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011
Amore o Magia: Un Dilemma Incantevole
«Lamore è una magia pericolosae per ogni incantesimo bisogna pagare il prezzo», diceva la nonna Morigi
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057
L’Amico di Gennaro
Alla fine di settembre, nel silenzioso cimitero di Verona, una processione funebre avanzava lentamente
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052
Il Potere del Perdono: Un Viaggio nell’Anima Italiana
Caro diario, sono passati anni da quando Ginevra Bianchi è nata in una famiglia benestante di Borgo San Lorenzo.
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039
Hanno provato a “ravvivare” il matrimonio: la proposta di relazione aperta di Vittorio, la scelta imprevista di Elena e la (amara) ricerca della libertà in una famiglia italiana
Hanno scaldato il matrimonio Senti, Giulia… Che ne dici se proviamo una relazione aperta?
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0645
«No, mamma, ora proprio non venire. Pensa un po’, la strada è lunga, tutta la notte in treno, e tu ormai non sei più giovane. Perché devi tormentarti? E poi è primavera, avrai sicuramente tanto da fare nell’orto» – mi dice mio figlio. «Figlio mio, ma come perché? Non ci vediamo da tanto. E poi ci tengo tanto a conoscere meglio tua moglie, come si dice, bisogna avvicinarsi alla nuora» – gli rispondo sinceramente. «Facciamo così: aspetta la fine del mese, che tanto per Pasqua ci saranno tanti giorni di festa, veniamo noi da te» – mi rassicura lui. A dire il vero ero già pronta a partire, ma mi sono fidata, ho accettato di restare a casa ad aspettarlo… Ma nessuno è mai venuto. Ho chiamato mio figlio diverse volte, ma lui non rispondeva. Poi mi ha richiamato dicendo che era molto impegnato e che non dovevo aspettarlo. Mi sono molto rattristata, mi ero preparata per accogliere mio figlio e la nuora. Si è sposato sei mesi fa, ma io non ho ancora mai visto la nuora. Mio figlio, Alessio, l’ho avuto, come si suol dire, “per me stessa”. Avevo già trent’anni, non mi sono mai sposata. Allora ho deciso almeno di avere un bambino. Sarà magari un peccato, ma non mi sono mai pentita di questa decisione, anche se spesso è stato difficile: non avevo soldi e più che vivere, sopravvivere. Ma ho sempre lavorato in più posti pur di dare a mio figlio tutto il necessario. Mio figlio è cresciuto e se n’è andato a studiare a Roma. Per sostenerlo i primi tempi andavo addirittura a lavorare stagionalmente in Polonia, per potergli inviare i soldi per gli studi e per mantenerlo nella capitale. Come mamma, ero felice di poter aiutare il mio bambino. Già dal terzo anno di università Alessio iniziò a lavorare e a mantenersi da solo. Finita l’università, trovò lavoro e ormai era indipendente. A casa tornava raramente, circa una volta all’anno. E io, a Roma, non ci sono mai stata in vita mia. Pensavo: “Quando mio figlio si sposa, ci vado di sicuro.” Per l’occasione ho iniziato anche a mettere via dei soldi: 2.000 euro accumulati. Sei mesi fa Alessio mi ha dato finalmente la notizia tanto attesa: si sposava. «Mamma, però non venire ora: per adesso facciamo solo il matrimonio civile, quello vero lo faremo più avanti» mi ha avvertito. Ci sono rimasta male, ma ho accettato. Alessio mi ha presentato la nuora in videochiamata. Sembra brava, è bella e ricca. Mio consuocero, suo padre, è un pezzo grosso. Io potevo solo gioire che gli fosse andata così bene. Ma il tempo è passato e né mio figlio è venuto da me, né mi ha invitata. Non vedevo l’ora di conoscere la nuora e abbracciare il figlio, così mi sono decisa: ho comprato il biglietto del treno, ho preparato del cibo fatto in casa – anche il pane l’ho fatto io – qualche conserva, e sono partita. Ho chiamato mio figlio appena salita in treno. «Ma mamma, ma come ti viene in mente? Sono a lavoro, non posso nemmeno venirti a prendere. Ti mando l’indirizzo, prendi un taxi», mi dice Alessio. Arrivo a Roma di mattina, prendo il taxi (quanta costa!), ma Roma all’alba è meravigliosa, me la godo dal finestrino. Mi apre la nuora, manco un sorriso, né un abbraccio. Mi invita