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Come la suocera ci ha portato via nostro figlio: da quando si è sposato, non vuole più vederci, è sempre dalla madre di sua moglie e lei ha sempre bisogno di un aiuto urgente – Adesso tutte le feste le passano là, anche quando abbiamo bisogno ci ignora, e dopo una lite con suo padre, non ci parliamo più.
Come mia suocera ci ha portato via nostro figlio Da quando nostro figlio si è sposato, sembra quasi che
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Alessio, ma ti sei bevuto il cervello? Che vuol dire: me ne vado? -Sì, proprio così. È da un po’ che ho un’amante! È più giovane di me di 16 anni! E ho deciso che con lei starò meglio! -Potrebbe essere tua figlia! -Nemmeno per sogno! Ha già 20 anni. Alessio si avvicinò a lei. -E poi il papà di Valeria è ricchissimo. Finalmente potrò vivere come ho sempre sognato! Hai capito? E poi mi darà anche un figlio, cosa che tu non hai fatto! Ogni sua parola era una pugnalata per Tania. Lei sapeva che, prima o poi, sarebbe successo: non avevano figli. Ma non avrebbe mai pensato che sarebbe avvenuto in modo così umiliante. Quindici anni di matrimonio buttati così. Tania pensava che in una famiglia il rispetto venisse prima di tutto. -Tania, almeno una lacrima potresti versarla, per decenza. Mi fai sentire in colpa, così impassibile. La donna sollevò fiera il mento. -Perché dovrei piangere? Sono contenta per te! Seriamente! Almeno uno di noi realizzerà i propri sogni. Alessio smorfeggiò. -Perché mi parli sempre dei tuoi pennelli? Non è neanche un lavoro quello, è niente! -Sarà pure solo un hobby. Però, se io lavorassi di meno e tu guadagnassi qualcosa in più, potrei dedicarmi a ciò che amo. -Per favore. Cos’altro dovresti fare? Comunque i figli non me li puoi dare. Lavora e basta! Si voltò verso Alessio, che provava a chiudere la valigia. -E la tua nuova… Passione? Non lavorerà, come vivrai? Neanche tu sei uno stakanovista. -Questi non sono affari tuoi! Ma siccome oggi sono di buon umore, te lo dico: dovremo arrangiarci con i nostri soldi solo per un po’. Quando Valeria sarà incinta, suo padre ci riempirà di soldi! Anche prima ci basterà, non preoccuparti! Valigia chiusa. Alessio sbatté la porta e uscì di casa. Tania, da sempre insofferente ai rumori forti, si irrigidì. Tornò verso la finestra. Sotto casa era parcheggiata una fiammante auto rossa. Da lì corse fuori una ragazza che si gettò tra le braccia di Alessio. Ovviamente, tutte le nonnine del palazzo fissarono la scena. Bel modo di andarsene, davvero: anche la figuraccia mi doveva risparmiare. Eppure, in quel momento, Tania sentì un insolito sollievo. La loro vita era ormai una farsa. Alessio ormai dormiva quasi sempre fuori. Tania aveva capito, ma non riusciva a rompere quel groviglio che chiamavano famiglia. Prese il telefono. -Rita, ciao. Progetti per stasera? L’amica rimase sorpresa. -Tania! Ma che, sei uscita dalla tua depressione? -Ma dai! Nessuna depressione, solo un po’ di malinconia. Vuoi venire fuori stasera? Beviamo qualcosa, chiacchieriamo: c’è un motivo per festeggiare. Un attimo di silenzio. -Tania, tutto bene? Che pasticche hai preso oggi? Per caso hai la febbre o mal di testa? -Rita, basta! -Se sei seria, io vengo volentieri! Sono stanca di vederti col muso lungo. Ma… -Che c’è? Non puoi venire? -Non è quello. Ma Alessio ti lascia uscire? E chi gli porta la cena sul divano? Chi gli soffierà il naso? -Rita, alle sette, al “Diamante”! Tania chiuse la chiamata. Un giorno finirà per strozzare Rita. E quel giorno, è vicino. Rise tra sé. Ha questa sensazione fin dal primo incontro, ma la loro amicizia non ne ha mai risentito. Afferra la borsa ed esce di corsa. E dire che era già mezzogiorno e le restava un sacco da fare. Rita guardava l’orologio, impaziente. Tania non era mai in ritardo, e ora erano già cinque minuti… Quando entrò in sala, Rita restò a bocca aperta. Così come molti altri clienti. Tania aveva sempre