Papà della Domenica

Da domenica a domenica Paolo semplicemente sopravviveva. Sei giorni vuoti, poi un giorno per vivere. E anche quel giorno era scandito da telefonate e da un programma scritto che lex moglie, Elena, aveva stabilito due anni prima: dalle dieci alle diciotto. Niente ritardi. Niente fast food. Niente regali “senza motivo”. Perché lui, Paolo, era solo una funzione. Un papà della domenica.

La figlia, Chiara, lo aspettava sempre sotto casa, il viso di pietra da ufficiale della disciplina. Nei suoi occhi cera sempre scritto: “Sei in ritardo di due minuti” oppure: “Oggi era previsto il cinema”.

Andavano al cinema, al parco, in una caffetteria. Parlavano di scuola, di film, dei suoi amici. Mai di Elena. Mai di quello che succedeva dopo le sei, quando la riportava a casa e Chiara, senza voltarsi, entrava nellascensore, dalla mamma e dal nuovo marito, Stefano.

Stefano era il “vero” padre. Viveva con loro. Aiutava con i compiti. Portava Chiara in campagna nei fine settimana. Avevano battute loro, foto sui social insieme. Paolo osservava quelle fotografie di notte, di nascosto, e sentiva di rubare una vita che non era più la sua.

Cercava di comprimere tutta la sua paternità nellarco di otto ore, tutta la tenerezza accumulata in una settimana. Non ci riusciva: sembrava forzato, sbagliato.

Con goffaggine domandava:

Ti serve qualcosa?

Chiara lo guardava, scrollando le spalle:

Ho tutto.

Quel “ho tutto” pesava più di qualsiasi altra parola. Diceva: “Ho una casa”. E tu sei solo un surplus.

***

Tutto crollò un martedì.

Elena chiamò. La sua voce, di solito ferma e decisa, era spezzata, sottile.

Paolo riguarda Chiara. Le hanno trovato una sospetta massa. Potrebbe essere maligna. Serve unoperazione difficile. Costosa.

Il mondo si strinse attorno alla cornetta. Poi, Elena, radunando le forze, parlò dei soldi. Avevano risparmi, lei e Stefano, ma non bastavano. Stavano vendendo la macchina. Cercavano altre soluzioni. Non chiedeva. Informava. Come si fa con qualcuno che porta lo stesso fardello.

Paolo lasciò tutto. Corse allospedale. Vedeva Chiara, piccola e impaurita in pigiama ospedaliero. Il cuore gli si spezzò.

Stefano era seduto accanto a lei. Le teneva la mano, le parlava sottovoce. Chiara lo guardava, cercando conforto nei suoi occhi.

Paolo rimaneva sulla soglia, superfluo. “Papà della domenica”, inutile nel giorno feriale.

Papà sorrise Chiara, debolmente.

Quel “papà” fu come un salvagente. Paolo si avvicinò, la carezzò impacciato sulla testa:

Andrà tutto bene, amore mio.

Parole vuote, di circostanza

Elena, nel corridoio, guardava fuori dalla finestra. Disse, senza voltarsi:

I soldi se puoi.

Lui poteva.

Aveva ununica cosa preziosa: una chitarra Gibson del 72, da collezione.

Il sogno della gioventù, comprato a caro prezzo.

La vendette per la metà del suo valore, in fretta. Trasferì i soldi a Elena, senza firmare. Non aveva bisogno di ringraziamenti. Non voleva che Chiara pensasse che lamore si misura in euro. Che lo creda Stefano, lui ha il diritto di essere eroe. Paolo quel diritto non ce lha. Solo il dovere.

***

Loperazione era fissata per giovedì. Il mercoledì sera, Paolo andò in ospedale, incapace di stare a casa.

In stanza cera Elena. Stefano era uscito per delle pratiche. Chiara giaceva col volto tranquillo, ma non dormiva.

Mamma, disse piano, puoi dire a quel medico che è venuto stamattina di non raccontare barzellette? Non sono divertenti.

Va bene, rispose Elena.

E chiedi a papà Stefano di non leggere le cose sulle aziende. Mi annoiano.

Daccordo.

Paolo, dietro la tenda, per qualche istante non ebbe il coraggio di entrare. Sentì Chiara che faceva silenzio, poi più sommessa:

E puoi chiedere al mio papà di venire? Solo per stare qui. In silenzio. E di leggere. Come prima “Lo Hobbit”.

Paolo rimase di sasso. Il cuore doveva essere nel petto, ma sembrava salire in gola.

“Come prima”

***

Era prima del divorzio. Ogni sera le leggeva una pagina, cambiando le voci di nani ed elfi.

Elena, nel corridoio, lo vide e annuì verso la stanza:

Entra, ma non restare troppo. Ha bisogno di riposo.

