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0231
Ho ospitato una senzatetto nel mio studio d’arte che tutti disprezzavano. Indicò un quadro e sussurrò: “Quello è mio
Accadde che una donna senzatetto entrò nella mia galleria, una donna che tutti disprezzavano.
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059
«A casa risolviamo i conti, Varvara!» sbottò Massimo scuro in volto. «Non voglio dar spettacolo in mezzo alla strada!» — «Ma figurati!» sbuffò Varvara. — «Proprio tu!» — «Varvara, non farmi perdere la pazienza!» ringhiò Massimo. «A casa si parla!» — «Uhh, che terrore!» rispose lei lanciando la treccia dietro la schiena e dirigendosi verso casa. Massimo attese che Varvara si allontanasse, poi prese il telefono e sussurrò: «Sì, sta tornando. Ricevetela come abbiamo concordato… E giù in cantina se fa la furba! Presto arrivo!» Sistemò il telefono e si preparò a entrare al supermercato, deciso a festeggiare la disciplina impartita alla moglie, quando fu bloccato da un uomo sconosciuto: «Mi scusi se la fermo così all’improvviso!» sorrise timido. «Era con lei una ragazza…» «Mia moglie, perché?» domandò Massimo aggrottando le sopracciglia. «Nulla, nulla… Mi scusi, ma sua moglie si chiama per caso Varvara Melnik?» «Varvara, sì, da nubile Melnik. Che importa?» «E di secondo nome è magari Serghevna?» «Certo! Da dove la conoscete?» «Mi perdoni… Non la conosco di persona, sono… diciamo un suo ammiratore!» sussurrò l’uomo. «Ammiratore? Guarda che ti sistemo io la cassa toracica!» minacciò Massimo. «Che vuoi dalla mia donna?» «No, no, non in quel senso!» balbettò il tipo. «Ammiratore… del suo talento!» «Talento?» Massimo era interdetto. «Ma sì! Sa quanto ci voglia ottenere la squalifica a vita nel Muay Thai a diciott’anni per eccessiva ferocia? Io ricordo ancora certi incontri… un vero spettacolo!» Massimo impallidì, fece scivolare il telefono e corse a casa. — «Dio, fa’ che non sia troppo tardi!» Quando Varvara era arrivata in paese tre anni prima, tutti avevano fantasticato: giovane, atletica, spontanea, perfino maestra di ginnastica per i bambini. Diceva di essere fuggita dalla famiglia che voleva costringerla a un matrimonio combinato. «Chissà che segreto nasconde!» sussurravano le pettegole. Ma Massimo aveva deciso: sarebbe stata sua moglie. Subito trasferita nella grande casa di famiglia, Varvara aveva promesso di seguire le regole, anche se non sopportava le ingiustizie. Ma l’idillio svanì presto: libertà negata, lavoro domestico a non finire, nessuna evasione permessa, e la suocera sempre pronta a ricordarle il suo dovere. Quando Varvara reclamava rispetto e giustizia, veniva tacciata di ribellione. Un giorno, la famiglia decise di “rieducarla”. Ma l’accoglienza fu… travolgente: fracassate le porte, il cognato col braccio spezzato, il suocero svenuto fra le schegge della mobilia, la suocera riversa con un livido spettacolare, la famosa spianatoia ridotta a brandelli. Varvara, serafica, sorseggiava il tè: «Tesoro, sei venuto per la tua parte? O preferisci un po’ di giustizia familiare?» Massimo deglutì: «D’accordo, cara…» Da allora, le regole in famiglia cambiarono. Pace e rispetto regnavano… E nessuno osò più mettere Varvara in cantina! Questa è la vera storia di Varvara, la maestra di ginnastica con il cuore (e il destro) più forte del paese, e della sua battaglia per la giustizia sotto il sole d’Italia!
Vai a casa! Lì parliamo, capito? sbottai, rivolgendomi bruscamente a mia moglie. Non è il caso di dare
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0429
A CASA DEL MIO FIGLIO… UNA VISITA IN ASPETTO…
Mamma, ascolta un po la storia. Il mio figlio Alessandro mi ha detto: Non devi venire adesso, il viaggio
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0247
DUE SORELLE… C’erano una volta due sorelle. La maggiore, Valeria, era bella, di successo e benestante. La minore, Zia, era una disperata alcolista. A trentadue anni, Zia somigliava ormai più a una vecchia decrepita che a una giovane donna: emaciata, con il viso gonfio e livido, gli occhi quasi nascosti sotto le palpebre tumefatte, i capelli spenti e arruffati che non conoscevano né sapone né pettine. Valeria aveva fatto di tutto: cliniche costose, guaritori, niente era servito. Le aveva comprato un accogliente appartamentino, intestato però a sé stessa per evitare che la sorella lo vendesse per una bottiglia. Dopo sei mesi, nell’appartamento restava solo un materasso sporco su cui Zia giaceva morente quando Valeria venne a salutarla prima di trasferirsi all’estero per sempre. Zia ormai non parlava più, riusciva solo ad aprire appena gli occhi per intravedere tra i vetri sporchi una figura indistinta. Accanto a lei, bottiglie vuote lasciate dagli altri alcolisti della zona che dividevano con lei qualche goccia. Valeria non riuscì ad abbandonare la sorella: avrebbe vissuto con il rimorso. Decise di portarla