portato i capelli lunghi raccolti in uno chignon. Ora sfoggiava un caschetto chiaro, corto. Tania non si truccava mai, massimo un po’ di mascara. Ma ora aveva un trucco spettacolare, perfetto. In più, niente pantaloni: indossava un abito svolazzante molto più rivelatore di qualsiasi jeans aderente. -Tania, ma… sei una nuova persona! Trionfante, Tania si sedette. -Ti piace? -Altroché! Sembri più giovane di dieci anni. Dimmi che hai cacciato Alessio! -Non posso dirtelo: è stato lui ad andarsene. Si guardarono… e scoppiarono a ridere. Dopo mezz’ora un cameriere portò loro da bere, offerti da un signore più grande di qualche anno. Rita lanciò a Tania un’occhiata furba. -Vedi? Ci sono subito i corteggiatori! Tania fece cenno e invitò l’uomo al tavolo. Rita era scioccata. -Sei davvero irresistibile stasera! Si fermarono fino a tardi. Si chiamava Igor, era simpatico, intelligente, brillante, e parecchio affascinante. Accompagnata Rita al taxi, Igor si offrì di portare a casa Tania. -Seguirei te a piedi da una parte all’altra della città! Avrei anche la macchina, ma stasera meglio di no. -Non serve, abito a due isolati da qui. Arrivarono che albeggiava, dopo una passeggiata e mille chiacchiere. -Tania, posso chiederti per cosa stavate festeggiando? È il tuo compleanno? Così ti faccio un regalo! -No… Forse sì, in un certo senso. Mio marito mi ha appena lasciata, ieri. Sorrise con il suo miglior sorriso. Igor la guardò stupito. -Tania… sei incredibile. Dopo tre settimane le due amiche erano di nuovo al bar. -Tania, come va con Igor? Lei sorrise radiosa. -Rita, credo non sia mai stata così felice. Gli dico tutto senza problemi. E le mie preoccupazioni non lo spaventano affatto. -Ma… c’è qualcosa che non va? -Niente di che… Alessio non si rassegna: mi ha mandato l’invito al suo matrimonio. -Ah… perché mai? -Secondo me vuole vedermi distrutta, piangente. O per vantarsi con la nuova moglie. -Che idiota… Portati Igor. Salutate, vi fate vedere e ve ne andate. L’importante è farlo rosicare! …Alessio guardava Valeria. -Sei bellissima… -Lo so. Ma secondo te papà ci sarà? -Come può perdersi il matrimonio di sua figlia? -Già, la figlia… Solo che da un anno non mi dà una lira! Dice che devo imparare a lavorare. Bel padre… Lui la tranquillizzò. -Non preoccuparti, verrà. Alla fine sei sua figlia! Hanno fatto il matrimonio a rate. Alessio e Valeria erano sicuri che il padre l’avrebbe perdonata e riaperto il portafoglio. -Ascolta, ma secondo te la tua ex verrà? -Ci credi che sì! Mi ha chiamato ieri. -Non ci posso credere! -Giuro! Secondo me chiederà di tornare insieme. -Speriamo! Adoro questi drammi! Quando Tania spiegò a Igor che cosa voleva da lui per la cerimonia, lui rise sorpreso. -A che ora sarebbe il matrimonio? -Alle due. Hai altri impegni? -E come si chiama il tuo ex? -Alessio. Perché? -Mamma mia, il mondo è piccolo. Certo che ci vengo! Gli svelò tutto solo lungo la strada. Tania era talmente sorpresa che non provò nemmeno a cambiare programma. Arrivarono insieme davanti al tavolo degli sposi, Tania a braccetto con Igor e un bel sorriso sulle labbra. Alessio e Valeria sembravano tutto meno che felici. Si avvicinarono. Valeria sussurrò: -Papà? Alessio balbettò: -Tania? Faticava a riconoscerla: mai avrebbe creduto che sua moglie potesse brillare così. Igor regalò un mazzo di fiori alla sposa e disse: -È bello vederti finalmente sistemata. Tanto io e Tania partiamo presto per il nostro viaggio intorno al mondo. Poi si rivolse ad Alessio: -Sai, anche tua suocera si merita un po’ di riposo! Quindi ti lascio mia figlia in custodia. Scusa, ma dobbiamo scappare. Uscirono. Tania voleva ridere, ma temeva la reazione di Igor. Ma lui si voltò verso di lei. -Ora non puoi più scappare: dovrai sposarmi! Tania si mise a pensare, poi con tono serio: -Se bisogna, bisogna… Si abbracciarono e si avviarono verso la macchina. Igor era già al telefono per prenotare due biglietti per una meta calda, con il mare.