freddamente in cucina. Alessandro non c’era, già via al lavoro. Comincio a tirare fuori le cose: patate, barbabietole, uova, mele secche, funghi sott’olio, cetrioli, pomodori, qualche vasetto di marmellata. Lei osserva in silenzio, poi mi dice che ho fatto male a portare tutto perché loro non mangiano queste cose, e comunque lei a casa non cucina. «E che mangiate scusa?», chiedo stupita. «Abbiamo la consegna a domicilio ogni giorno. Non cucino, odio l’odore in cucina». Non faccio a tempo a riprendermi che entra un bambino, avrà tre anni. «Le presento mio figlio: Daniele», mi dice la nuora. «Daniele?», chiedo. «No, Dàniel, non Daniele. Non mi piace quando storpiano i nomi». «Va bene, come vuoi tu, Ilon…» «Non sono Ilonca, sono Ilona. Qui nessuno cambia i nomi, ma voi venite dalla campagna, come potete capire…» Mi veniva da piangere. Non per il fatto che mio figlio ha preso una donna con un figlio, ma perché non mi aveva mai detto nulla. Ma non era finita: guardo il muro e vedo una grande foto matrimoniale. «Ah, almeno avete fatto belle foto, visto che il matrimonio non c’è stato», provo io a cambiare discorso. «Come non c’è stato? C’è stato, eccome: 200 invitati. Solo lei non c’era, ma Alessio disse che era malata. Forse è meglio così», mi squadra dall’alto in basso. «Vuole fare colazione?» «Volentieri…» Mi mette davanti una tazza di tè e qualche fettina di formaggio, il suo concetto di colazione. Ma io non ci sono abituata, dopo il viaggio mi serve mangiare bene. Propongo di cuocere due uova, tanto il pane l’ho portato io. Ma lei si oppone categoricamente: niente odore di padella in cucina! Il pane non lo vuole nemmeno assaggiare: «Io e Alessio seguiamo una dieta sana». A quel punto mi passa la fame, mi fa male non essere stata invitata al matrimonio, una vita ad aspettare quel giorno e prepararmi. Tutto invano. Provo a bere il tè, c’è silenzio. Arriva il bambino che vuole stare vicino a me. Provo ad abbracciarlo, ma Ilona subito mi ferma: «Non sappiamo con cosa sei venuta, quello è un bambino!» Non avevo regali per il bimbo, gli porgo un vasetto di marmellata dicendo che l’avrebbe gustata con i pancake. La nuora strappa subito il vasetto dalle mani: «Quante volte devo ripeterlo? Noi seguiamo una dieta sana e niente zuccheri!» Mi sento crollare, non finisco nemmeno il tè. Prendo le mie cose per andare via. Lei non reagisce, nemmeno mi chiede dove vado. Scendo, mi siedo su una panchina e lascio andare le lacrime. Mai stata così male in vita mia. Dopo un po’ la vedo uscire con il bambino e tutte le mie conserve le butta nella spazzatura. Non ci sono parole. Aspetto che si allontani, rimetto tutto nelle borse e torno alla stazione. Per fortuna qualcuno ha restituito un biglietto per la sera stessa. Vicino alla stazione trovo una trattoria. Ordino un piatto di pasta, un po’ di arrosto e insalata. Avevo una voglia matta di mangiare. Ho pagato tanto, ma almeno mi sono trattata bene. Lascio le borse al deposito e, avendo qualche ora, decido di passeggiare a Roma. La città mi è piaciuta. Per un attimo ho dimenticato tutto. Sul treno non ho chiuso occhio. Ho pianto. E la cosa peggiore è che mio figlio non mi ha nemmeno chiamata per sapere dove fossi. Sinceramente, avrei creduto più facilmente di vedere la neve a Ferragosto che mio figlio a trattarmi così. Lui è il mio unico figlio, ci ho riposto tutte le mie speranze, e invece così sono diventata inutile. Adesso penso: che fare con quei duemila euro messi da parte per il suo matrimonio? Darglieli lo stesso, così capisce che la mamma c’è stata sempre per lui? O non dargli nulla, perché non se lo merita?
No, mamma, adesso non venire. Pensaci, la strada è lunga, tutta la notte in treno, e poi tu non sei più
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0605
Un altro bambino in arrivo
Un altro figlio Caterina tornava a fatica nel suo appartamento dopo il lavoro, in quelle stanze vuote.
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064
Il pavimento di marmo della cucina era gelido, rigido, implacabile. E lì, su quel freddo pavimento, era seduta la signora Rosaria, una donna di 72 anni.