in paese da zia Olga, una donna di campagna che conoscevano solo di nome, sorella della loro defunta madre, che anni prima portava conserve, mele profumate e funghi secchi a casa loro. Valeria ricordava a malapena il nome del paese e pensò: se non ci ha invitati al funerale, forse è ancora viva. Chiese aiuto ad un conoscente, avvolsero Zia in una coperta e la portarono al villaggio di Samovarovo. Trovarono la casa di zia Olga subito, in fondo erano solo quattro casette. Sistemarono Zia sul letto della zia, Valeria lasciò dei soldi sulla tavola: “Sta morendo e io devo partire, zia Olga. Questi sono per il funerale, magari un giorno tornerò per trovare almeno la tomba. Bastano anche per una recinzione e una lapide.” E consegnò alla zia anche la chiave dell’appartamento. Rifiutò il tè e partì… Zia Olga, sessantottenne ancora piena di energie, si accertò che la nipote respirasse e mise l’acqua nel samovar. Mentre aspettava preparò in un thermos erbe essiccate e bacche, coprì tutto con acqua bollente e lasciò in infusione. Per tre giorni la nutrì quasi a forza con infusi d’erbe e miele, somministrando una cucchiaino ogni mezz’ora, anche la notte. Il quarto giorno aggiunse il latte della sua capra Marta, sempre a cucchiaini. Poi brodi di verdura e di pollo delle sue galline: ne aveva sette e non esitò a sacrificarne due per la nipote morente. Solo dopo un mese Zia riuscì a sedersi da sola sul letto. La zia la portava in slitta alla sauna, la lavava con infusi di erbe, poi le pettinava i capelli che profumavano d’estate… Con tutta la sua amorevolezza e dedizione, la zia ridiede a Zia la voglia di vivere. Furono inutili le cliniche di lusso e i maghi, ma la zia riuscì dove tutti avevano fallito. Zia si riprese, si fortificò con il latte profumato di trifoglio della capra Marta e le soffici omelette fresche di uova appena raccolte. I capelli divennero lucidi, le guance presero colore: era una ragazza dagli occhi azzurri bellissimi. Cominciò ad aiutare la zia in casa e nella stalla: imparò a mungere Marta, raccoglieva le uova ogni mattina. Il cibo era semplice, tutto dal loro orto. Senza mai pensare al passato, ora Zia amava questa nuova vita, ripartita da zero. Guardava l’alba, le nuvole bianche, i fiori che sbocciavano. Al fiume la attendeva una mamma anatra con i piccoli: Zia li sfamava con il pane. Poi la zia le insegnò l’uncinetto: prima centrini, poi andarono in città a comprare gomitoli di lana e Zia iniziò a realizzare grandi scialli dai motivi meravigliosi. Subito arrivarono tante richieste per le sue creazioni e iniziò a guadagnare bene. Dopo tre anni, la bella Zia portò la zia dalla sperduta Samovarovo in una tranquilla cittadina al mare, dove, unendo i risparmi della zia ai suoi guadagni per la vendita delle scialli, acquistarono una casetta accogliente con giardino. Al mattino, la capra Marta, trasportata fin lì con un furgoncino pagato da Valeria, morde una mela dall’albero e osserva il mare, dove si tuffano le sue donne preferite. E sapete qual è la cosa più bella di questa storia? È tutto vero.
Cerano una volta due sorelle. La più grande, Valentina, era una donna splendida: elegante, rispettata
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01.6k.
Non è un affare casuale, Vittoria. Da diciassette anni conduco una doppia vita,” disse Domenico, rigirando nervosamente una matita sulla sua scrivania.
“Non è un semplice capriccio, Vittoria. Da diciassette anni vivo una doppia vita,”
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02.2k.
Valeria lavava i piatti in cucina quando entrò Ivan. Prima di entrare, aveva spento la luce. — C’è ancora abbastanza luce, si può risparmiare sull’elettricità, — brontolò Ivan. — Io volevo far partire la lavatrice, — disse Valeria. — La farai stanotte, quando costa meno la corrente. E non lasciare scorrere l’acqua così forte, sprechi troppo. Così butti via i nostri soldi, Valeria. Ma non lo capisci? — continuò Ivan abbassando il getto d’acqua. Valeria si asciugò le mani e si sedette al tavolo, guardando con tristezza suo marito. Ecco, la storia di un matrimonio qualunque, dove risparmio e rinunce diventano la regola e la felicità una domanda senza risposta: una moglie, un marito, quindici anni di sacrifici, niente vacanze al mare, niente nuovi vestiti, sempre a contare i centesimi. Ma Valeria è stanca e chiede: “Ivan, quando cominceremo a vivere davvero?”. Vuole una vita dignitosa — una casa propria, un po’ di spensieratezza, libertà di spendere senza sensi di colpa. Ivan, invece, pensa solo a mettere da parte, rinunciando a tutto per un futuro che non arriva mai. Ma Valeria ha deciso: smetterà di risparmiare sulla sua felicità e sui sogni, vivrà per sé stessa, anche a costo di lasciare Ivan. E alla fine, tra risposte amare, silenzi e paure, il matrimonio finisce: la favola di risparmio diventa, finalmente, la storia di una rinascita.