Matteo, io proprio non ti capisco. Sei impazzito? Che cosa vuol dire me ne vado? -Vuol dire che me ne
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Una giornata tutta per me
**Un giorno per me** **Parte 1: Il ritorno** Il tramonto scendeva lentamente sul quartiere, tingendo
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Nadezhda Leonidovna si ammala all’improvviso. Nessuna delle sue figlie andò a trovarla mentre era a letto: solo la nipote Natalia la curò con dedizione. Le figlie comparvero solo vicino a Pasqua, come sempre per raccogliere i deliziosi prodotti contadini che la mamma aveva preparato! Nadezhda Leonidovna uscì al cancello per incontrarle. – Perché siete venute? – disse fredda. La figlia maggiore, Svetlana, rimase di stucco. – Mamma, che ti prende?! – esclamò sorpresa. – Niente! Care mie, ho venduto tutta la fattoria… – Come?! E noi? – le figlie non capivano cosa stesse succedendo.
Rammento ancora, come fosse ieri, quando la signora Speranza Leonardi si ammalò allimprovviso.
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Come la suocera ci ha portato via nostro figlio: da quando si è sposato, non vuole più vederci, è sempre dalla madre di sua moglie e lei ha sempre bisogno di un aiuto urgente – Adesso tutte le feste le passano là, anche quando abbiamo bisogno ci ignora, e dopo una lite con suo padre, non ci parliamo più.
Come mia suocera ci ha portato via nostro figlio Da quando nostro figlio si è sposato, sembra quasi che
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Temeva di essere riportato indietro…
Temevo che me lavrebbero riportato La prima volta che lo vidi, era accucciato vicino al muro.
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La casa è intestata a tua figlia? Allora paga l’affitto per viverci!
Guarda, non so più se il matrimonio di mia figlia si farà. Tutti si sono messi a litigare. E il futuro
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L’Ermitana
– Hai sentito che quella strana signora al primo piano è in realtà un mostro? Andrea, senza scompigliare
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— Ludovica, sei impazzita in questo bel traguardo della vita! I tuoi nipoti già vanno a scuola, e tu parli di matrimonio? — sono state le parole che mi ha detto mia sorella quando le ho annunciato che mi sposo.
Cinzia, sei impazzita a questetà! Hai già i nipoti che vanno a scuola e ora parli di matrimonio?
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Mio marito mi ha promesso una casa in campagna – ma quando sono arrivata, ho sentito la terra sfuggirmi sotto i piedi.
Tempo fa, mio figlio mi disse che mi aveva regalato una casa in campagnama quando arrivai, sentii la
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DIMENTICA MI PER SEMPRE
“Dimentica che sei stata una madre, sussurrò, la voce rotta come se lavessi troncata, la mia stessa
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— Ma chi ti credi di essere per darmi ordini! — Zia Rosina lanciò lo straccio dritto in faccia alla nuora. — Vivi sotto il mio tetto, mangi il mio pane! Tamara si asciugò il viso, stringendo i pugni. Sposata da soli tre mesi, ma ogni giorno era come una battaglia. — Lavo i pavimenti, cucino, faccio il bucato! Cos’altro volete? — Voglio che chiudi quella bocca! Sei una sbandata! Sei venuta qui con una figlia che non è di mio figlio! La piccola Elena sbirciò spaventata dalla porta. Solo quattro anni, ma aveva già capito che la nonna era cattiva. — Mamma, basta! — Stefano entrò sporco di lavoro. — Che succede adesso? — Succede che questa tua moglie mi manca di rispetto! Le dico che la zuppa è troppo salata e lei risponde male! — La zuppa va benissimo, — rispose stanca Tamara. — Lo fate apposta a provocarmi. — Sentito? — Rosina indicò la nuora con il dito. — Dici che sono io che provoco! E in casa mia! Stefano abbracciò la moglie. — Mamma, smettila. Tamara lavora tutto il giorno, e tu solo litighi. — Ah, adesso sei contro tua madre, vero? Ti ho cresciuto, ti ho dato da mangiare, e tu così mi ricambi! La vecchia uscì sbattendo la porta. In cucina calò il silenzio. — Scusa, — fece Stefano accarezzando la testa alla moglie. — Con l’età è diventata insopportabile. — Stefano, forse dovremmo affittare almeno una stanza? — Con che soldi? Faccio il trattorista, non