamara non aveva altre possibilità. Fu allora che, sul sidecar del vecchio “Ural”, apparve nonna Valeria, guidata dal vicino Lelio col suo look da marinaio. La nonna fu categorica: — Mi prendo Vasino con me. — Mamma, ma tu stessa non reggi in piedi, come fai con un bimbo?! Ha bisogno di cure, di mangiare, pulirsi… — Finché avrò vita, Vasino in collegio non ci va, — tagliò corto la nonna. Tamara, colpita dall’insolita fermezza della madre, tacque e iniziò a preparare la valigia per Vasino. Lelio riportò a casa entrambi. I vicini criticavano: — Era tanto brava, la nostra vecchietta, ma è impazzita: già le serve aiuto, e si prende pure il bambino… Quello non è mica un cucciolo…! Dopo la Messa domenicale, Don Boris andò a vedere come stavano, temendo il peggio. In casa, invece, faceva caldo, la stufa era bella accesa. Vasino pulito e sorridente ascoltava un vecchio disco con la fiaba del Pan di Zenzero. E la povera nonnetta, così “debole”, si muoveva leggera per casa: spennellava la teglia, impastava, rompeva le uova – le gambe di nuovo leggere come un tempo. — Padre caro! Ho appena messo su delle focaccine… Aspetti un attimo – così ne mando di calde anche alla moglie e a Kusenka… Don Boris tornò a casa ancora stupito e raccontò tutto alla moglie. Lei rifletté, poi tirò fuori un vecchio quaderno blu dal mobile, aprì una pagina e lesse: “La vecchia Egòrova aveva vissuto la sua lunga vita. Tutto era passato, sogni, emozioni, speranze – tutto riposava sotto la neve bianca. Era ora di andare dove non c’è più dolore, né pianto né affanno… Una sera di febbraio, mentre fuori infuriava la bufera, Egòrova pregò a lungo, poi disse: Chiamate il parroco – sto per morire. Il volto divenne pallido come la neve fuori. Chiamarono il prete, si confessò, si comunicò, poi rimase a letto per un giorno intero, senza mangiare o bere. Solo il respiro leggero segnalava che l’anima era ancora lì. Improvvisamente si aprì la porta: una raffica gelida, un vagito di neonato. — Piano, c’è la nonna che sta morendo! — Ma che posso farci se il neonato piange, è appena nata – non capisce che qui non si può piangere… Era tornata la nipote dal reparto maternità con la bimba appena nata, e la casa era tutta per loro due: la vecchia morente e la giovane mamma inesperta, senza latte. La piccola strillava e disturbava Egòrova “nel suo morire”. La nonna sollevò la testa, gli occhi prima offuscati si riaccesero, si sedette con sforzo, mise i piedi nudi a terra e cercò le pantofole. Quando i parenti tornarono a casa, trovarono Egòrova non solo viva, ma vigorosa: camminava tranquillamente per la stanza, cullando la neonata finalmente sazia, mentre la stanca nipote riposava sul divano.” Chiuse il diario, sorrise e concluse: — La mia bisnonna Vera Egòrovna non poteva semplicemente lasciarmi sola: disse con le parole di una vecchia canzone: “Ma è presto per morire – ci sono ancora tante cose da fare in casa!” Dopo quell’episodio visse ancora dieci anni, aiutando mia madre ad allevare me, la sua amatissima pronipote. E Don Boris ricambiò il sorriso della moglie.
Abbiamo ancora tante cose da fare a casa… Nonna Valeria riesce a malapena ad aprire il cancello
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E ora fila in cucina!” gridò l’uomo alla moglie. Ma non sapeva ancora come sarebbe finita.
“Ma vai in cucina!” urlò l’uomo alla moglie. Non sapeva ancora come sarebbe finita. “
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Ho preso in prestito le chiavi di casa dopo averla trovata a dormire nel mio letto!