Vittoria lavava i piatti nella piccola cucina, quando Luca entrò. Prima di varcare la soglia, aveva già
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0734
«A casa risolviamo i conti, Varvara!» sbottò Massimo scuro in volto. «Non voglio dar spettacolo in mezzo alla strada!» — «Ma figurati!» sbuffò Varvara. — «Proprio tu!» — «Varvara, non farmi perdere la pazienza!» ringhiò Massimo. «A casa si parla!» — «Uhh, che terrore!» rispose lei lanciando la treccia dietro la schiena e dirigendosi verso casa. Massimo attese che Varvara si allontanasse, poi prese il telefono e sussurrò: «Sì, sta tornando. Ricevetela come abbiamo concordato… E giù in cantina se fa la furba! Presto arrivo!» Sistemò il telefono e si preparò a entrare al supermercato, deciso a festeggiare la disciplina impartita alla moglie, quando fu bloccato da un uomo sconosciuto: «Mi scusi se la fermo così all’improvviso!» sorrise timido. «Era con lei una ragazza…» «Mia moglie, perché?» domandò Massimo aggrottando le sopracciglia. «Nulla, nulla… Mi scusi, ma sua moglie si chiama per caso Varvara Melnik?» «Varvara, sì, da nubile Melnik. Che importa?» «E di secondo nome è magari Serghevna?» «Certo! Da dove la conoscete?» «Mi perdoni… Non la conosco di persona, sono… diciamo un suo ammiratore!» sussurrò l’uomo. «Ammiratore? Guarda che ti sistemo io la cassa toracica!» minacciò Massimo. «Che vuoi dalla mia donna?» «No, no, non in quel senso!» balbettò il tipo. «Ammiratore… del suo talento!» «Talento?» Massimo era interdetto. «Ma sì! Sa quanto ci voglia ottenere la squalifica a vita nel Muay Thai a diciott’anni per eccessiva ferocia? Io ricordo ancora certi incontri… un vero spettacolo!» Massimo impallidì, fece scivolare il telefono e corse a casa. — «Dio, fa’ che non sia troppo tardi!» Quando Varvara era arrivata in paese tre anni prima, tutti avevano fantasticato: giovane, atletica, spontanea, perfino maestra di ginnastica per i bambini. Diceva di essere fuggita dalla famiglia che voleva costringerla a un matrimonio combinato. «Chissà che segreto nasconde!» sussurravano le pettegole. Ma Massimo aveva deciso: sarebbe stata sua moglie. Subito trasferita nella grande casa di famiglia, Varvara aveva promesso di seguire le regole, anche se non sopportava le ingiustizie. Ma l’idillio svanì presto: libertà negata, lavoro domestico a non finire, nessuna evasione permessa, e la suocera sempre pronta a ricordarle il suo dovere. Quando Varvara reclamava rispetto e giustizia, veniva tacciata di ribellione. Un giorno, la famiglia decise di “rieducarla”. Ma l’accoglienza fu… travolgente: fracassate le porte, il cognato col braccio spezzato, il suocero svenuto fra le schegge della mobilia, la suocera riversa con un livido spettacolare, la famosa spianatoia ridotta a brandelli. Varvara, serafica, sorseggiava il tè: «Tesoro, sei venuto per la tua parte? O preferisci un po’ di giustizia familiare?» Massimo deglutì: «D’accordo, cara…» Da allora, le regole in famiglia cambiarono. Pace e rispetto regnavano… E nessuno osò più mettere Varvara in cantina! Questa è la vera storia di Varvara, la maestra di ginnastica con il cuore (e il destro) più forte del paese, e della sua battaglia per la giustizia sotto il sole d’Italia!
Vai a casa! Lì parliamo, capito? sbottai, rivolgendomi bruscamente a mia moglie. Non è il caso di dare
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0204
“E adesso vattene, non ti ho mai amato!” – urlò Nicola mentre seguiva la giovane moglie che usciva dall’appartamento con il loro bambino.
E via da qui, non ti ho mai voluto! urlò Niccolò, inseguendo la sua giovane moglie che usciva dallappartamento
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01.9k.
Un Tempo Eri Normale
«Dai, mi presti cinquanta euro? Non ho soldi e la benzina è finita», mi ha detto laudio di Marco.
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0191
Mio figlio ha una memoria prodigiosa: all’asilo conosceva a memoria tutte le battute delle recite, così fino all’ultimo momento nessuno sapeva mai quale costume avrebbe indossato, perché, essendo i bimbi spesso malati, poteva sostituirli conoscendo tutte le parti. Per la recita di Natale, al mio bimbo di cinque anni era stata assegnata la parte del cetriolo. L’ho saputo la sera prima di un mio turno in ospedale, così ho comprato di corsa una maglietta verde, cartoncino colorato e, con grande entusiasmo, ho cucito per tutta la notte dei pantaloncini verdi abbinati, incollando un cappellino di cartone con un bel codino di filo di ferro rivestito di stoffa. Alla recita però sarebbe andato il papà – non proprio una garanzia – perciò la mattina ho dato istruzioni dettagliate su come vestire il bambino e come fissare il cappellino. Durante il turno mi chiama la maestra, voce rotta: il ruolo principale è rimasto senza bambino, e domani mio figlio sarà… la focaccina! Alla mia domanda isterica – può la focaccina andare vestita da cetriolo? – silenzio eloquente all’altro capo del telefono. Chiamo