sono un direttore. A malapena ci basta per mangiare. Tamara si strinse forte al marito. Era buono, lavoratore. Ma sua madre era davvero un tormento. Si erano conosciuti al mercato del paese. Tamara vendeva maglioni fatti a mano, Stefano comprava calze di lana. Iniziarono a parlare e lui subito confessò che amava i bambini, non gli importava che Tamara avesse già una figlia. Fecero un matrimonio semplice. Zia Rosina non aveva mai sopportato la nuora, sin dal primo giorno. Giovane, bella, laureata in economia — e suo figlio era solo un trattorista. — Mamma, vieni a cena, — Elena la tirò per la gonna. — Arrivo subito, tesoro. Durante la cena Rosina spostò platealmente il piatto. — Non si può mangiare. Sembra roba per maiali. — Mamma! — Stefano batté il pugno sul tavolo. — Basta! — Basta cosa? Dico la verità! Guarda che padrona di casa è Svetlana! Non come questa qui! Svetlana era la figlia di Rosina, viveva in città e tornava solo una volta all’anno. La casa era intestata a lei, anche se non ci abitava mai. — Se non vi piace come cucino, cucinate voi, — disse Tamara calma. — Ah, hai il coraggio di replicare! — la suocera si alzò di scatto. — Ti faccio vedere io! — Basta! — Stefano si mise tra le due. — Mamma, o la pianti, o ce ne andiamo. Subito. — Dove pensate di andare? In strada? La casa non è vostra! Era vero. La casa apparteneva a Svetlana. Vivevano lì solo per gentilezza sua. *** Il prezioso fardello Quella notte Tamara non riusciva a dormire. Stefano la abbracciava e bisbigliava: — Resistiamo, amore. Comprerò un trattore, aprirò un’attività, e ci guadagneremo una casa tutta nostra. — È troppo caro… — Troverò un usato, lo sistemerò io. Devi solo credere in me. Al mattino Tamara si svegliò con la nausea. Corse in bagno. Possibile? Il test mostrava due linee. — Stefano! — corse da lui. — Guarda! Lui, assonnato, guardò il test. Di colpo saltò su, abbracciandola tutto felice. — Tamara! Amore! Avremo un bambino! — Piano! Tua madre potrebbe sentire! Ma ormai era tardi. Rosina era sulla porta. — Che succede? — Mamma, avremo un figlio! — Stefano raggiante. La suocera arricciò la bocca. — E dove pensate di vivere? Qui siamo già stipati. Quando arriva Svetlana, vi caccia. — Non ci caccerà! — fece serio Stefano. — Questa è anche casa mia! — È di Svetlana, hai dimenticato? L’ho intestata a lei. Tu sei solo ospite qui. L’atmosfera si spense subito. Tamara si sedette sul letto. Un mese dopo accadde il peggio. Tamara sollevava un secchio d’acqua pesante — la casa non aveva acqua corrente. Un dolore forte in basso ventre. Macchie rosse sui pantaloni… — Stefano! — gridò. Abortò. In ospedale dissero — troppo sforzo, troppo stress. Ora serve riposo. Ma come avere riposo, con una suocera così? Tamara fissava il soffitto in ospedale. Basta. Non ce la faceva più. — Lo lascio, — disse all’amica al telefono. — Non posso più farcela. — Tamara, e Stefano? Lui ti vuole bene. — Ma sua madre… lì dentro ci perdo la salute. Stefano accorse dopo il lavoro. Sporco, stanco, con un mazzo di fiorellini di campo. — Tamara, amore, perdonami. E colpa mia. Dovevo proteggerti. — Non posso più vivere lì, Stefano. — Lo so. Prenderò un prestito. Affitteremo una casa. — Non te lo daranno il prestito. Prendi poco. — Troverò il modo. Ho trovato un secondo lavoro. Di notte alla stalla, di giorno sul trattore. — Così ti stanchi troppo! — Non importa. Per te, scalerei le montagne. Una settimana dopo Tamara tornò a casa. Rosina la accolse dall’uscio: — Te la sei persa? Lo sapevo io. Sei sempre stata debole. Tamara passò oltre senza fiatare. Non si meritava le sue lacrime. Stefano lavorava come un matto. All’alba sul trattore, di notte alla fattoria. Dormiva tre ore per notte. — Vado a lavorare anch’io, — disse Tamara. — In ufficio cercano una contabile. — Ma ti pagheranno poco. — Poco e poco, viene fuori qualcosa. Si arrangiò. Al mattino portava Elena all’asilo, poi andava in ufficio. La sera si occupava della casa. Rosina continuava a morderla, ma Tamara ormai non ci faceva più caso. *** Un posticino tutto per sé e una nuova vita Stefano continuava a mettere soldi da parte per il trattore. Ne trovò uno vecchio, distraibile e abbandonato. Il proprietario lo vendeva a poco prezzo. — Prendiamo un prestito, — disse Tamara. — Se lo sistemi, guadagneremo. — E se non ci