Caro diario, 12 aprile 2025 Roma, Via dei Medici, 8 Stasera ho vissuto un piccolo dramma domestico che
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Ho smesso di stirare le camicie di mio marito dopo che ha definito il mio lavoro “stare a casa
12 aprile 2025 Oggi ho smesso di stirare le camicie di Margherita dopo che, con una frase che mi ha colpito
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Quando mia madre mi disse: «Noi ti abbiamo cresciuta, ora tocca a te», io avevo già firmato il contratto per la mia casa. In questo mondo ci sono parole che sembrano amore… ma in realtà sono catene. Mia madre sapeva metterle in fila come una poesia. Per tanto tempo ho creduto che fosse premura. Fino al giorno in cui ho sentito la verità — senza veli. Era una domenica. Tardo pomeriggio, quando il sole scalda con dolcezza e in salotto la quiete sembra “calore di famiglia”. Proprio in questi attimi le persone amano chiedere — perché tra tè e pasticcini tutto appare più innocente. Ero sul divano di casa dei miei genitori. Lì dove da bambina mi sentivo al sicuro. Di fronte a me, mia madre con un quaderno tra le mani. Non una cartella. Non un documento. Solo un’agenda con copertina rigida, dove da anni annota “chi deve cosa”. — Parliamo seriamente — disse. — Noi ti abbiamo cresciuta. Ora devi ricambiare. Devi. Quella parola cadde sul tavolo come una moneta. Non battetti ciglio. La fissai. — Devo… a chi? — chiesi piano. Sospirò teatralmente, quasi fossi io l’ingrata. — Alla famiglia. A noi. All’ordine. Ordine. Quando qualcuno pronuncia “ordine” senza chiederti come stai… sappi che non gli importa davvero di te. Gli importa di mantenerti sotto controllo. La verità era che da anni vivevo in due realtà. La mia: lavoro, stanchezza, sogni, piccole vittorie che nessuno nota. La loro: io come progetto. Come investimento. Come figlia che “deve restituire”. Papà in un angolo, silenzioso. Come se ascoltasse il telegiornale. Come se non fossi io l’argomento. Quel silenzio maschile mi ha sempre ferito più di tutto. Perché permette alle donne di diventare crudeli. Mia madre… era calma. Sicura. Come se sapesse che nulla potevo fare. — Abbiamo deciso — disse. — Venderai quello che hai e ci aiuterai a comprare una nuova casa. Più grande. Insieme. “Insieme.” Che parola dolce. Eppure, nel suo vocabolario, “insieme” significava “sotto controllo”. La guardavo e sentivo non rabbia, ma lucidità. La settimana prima avevo fatto una cosa che non avevo mai confessato. Avevo firmato per un piccolo appartamento. Niente di eclatante. Niente lusso. Ma mio. Un posto dove la chiave non sarebbe mai stata in mano d’altri. Ecco la differenza tra la vecchia e la nuova me: la vecchia si sarebbe giustificata. La nuova — semplicemente agisce. Mia madre si sporse avanti. — So che hai soldi. Ti vedo. Sei ben vestita, non sei povera. È ora che tu dia indietro. Ora. È sempre “ora” quando qualcuno vuole prendersi la tua vita e chiamarla giusta. — Non venderò nulla — dissi tranquilla. Mi guardò come se avessi detto una bestemmia. — Cosa? — Hai sentito. Finalmente papà si mosse. — Non essere drastica… — mormorò. — Tua madre pensa al tuo bene. Bene. Così si giustifica la pressione: la chiami “bene”. Mia madre rise fredda. — Sei diventata moderna. Indipendente. Non ascolti più. — No — risposi. — Adesso sento. Colpì col penna sull’agenda. — Senza di noi non saresti nessuno! E in quel momento nel petto si aprì qualcosa… come una porta silenziosa. Per la prima volta ho sentito la verità. Non amore. Non cura. Pretesa. E allora ho pronunciato la frase che fissò il confine: — Se il vostro amore ha un prezzo, non è amore. Mia madre socchiuse gli occhi. — Oh, non fare la filosofa. Parliamo di realtà. Ed era proprio questo il momento. La guardai e dissi: — Bene. Realtà. Non vivrò con voi. Silenzio. Totale. Pesante. Come la pausa prima di una tempesta. Lei sorrise con disprezzo. — E dove vivresti? In affitto? La fissai e dissi solo: — In una casa mia. Soffocò un respiro. — Che “casa tua”? — Mia. — Da quando?! — Dal giorno in cui ho deciso che la mia vita non sarebbe più stata il vostro progetto. Non mostrai chiavi. Niente gesti da teatro. Ma avevo qualcosa di più forte. Tirai fuori una busta avorio dalla borsa — non documenti sul tavolo. Una semplice busta, timbrata, indirizzata a me. Mia madre la guardò, sgranando gli occhi. — Che cos’è? — Una lettera — risposi. — Della mia nuova casa. Allungò la mano, ma non gliela diedi subito. E allora pronunciai la frase definitiva, lieve ma tagliente: — Mentre voi pianificavate cosa prendervi da me, io ho firmato la mia libertà. Papà si alzò. — Ma è una follia! La famiglia deve stare insieme! La famiglia. Che ridere come la gente invoca la famiglia solo quando perde il controllo. — La famiglia deve portare rispetto — risposi. — Non debiti. Mia madre cambiò espressione. Il viso le si irrigidì. — Ci abbandoni, quindi? — No — la corressi. — Smetto solo di sacrificarmi. Rise di quel riso di chi non supporta la libertà altrui. — Tornerai. — No — dissi tranquilla. — Andrò via e non tornerò. Poi arrivò la scena madre — niente tribunale, niente banca, niente ufficio. Scena di famiglia. Mia madre si mise a piangere. Ma non come una mamma. Come una regista. — Dopo tutto quello che ho fatto per te… è così che ringrazi? Così voleva farmi rientrare nel vecchio ruolo: la figlia in colpa. Ma ormai non lo indossavo più. Mi alzai, presi il cappotto e mi posi presso la porta. Ecco il mio simbolo: la porta. Non le scene. La porta. E dissi una frase-simbolo, che suonò come una chiusura: — Non me ne vado da voi. Vado verso me stessa. Saltò su. — Se esci, non azzardarti a tornare! Ecco. La verità. Condizioni. La guardai con una tenerezza che non è debolezza, ma ultimo tentativo. — Mamma… io sono già fuori da tempo. Oggi lo dico solo a voce alta. Poi guardai papà. — Una volta tanto potevi difendermi. Lui non rispose. Come sempre. E quella era la risposta. Uscii. I miei passi sulle scale erano leggeri, non arrabbiati. Fuori l’aria era fredda ma pulita. Il telefono vibrò — un messaggio da mamma: «Quando fallirai, non chiamarmi.» Non risposi. Certe parole non meritano risposta. Meritano confini. La sera andai nel mio nuovo spazio. Vuoto. Senza mobili. Solo luce e odore di vernice. Ma mio. Sedetti sul pavimento e aprii la busta. Dentro c’era solo la conferma dell’indirizzo. Niente di romantico. Ma per me era la lettera d’amore più bella che la mia vita mi abbia scritto: «Qui inizi.» L’ultima riga era breve, decisa: Non sono scappata. Mi sono liberata. ❓E voi… se la vostra famiglia pretendesse la vostra vita “in nome dell’ordine”, vi sottomettereste… o chiudereste la porta scegliendo voi stessi?