mio marito al lavoro per dirgli del “disastro”; felicissimo, mi tranquillizza: nessun problema, verrà a casa con due amici chirurghi, una squadra imbattibile! Così i chirurghi – uomini pieni d’iniziativa – vanno da noi. Alle nove di sera chiamo e il piccolo mi annuncia che hanno comprato una maglietta bianca, il papà incolla cartoncino giallo, zio Paolo cucina e zio Marco – ride. Un’ora dopo il figlio dice che va a dormire, zio Marco ha ritagliato il cerchio giallo e ci disegna gli occhi, zio Paolo apre un barattolo di cetriolini sott’aceto, e papà… ride a crepapelle. A mezzanotte richiamo: papà comunica che gli zii sono esausti a fare la focaccina e già… dormono. E ci sono dettagli. La focaccina, per sbaglio, è stata incollata da zio Paolo con la supercolla sulla maglietta bianca in modo stortissimo, così quando zio Marco ha cercato di scollarla, la maglietta si è strappata. L’hanno allora cucita con filo chirurgico sulla maglietta verde da cetriolo. Però è venuta bene, dicono; inoltre… hanno fatto alla focaccina trenta denti che sorride a tutta bocca, ma per altri due denti mancava il cartone bianco. (Niente paura, dico, su trenta denti due mancano, non si vedrà.) Posso stare tranquilla: mio figlio avrà il costume più bello. E chi russa? È zio Marco, che ha tagliato talmente meticoloso i denti di cartone da addormentarsi in poltrona. Ho passato la notte piena di dubbi. E finito il turno, ho pregato il primario di lasciarmi andare almeno un’ora alla recita del piccolo. Sono arrivata un po’ tardi… Dall’aula magna venivano risate e singhiozzi. Apro la porta… Vicino all’albero di Natale saltellava la focaccina. Un enorme faccione giallo rotondo, dal mento alle ginocchia, sulla pancia di mio figlio. Gli occhi del mostro guardavano in direzioni opposte, dalle cuciture sopra gli occhi (fatte di filo chirurgico) sembrava avesse rughe da vita dura. Colpiva soprattutto la mancanza di due denti davanti nella bocca spalancata: erano proprio gli incisivi superiori! Era una focaccina anziana, vissuta e provata, forse appena uscita dal carcere, con cronico vizio del vino… E completava il tutto il cappellino verde da cetriolo con la coda di filo di ferro rivestito di stoffa. In quel momento il mio bambino comincia a declamare la poesia: “Dove mai vedrete uno come me?…” (avrebbe continuato che solo in una fiaba e a Natale, ma ormai tutti ridevano troppo…) – la maestra si è accasciata, e la platea piangeva dalle risate…
Mio figlio ha una memoria da elefante. Allasilo conosceva a memoria tutti i copioni delle recite, così
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0737
Alessio, ma sei impazzito? Cosa vuol dire “me ne vado”? Ho un’amante più giovane di 16 anni, voglio vivere come ho sempre sognato! Dopo 15 anni di matrimonio, Tatiana risponde con orgoglio, rivoluziona la sua vita e trova la felicità proprio quando il marito la lascia per una ragazza figlia di papà. Ma la vera sorpresa arriverà al matrimonio di lui…
Alessandro, non ti capisco più. Sei impazzito? Cosa vuol dire me ne vado? -Proprio quello che hai capito.
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027
L’Amore che si Stringe la Mano fino all’Ultimo Respiro
Amore che si stringe la mano fino allultimo istante Negli ultimi mesi di vita della nonna, quando il
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0471
Come ha potuto?! Senza chiedere! Senza consultarsi! Ma ti pare possibile: entrare nella casa d’altri e comportarsi come se fosse la propria! Nessun rispetto! Mio Dio, perché proprio a me? Una vita intera a occuparmi di lei, e questo è il suo ringraziamento! Non mi considera neppure una persona! – Nina si asciugò le lacrime – Secondo lei, la mia vita non va bene! Ma si guardasse la sua! Sta nella sua microcasa e pensa di aver afferrato la felicità. Né un marito serio, né un lavoro vero: lavora da casa. Di cosa vive? Eppure si permette pure di darmi lezioni di vita! Io ho dimenticato da tempo cose a cui lei riesce solo ora a pensare! Questo pensiero fece scattare Nina dalla poltrona. Andò in cucina, mise su il bollitore, si avvicinò alla finestra. Guardando le luci brillanti del centro città, scoppiò di nuovo a piangere: “Tutti si preparano per Capodanno, tutti felici, solo per me nessuna festa… Sola, come sempre…” Il bollitore fischiò. Persa nei suoi ricordi, Nina nemmeno se ne accorse… Aveva vent’anni quando la mamma, a quarantacinque, diede alla luce una seconda figlia. Per la ragazza fu una sorpresa: ma chi gliel’ha fatto fare a mamma? – Non voglio che tu resti sola al mondo – spiegò la mamma – è bello avere una sorella. Lo capirai. Dopo. – Lo capisco anche ora – replicò Nina indifferente – ma neanche pensarci: io non mi occuperò di lei. Ho la mia vita. – Non hai più una vita solo tua – sorrise la mamma. Quelle parole furono profetiche. La piccola aveva tre anni quando la mamma morì… Il papà era mancato ancora prima. Tutta la cura per la sorellina ricadde su Nina, che per lei fu davvero una