Da domenica a domenica Paolo semplicemente sopravviveva. Sei giorni di vuoto, poi uno solo in cui sentiva di vivere davvero. E anche quel singolo giorno era scandito da telefonate e orari precisi, stabiliti dallex moglie Elena già due anni prima. Dalle dieci alle diciotto, senza ritardi, senza panini presi al volo, senza regali “senza motivo”. Perché lui, Paolo, era solo una funzione. Il papà della domenica.
Sua figlia Caterina lo aspettava giù dal portone, il viso impassibile come un giovane carabiniere in servizio. Nei suoi occhi si leggeva: Sei in ritardo di due minuti oppure Oggi da programma andiamo al cinema.
Andavano al cinema, nei giardini pubblici, al bar per un gelato. Parlavanodi scuola, di film, delle amiche. Mai di Elena. Mai di ciò che accadeva dopo le sei, quando perdo la figlia sotto casa e Caterina, senza voltarsi, saliva in ascensore da sua madre e dal suo nuovo marito, Marco.
Marco era il papà vero. Viveva con loro. La aiutava con i compiti. Nel fine settimana la portava alla casa in campagna vicino a Orvieto. Caterina aveva con lui complici battute e foto sui social. Paolo guardava quegli scatti di notte, di nascosto, e si sentiva come rubasse una felicità altrui.
In quelle otto ore settimanali cercava di riversare tutto lamore paterno accumulato nei giorni di assenza. Ma veniva fuori rigido, impacciato.
Chiedeva timidamente:
Ti serve qualcosa?
Caterina scrollava le spalle:
Ho già tutto.
Quel ho già tutto fendeva Paolo peggio di un rimprovero. Voleva dire: ho una casa, sono a posto. Tu sei in più.
***
Tutto crollò un martedì.
Telefonò Elena. La sua voce, solitamente ferma, era tesa e flebile.
Paolo riguarda Caterina. Le hanno trovato forse un tumore. Forse maligno. Serve unoperazione complessa. E costosa.
Il mondo si ridusse al punto del telefono stretto in mano. Poi Elena, riprendendosi, cominciò a parlare di soldi. Lei e Marco avevano qualche risparmio, ma non sufficienti. Stavano vendendo la macchina. Cercavano soluzioni. Non chiedeva, informava. Come se fossero soci di una sfortuna.
Paolo lasciò tutto e corse in ospedale. Vide Caterina piccola nel letto, spaventata, con la camicia da notte dellospedale. Il cuore gli si spezzò.
Vicino a lei, su una sedia, era seduto Marco. Le stringeva la mano e le parlava piano. Caterina lo guardava per cercare coraggio nei suoi occhi.
Paolo rimase sulla soglia, ingombrante. Il papà della domenica in un giorno qualunque stonava.
Papà sorrise Caterina, debole, nel vederlo.
Quel papà fu come una scialuppa. Si avvicinò, ma riuscì solo a carezzarle lievemente la testa:
Andrà tutto bene, amore.
Parole vuote, di circostanza
Elena stava fuori dal corridoio, davanti alla finestra. Gli lanciò, senza guardarlo:
I soldi se puoi.
E lui poteva.
Aveva solo una cosa di valore: una chitarra Gibson del 72, un sogno di gioventù comprato facendo sacrifici.
La vendette per metà del prezzo, solo per fare in fretta. Versò i soldi a Elena, anonimamente. Non voleva ringraziamenti. Non voleva che Caterina pensasse che lamore si misurasse con gli euro. Che credesse pure che Marco aveva risolto tutto. Che leroe fosse lui. Paolo era solo in dovere, non concesso essere eroe.
***
Loperazione era fissata per giovedì. Mercoledì sera Paolo tornò in ospedale: restare a casa era impossibile.
In stanza cera Elena. Marco era appena uscito. Caterina teneva gli occhi chiusi, ma non dormiva.
Mamma, disse piano, di a quel dottore di stamattina che non racconti più barzellette. Non sono divertenti.
Va bene, rispose Elena.
E dì a papà Marco di non leggermi storie aziendali. Sono noiose.
Glielo dirò.
Paolo, dietro la tenda, non trovava il coraggio di entrare. Udì Caterina che taceva, poi ancora più sottovoce:
Chiedi al mio papà di venire. Solo per stare qui. In silenzio. E magari leggere. Come una volta. Lo Hobbit.
Paolo si fermò, il cuore in un nodo.
Come una volta…
***
Era prima del divorzio. Ogni sera leggeva a Caterina, cambiando la voce ad ogni nano o elfo.
Elena uscì in corridoio, lo vide e con uno sguardo lo invitò ad entrare:
Vai. Ma non troppo a lungo. Ha bisogno di riposare.