Quando mia madre disse: «Noi ti abbiamo cresciuta, ora hai un dovere verso di noi», io avevo già firmato
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Ex marito promette un appartamento al figlio, ma pretende che lo risposi
Avevo sessantanni e vivevo a Firenze. Mai avrei immaginato che, dopo tutto quello che avevo passato
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Mio marito ha detto che sarebbe in viaggio di lavoro, ma l’ho visto parcheggiare davanti all’appartamento della mia migliore amica.
Ricordo ancora quel giorno, come se fosse un dipinto sbiadito sul muro della memoria. Luca mi disse che
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NON CE L’HAI FATTA, MARINA! L’AEREO È PARTITO! E CON LUI SONO VOLATI VIA IL TUO RUOLO E IL TUO BONUS! SEI LICENZIATA! — URLÒ IL CAPO AL TELEFONO. MARINA ERA FERMA IN MEZZO AL TRAFFICO, GUARDANDO UN’AUTO RIBALTATA DA CUI AVEVA APPENA SALVATO UN BAMBINO. HA PERSO IL LAVORO, MA HA TROVATO SE STESSA.
«NON CE LHAI FATTA, MARTINA! LAEREO È PARTITO! E INSIEME SONO PARTITI IL TUO RUOLO E IL TUO BONUS!
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La suocera ha portato il suo “regalo” proprio nella nostra camera da letto. Quella stanza era esattamente come l’avevo sognata: pareti chiare color cielo del mattino, una grande finestra affacciata su un piccolo parco, letto in legno chiaro con testiera in rovere e un comò basso. Nulla di superfluo. Silenzio. Aria. Tranquillità. Era il nostro primo vero spazio dopo anni in affitto, profumava di pittura fresca, tessuti nuovi e accoglienza. La suocera venne per la prima volta dopo i lavori, ispezionò ogni stanza con sguardo severo e approvò solo a metà, dicendo che mancava “anima” — cioè, mobili massicci e troppi soprammobili, proprio ciò che avevamo evitato di proposito. Una settimana dopo tornò… con un enorme pacco. Vi trovammo un gigantesco ritratto in cornice dorata: lei, suo figlio adolescente e il defunto marito, da appendere sopra il nostro letto “per protezione e a memoria delle radici”. Mio marito, sorpreso e confuso, non seppe opporsi e il quadro restò lì, guardandoci ogni mattina. Alla cena di compleanno della suocera si vantò davanti a tutti: “Ho dato il mio contributo al loro nido”. Fu allora che capii che dovevo agire. Decisi di far stampare in grande una foto del nostro matrimonio — io e mio marito in primo piano, felici, con la suocera appena ai margini dell’immagine — nella stessa cornice dorata. Al suo arrivo, le feci lo stesso “regalo” per la sua casa. Quando si rifiutò di esporla, le proposi: o entrambi i quadri restano dove sono, o nessuno dei due. Alla fine, la suocera scelse di togliere anche il suo ritratto dalla nostra camera. Solo allora ho risentito la stanza davvero “nostra”. Voi che avreste fatto al mio posto? Avreste sopportato l’intrusione per mantenere la pace, o avreste posto un limite da subito, rischiando una discussione? Chi ha ragione: la donna o la suocera? E il marito, dovrebbe difendere la moglie in questi casi?
La suocera portò il suo regalo nella nostra camera da letto. Ed eccola lì, proprio come lho sempre sognata
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La madre della sposa mi ha sistemato al tavolo peggiore con un sorriso beffardo. “Scopri qual è il tuo posto”, mi ha detto.
La madre della sposa mi sistemò al tavolo più sgraziato con un sorriso beffardo. Conosci il tuo posto, mi disse.
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L’amore dei genitori: risate, magia di Natale, regali speciali e un’avventura al cardiopalma, tra la casa di famiglia, una sorpresa a quattro ruote e la forza indomita di una mamma italiana
Lamore dei genitori I bambini sono i fiori della vita amava ripetere la mamma. E papà, ridendo, aggiungeva