seconda mamma. E fino a dieci anni la chiamava mamma. Nina poi non si sposò mai: la colpa non era certo della sorella, ma non aveva mai incontrato l’uomo giusto. E poi doveva andare? Casa, lavoro, sorella, casa, lavoro, sorella… Dopo aver perso i genitori si fece adulta all’istante, e dedicò tutta la vita a crescere e educare la sorellina. Ora Natasha è cresciuta, vive da sola. Sta per sposarsi. Spesso va da Nina: sono molto unite, anche se differiscono tanto per età, carattere e visione della vita. Nina è incredibilmente parsimoniosa. Il suo appartamento pare un deposito di cose vecchie quanto inutili. Cercando bene si trova ancora la vestaglia che metteva dieci anni fa, o le bollette del 2000. In cucina ci sono tazze sbeccate, pentole rovinate, padelle senza manico: non le usa da anni, ma non se ne separa, non si sa mai. Nemmeno una rinfrescata alle pareti: non per mancanza di soldi, ma perché “gli intonaci sono ancora interi”. Il risparmio, sacrificarsi per la sorella, hanno lasciato il segno. Natasha è tutto l’opposto: allegra, pratica. Niente oggetti inutili! Solo l’essenziale. Ha una regola: “Se una cosa non serve per un anno intero, si butta!” Così casa sua è luminosa, ariosa, si respira libertà. Quante volte ha proposto a Nina: – Dai, facciamo un po’ di lavori qui. E facciamo anche pulizia o presto non avrai più spazio per te… – Non butto via niente e non cambio nulla, – rispondeva Nina – nessun lavoro serve qui. – Ma come no? Guarda il tuo ingresso! Quella carta da parati avrà cento anni! Sembra una cantina. E tutta questa roba ti risucchia l’energia, potresti star male, – la convinceva Natasha. Ma Nina niente, sempre a protestare. Allora Natasha decise: farò tutto di sorpresa! Così vedrà la differenza. Scelse l’ingresso, dove c’era poca roba, durante un turno di notte di Nina, una settimana prima di Capodanno. Natasha e il fidanzato cambiarono la carta da parati: dai muri scuri e goffi a pareti color salvia e oro. Riposizionarono tutto (con le cose di Nina non se la sentì di toccare troppo) e se ne andarono. Nina, ignara, tornò a casa, uscì di colpo. Pensava di aver sbagliato porta. Controllò: era quella giusta… Rientrò. Capì tutto. Natasha! Come ha osato?! Chiamò subito la sorella e gliene disse quattro, poi buttò giù. Dopo mezz’ora Natasha si presentò: – Ma chi te l’ha chiesto?! – Nina la aggredì. – Nina cara, volevo solo farti una sorpresa… Guarda che bello, pulito, chiaro, spazioso! – si giustificava Natasha. – Non ti permettere di fare la padrona a casa mia! – Nina non riusciva a fermarsi. Parole pesanti ferivano Natasha. Alla fine lei scoppiò: – Basta! Rimani pure nella tua discarica. Non mi vedrai mai più qui dentro! – La verità ti dà fastidio, eh? Scappi? – Mi dispiace per te – disse Natasha piano, e andò via… Da una settimana nessuna le aveva mai viste così in rotta. E ormai manca poco a Capodanno. Possibile che lo passeranno da sole? Nina si sedette sull’attenti. “In effetti è più spazioso, – pensò. E immaginò Natasha e Sasha mentre lavoravano. Niente grinze, tutto perfetto, e pensavano alla mia reazione… Ma che ci voleva? È molto meglio così. Più luce. E anche l’animo è più leggero. Forse aveva ragione Natasha?” D’improvviso il telefono squillò… – Nina, – Natasha piangeva – perdonami… non volevo farti male. Solo farti contenta… – Ma cosa dici, piccola mia, non sono più arrabbiata da tempo… non hai nulla da farti perdonare: hai ragione, e la carta è bellissima. E dopo le feste cominciamo a sistemare tutto il resto. Se per te va bene. – Certo che va bene! Ti aiuto volentieri! E oggi? Proprio oggi… non so come potrei passare il Capodanno senza di te… – Nemmeno io… – Allora preparati – esclamò Natasha – da noi è tutto pronto: abete vero, luci, candele, come piace a te! E stai tranquilla: ho cucinato tutto io. Ti conosco: altrimenti ti metteresti a fare la spesa. Io speravo proprio che facessimo pace, così il Capodanno lo passiamo insieme. Preparati con calma. Sasha passa a prenderti. Nina tornò alla finestra. Ora guardava la città illuminata con occhi diversi. Pensava solo una cosa: “Grazie mamma… per avermi dato una sorella…”
Come ha potuto farlo?! Senza chiedere! Senza nemmeno consultarmi! Bisogna proprio avere coraggio: entrare
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0108
„Ho aiutato una coppia di anziani con una gomma a terra sull’autostrada – una settimana dopo, la mia vita è cambiata completamente.”
Ho fermato lauto sulla A4, avvolta da una coltre di neve, per aiutare una coppia anziana con una gomma
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0129
In cerca dell’amante perfetta: quando tua moglie ti manda a cercare una fidanzata (tra sessioni di corsa, foto per siti d’incontri e lezioni di seduzione all’italiana)
IN CERCA DELLAMANTE Claudia, che succede? sbarrò gli occhi mio moglie mentre mi porgeva i pantaloncini
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0595
Papà, per favore… oggi non venire a scuola, va bene?