riesco? — Ci riesci. Hai le mani d’oro. Il prestito arrivò. Presero il trattore. In cortile era solo un ammasso di ferro. — Bravi voi! — rise Rosina. — Avete comprato della ferraglia! Solo da buttare via! Stefano taceva, smontando il motore dopo la stalla, a notte fonda, sotto la luce della lampadina. Tamara aiutava: passava gli attrezzi, reggeva i pezzi. — Vai a dormire, sei stanca! — Abbiamo iniziato insieme, insieme finiamo. Un mese. Due mesi. I vicini ridevano: trattorista pazzo! Poi, una mattina, il trattore ruggì. Stefano era al volante, incredulo. — Tamara! Si è acceso! Funziona! Lei corse fuori, lo abbracciò. — Lo sapevo! Ho sempre creduto in te! Il primo lavoro fu arar l’orto del vicino. Poi portar legna. Poi altri. Arrivarono i soldi. E poi Tamara tornò a star male al mattino. — Stefano, sono di nuovo incinta. — Stavolta niente lavori pesanti! Hai capito? Faccio tutto io! La proteggeva come fosse di vetro. Neanche un secchio. Rosina brontolava: — Delicata! Io ne ho fatti tre e son qui! Ma questa… Ma Stefano non cedeva. Niente lavori pesanti. Al settimo mese arrivò Svetlana. Con il marito e tante idee. — Mamma, vendiamo la casa. È un buon affare. Tu vieni a stare da noi. — E loro dove vanno? — Rosina guardò Tamara e Stefano. — Gli altri? Si troveranno una casa! — Svetlana, io sono nato qui. Questa è casa mia! — protestò Stefano. — E allora? La casa è mia. L’hai dimenticato? — Quando dobbiamo andare via? — chiese calma Tamara. — Tra un mese. Stefano ribolliva. Tamara lo bloccò: calma. La sera erano abbracciati. — E adesso? Arriva il bambino… — Troveremo qualcosa. L’importante è stare insieme. Stefano lavorava come un invasato. Il trattore faceva avanti e indietro. In una settimana guadagnò quanto un mese intero prima. Poi chiamò Michele — vicino di un altro paese. — Stefano, vendo la casa. È vecchia ma buona. Te la faccio a poco. Dài un’occhiata? Andarono a vederla. Casa vecchia, ma solida. Stufa, tre stanze, pollaio. — Quanto vuoi? Michele disse la cifra. Metà ce l’avevano, metà no. — E a rate? — propose Stefano. — Metà subito, il resto in sei mesi. — Affare fatto. Sei un ragazzo onesto. Tornarono a casa felici. Rosina li accolse in soglia: — Dove siete stati? Svetlana ha portato le carte! — Perfetto, — fece Tamara. — Ce ne andiamo. — Dove? In mezzo alla strada? — In una casa tutta nostra. L’abbiamo comprata. La suocera rimase di sasso. — Non ci credo! Dove li avete trovati i soldi? — Lavorando, — rispose Stefano abbracciando la moglie. — Mentre tu parlavi sempre… In due settimane traslocarono. Pochi averi — che vuoi avere vivendo da altri? Elena correva nelle stanze, il cane abbaiava. — Mamma, questa è proprio casa nostra? — Sì, amore. E davvero nostra. Zia Rosina arrivò un giorno dopo. Rimase sulla soglia. — Stefano, ci ho pensato… Mi portate con voi? In città non respiro. — No, mamma. Hai scelto. Vivi con Svetlana. — Ma io sono tua madre! — Una madre non chiama sua nipote “figlia di altri”. Addio. Chiuse la porta. Doloroso, ma giusto. Matteo nacque a marzo. Forte e sano. Gridava forte. — Tutto suo padre! — rise l’ostetrica. Stefano teneva il figlio, tremando. — Tamara, grazie. Di tutto. — Grazie a te, che non hai mollato. Che hai creduto in noi. Abitarono la casa pian piano. Misero l’orto, presero le galline. Il trattore lavorava e portava guadagno. La sera sulla veranda. Elena giocava col cane, Matteo dormiva nella culla. — Lo sai, — disse Tamara, — ora sono felice. — Anch’io. — Ricordi quanto abbiamo sofferto? Non pensavo di farcela. — Ce l’hai fatta. Sei forte. — Siamo forti. Insieme. Il sole tramontava dietro la collina. Nell’aria odore di pane e latte. Casa vera. La loro casa. Un posto dove nessuno ti umilia. Nessuno ti caccia via. Dove puoi essere te stessa. Dove puoi davvero essere felice. *** Cari lettori, ogni famiglia affronta le sue prove, e non è mai facile. La storia di Tamara e Stefano ci insegna che la forza di volontà può superare ogni ostacolo. Così si va avanti: tra dolori e gioie, si va avanti finché la fortuna non gira. E voi? Pensate che Stefano abbia fatto bene a sopportare la madre? O avrebbe dovuto tagliare i ponti prima per trovare la felicità? Cosa significa per voi una vera casa — quattro pareti o l’amore della famiglia? Dite la vostra: la vita è una scuola e ogni lezione è preziosa!