Il pavimento di marmo della cucina era gelido, immobile, spietato. Su quel marmo freddo era seduta la
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0397
Resistere ancora un po’: Una storia di sacrifici familiari tra Milano e sogni mai realizzati – Mamma, questi sono i soldi per il prossimo semestre di Anna. Maria appoggiò la busta sulla tovaglia lisa del tavolo della cucina. Centomila euro. Li aveva contati tre volte – a casa, sul tram, sotto il portone. Ogni volta tornava la cifra esatta, quella che serviva. Elena posò il suo lavoro a maglia e guardò la figlia oltre gli occhiali. – Mariuccia, sei pallida. Vuoi un po’ di tè? – No mamma, resto solo un attimo, devo correre al secondo turno. La cucina profumava di patate bollite e di qualcosa di medicinale – forse la pomata per le articolazioni, forse le gocce che Maria comprava ogni mese per la madre. Quattromila euro a flacone, duravano meno di un mese. Poi le pastiglie per la pressione alta, poi le visite trimestrali. – Anna era così felice per lo stage in banca – Elena prese la busta con la delicatezza riservata al cristallo fine. – Dice che lì ci sono belle prospettive. Maria rimase in silenzio. – Dille che questi sono gli ultimi soldi per lo studio. Ultimo semestre. Per cinque anni Maria aveva tirato la carretta. Ogni mese – la busta per la madre, il bonifico per la sorella. Ogni mese – la calcolatrice in mano e le solite sottrazioni: – bollette, – medicine, – spesa per mamma, – università di Anna. Cosa restava? Una stanza in affitto in una casa condivisa, un cappotto invernale di sei anni, e sogni abbandonati di avere una casa tutta sua. Una volta Maria voleva andare a Venezia. Così, per un fine settimana. Vedere la Biennale, passeggiare sugli Zattere. Aveva anche iniziato a mettere da parte, poi la mamma si ammalò sul serio e quei soldi finirono in clinica. – Dovresti riposarti un po’, Mariù – Elena le toccò la mano. – Sei distrutta. – Mi riposerò. Presto. Presto – cioè quando Anna avrebbe trovato lavoro, mamma si fosse stabilizzata, e finalmente, forse, si poteva pensare a se stessa. Maria ripeteva quel “presto” da cinque anni. Il diploma in Economia Anna lo prese a giugno. Con il massimo dei voti – Maria si prese un permesso apposta per esserci. Guardava la sorella minore salire sul palco con un vestito nuovo – suo regalo, ovviamente – e pensava: ecco, ora cambierà tutto. Ora Anna lavorerà, guadagnerà, e finalmente si potrà smettere di contare l’euro dopo l’euro. Passarono quattro mesi. – Maria, non capisci – Anna era sul divano con le gambe incrociate e i calzini pelosi. – Non ho studiato cinque anni per essere pagata due soldi. – Cinquantamila euro non sono pochi. – Per te forse. Maria strinse i denti. Nel suo lavoro principale prendeva duemila euro. Con i lavoretti in nero, se andava bene, arrivava a tremila. Di cui su di sé restava poco più di cinquecento. – Anna, hai ventidue anni. È ora di iniziare da qualche parte. – Lo so, ma non in uno di quei postacci da quattro soldi. Elena si dava da fare in cucina, ancheggiante tra i piatti – facendo finta di non sentire. Lo faceva sempre, quando le figlie litigavano. Poi, quando Maria se ne andava, le sussurrava: «Non litigare con Anna, è giovane, non capisce». Non capisce. Ventidue anni – e non capisce. – Non sarò eterna, Anna. – Non fare la tragica, su. Non ti sto chiedendo soldi! Sto solo cercando il lavoro giusto. Tecnicamente – non chiedeva. Chiedeva la mamma. «Mariù, Anna avrebbe bisogno di un corso d’inglese.» «Mariù, il telefono di Anna si è rotto, deve mandare i curriculum.» «Mariù, Anna vorrebbe un cappotto nuovo, arriva l’inverno.» Maria mandava i soldi, comprava, pagava. In silenzio. Perché era sempre stato così: lei dava, gli altri lo accettavano come un dato di fatto. – Devo andare – si alzò. – Stasera c’è anche il secondo lavoro. – Aspetta, ti preparo delle polpette da portare! – gridò la mamma. Polpette di verza. Maria prese il sacchetto e uscì nell’androne gelido che odorava di umido e gatti randagi. Dieci minuti a piedi fino alla fermata. Poi un’ora di tram. Poi otto ore in piedi. Poi quattro al computer, se riusciva a incastrare anche la seconda prestazione. E Anna sarebbe rimasta sul divano, a sfogliare annunci, aspettando che l’universo le offrisse uno stage da duemila al mese, con smart working. La prima vera lite scoppiò a novembre. – Ma