Papà, per favore… non venire a scuola oggi, va bene? Perché, Angelina? Non vuoi vedermi mentre
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0127
La mia sorella milionaria mi ha trovato senza tetto sotto un ponte. Mi ha regalato un appartamento e 5 milioni di euro. Poi sono arrivati loro…
Caro diario, a settantadue anni mi ritrovo di nuovo a tremare sotto un ponte, il cappotto ormai bagnato
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0831
— E tu chi sei per dirmi cosa fare! — Zia Pina scagliò lo straccio in faccia alla nuora. — Vivi a casa mia e mangi il mio cibo! Tamara si asciugò il viso, strinse i pugni. Sposata solo da tre mesi, e ogni giorno sembrava una guerra. — Pulisco i pavimenti, cucino, lavo! Cosa volete ancora? — Voglio che chiudi la bocca! Sei solo una sbandata, arrivata con una figlia che non è nemmeno del mio sangue! La piccola Elena spuntò impaurita dalla porta. Quattro anni appena, ma già sapeva che la nonna era cattiva. — Mamma, basta! — Stefano entrò, sporco di lavoro. — Cos’è successo stavolta? — Eh! Tua moglie mi risponde male! Le dico che la minestra è salata e lei mi risponde a tono! — La minestra è buona, — rispose stanca Tamara. — Ce l’avete proprio con me. — Hai sentito? — Zia Pina indicò Tamara. — Dicono che sono io che cerco rogna. A casa mia! Stefano si avvicinò alla moglie e la abbracciò. — Mamma, basta. Tamara si spacca la schiena per la casa e tu sai solo lamentarti. — Davvero! Adesso anche tu sei contro tua madre! Ti ho cresciuto, ti ho dato da mangiare, e guarda come mi ripaghi! La vecchia uscì sbattendo la porta. In cucina calò il silenzio. — Scusami, — sussurrò Stefano accarezzando Tamara. — Con l’età è diventata davvero insopportabile. — Stefano, forse dovremmo prendere almeno una stanza in affitto? — E con che soldi? Faccio il trattorista, mica il direttore… Arriviamo appena a fine mese. Tamara si strinse a suo marito. Bravo ragazzo, buono e lavoratore. Ma la madre era un vero inferno. Si erano conosciuti alla sagra del paese. Tamara vendeva calzettoni fatti a mano, Stefano ne comprava per l’inverno. Si erano messi a parlare. Lui non si era mai fatto problemi che Tamara avesse una figlia: “A me i bambini piacciono.” Fecero un matrimonio semplice. Da subito Zia Pina non sopportò la nuora: giovane, bella, laureata in economia; suo figlio, invece, solo trattorista. — Mamma, vieni a tavola, — Elena la tirò per la gonna. — Adesso, piccolina. A cena, Zia Pina allontanò rumorosamente il piatto. — Impossibile da mangiare. Sembra roba per i porci. — Mamma! — Stefano batté il pugno sul tavolo. — Basta! — Basta cosa? Dico solo la verità! Guarda invece che brava è tua sorella Chiara! Non come questa qui! Chiara era la figlia di Zia Pina. Viveva in città, tornava a casa una volta l’anno. La casa era intestata a lei, anche se non ci viveva. — Se non vi piace come cucino, fate voi, — disse tranquilla Tamara. — Ah, adesso! — La suocera si alzò come una furia. — Adesso la sistemo io! — Basta! — Stefano si mise tra loro. — O la smetti o noi ce ne andiamo. Subito. — Dove andate? A dormire per strada? Questa casa mica è vostra! Aveva ragione. La casa era di Chiara. Loro vivevano lì per gentile concessione. *** Un Fardello Prezioso Quella notte Tamara non riusciva a dormire. Stefano la abbracciava e sussurrava: — Abbi pazienza, amore. Appena posso compro un trattore. Lavoro in proprio e ci prendiamo casa nostra. — Stefano, costa troppo… — Troverò un vecchio trattore, lo sistemo. So come si fa. Tu credi in me. La mattina Tamara si svegliò con la nausea. Corse in bagno. Era forse… Il test mostrò due linee. — Stefano! — entrò in camera. — Guarda! Lui, ancora assonnato, vide il test e poi la prese tra le braccia, facendola girare. — Tamara! Amore mio! Avremo un bambino! — Shhh! Tua madre ci sente! Ma ormai era tardi. Zia Pina era già sulla porta. — Cos’è tutto questo chiasso? — Mamma, aspettiamo un bambino! — Stefano era raggiante. La suocera strinse le labbra. — E dove pensate di andare a vivere? Qui siamo già stretti. Se torna Chiara vi caccia. — Non ci caccia di sicuro! — ribatté Stefano. — Questa è casa mia anch’io! — Casa sua! L’ho intestata a Chiara, dimentichi? Tu qui sei solo ospite. La gioia si spense in un attimo. Tamara si sedette sul letto. Dopo un mese, accadde il peggio. Tamara stava portando un secchio d’acqua pesante — la casa non aveva l’impianto — sentì una fitta improvvisa in basso. Macchie rosse sui pantaloni… — Stefano! — gridò. Aborto spontaneo. In ospedale dissero: troppo stress, troppo sforzo. Bisogna riposare. Ma che riposo poteva esserci con una suocera così? Tamara fissava il soffitto del reparto. Basta. Non ce la fa più. Non vuole più. — Me ne vado, — disse al telefono a un’amica. — Non ce la faccio. — E Stefano? Lui è buono… — Buono, sì. Ma la madre… lì dentro appassisco. Stefano arrivò dopo il lavoro. Sporco, stanco, con un mazzo di margherite di campo. — Tamara, perdonami. È colpa mia se non ti ho protetta. — Stefano, io lì dentro non ci voglio tornare. — Lo so. Prenderò un prestito. Affittiamo casa. — Ma non te lo danno, lo stipendio è basso. — Me lo danno. Ho trovato anche un secondo lavoro. Di notte in stalla. Di giorno col trattore, e di notte mungo le mucche. — Stefano, ti ammazzi così! — Meglio a pezzi che vederti così infelice. Dimisero Tamara una settimana dopo. Zia Pina la accolse con: — Visto? Non sei riuscita