Papà della Domenica

Il papà della domenica

Da una domenica allaltra, Paolo semplicemente sopravviveva. Sei giorni di vuoto e poi uno solo in cui si sentiva vivo. E anche quel giorno era segnato da telefonate e orari stabiliti dallex moglie, Elena, già due anni prima. Dalle dieci alle sei. Vietato fare tardi. Niente fast food. Vietato regalare qualcosa così, senza motivo. Perché lui, Paolo, era solo una funzione. Il papà della domenica.

La figlia, Caterina, lo attendeva al portone con la faccia seria di chi controlla il rispetto delle regole. Nei suoi occhi si leggeva: Sei in ritardo di due minuti oppure Oggi il programma prevede cinema.

Trascorrevano le ore in sala, al parco, al bar. Parlavano di scuola, di film, dei suoi amici. Mai di Elena. Mai di ciò che succedeva dopo le sei, quando Paolo la riaccompagnava sotto casa, e Cate, senza voltarsi, si avviava verso il portone, dalla mamma e dal nuovo marito, Davide.

Davide era il vero papà. Viveva con loro. Aiutava con i compiti. Nei fine settimana la portava nella casa di campagna. Caterina aveva con lui battute private e foto insieme sui social. Paolo guardava quelle immagini di notte, di nascosto, e si sentiva come se rubasse una vita non sua.

Cercava di condensare tutta la sua paternità nelle otto ore concesse. Era goffo, forzato, faticoso.

Chiedeva con impaccio:

Hai bisogno di qualcosa, tesoro?

Cate scrollava le spalle:

Ho tutto.

E quel ho tutto era più duro di qualsiasi rabbia. Significava: ho una casa. Tu sei solo un extra.

***

Tutto crollò un martedì.

Elena chiamò. La sua voce, di solito decisa e fredda, era stanca, fragile.

Paolo riguardo Caterina. Le hanno sospettano un tumore. Maligno. Serve un intervento complicato, costoso.

Il mondo si restringeva al punto nel telefono. Elena, ricomponendosi, precisò i soldi. Lei e Davide avevano dei risparmi, ma non abbastanza. Stavano vendendo la macchina. Cercavano soluzioni. Non chiedeva aiuto. Informava, da partner del dolore.

Paolo lasciò tutto. Corse in ospedale. Vide Caterina, piccola, impaurita, con il pigiama azzurro dei ricoverati. Il cuore si spezzò.

Accanto a lei, seduto, cera Davide. Le teneva la mano, parlava piano. Cate cercava conforto nei suoi occhi.

Paolo rimase sulla soglia, fuori posto. Il papà della domenica, nel giorno feriale, era di troppo.

Papà Caterina gli sorrise appena.

Quel papà fu come un salvagente. Si avvicinò ma riuscì solo ad accarezzarle la testa, impacciato:

Andrà tutto bene, amore.

Parole vuote, da copione.

Elena era nel corridoio, appoggiata al vetro. Disse:

I soldi se puoi.

Paolo poteva.

Aveva ununica cosa preziosa: una chitarra Gibson, del 1972.

Il sogno della sua giovinezza, pagato caro.

La vendette per la metà del valore, solo per fare presto. Mandò i soldi a Elena, anonimamente. Non voleva ringraziamenti. Non voleva che Cate pensasse che lamore si misura in euro. Meglio credere che fosse stato Davide a sistemare tutto. Davide aveva il diritto di essere eroe. Paolo no. Lui aveva solo il dovere.

***

Loperazione era giovedì. Mercoledì sera andò in ospedale, incapace di restare a casa.

In stanza cera Elena. Davide era andato via. Cate stava a occhi chiusi, sveglia.

Mamma, disse piano chiedi a quel medico quello che è venuto stamattina di non raccontare barzellette. Sono brutte.

Va bene, rispose Elena.

E chiedi a papà Davide di non leggermi cose sui business. Noiosissime.

Lo farò.