Si sedette al suo fianco. Caterina aprì gli occhi.
Ciao, papà.
Ciao, tesoro. Lo Hobbit?
Sì.
La copia non laveva con sé. Cercò il testo sul telefono e iniziò a leggere.
A bassa voce, titubante, confondendo le parole. Non cambiava voce ai personaggi. Leggeva e basta. Gli occhi gli si velavano, le lettere ondeggiavano. Sentiva la mano di Caterina farsi via via più leggera nella sua.
Forse fu unora, forse due. Continuò finché la voce non gli si spense del tutto. Finché non ebbe la certezza che lei si era addormentata. Provò a sfilare la mano, ma Caterina, anche nel sonno, la strinse di più.
E allora, fissando il volto stanco e sereno della bambina, Paolo si permise ciò che non si era mai concesso. Si chinò e, sottovoce, parole solo per le mura della stanza, sussurrò:
Perdonami, piccola. Per tutto. Ti voglio così bene. Resisti, per favore. Resisti per me. Il tuo papà della domenica.
Non sapeva se lavesse sentito. Sperava di no.
***
Loperazione durò a lungo. Paolo attese in corridoio, di fronte a Elena e Marco. Loro stretti assieme.
Lui, solo.
Ma quella solitudine ora non era vuota. Era colma di letture sussurrate e del calore della mano di sua figlia.
Quando i medici uscirono dicendo che era andato tutto bene, che il tumore era benigno, Elena scoppiò a piangere sulla spalla di Marco.
Paolo si alzò e si avvicinò alla finestra. Resse i pugni, per non urlare di sollievo.
***
Caterina tornò a stare meglio. Dopo una settimana la portarono in reparto ordinario.
Marco, da vero padre, si destreggiava tra medici e pratiche.
Paolo veniva ogni sera. Leggeva. Rimaneva in silenzio. A volte guardavano insieme un telefilm.
Un giorno, mentre stava per uscire, Caterina lo fermò.
Papà.
Dimmi.
So che sei stato tu. I soldi Mamma non ha parlato, ma ti ho sentito. Con Marco litigavano. Lui voleva vendere la quota della ditta, lei gridava che non poteva, che tu avevi già dato tutto, che avevi venduto la chitarra.
Lui restò zitto.
Perché? chiese lei. Tanto tanto non siamo più insieme
Voi siete la mia famiglia, la interruppe Paolo. Non si discute.
Caterina lo guardò a lungo. Poi allungò la mano. Sul palmo una vecchia e consumata striscia di cartoncino: Al mio papà, da Caterina scritto in lettere infantili.
Laveva fatta sette anni prima…
Lho trovata in un libro vecchio, quando sono tornata a casa sabato. Prendila. Così non perdi la pagina
Prendendo il segnalibro, Paolo avvertì il calore della mano della figlia.
Papà, disse ancora lei, stavolta con voce sicura e adulta. Tu non sei un papà solo la domenica. Tu sei per sempre. Capito?
Non rispose. Annui solo, stringendo il cartoncino nel pugno.
Poi fuggì in corridoio. Dopotutto, anche i papà della domenica non piangono davanti alle figlie
Impazziscono di felicità e dolore, nascosti da qualche parte, abbracciando forte la chiave di cartone di un passato che, in fondo, è il presente più vero che esista.
***
La domenica dopo Paolo arrivò alle nove, non alle dieci. E rimase fino a sera inoltrata.
Lui e Caterina guardarono in silenzio il tramonto su Firenze dalla finestra dellospedale. Nessun programma.
Solo il tempo di un padre e sua figlia.
Per sempreNon parlarono molto, ma ogni tanto Caterina cercava la mano di Paolo e lui sentiva che quel gesto, semplice e piccolo, valeva forse più di ogni grande avventura raccontata nei loro vecchi libri.
Quando le luci in corsia si abbassarono e il silenzio dellospedale crebbe, Paolo si chinò accanto a sua figlia, sfiorandole i capelli con dolcezza.
Ci sarai quando tornerò a casa? sussurrò Caterina, guardando il cielo che si faceva blu oltre i vetri.
Sempre, rispose lui, la voce ferma.
Lei sorrise, e il suo sorriso era quieto, maturo, diverso da quello che ricordava. Lo sentì restituirgli la vita che aveva creduto perduta. Non il passato, ma il futuro custodito tra le dita di una bambina che cresce ogni giorno, e che, ora, sa di poter contare su di lui anche quando le domeniche finiscono.
Restarono così, un padre e una figlia che non si voltavano più indietro. Aspettavano solo che la notte portasse un nuovo giorno da condividere. Per la prima volta, Paolo capì che non sarebbe mai più stato solo la funzione della domenica: era diventato, semplicemente e finalmente, il papà.