tu stai facendo qualcosa? – Maria esplose vedendo la sorella sempre nella stessa posa del lunedì prima. – Hai inviato almeno un curriculum? – Tre. – In un mese? Solo tre? Anna alzò gli occhi al cielo, poi si rifugiò nel telefono. – Non capisci come funziona il mercato adesso. La concorrenza è spietata, bisogna saper scegliere. – Scegliere cosa? Un posto dove ti pagano per stare sul divano? Elena si sporse dalla cucina, nervosa, si asciugava le mani sul grembiule. – Ragazze, volete il tè? Ho fatto anche una torta… – Basta, mamma – Maria si sfregò le tempie, la testa le martellava da giorni. – Spiegami perché devo lavorare su due fronti mentre lei resta a casa? – Mariuccia, Anna è giovane… – Quando? Tra un anno? Tra cinque? Io a ventidue anni già lavoravo! Anna scattò. – Scusa se non voglio diventare come te! Una cavalla da soma che sa solo sgobbare! Silenzio. Maria prese la borsa ed uscì. Nel tram vedeva il suo riflesso cupo e pensava: cavalla da soma. Così mi vedete. Elena telefonò il giorno dopo per scusarsi. – Anna non lo pensava davvero. Sta solo soffrendo, portate pazienza, vedrai che troverà lavoro. Porta pazienza. La parola preferita da mamma. Porta pazienza finché papà torna in sé. Porta pazienza finché Anna cresce. Porta pazienza fino a che passa la tempesta. Maria aveva portato pazienza tutta la vita. Le liti divennero routine. Ogni visita finiva uguale: Maria cerca di scuotere la sorella, Anna risponde male, Elena si mette in mezzo implorando la pace. Poi Maria va via, Elena richiama per scusarsi, il circolo riprende. – Devi capirla, è tua sorella – diceva mamma. – E lei deve capire che non sono un bancomat. – Mariuccia… A gennaio Anna chiamò lei, euforica. – Maria! Mi sposo! – Cosa? Con chi? – Si chiama Dario. Stiamo insieme da tre settimane. È perfetto! Tre settimane – e matrimonio. Maria voleva dirle che era follia, che almeno bisogna conoscere la persona, ma tacque. Forse era meglio così: il marito la mantenesse, e finalmente si poteva respirare. Illusione durata fino alla cena di famiglia. – Ho già organizzato tutto! – Anna brillava. – Ristorante per cento persone, musica dal vivo, abito che ho visto da Pronovias in Duomo… Maria appoggiò lentamente la forchetta. – E quanto costa? – Beh… cinquantamila euro, forse sessanta. Ma dai, una volta sola nella vita! Il matrimonio! – E chi paga? – Su Maria, lo sai… I genitori di Dario hanno il mutuo, mamma prende poco di pensione… Forse dovrai fare un prestito. Maria fissò la sorella. Poi la madre. Elena abbassò lo sguardo. – Sul serio? – Ma è il matrimonio – sussurrò mamma con quella voce melliflua che Maria odiava dall’infanzia – una volta nella vita, bisogna festeggiare… – Quindi prestito per sessantamila euro, per il matrimonio di una persona che non si è nemmeno trovata un lavoro? – Sei mia sorella! – Anna batté la mano sul tavolo – Sei obbligata! – Obbligata? Maria si alzò. Nella testa tutto divenne limpido e calmo. – Cinque anni. Ho pagato i tuoi studi, le medicine di mamma, la vostra spesa, le bollette, i vestiti. Lavoro su due fronti. Non ho neanche una casa mia, una macchina, una vacanza. Ho ventotto anni e il mio ultimo vestito è vecchio di un anno e mezzo. – Calmati… – iniziò Elena. – No! Basta! Ho mantenuto tutti e due per anni, e adesso mi fate lezioni sul dovere? Da oggi vivo per me! Uscì veloce, afferrando per tempo la giacca. Meno venti fuori, ma Maria non sentiva il freddo. Dentro aveva uno strano tepore: come essersi finalmente tolta un macigno dalle spalle. Il telefono impazziva di chiamate. Maria disattivò tutto. …Passò mezzo anno. Maria si trasferì in un piccolo bilocale che fu finalmente suo. D’estate andò a Venezia – quattro giorni, la Biennale, le Fondamenta, le notti bianche. Comprò un abito nuovo. E un altro. E delle scarpe. Della famiglia seppe per caso, da una vecchia compagna di scuola che lavorava nello stesso quartiere della madre. – Ma è vero che il matrimonio di tua sorella è saltato? Maria rimase con la tazzina in mano. – Cosa? – Pare che il fidanzato sia sparito. Ha scoperto che non c’erano soldi, e ha mollato tutto. Maria sorseggiò il caffè. Amaro, stranamente delizioso. – Non so. Non ci sentiamo più. La sera, guardando le luci dal suo bilocale, pensò che non provava né rabbia né rivalsa. Solo una silenziosa, serena soddisfazione di chi finalmente non è più una cavalla da soma.