Ma chi ti credi di essere per darmi ordini? urlò Giuseppina, lanciando uno straccio sporco addosso alla nuora.
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Il mio angelo peloso
Un angelo peloso 12 settembre Oggi, mentre tornavo a casa per le vie tranquille di Torino, mi sono trovato
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I genitori di mio marito non si danno pace: cercano di riunirlo con l’ex moglie – “Non capisci? Hanno un figlio insieme!” – si lamenta la suocera.
I genitori di mia moglie non riescono proprio a darsi pace cercano in tutti i modi di riavvicinarla al
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Fiamme di Passione: Un’Avventura Incendiaria nel Cuore dell’Italia
Fino a quando tua moglie resti alla casa di campagna, ordina la suocera dalla cucina. Sta per arrivare
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Sulla base del consiglio della madre, il marito portò la moglie tormentata dalla malattia in una zona remota… Un anno dopo tornò, ma solo per la sua eredità.
Sotto consiglio della madre, il marito portò la moglie afflitta dalla malattia in una zona remota Un
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Tutto è lecito nella guerra dell’eredità: una cena di famiglia, misteriosi soldi scomparsi e il tradimento di chi dovrebbe volerti bene.
Tutti i parenti si erano riuniti, comera tradizione nei momenti importanti, mascherando ancora una volta
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Due spose
Una donna sterile è già più che una madre, è solo una mezzadonna, disse la suocera con voce tagliente.
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La suocera si offre di aiutare con i bambini durante l’estate dopo la pensione, ma il fratello di mio marito approfitta: come gestire la situazione quando solo noi contribuiamo a cibo e spese mentre entrambi lavoriamo e paghiamo il mutuo?
La suocera mi ha proposto di darci una mano coi bambini durante lestate. Ora che è andata in pensione
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«Vai via, ti dico! Fuori di qui! Perché sei sempre in giro?», sbottò la signora Claudia Mattei, posando con fragore un grande vassoio di caldi panzerotti sotto il grande melo e respingendo il ragazzino del vicino. «Avanti, sparisci! Quando tua madre si deciderà finalmente a badare a te? Fannullone!» Magro come uno stecchino, Sandrino—così lo chiamavano tutti, nessuno più usava il suo vero nome—lanciò uno sguardo mesto alla severa vicina e si trascinò verso la sua porta. La grande casa, suddivisa in vari appartamenti, era abitata solo in parte. Vivevano più che altro due famiglie e “mezzo”: i Pescatori, i Russo e i Carpani—Katya con Sandrino. Questi ultimi erano proprio quella “mezzafamiglia” a cui nessuno dava importanza e che tutti preferivano ignorare, salvo nei casi di vera necessità. Katya non era una figura considerata importante, la si lasciava volentieri in disparte. Oltre al figlio, Caterina non aveva nessuno. Né un marito, né genitori. Cresceva Sandrino da sola, come poteva. Le altre donne del caseggiato storcevano il naso, ma la lasciavano stare, ogni tanto solo sgridavano Sandrino, che veniva chiamato “Cavalletto” per via delle sue braccia e gambe lunghe e magre e della sua grande testa, quasi attaccata a un collo sottile sottile. Cavalletto era bruttino, facilmente spaventabile, ma di cuore d’oro. Se vedeva un bambino in lacrime, non esitava a consolarlo, ricevendo in cambio rimproveri dalle mamme, che non volevano quel “mostriciattolo” vicino ai loro figli. Cosa significasse “mostriciattolo”, Sandrino l’ha capito solo dopo che la mamma gli ha regalato il libro di Dorotea e lo Spaventapasseri. Capì perché lo chiamavano così. Ma Sandrino non si offendeva, pensava che chi lo chiamava così aveva letto la storia e sapesse che lo Spaventapasseri era buono, saggio, aiutava tutti e alla fine diventava il sovrano di una splendida città. Quando Sandrino condivise questa riflessione con la madre, Katya decise di non correggerlo: che male c’era se suo figlio pensava bene delle persone? Nel mondo di cattiveria ce n’è già fin troppa. Il suo bambino avrebbe avuto tempo per scoprire anche questo. Che almeno l’infanzia fosse lieve… Caterina amava suo figlio più di ogni cosa. Perdonando al padre di Sandrino la sua infedeltà, aveva stretto a sé il figlio appena