Entrò, si sedette accanto al letto. Chiara aprì gli occhi:

Ciao, papà.

Ciao, tesoro. “Lo Hobbit”?

Sì.

Paolo non aveva il libro. Trovò il testo sul telefono. Cominciò a leggere.

A voce bassa, monotona, saltando frasi, confondendo le parole. Non cambiava le voci. Leggeva. Gli occhi si offuscavano, le lettere si mescolavano. Sentiva la mano della figlia indebolirsi nella sua.

Lesse, forse per unora. Forse due. Finché la voce divenne roca, quasi scomparve. E capì che Chiara dormiva. Cercò di liberarsi la mano, ma lei la strinse ancora di più.

E allora, guardando quel volto esausto che dormiva, Paolo si concesse ciò che non aveva mai osato. Si chinò e, in un sussurro rivolto solo alle pareti, disse:

Perdonami, Chiara. Per tutto. Ti voglio bene. Tieni duro. Tieni duro per me. Per il tuo papà della domenica.

Non sapeva se lei lo avesse sentito. Sperava di no.

***

Loperazione durò a lungo. Paolo seduto nel corridoio, di fronte a Elena e Stefano. Loro erano insieme.

Lui, solo.

Ma quella solitudine era diversa, ora. Era piena di letture soffuse e della dolcezza della mano di sua figlia, tra le sue dita.

Quando i medici uscirono, dissero che era andata bene, la massa era benigna, Elena si sciolse in lacrime, appoggiandosi alla spalla di Stefano.

Paolo si alzò, si avvicinò alla finestra. Si strinse i pugni, per non gridare dalla gioia.

***

Chiara migliorava. Dopo una settimana, la trasferirono in una stanza normale.

Stefano, come il “vero” padre, si affaccendava tra medici e faccende.

Paolo passava ogni sera. Leggeva. Restava in silenzio. A volte insieme guardavano un telefilm.

Una sera, mentre se ne stava andando, Chiara lo fermò.

Papà.

Sono qui.

Lo so che sei stato tu. I soldi La mamma non ha detto niente, ma ho sentito che litigava con Stefano. Lui voleva vendere la sua quota, lei urlava che non poteva, che avevi già dato tutto, hai venduto la tua chitarra.

Lui non rispose.

Perché? chiese lei. Noi non siamo con te

Voi siete la mia famiglia, la bloccò Paolo, non si discute.

Chiara lo fissò a lungo. Poi allungò la mano. Su di essa una vecchia, malconcia, piccola cartolina. Con lettere infantili: “Al mio papà, da Chiara”.

Laveva fatta sette anni prima

Lho trovata in un libro vecchio, quando sono tornata a casa per il weekend. Prendila. Così non perdi le pagine

Paolo la prese. La cartolina era ancora calda della mano di sua figlia.

Papà, disse di nuovo Chiara, la voce ferma, adulta. Tu non sei solo la domenica. Tu ci sei per sempre. Hai capito?

Non riuscì a parlare. Solo annuì, stringendo la cartolina nel pugno.

Poi uscì precipitosamente. Perché un uomo, anche papà della domenica, non piange davanti alla figlia

Si impazzisce di gioia e dolore, nascosto da qualche parte, affondando il viso in una vecchia cartolina, chiave del passato che ora è diventato il presente più vero.

***

La domenica seguente, Paolo arrivò non alle dieci, ma alle nove. E se ne andò molto più tardi delle sei.

Lui e Chiara guardavano in silenzio la città addormentata dalla finestra. Senza programmi.

Solo perché lui è il papà di Chiara.

Per semprePaolo aveva sempre creduto che il tempo insieme fosse solo un bene prezioso da controllare, come una bottiglia dacqua nel deserto. Ma quella domenica, tra i silenzi e le luci che filtravano nella stanza, Chiara appoggiò la testa sulla sua spalla, senza dire nulla. Nessun controllo, nessun programma, nessun limite.

Paolo notò che il telefono, usato per leggere, era spento. Non serviva più. Si limitò a stare, ad ascoltare i respiri di sua figlia, a sentire come tutto quello che era mancato prima, fosse tornato in quella calma.

Dalla strada, saliva il rumore della città. Paolo pensò che, forse, la vita non gli aveva tolto una figlia, non gli aveva tolto il diritto di essere padre. Aveva solo rimesso tutto davanti a una finestra aperta, come in un nuovo spartito, dove le note che mancavano non erano altro che pause, e le pause, finalmente, erano musica.

Chiara sorrise, lieve, e sussurrò:

Papà, oggi è domenica? O è un altro giorno?

Lui la guardò, e seppe cosa rispondere.

Oggi è tutti i giorni.

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