Mamma, questi sono per il prossimo semestre di Anna. Maria poggiò la busta sulla tovaglia lisa del vecchio
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0158
Il destino ama i riconoscenti
Il destino ama i riconoscenti A trentanni, Marco aveva già dieci anni di servizio militare nelle zone
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061
Scappa da lui: Un amore tossico, il controllo di Rocco, i segreti in una stanza chiusa, l’ossessione di una bambola bionda chiamata Angela – Lika lotta per sfuggire a un amore malato, salvando sé stessa e la sua bambina
Scappa da lui Ciao, amica mia! si è seduta accanto a me Caterina, sistemandosi sulla sedia con il solito sorriso.
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086
— Nonna Alla! — esclamò Matteo. — Chi le ha dato il permesso di tenere un lupo in paese?
Nonna Azzurra! gridò Matteo. Chi vi ha dato il permesso di tenere un lupo qui in paese? Azzurra Stefani
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053
La Nipote Inutile Ma Necessaria — Guarda là, è proprio lei! Te lo dico io! — sussurrò una donna distinta a un uomo dall’aria un po’ ingenua. — Fermiamoci a osservare per un paio di minuti. Una bambina di circa cinque anni giocava tranquilla nella sabbionaia, costruendo un vero castello da principessa. Per ora, era poco più di una montagna, ma Carlotta rifiutava ogni aiuto degli adulti. Ce la farò da sola! E poi bisogna scavare un fossato attorno al castello e una caverna per il drago! Qualcuno dovrà pur difendere il regno! La giornata di piena estate era al culmine. Carlotta, ben protetta dal sole grazie a un grande ombrellone piazzato sopra la sabbionaia, non sentiva alcun disagio, al contrario dei suoi genitori. Temendo un colpo di sole, la mamma si era spostata in ombra, spedendo il marito a prendere gelati e bibite fresche. Distratta da una telefonata, Nadia perse di vista la bimba per un attimo. Tanto bastò agli osservatori che stavano lì vicino. — Ciao piccola, — la donna si sedette sfrontata accanto a Carlotta, facendo indietreggiare la bambina spaventata. Perse l’equilibrio e cadde proprio sul castello, distruggendo tutto il suo lavoro. Subito le si riempirono gli occhi di lacrime: aveva perso la sua opera! — Non piangere, è solo un mucchio di sabbia! Se vuoi, ti costruisco io un vero castello. — MAMMA! — gridò a pieni polmoni Carlotta, ricordando tutte le lezioni sull’autoprotezione. La piccola si rimise in piedi e schivò per miracolo le braccia di uno sconosciuto che tentò di trattenerla. Al sentire quel grido straziante, Nadia corse verso la figlia, lasciando cadere il telefono. Nella cornetta si sentiva ancora la voce preoccupata dell’interlocutore. — Amore mio, — strinse la figlia a sé, — cosa è successo, tesoro? — Lì… — singhiozzava la piccola aggrappandosi al collo della mamma. — C’era una signora strana! E pure un signore! Voleva afferrarmi! Ho paura, mamma! Anche il padre arrivò di corsa. Dopo essersi assicurato che la bimba stesse bene, posò lo sguardo sugli sconosciuti che l’avevano spaventata. Una donna di sessant’anni strinse le labbra, insoddisfatta di quella scenetta familiare. Quella bimba… Nessun dubbio, è sua nipote! Colore dei capelli, occhi, lineamenti… Sembra Michele da piccolo! Ovviamente, versione femminile. — Sei andata ben lontano, — disse la donna, disprezzando l’ex nuora. — E come ti è venuto in mente di portare mia nipote lontano dal suo sangue? — Marco, porta Carlotta a casa, qui ci penso io, — ordinò Nadia al marito, affidandogli il prezioso carico. — E chiama papà, fai venire qualcuno dei suoi. — Ehi, non osare! Voglio conoscere mia nipote! — sbraitò la donna, senza però tentare di inseguire Marco. Due metri di uomo per un quintale buono… Cosa potevano fargli? Peccato non aver saputo se Nadia si fosse risposata… — Signora Tamara, — disse Nadia, scrutando la donna con disgusto, — ma cosa dice? Quale nipote? Ha già problemi di memoria? Vuole che le rinfreschi le idee? ******************** — Come sta il mio futuro nipotino? — chiese la donna impaziente al figlio e alla nuora, appena tornati dalla visita in ospedale. — Avremo una femmina, gliel’ho detto già. — rispose tesa Nadia, sperando che la suocera se ne andasse presto da casa loro. Ormai quella signora si fermava da loro tutto il giorno! — Il medico si sbaglia di sicuro, — affermò Tamara senza toni concilianti. — Nella famiglia dei Rossi nascono solo maschi! — Per questo avete cancellato il vostro primogenito dalla famiglia, perché la moglie ha avuto una femmina? — ribatté velenosa Nadia, ormai esasperata. — Non era suo figlio! — scattò Tamara, odiando rievocare quella storia. — È stata fregata! E lui da fesso le ha creduto! — Ma ci sono i risultati del test del DNA, li avete controllati almeno cinque volte! Cercavate di convincere