nemmeno a tenertelo. Tanto si vedeva che sei debole. Tamara passò oltre senza una parola. Non meritava più le sue lacrime. Stefano riprendeva a lavorare come un matto. Mattina col trattore, notte in stalla. Dormiva tre ore a notte. — Vado a lavorare anch’io, — disse Tamara. — In paese cercano una contabile. — Ma lì pagano niente. — Un po’ più un po’, si mette insieme. Iniziò a lavorare. Portava Elena all’asilo, poi in ufficio. La sera prendeva la bambina, cucinava, lavava. Zia Pina la punzecchiava ancora, ma Tamara ormai non la sentiva più. *** Una Casa Tutta Nostra e una Nuova Vita Stefano pensava solo al trattore. Ne trovò uno vecchio che volevano quasi regalare. — Prendi il prestito, — spinse Tamara. — Lo metti a posto, con quello lavoriamo. — E se non ci riesco? — Ci riuscirai. Sei un mago con le mani. Il prestito arrivò. Acquistarono il trattore, che sembrava solo un mucchio di ferraglia. — Che spettacolo! — rideva Zia Pina. — Avete comprato solo da buttare! Stefano lavorava in silenzio, notte e giorno, illuminandosi con una lampada appesa. — Vai a dormire, — le diceva Tamara. — Sei stanca. — Abbiamo iniziato insieme. Finiremo insieme. Ci vollero due mesi. I vicini ridevano di loro, dicevano che Stefano si era fatto fregare. Ma una mattina il trattore ruggì. Stefano saltava di gioia come un bambino. — Tamara! Ce l’abbiamo fatta! Lei lo abbracciò sotto il sole del cortile. — Lo sapevo! Ho sempre creduto in te! Il primo cliente voleva il campo arato. Il secondo, la legna trasportata. Ordini su ordini… finalmente soldi. E poi, di nuovo Tamara sentì la nausea del mattino. — Stefano, aspetto di nuovo… — Stavolta però niente lavori pesanti. Te lo prometto! Faccio tutto io! La trattava come una regina: guai a farle alzare persino un secchio. Zia Pina si rodeva per gelosia: — Delicata lei! Io tre figli e mai una lamentela! Questa si deve riposare! Ma Stefano era irremovibile. Al settimo mese arrivò Chiara, la sorella, con marito e progetti. — Mamma, la casa la vendiamo. Ci fanno una bella offerta. Vieni a vivere da noi in città. — E loro? — Zia Pina indicò Stefano e Tamara. — E loro? Che si arrangino. — Ma questa è casa mia! — esplose Stefano. — E quindi? La casa è mia. O te ne dimentichi? — Quando dobbiamo liberare tutto? — domandò tranquilla Tamara. — Tra un mese. Stefano ribolliva di rabbia, ma Tamara lo fermò. Quella sera, abbracciati, guardarono in silenzio verso la finestra. — E adesso? Tra poco arriva il bambino… — Qualcosa troviamo. L’importante è stare insieme. D’allora Stefano non si fermò un attimo. Il trattore lavorava più lui: in una settimana guadagnarono quanto un mese prima. Poi chiamò il signor Michele, un vecchio vicino di un paesino a dieci chilometri. — Stefano, vendo la casa. Un po’ vecchia ma solida. Vieni a vedere? Andarono. La casa era modesta ma aveva tre stanze, un forno, una stalla. — Quanto chiedi? Michele disse il prezzo. Loro avevano metà dei soldi. — Il resto in sei mesi, — propose Stefano. — Vai tranquillo. Mi fido di te. Tornarono a casa raggiante. Zia Pina li aspettava sulla soglia. — Dove siete stati? Chiara ha già pronto il contratto! — Benissimo, — rispose Tamara. — Noi traslochiamo. — Dove? State scherzando? Per strada? — Casa nostra. L’abbiamo comprata! La suocera rimase a bocca aperta. — Ma con che soldi? — Lavorando, — disse Stefano abbracciato a Tamara. — Mentre tu criticavi, noi lavoravamo. In due settimane fecero le valigie. Poche cose: cosa può essere tuo in una casa d’altri? Elena correva da una stanza all’altra, il cagnolino abbaiava nel cortile. — Mamma, è davvero nostra questa casa? — Nostra, amore. La nostra, per sempre. Zia Pina si presentò il giorno prima della partenza. — Stefano, ho pensato… magari vengo anch’io? In città fa caldo… — No, mamma. Tu la tua scelta l’hai fatta. Ora vai a vivere con Chiara. — Ma sono tua madre! — Una madre non chiama la nipote “estranea”. Addio. Chiuse la porta. Duro, ma giusto. Matteo nacque a marzo. Forte, sano, vivace. — Tutto suo padre! — rise l’ostetrica. Stefano reggeva il bimbo tremando d’emozione. — Grazie, Tamara. Di tutto. — No, grazie a te. Perché non ti sei arreso. Perché hai creduto in noi. La nuova casa prese vita piano piano. Piantarono l’orto, presero le galline. Il trattore, finalmente, portava guadagno. La sera sedevano sul portico: Elena giocava col cane, Matteo dormiva nella culla. — Lo sai, Stefano, — sussurrò Tamara, — sono felice. — Anch’io. — Ti ricordi com’era dura? Pensavo di non farcela. — Invece ci sei riuscita. Sei forte. — Siamo forti. Insieme. Il sole tramontava dietro il bosco. In casa profumo di pane e latte. Una casa vera. La loro casa. Dove nessuno ti umilia, ti caccia o ti dice che sei “l’estranea”. Una casa dove vivere, amare e crescere i figli. Dove essere finalmente felici. *** Cari lettori, in ogni famiglia ci sono prove da superare, e non sempre è facile. La storia di Tamara e Stefano è come uno specchio: possiamo rifletterci anche nelle nostre difficoltà e nella forza di andare avanti. Così si vive: dalle fatiche alla gioia, e poi ancora avanti, finché la vita non ci sorride. E voi, che ne pensate? Stefano ha fatto bene a sopportare la madre così a lungo, o era meglio tagliare subito e cercare la propria strada? E per voi, cosa rappresenta la vera casa: mura o calore familiare? Raccontateci i vostri pensieri: la vita è una scuola, e ogni lezione vale!
