Diario di Giulia Rossi Per due anni, sono stata soltanto l’infermiera della madre di mio marito.
La mia ex moglie voleva citarmi in giudizio per metà della casa, ma non si aspettava che avessi previsto tutto.
Oggi mi sono svegliata con il ricordo di quella giornata in cui Ginevra, la giovane madre, si è sistemata
– Ci fermeremo da te per un po’, perché non abbiamo soldi per affittare una casa! – Mi ha detto la mia amica.
Sono una donna molto attiva. Nonostante ho 65 anni, continuo a visitare tanti luoghi e ad incontrare persone interessanti. Ricordo con gioia e malinconia la mia gioventù. Allora si potevano trascorrere le vacanze dove si voleva! Si poteva andare al mare. Si poteva andare in campeggio con amici e conoscenti. Si poteva fare una gita in barca su qualsiasi fiume. E tutto questo si faceva con pochi soldi.
Purtroppo, tutto questo appartiene ormai al passato. Ho sempre amato conoscere persone diverse. Ne incontravo in spiaggia, a teatro. Con molti degli amici di allora ho mantenuto i rapporti per tanti anni.
Un giorno conobbi una donna di nome Sara. Abbiamo soggiornato nella stessa pensione durante le vacanze e siamo diventate amiche. Passarono alcuni anni e qualche volta ci scrivevamo delle lettere.
Poi un giorno ricevetti un telegramma. Era anonimo. Diceva solo: “Alle tre di notte arriva il treno. Vieni a incontrarmi!”.
Non capivo chi potesse avermi mandato un telegramma così. Ovviamente mio marito ed io non siamo andati da nessuna parte. Ma verso le quattro del mattino qualcuno suonò alla nostra porta. Apro e resto paralizzata dalla sorpresa. Sulla soglia c’erano Sara, due ragazze adolescenti, la nonna e un uomo. Avevano una montagna di bagagli. Mio marito ed io eravamo sbalorditi. Ma alla fine lasciammo entrare gli ospiti inattesi. E Sara mi chiese:
– “Perché non sei venuta a incontrarci? Ti ho mandato un telegramma! E comunque, è costato!”
– Mi dispiace, ma non sapevamo chi lo avesse inviato!
– Beh, mi hai dato il tuo indirizzo. Ecco, sono qui.
– Ma pensavo solo che ci saremmo scritte delle lettere, nient’altro!
Poi Sara mi raccontò che una delle ragazze aveva appena finito la scuola e voleva iscriversi all’università. Il resto della famiglia era venuto per sostenerla.
– Vivremo da te! Non abbiamo soldi per affittare una casa o andare in albergo!
Ero sconvolta. Non siamo neppure parenti. Perché dovrei permettere loro di vivere a casa mia? Dovevamo sfamare tutti tre volte al giorno. Avevano portato qualche cibo, ma non cucinavano mai. Mangiarono solo il nostro. E toccava a me occuparmi di tutti.
Non ce la facevo più, così dopo tre giorni chiesi a Sara e ai suoi di andarsene. Non mi importava dove.
Scoppiò una lite. Sara iniziò a rompere piatti e a urlare istericamente.
Ero semplicemente sotto choc. Poi Sara e la sua famiglia iniziarono a fare i bagagli. Riuscirono anche a rubarmi il mio accappatoio, alcuni asciugamani e, incredibilmente, persino una pentola grande. Non so come siano riusciti a portarla via. Ma la pentola era proprio sparita!
Così finì la nostra amicizia. Dio sia lodato! Non ho mai più avuto notizie di lei, né l’ho più rivista. Come si può essere così sfacciati!!!
Ora sono molto più cauta quando conosco nuove persone. Rimarremo da te per un po’, perché non abbiamo abbastanza soldi per affittare una casa!
I vicini decisero di mostrarci chi comandava nel palazzo. E senza alcun motivo. Era ormai passato un
Fu nella giornata del matrimonio di Lidia, la postina del piccolo borgo di San Felice, che si svolse.
*La luce del sole filtrava attraverso le tende, ma il suo sguardo mi gelava il sangue.* “
Il marito mi paragonava sempre a sua madre, così gli ho detto di fare le valigie e tornare da lei Hai
Mio suocero rimase letteralmente senza parole quando vide in che condizioni vivevamo Io e mio marito
Ma dai, Giulia, davvero… Martina fissava il mio vecchio vestito di lino con quellespressione di
Caro diario, Oggi ho pensato molto a Michele, il mio amico di vecchia data. Lo conosco sin dai tempi
Mentre tornavamo a casa dal mercato con mia madre, fui io a vederlo per primo. Non era sotto la panchina
Diario di Carlo, 31 dicembre Ma dove hai messo i tovaglioli? Ti avevo chiesto quelli con il disegno argentato
Caro diario, Oggi la vicina Marta ha smesso di venire a casa della mia cara nonna, la signora Vittoria
Dopo queste parole devo ancora stare qui a fingere che tutto vada bene, a sorridere? No, festeggiate
Ciao, ti racconto cosa è successo laltro giorno a casa nostra a Roma, proprio nel nostro appartamento
Quando Lucia tirò la corda che chiudeva il sacco, la stoffa si allentò lentamente, frusciando piano.