Alessio che fosse falso. — E lo era! Come osi dubitare di me? Insolente… — Io vado a riposare, a me è venuto il giramento di testa. Nadia si chiuse in camera, sempre più tormentata dalla domanda: non avrà sbagliato a sposare Michele? L’amore c’era, certo, ma vivere con una suocera così… No, grazie. Sua madre aveva ragione: meglio trasferirsi il più lontano possibile da quella “parente fuori di testa”. Più volte aveva chiesto a Michele di considerare un trasloco. Lui però non ne voleva sapere. Come si fa? Lasciare la mamma da sola? E il papà? È inutile, sta sempre sul divano. Il fratello? Ha litigato con la mamma perché non ha voluto “ascoltare la ragione”… Nadia chiese allora semplicemente che la suocera passasse meno spesso e non controllasse tutto e tutti. — Mamma ci vuole bene! — replicò offeso Michele. — Ti aiuta in casa, dovresti ringraziarla! E invece sparisci sempre in camera… — Se continuo a sparire, — sbottò Nadia, — è perché non ne posso più di tua madre! Ancora poco e non vedrà mai la nipote! Vado dai miei! E mio padre è comandante dei carabinieri, se te lo sei scordato! Dopo questa minaccia, Tamara si fece un po’ più discreta. Non smise di andare ogni giorno, ma limitò la permanenza e anche le critiche. Nadia però sapeva che l’idillio non sarebbe durato. E soprattutto la tormentava l’insistenza della donna: solo maschi in famiglia! Lo stesso motivo che aveva portato alla rottura con il primogenito, uomo per bene a differenza di Michele. E pure Michele… Solo figli maschi, mai femmine! Guardava con sospetto le ecografie. — Se nasce una femmina, vi metto fuori casa entrambe, — disse una sera, ubriaco. — Significa che sei andata con qualcun altro! Non sono come Alessio, non mi faccio prendere in giro! Dopo quelle parole Nadia capì che il suo matrimonio era al capolinea. Era ora di pensare al divorzio: papà avrebbe aiutato, con le sue conoscenze… E infatti nacque una femmina. Michele fece una scenata in reparto, incurante della presenza di altre pazienti. Non ebbe il tempo di infierire ancora che arrivò la sicurezza a cacciarlo via. Il giorno dopo arrivò anche Tamara. Non urlò come il figlio, ma le disse con parole dure tutto quello che pensava. Finché non arrivò il “salvatore” di Nadia: un uomo in divisa e con le stellette liquidò la donna senza nemmeno alzare la voce, minacciando conseguenze se non avesse smesso di diffamare la nuora. Michele non perse tempo. Andò a fare richiesta di divorzio. Ma quando gli lessero la legge che vieta il divorzio se il figlio ha meno di un anno, negò la paternità della nata. Fece ricorso al tribunale. L’avvocato quasi rideva nell’ascoltare le motivazioni: “Nella nostra famiglia nascono solo maschi”… Assurdo! Solo il DNA avrebbe parlato chiaro. — Non sono sicuro che vincerete, specialmente considerando che anche Alessio ha avuto una figlia. — Non è sua figlia! — Ma c’è la prova del DNA… — Un falso! — insisteva Michele, spinto dalla madre. — Temo che il tribunale valuterà quell’esame inattaccabile. — Non è mia figlia, punto e basta… Ma la prova del DNA non servì. Nadia decise di tagliare ogni legame con quella famiglia e accettò la richiesta di annullamento. Meglio essere madre single che temere rivendicazioni future da parte di Michele. ********************** — E allora, ricorda ora? Perché non hai portato Michele con te? — Michele… Michele è morto, — disse la donna con tono mesto. — E tua figlia è tutto ciò che resta di lui. Non ti preoccupare, la cresceremo noi. Le daremo un futuro… — Voi? Crescere lei? E per quale motivo? — ringhiò Nadia. — Per mia figlia non siete nessuno. Vostro figlio non è nessuno. Lo dice un tribunale! Se vi avvicinate di nuovo a mia figlia, vi denuncio per tentato rapimento! Mio padre è molto rispettato in città, non avrete scampo! — Non capisci, non abbiamo nessun altro! — Avete Alessio, anche lui ha una figlia. Andate da loro. — Lui non ci vuole nemmeno vedere, — sussurrò la donna, abbassando lo sguardo. Solo adesso capì l’errore commesso. — Un uomo intelligente, — annuì Nadia. — Dopo tutto quello che ci avete fatto, vorreste ancora qualcosa? Ricorda come chiamavate la mia bambina? — Signora Nadia Rossi, problemi? — Due carabinieri atletici si avvicinarono veloci alla figlia del comandante. — Sì, c’è qualche fastidio. Assicuratevi che queste persone se ne vadano da questa città. — Ma… — Senza ma, — tagliò corto l’agente. La coppia dei Rossi indietreggiò all’istante, lasciando Nadia soddisfatta. — Seguitemi, prego. Nadia tornò a casa. L’umore era ottimo! Solo un pensiero la fece aggrottare appena. — Bisogna tenere sotto controllo questi… Rossi. Che non si facciano più vedere in questa città! Lo dirò a papà, ci penserà lui…
– Guarda là, è lei! Te lo dico io! sussurrò una donna elegante a un uomo dallaria un po sprovveduta.