Paolo, dietro la tenda, non osava entrare. Sentì il silenzio di Cate, poi la sua voce, ancora più bassa:

E il mio papà digli di venire. Solo per stare qui. In silenzio. E se legge come una volta. Lo Hobbit.

Paolo si fermò. Il cuore tamburellava in gola.

Come una volta

***

Accadeva prima del divorzio. Leggeva per lei, cambiando la voce tra nani ed elfi.

Elena uscì nel corridoio, lo vide e fece cenno verso la stanza:

Vai. Ma non troppo tempo. Deve riposare.

Entrò, si sedette accanto al letto. Cate aprì gli occhi.

Ciao, papà.

Ciao, tesoro. Lo Hobbit?

Sì.

Paolo non aveva il libro. Lo trovò sul cellulare e iniziò a leggere.

A bassa voce, monotono, saltando parole, confondendosi. Non cambiava le voci. Solo leggeva. Gli occhi si appannavano, le lettere si confondevano. Sentiva la mano della figlia sempre più debole nella sua.

Continuò a leggere, forse per unora, forse due, finché la voce si fece roca. Finché si accorse che Caterina dormiva. Cercò di togliere la mano, ma lei la strinse ancora di più.

E allora, guardando quel volto stanco e sereno, fece quel che non aveva mai fatto. Si chinò e, con un sussurro che udirono solo le mura della stanza, disse:

Perdonami, amore. Per tutto. Ti voglio bene. Devi resistere. Per me, il tuo papà della domenica.

Non sapeva se lei lavesse sentito. Sperava di no.

***

Lintervento fu lungo. Paolo aspettava in corridoio, davanti a Elena e Davide. Loro insieme. Lui solo.

Ma adesso la solitudine era piena. Era fatta di letture silenziose e della fragile ma calda mano di Caterina nella sua.

Quando i medici uscirono e dissero che era andato tutto bene, che il tumore era benigno, Elena pianse, appoggiandosi a Davide.

Paolo si alzò, andò verso la finestra. Serrò i pugni per non urlare dalla gioia.

***

Caterina migliorò. Dopo una settimana la portarono in una stanza comune.

Davide, come ogni vero papà, si occupava dei medici e delle questioni pratiche.

Paolo veniva ogni sera. Leggeva. Silenzioso. A volte guardavano una serie insieme.

Una sera, mentre stava per andarsene, Cate lo fermò.

Papà.

Eccomi.

Lo so che sei stato tu. I soldi La mamma non diceva niente, ma ho sentito mentre litigava con Davide. Lui voleva vendere la sua quota in azienda, la mamma urlava che non poteva, che tu avevi già dato tutto, che hai venduto la chitarra.

Paolo rimase zitto.

Perché? domandò lei. Noi non siamo più insieme

Siete la mia famiglia, rispose lui, non cè niente da discutere.

Cate lo fissò a lungo. Poi allungò la mano. Su di essa, una vecchia, consumata marca-pagina di cartone. Sopra, con scrittura infantile, cera scritto: Al mio papà, da Cate.

Laveva fatta sette anni prima

Lho trovata in un libro vecchio, tornando a casa per il weekend. Tieni. Così non perdi il segno

Paolo prese il segnalibro. Era ancora caldo della sua mano.

Papà, disse Cate, fermo e maturo. Non sei di domenica. Sei per sempre. Capisci?

Lui non riuscì a parlarle. Annui, stringendo il cartoncino.

Poi uscì in fretta. Perché gli uomini, anche quelli della domenica, non piangono davanti alle figlie

Impazziscono di felicità e dolore, nascosti da qualche parte, stringendo il piccolo tesoro del passato che, in fondo, è il presente più reale.

***

La domenica successiva Paolo arrivò non alle dieci, ma alle nove. E rimase molto oltre le sei.

Con Caterina, guardava la città silenziosa fuori dalla finestra. Senza programmi.

Solo perché era il papà di Cate.

Per sempre.

E capì che la vera paternità non si misura nel tempo trascorso o nei gesti apparenti, ma in piccoli segni che restano. Quelli che nessuno può togliere, perché appartengono al cuore.

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