nato, zittendo l’ostetrica che sussurrava che “il maschietto non era nato normale”. «Smettila! Mio figlio è il bimbo più bello del mondo!» — Chi lo nega? Ma intelligente forse… — Si vedrà! — rispondeva Katya accarezzando la guancia del piccolo e piangendo. Nei primi due anni lo portò instancabilmente da medici e specialisti, finché qualcuno prese a cuore la sua situazione. Viaggiava in città tremando sull’autobus e tenendo stretto a sé il bambino imbacuccato fino agli occhi. Non badava alle occhiate pietose. Se qualcuno tentava di darle consigli, diventava una lupa: — Dai il tuo al brefotrofio, se vuoi darmi consigli! No? Allora pensa al tuo! Io so perfettamente cosa fare! A due anni, Sandrino si rimise in forze, non aveva quasi più nulla da invidiare ai suoi coetanei, se non la bellezza. La testa un po’ piatta e grossa, braccia e gambe sottili, la sua gracilità che Katya combatteva in ogni modo. Privandosi di tutto, Caterina dava solo il meglio al suo bambino, e questo si vedeva. Dopo qualche tempo, Sandrino diventò quasi un esempio anche per i dottori che elogiavano la giovane mamma: — Mamme così se ne contano sulle dita! Era a rischio di disabilità e ora guardalo! Un vero esempio! — Sì, il merito è tuo, Caterina! Sei una madre speciale! Katya si stringeva nelle spalle, non capendo perché la elogiassero. Una mamma ama suo figlio e se ne prende cura, che c’è di straordinario? È normale. Quando Sandrino dovette iniziare la scuola, già sapeva leggere, scrivere e contare. Ma balbettava un po’, e questo faceva dimenticare a molti le sue capacità. — Sandro, basta! Grazie—lo interrompeva l’insegnante, lasciando a un altro il piacere di leggere ad alta voce. Poi si lamentava in sala insegnanti che “il ragazzino è bravo, ma sentirlo leggere è una tortura”. Dopo due anni quell’insegnante si sposò e il caso passò nelle mani di Maria Olivieri, molto esperta e paziente, che capì subito il problema di Sandrino e lo consigliò a un buon logopedista, chiedendogli poi di consegnare i compiti solo per iscritto. — Ma tu scrivi così bene! È un piacere leggerti! Sandrino si illuminava, e Maria Olivieri leggeva davanti a tutta la classe le sue risposte, ogni volta sottolineando quanto era talentuoso. Caterina piangeva di gratitudine, pronta a baciare la mano che così spontaneamente si tendeva verso il figlio, ma la maestra la fermò subito: — Ma cosa dice? È il mio lavoro! E Sandrino è un ottimo bambino, vedrà che tutto andrà per il meglio! Sandrino andava a scuola saltellando, divertendo i vicini. — Guardate, il nostro Cavalletto va a scuola! Sarà ora che andiamo anche noi! Che peccato che la natura abbia fatto uno scherzo simile! Katya sapeva cosa i vicini pensassero di lei e del suo bimbo, ma non amava litigare. Pensava che se neanche Dio aveva dato loro rispetto e cuore, non c’era modo di trattarli da “persone” per davvero. Meglio impiegare il tempo in altro, come curare la casa e piantare un’altra rosa davanti al suo uscio. Il cortile—con l’aiuola sotto ogni finestra e il piccolo frutteto—nessuno lo divideva, salvo quel tacito patto che ogni “angolino” davanti all’uscio era territorio della famiglia corrispondente. Quello di Caterina era il più bello: rose, un grande lillà, scalini ricoperti con frammenti di piastrelle raccolte durante il restauro della Casa della Cultura. — Datele a me! — entrò decisa nell’ufficio del direttore per chiedere quei “tesori” abbandonati. La gente rideva vedendola tornare carica di piastrelle rotte, con Sandrino a cavalcioni nella carriola. Ma dopo settimane il risultato stupì tutti: Caterina trasformò i frammenti in un vero mosaico che attirava l’attenzione di tutto il quartiere. — Ma guarda! Un vero capolavoro! Sandrino si sedeva sullo scalino, accarezzava con il ditino le forme colorate e, beato, diceva: — Mamma, com’è bello… Queste erano le sue poche gioie: una lode a scuola, una carezza della mamma, un dolce preparato con amore. Sandrino, il Cavalletto, quasi non aveva amici: era lento, meno agile degli altri, preferiva leggere che giocare a pallone, e le bambine lo evitavano su ordine delle loro mamme. La signora Claudia, in particolare, era feroce: — Non avvicinarti alle mie nipotine! — gli urlava, minacciandolo con il pugno. — Non sei adatto a loro! Nessuno capiva perché, ma Katya raccomandò a Sandrino di stare alla larga. Il Cavalletto obbediva. Anche