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0413
Rita accetta di prendersi cura delle piante e della tartaruga della sua amica Paolina, partita per le vacanze di Capodanno in Val d’Aosta con il marito: quando entra in casa con la chiave lasciatale, trova tutte le luci accese, l’albero illuminato, la TV ad alto volume e strani rumori dal bagno – aprendo la porta, resta scioccata!
Rita era rimasta sola durante le festività di Capodanno. Non proprio sola per scelta, ma per tristezza
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0882
Se lo vuoi, fallo tu
Se vuoi, fallo tu rispose Gleb con tono secco. Mamma, hai avuto un figlio per te, non per me.
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La Sposa Fuggitiva: La Storia di una Libertà Inaspettata
La prima volta che mi trovo a un matrimonio da cui scappa la sposa è proprio ora, qui a Firenze, nellufficio
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093
— Che fai, nonno, qui? Hai voglia di passeggiare? Alla tua età, io starei a casa!
Che fai, nonno, qui? Ti piace fare il giro? A questetà dovrei stare a casa! Il vecchio Giuseppe sistemò
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056
OSSERVANZE O DIAGNOSI?
30 ottobre 2024 Diario Oggi mi sono svegliato con la sensazione di osservare una scena daltri tempi
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0241
Vera rientra a casa carica di borse, già in pensiero per la cena e i compiti dei figli, quando fuori dal palazzo vede un’ambulanza: che sia successo qualcosa al marito? In realtà stanno soccorrendo la vicina, l’anziana e solitaria signora Nina, che chiede a Vera di occuparsi della sua gatta e di avvisare la figlia, con cui non parla da anni. Dopo aver superato la diffidenza della figlia, Vera diventa il ponte per una commovente riappacificazione madre-figlia proprio durante le feste di Natale, riscoprendo quanto valga veramente il tempo passato con chi si ama.
Vittoria si affretta verso casa, con le borse della spesa piene tra le mani. Tutti i suoi pensieri sono
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0152
Un falso per la persona più preziosa: l’inganno perfetto in stile italiano
**Un Falso per la Persona più Cara** Ma gli anelli te li farò io, ricordatelo! Massimo lo disse con una
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0183
Il figlio dell’altro – Suo marito è il padre di mio figlio. Con queste parole, una donna sconosciuta si avvicinò a Cristina mentre pranzava tranquillamente in una caffetteria tipica del centro di Milano. Senza troppi complimenti, la donna si sedette di fronte a lei, in attesa di una reazione alle sue parole. – E quanti anni ha il suo bambino? – rispose Cristina con assoluta tranquillità, come se si trattasse di una situazione ordinaria che le capitava ogni giorno. – Otto, – rispose Marina, stringendo le labbra con disappunto. Non era certo la reazione che si aspettava! Nessuno scandalo? Nessuna accusa di menzogna? Niente disprezzo? – Fantastico, – sorrise appena Cristina, tornando a gustare la sua fetta di straordinaria crostata di visciole, una specialità di quella pasticceria. – Siamo sposati solo da tre anni, tutto ciò che c’era PRIMA di me non mi interessa. Solo una domanda, – aggiunse con una punta di curiosità, – Artur lo sa? – No, – sbottò Marina, contrariata. – Ma non importa! Farò causa per il mantenimento! E dovrà pagare, chiaro? – Ma certo che pagherà, – annuì Cristina. – Mio marito adora i bambini, se l’avesse saputo avrebbe sicuramente voluto far parte della vita di suo figlio. Come si chiama, a proposito? – Egidio, – rispose quasi meccanicamente Marina, per poi aggrottare la fronte. – Ma davvero non ti importa che tuo marito abbia un figlio fuori dal matrimonio? – Lo ripeto, tutto ciò che è stato prima del nostro matrimonio non mi riguarda, – il sorriso gentile di Cristina non spariva. – Ero ben consapevole di sposare un uomo maturo e non un ingenuo ragazzino. È normale che un uomo di trent’anni abbia avuto delle storie. A me non tocca. L’importante è essere l’unica ora. – Va bene, ci vediamo in tribunale. Preparati a spendere, chiederò tutto ciò che spetta a mio figlio per legge. Marina se ne