E tu chi sei per dirmi cosa devo fare! Zoya Petronilla ha scagliato lo straccio dritta in faccia alla nuora.
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Il mio angelo a quattro zampe: la storia di Ilaria e Cerbero, il cane che ha trasformato la paura in coraggio e le ha salvato la vita
Langelo peloso Giulia indietreggia con cautela, senza mai staccare lo sguardo dal gigantesco cane seduto
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IL PRIMO AMORE
PRIMA DAmore Luca aspettava con il cuore in gola, guardando di continuo lorologio e la porta dingresso
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03.5k.
NON SEI ARRIVATA IN TEMPO, MARINA! L’AEREO È PARTITO! E CON LUI SONO VOLATI VIA IL TUO INCARICO E IL TUO BONUS! SEI LICENZIATA! — urlava il capo al telefono, mentre Marina era bloccata nel traffico fissando un’auto ribaltata, da cui aveva appena salvato un bambino sconosciuto. Ha perso la carriera, ma ha trovato sé stessa. Marina era la perfetta soldatessa del corporate: a 35 anni già direttrice di zona, dura, precisa, sempre reperibile, la sua vita scandita al minuto da Google Calendar. Quella mattina aveva l’affare più importante dell’anno, un contratto con dei cinesi, e doveva essere in aeroporto alle 10:00. Partita in anticipo — era famosa per non fare mai tardi — viaggiava col suo nuovo SUV mentre ripassava la presentazione. Ma a cento metri davanti a lei una vecchia Panda ha sbandato, finendo capottata nella neve. Marina ha frenato di colpo: se si fosse fermata, avrebbe perso milioni e forse la carriera. Gli altri automobilisti passavano oltre, qualcuno filmava col cellulare, nessuno si fermava. Quando però ha visto una minuscola mano in un guanto premuta contro il vetro dell’auto, non ha esitato. Con i tacchi immersi nella neve, ha rotto il finestrino, salvato una bambina e aiutato un camionista a estrarre il padre, svenuto e ferito. L’auto ha preso fuoco un minuto dopo. Sporca e tremante abbracciando la piccola, ha ricevuto la chiamata fatale: il capo inorridito, la registrazione chiusa, il licenziamento fulmineo. Il giorno dopo, senza lavoro, con la reputazione a pezzi nella Milano degli affari, Marina si è chiesta mille volte perché si fosse fermata. Finché un mese dopo il papà di quella bambina la richiama: la ringraziano, la invitano per un caffè, le offrono un contatto. Un loro amico, un agricoltore un po’ fuori dal comune in Emilia, cerca un responsabile per mandare avanti l’azienda agricola: meno soldi, meno prestigio, però aria pulita, una casa e una nuova sfida. Marina — abituata ai tacchi, abiti eleganti e ristoranti stellati — si butta. Invece della scrivania lucida, trova una panca in legno; invece dell’Armani, jeans e stivali di gomma. Ma sistemando conti, logistica e bandi, rilancia la fattoria. Impara a fare il pane, a godersi il tramonto, ad accarezzare un vitellino appena nato. E una sera, tra gli acquirenti della fattoria, ricompare il vecchio capo in visita: la guarda dall’alto in basso e la schernisce, ma Marina questa volta sorride e basta. Nessun rimpianto: quella scelta di fermarsi aveva salvato due vite — e la sua. Aveva riscoperto la felicità vera. Morale: a volte perdere tutto è l’unico modo per trovare sé stessi. Carriera, soldi, prestigio: scenografie che possono andare in fumo in un attimo. Ma umanità, una vita salvata e una coscienza pulita restano per sempre. Non temere di cambiare strada se il cuore ti dice di fermarti: forse quello è il tuo vero punto di svolta.
NON CE L’HAI FATTA, GIULIA! LAEREO È PARTITO! E CON LUI SONO VOLATI VIA IL TUO RUOLO E IL TUO BONUS!
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L’amore dei genitori: tra regali speciali, risate in famiglia e quell’istinto che trasforma ogni mamma italiana in una leonessa pronta a tutto per i suoi bambini
Amore genitoriale. I bambini sono i fiori della vita, amava ripetere mia madre. E mio padre, ridendo
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Un Tocco Leggero di Maniche
Con lavvicinarsi del Capodanno SofiaBianchi si sentiva come una bambina che ha appena scoperto il profumo
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Tutti i mezzi sono leciti La famiglia al completo si riunisce, ufficialmente per una tranquilla cena, ma in realtà per tensioni legate all’eredità. Mentre Lyuba, figlia della nonna Tosca e madre di Katia e Artemio, conta con ansia le pensioni nascoste nelle stoffe della nonna – ormai incapace di badare a sé stessa – scoppia il dramma: diecimila euro scompaiono misteriosamente. Mentre i sospetti si fanno strada tra i parenti, gli animi si accendono e l’accusa ricade su Katia, la nipote devota e sempre presente, quando dalla sua borsa saltano fuori le banconote segnate. Nonostante le negazioni disperate di Katia e il gelo della madre, è il fratello Artemio a cogliere il momento per spingerla fuori di casa, incolpandola pubblicamente – ma dietro l’apparenza della rispettabilità familiare si cela un complotto studiato ad arte per eliminare ogni rivale nell’eredità, perché, nella lotta per il lascito della nonna Tosca, tutti i mezzi sono leciti.
Tutti i mezzi sono leciti I parenti si erano riuniti al completo. Il motivo dellincontro, come spesso
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E si dice anche che porti felicità alle persone
Ciao cara, devo raccontarti una serata pazza che è capitata laltro giorno. Valentina tornava dalla casa