il giorno della festa, quando Claudia preparava la tavola di compleanno della sua nipotina più amata, Svetlana, Sandrino stava passando soltanto, senza voler partecipare. — Oh, che peccato… — disse Claudia, coprendo il vassoio di panzerotti con un canovaccio ricamato. — Diranno che sono avara! Aspetta. Gli diede due panzerotti, raccomandandogli di starsene buono in casa finché la mamma non fosse tornata dal lavoro. Sandrino annuì, ringraziò, e Claudia tornò ai suoi festeggiamenti. I parenti stavano arrivando, la tavola era pronta, e la presenza del gracile Sandrino proprio non era gradita. Niente bambini spaventati, niente Cavalletto impacciato in mezzo! Claudia ricordava ancora quando aveva provato a convincere Katya a “fare la cosa giusta”: cedere il figlio a qualcun altro “più adatto”. Ma Katya, con fierezza, le rispondeva che nessuno avrebbe allontanato il suo bambino. Sandrino non confessava mai alla mamma quanto lo trattassero male: non voleva farla soffrire. Se veniva umiliato, piangeva da solo in qualche angolo e poi dimenticava tutto. Vivere senza rancore era molto più semplice… Claudia non faceva più paura a Sandrino, ma lui la compativa: “Che spreco di minuti passati ad arrabbiarsi… i minuti sono preziosi, nulla li può restituire”. Quella sera, seduto sul suo davanzale a mangiare il panzerotto, Sandrino guardava i bambini che giocavano sul prato e la festeggiata, Svetlana, che roteava nel suo abito rosa. A un certo punto, la bimba si avvicinò troppo al vecchio pozzo e scomparve dalla vista. Sandrino conosceva bene il pericolo: la mamma lo aveva avvisato tante volte di stare lontano da quel pozzo. Improvvisamente, non vide più la macchia rosa. Corse fuori e, passata la confusione generale, si gettò verso il pozzo. I ragazzi, distratti nei loro giochi, nemmeno si accorsero della scomparsa di Svetlana. Solo Sandrino vide il pericolo e si calò nel pozzo per salvarla. Tra la paura e la fatica, riuscì a sollevare la bambina che non sapeva nuotare, gridando: — Non aver paura! Io sono qui! Tieniti forte, io grido aiuto! Quando finalmente i grandi capirono cosa stava succedendo, fu la mamma di Sandrino, tornata dal lavoro, a calarsi nel pozzo con una corda per salvare i bambini. Svetlana fu la prima ad essere tirata fuori, tremante ma salva. Sandrino fu estratto dopo, esausto, ferito, ma ancora capace di sussurrare: “Mamma…” Per settimane Sandrino fu in ospedale, diventando l’eroe del quartiere. Svetlana si riprese e tornò quasi subito in cortile. E Claudia, ora commossa e pentita, abbracciò il ragazzo che aveva rischiato la vita per sua nipote. — Ragazzo mio caro! Se non fossi stato tu… io… ti devo tutto! — Ma per cosa? Ho solo fatto quello che bisognava fare. Non sono forse un uomo? — rispose Sandrino semplicemente. Claudia non sapeva cosa dire. Non poteva sapere che quel magro e sgraziato Cavalletto, un giorno, da grande, si sarebbe fatto medico e avrebbe salvato decine di vite, dimostrando che la vera grandezza non è quella che si vede da fuori. E quando qualcuno gli chiederà perché lo fa, anche se la vita con lui è stata ingiusta, Sandrino risponderà solo: — Sono un medico. È giusto così. Vivere, aiutare: è giusto. *** Lettrici e lettori, L’amore di una madre davvero non conosce limiti. Caterina, tra mille difficoltà e pregiudizi, ha amato Sandrino con tutta sé stessa. La sua dedizione e la fiducia nel figlio l’hanno aiutato a crescere e diventare un giovane uomo buono e coraggioso. Il vero eroe, come ci insegna questa storia, si rivela nell’anima: Sandrino, che agli occhi di tutti era “diverso”, non ha esitato a rischiare la vita per salvare una bambina. Sono i gesti di bontà e coraggio che definiscono la vera grandezza. E anche chi lo aveva giudicato e isolato ha dovuto infine ricredersi. Questa storia ci ricorda che i pregiudizi si sgretolano davanti alle vere virtù e che la vera ricchezza di una persona sta nel cuore. La bellezza più preziosa è quella che illumina dall’interno. Pensateci: non siete anche voi convinti che, nonostante tutto, la bontà trova sempre la sua strada e rende il mondo migliore? Avete mai incontrato persone la cui ricchezza d’animo ha cambiato le vostre percezioni?
Vai via! Te lho detto, vattene subito! Che ci fai sempre qui in giro?! urlò severamente la signora Claudia
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