Caro diario, Quando mi sono sposata, pensavo di essere la donna più felice del mondo. Francesco era un
Caro diario, oggi è stata una di quelle giornate che mi hanno ricordato quanto possa essere difficile
I Monti della Sorte
Marco, avvocato di trentacinque anni, detestava il Capodanno. Per lui non era una festa, ma una vera e propria maratona.
Frenesia, ricerca del “regalo perfetto” per colleghi che sopportava a malapena e, ovviamente, la cena aziendale. Quest’anno, lo studio per cui lavora ha deciso di fare le cose in grande e ha affittato un intero club fuori città.
Marco stava guidando la sua impeccabile auto nera, ascoltando un podcast sulle novità fiscali, e mentalmente ripassava il piano: restare un’ora, bere un bicchiere di spumante, scambiare due parole di circostanza con il capo e svignarsela di soppiatto verso casa.
Quando arriva, il club già pullula come un alveare sconvolto. Ovunque colleghi in abiti sgargianti che ridono troppo forte, creando l’atmosfera.
Marco prende il suo bicchiere, si piazza in disparte come una sentinella e osserva quella giostra di allegria artefatta. Si sente un alieno atterrato su un pianeta dove l’unica legge è: essere felici su comando.
***
Poi la nota. Una sconosciuta, non la più appariscente né la più rumorosa. Se ne stava vicino alla finestra, un po’ in disparte, a guardare la bufera di neve fuori.
Indossava un semplice vestito blu scuro e teneva in mano un bicchiere di succo. Non sembrava affatto triste o sola. Piuttosto, immersa nei propri pensieri.
Marco si accorse che lei aveva l’aspetto che lui sentiva dentro.
– Brutto tempo per tornare indietro, – fu tutto ciò che gli venne da dirle avvicinandosi.
Lei si voltò e gli sorrise. Un sorriso vero, non di circostanza.
– Ma che spettacolo là fuori! – replicò lei, indicando la finestra. – Quando la città è coperta dalla neve, sembra che tutti i problemi spariscano.
Marco rimase spiazzato. Non se l’aspettava.
– Marco, – si presentò.
– Elena, – rispose lei stringendogli la mano – della contabilità, credo ci siamo incrociati un paio di volte in ascensore.
Calarono in silenzio, ma era un silenzio confortevole, quasi rassicurante.
La bufera s’intensificava. Dagli altoparlanti annunciarono che le strade erano bloccate e che tutti dovevano restare fino al mattino seguente.
Nel salone si diffuse un misto di panico e delusione.
Marco pensò subito al suo piano andato in fumo.
– Allora, avvocato, pronto per una notte in branda? – ironizzò Elena.
– Il mio lavoro non mi ha preparato a questo, – rispose lui ridendo. – E lei?
– Ho sempre con me un buon caricabatterie e un libro. Sono pronta a tutto, – sussurrò Elena con un sorriso.
Quella sera, senza più scuse né maschere, iniziarono a parlare davvero.
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Emersero segreti mai raccontati: lei adorava i vecchi film in bianco e nero, lui li detestava ma promise di guardarne uno se lei gli avesse spiegato la magia. Lui sognava di mollare tutto e aprire una caffetteria, lei dipingeva in segreto ad acquarello senza aver mai mostrato i suoi quadri a nessuno.
Si ritrovarono in un angolo, ignorando la festa, a bere tè caldo dal termos portato da lei, non spumante.
Lei gli raccontò del suo gatto innamorato dei fiocchi di neve; lui della nonna che gli insegnava a fare il pan di zenzero.
Allo scoccare della mezzanotte, niente urla festose; solo uno sguardo.
– Buon anno, Marco, – sussurrò Elena.
– Buon anno, Elena, – rispose lui.
Quella notte dormirono non nelle camere lussuose, ma su due brandine preparate per gli “sommersi” dalla bufera, uno accanto all’altra, a chiacchierare sottovoce fino all’alba.
Al mattino, con le strade ormai libere, uscirono. Il mondo era bianco, pulito, silenzioso. Il sole accecante si rifletteva sui cumuli di neve.
– E adesso? – chiese Marco.
– Prendo l’autobus. Vado a casa.
– …Posso accompagnarla in macchina.
Elena lo guardò e nei suoi occhi brillava un sorriso.
– E se ti dicessi che mi piace questo mondo ovattato e vorrei andare a piedi fino alla fermata?
Marco capì che quella serata non era stata un caso.
Era l’inizio di qualcosa di nuovo, e soprattutto, vero.
– Allora verrò con te, – disse sicuro.
E si incamminarono nella neve fresca, insieme, nel primo giorno dell’anno nuovo, lasciando dietro di loro impronte che conducevano verso un futuro sconosciuto e luminoso.
Quasi da crederci… Cumuli del destino Riccardo, avvocato di trentacinque anni, aveva sempre detestato il Capodanno.
Qualche giorno fa sono passato da mia zia per consegnarle dei documenti. Di solito ci vediamo solo a
Zio, porta via la mia sorellina. Non ha mangiato nulla da giorni esclamò il piccolo, la voce spezzata
«Parto per le vacanze, non ho intenzione di fare da babysitter a nessuno!». La suocera mi ha lasciata
Non ti sei meritata Dopo il divorzio, ero sicuro che non avrei più saputo fidarmi di nessuno raccontavo
Quella mattina mi trovò sullo stesso bordo del letto dove mi ero addormentata la sera prima.