Papà della Domenica

Il papà della domenica

Da una domenica allaltra, io, Paolo, semplicemente trascinavo i giorni. Sei giorni di vuoto, poi uno soltanto in cui sentivo di vivere. E persino quella giornata era organizzata al secondo, tra telefonate e lorario deciso dalla mia ex moglie, Elena, due anni fa: dalle dieci alle diciotto. Nessun ritardo. Niente panini o pizze da asporto. Vietati i regali senza motivo. Perché io ero una funzione, una specie di accessorio: il papà della domenica.

Mia figlia, Caterina, mi aspettava davanti al portone con la faccia seria di chi sta facendo il proprio dovere. Nei suoi occhi riuscivo sempre a leggere: Sei in ritardo di due minuti oppure Oggi cè cinema, secondo il programma.

Andavamo al cinema, al parco, prendevamo un gelato nel bar accanto al fiume. Parlavamo della scuola, dei film, dei suoi amici. Mai di Elena. Mai di ciò che succedeva dopo le sei, quando la riportavo a casa e Caterina, senza voltarsi, entrava nel portone, verso la mamma e verso il nuovo marito di lei, Domenico.

Lui era il vero papà. Viveva con loro, la aiutava con i compiti, nei weekend la portava alla loro casa in campagna in Toscana. Avevano battute in comune, selfie pubblicati sui social. Io guardavo quelle foto di notte, di nascosto, sentendomi come uno spettatore che ruba uno scorcio di vita che non gli appartiene.

In quei pochi incontri domenicali cercavo di riversare tutto lamore paterno che mi era mancato nella settimana. Ma riusciva sempre tutto forzato, artificiale.

Chiedevo, goffamente:

Ti serve qualcosa?

Caterina stringeva le spalle:

Ho già tutto.

E quel ho tutto faceva più male di qualsiasi offesa. Voleva dire: ho una casa, ho tutto ciò che mi serve. Tu, papà, sei superfluo.

***

Poi tutto crollò di martedì.

Mi chiamò Elena. La sua voce, di solito ferma e sicura, era stanca, sottile.

Paolo riguarda Caterina. Le hanno trovato sospettano un tumore. Maligno. Serve unoperazione molto delicata. Costosa.

Il mondo mi si ridusse a un punto minuscolo nella cornetta del telefono. Poi Elena, riavuta la compostezza, cominciò a parlare di soldi. Lei e Domenico avevano dei risparmi, ma non bastavano. Stavano vendendo la macchina. Cercavano alternative. Non stava chiedendo aiuto, mi teneva semplicemente informato. Da partner della stessa sfortuna.

Ho lasciato tutto. Sono corso allospedale. Ho visto Caterina, piccola, fragile, nel pigiama dellospedale. Mi si è spezzato il cuore.

Vicino a lei, su una sedia, cera Domenico. Le teneva la mano e le parlava sottovoce. Caterina lo guardava cercando forza nei suoi occhi.

Io stavo in piedi, sulla soglia, fuori posto. Il papà della domenica in un giorno feriale era fuori tempo.

Papà mi ha sorriso debole Caterina.

Quel papà era come lultima ciambella di salvataggio. Mi sono avvicinato, lunica cosa che sono riuscito a fare è stata accarezzarle goffamente la testa:

Andrà tutto bene, stellina.

Parole vuote, di circostanza

Elena era nel corridoio, vicino alla finestra. Guardando fuori ha detto, quasi per dovere:

I soldi se puoi.

Potevo.

Avevo una sola vera ricchezza: la mia amata chitarra Gibson del 72, una chimera della mia gioventù, comprata con fatica.

Lho venduta in fretta, per metà del suo valore, pur di fare in fretta. Ho mandato i soldi ad Elena, senza firma. Non volevo ringraziamenti. Non volevo che Caterina pensasse che il mio amore si misurasse in euro. Che pensasse pure che fosse stato Domenico a risolvere tutto. Lui ha diritto di essere leroe. Io, Paolo, non ne ho. Io ho solo il mio dovere.

***

Loperazione era fissata per il giovedì. La sera prima sono tornato in ospedale, non riuscivo a stare solo a casa.

In stanza cera Elena. Domenico era uscito per alcune cose. Caterina era sdraiata, gli occhi chiusi, ma non dormiva.

Mamma disse sottovoce chiedi a quel dottore che è venuto stamattina di non raccontare barzellette. Non sono divertenti.

Daccordo, rispose Elena.

E chiedi a papà Dommi di non leggermi più quei libri sugli affari. Mi annoiano.