andò, lasciando dietro di sé un profumo così intenso che Cristina dovette trattenersi dal fare una smorfia, sembrava si fosse rovesciata addosso mezza boccetta. – Sì, tenta pure, – sospirò Cristina con filosofia, addentando l’ultimo morso di torta. – Vediamo come la prenderai quando scoprirai che lo stipendio ufficiale di Artur è di appena milleduecento euro… L’azienda è intestata a suo padre e ora deve anche occuparsi della madre malata. Vedrai che spiccioli ti toccheranno… Cristina quasi si dispiacque per il povero bambino. Forse sarebbe il caso di fare loro visita, vedere in che condizioni vivevano, magari proporre una somma dignitosa per il mantenimento. Ma solo se Egidio era davvero figlio di Artur. Ne aveva conosciute troppe di donne così… ********************* Il test del DNA arrivò subito: quando ci sono i soldi, molte cose si ottengono in un attimo. Il risultato era inequivocabile: Egidio era davvero il figlio di Artur. A proposito, il bambino a Cristina parve tanto silenzioso e impaurito. Non è normale che un bambino di otto anni resti un’ora e mezza immobile, senza chiedere nulla, né un cartone animato, né una corsa per i corridoi… Non si comportava come tutti gli altri nella stessa situazione. Era strano. Cristina si convinse ancora di più: doveva conoscere meglio quel bambino. L’appartamento era in una zona benestante. Portineria. Bilocale di pregio. Ottime rifiniture… Cristina annotava mentalmente quei dettagli e faticava a capire: come può una donna che vive in simili condizioni parlare di difficoltà economiche? – L’udienza è tra una settimana, – disse Marina aprendo la porta dell’appartamento senza gioia, – ci sarà tempo per parlare. – Volevo conoscere meglio Egidio. Artur vuole davvero essere presente nella sua vita, magari portarlo a casa nei fine settimana, quando lui si sentirà pronto. – Come se glielo permettessi! – ribatté Marina seccata. – Il tribunale, – rispose impassibile Cristina. – È suo padre, ne ha diritto. E vedo che qui non c’è nemmeno un giocattolo… – Non ho soldi da sprecare in stupidaggini, – rispose con sufficienza Marina, – già fatichiamo a vestirci decentemente, altro che giocattoli… – Davvero? – Cristina lanciò un’occhiata eloquente alla borsa firmata sulla poltroncina, ai vestiti griffati sparsi sul divano, ai prodotti di cosmetica costosa ordinatamente allineati sul tavolo davanti allo specchio. – I soldi sembrano mancare solo per suo figlio? – Sono ancora giovane, voglio rifarmi una vita, – sibilò Marina. Quel tono non le piaceva per niente. – E comunque non sono affari tuoi! – E con chi rimane suo figlio mentre lei esce? – insisté Cristina, intuendo la ragione della tristezza di Egidio. – Un bambino di otto anni può stare da solo a casa… altre domande? Se no, ci vediamo in tribunale! – Farò in modo che ogni euro destinato a Egidio sia rendicontato, – dichiarò Cristina, già decisa ad andarsene. Non riusciva a tollerare quell’atteggiamento nei confronti del bambino! – Temo che la decisione del giudice non le piacerà… ********************** – …il Tribunale ordina: accoglie in parte la domanda di Marina Lippi, riconosce che Artur Malini è il padre di Egidio Lippi, ordina al Comune di aggiornare l’atto di nascita. Rigetta la richiesta di mantenimento per il minore Egidio Lippi. Accoglie la richiesta congiunta di Artur Malini per l’affidamento esclusivo del minore… Cristina sorrise soddisfatta, aveva raggiunto il suo obiettivo – Egidio avrebbe vissuto con loro. Qualcuno avrebbe potuto giudicare severamente il fatto di aver “tolto” il bambino alla madre, ma era la scelta giusta. Tutti i vicini di Marina dicevano la stessa cosa: il figlio non le interessava, gli urlava contro senza motivo e lo picchiava davanti agli altri. Anche la psicologa infantile consigliava di allontanare il bambino da quella madre. E a favore della decisione si erano pronunciati anche insegnanti e maestre. Ora Egidio avrebbe avuto una stanza tutta sua, giocattoli, un computer… Ma soprattutto, l’amore di due genitori; quello che non aveva mai provato, visto che sia Artur sia Cristina si erano affezionati al meraviglioso ragazzino con tutto il cuore…
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