Glielo dirò.

Io, dietro la tenda, non trovavo il coraggio di entrare. Sentivo Caterina fare silenzio, poi ancora più piano:

E il mio papà digli di venire. Solo per stare qui, in silenzio. E se può leggere. Come faceva una volta. Lo Hobbit.

Mi sono bloccato. Il cuore sembrava in gola.

Come una volta

***

Era prima del divorzio. Le leggevo la notte, cambiando le voci ai nani e agli elfi.

Elena uscì in corridoio, mi vide e mi fece cenno di entrare:

Vai. Ma non troppo. Deve riposare.

Mi sono seduto accanto a lei. Caterina ha aperto gli occhi.

Ciao, papà.

Ciao, piccola. Hobbit?

Sì.

Non avevo il libro con me. Ho cercato il testo sul telefono. Ho iniziato a leggere.

A bassa voce, monotono, spesso inciampando, saltando parole. Né nani né elfi. Solo il racconto. Gli occhi mi si appannavano, le lettere mi sfuggivano. Sentivo la sua mano indebolirsi nella mia.

Ho letto, forse unora. O due. Finché la voce mi si è fatta roca. Finché non ho sentito che si era addormentata. Ho provato a sfilare la mano, ma Caterina, nel sonno, lha stretta ancora di più.

Allora, guardando il suo viso affaticato e limpido nel sonno, mi sono lasciato andare a qualcosa che non avevo mai fatto. Mi sono chinato e, con un sussurro che solo i muri potevano sentire, ho detto:

Perdonami, figlia mia. Per tutto. Ti voglio tanto bene. Resisti. Resisti anche per me. Per il tuo papà della domenica.

Non so se mi abbia sentito. Spero di no.

***

Loperazione durò tanto. Io ero in corridoio, di fronte a Elena e Domenico. Loro, insieme.

Io da solo.

Ma quella solitudine, adesso, non era più vuota. Era piena di silenziose letture e del calore leggero della mano di mia figlia nella mia.

Quando i medici uscirono e dissero che era andato tutto bene, che il tumore era benigno, Elena scoppiò a piangere sulla spalla di Domenico.

Io mi sono alzato, sono andato verso la finestra. Ho stretto i pugni per non gridare dalla gioia.

***

Caterina si riprese. Una settimana dopo la portarono in una stanza normale.

Domenico, come vero papà, correva dietro ai medici, passava tutto il tempo a trovare soluzioni pratiche.

Io andavo ogni sera. Leggevo. E stavo zitto. A volte guardavamo una serie tv insieme.

Una sera, mentre stavo per andarmene, Caterina mi fermò.

Papà.

Dimmi.

So che sei stato tu. I soldi Mamma non mi ha detto niente, ma ho sentito quando discutevano, lei e Dommi. Lui voleva vendere la quota della società, lei gridava che era impossibile, che tu avevi già dato tutto, che avevi venduto la chitarra.

Non ho risposto.

Perché? mi ha chiesto. Noi non siamo più la tua famiglia

Voi siete la mia famiglia. Punto e basta.

Caterina mi guardava a lungo. Poi ha allungato la mano. Nella sua palma cera un segnalibro di cartone, vecchio e malconcio. Sopra, una scritta infantile: Al papà più caro, dalla tua Cate.

Laveva fatto almeno sette anni prima

Lho trovato in un libro della nonna, quando sono tornata il weekend scorso. Tieni. Così non perdi il segno

Ho preso il cartoncino. Era ancora caldo della sua mano.

Papà, ha ripreso, con una voce adulta tu non sei della domenica. Tu sei per sempre, capito?

Non sono riuscito a rispondere. Ho solo annuito, stringendo il segnalibro nel pugno.

Poi sono uscito in corridoio in fretta. Perché gli uomini, anche quelli della domenica, non si fanno vedere a piangere davanti alle figlie

Vanno a nascondersi da qualche parte, stringendo fra le mani una chiave di cartone che apre il passato ma che, forse, è il presente più vero che cè.

***

La domenica dopo, sono andato a prenderla non alle dieci, ma alle nove. E lho riportata a casa ben dopo le sei.

Io e Caterina abbiamo guardato a lungo la città silenziosa dalla finestra. Senza programma.

Semplicemente perché sono il papà di Caterina.

Per sempre.

Oggi ho capito che lamore di un padre non si misura dai giorni né dalle ore, ma dal modo in cui restiamo. Senza orari, senza limiti, senza più bisogno di un permesso.

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