Papà è il migliore – Max, dobbiamo parlare. Olga sistemava nervosamente la tovaglia, cercando di lisciare pieghe che non esistevano. Le dita tremavano, tradendo l’agitazione che celava dietro la voce sicura. Massimo, seduto di fronte, era immerso nel telefono, i pollici si muovevano sullo schermo con ostinato fervore. L’arte di ignorare platealmente – la sua arma preferita. – Figlio mio… Voglio spiegarti una cosa importante. Nessuna reazione. Solo click sullo schermo. Olga fece un respiro profondo, raccogliendo il coraggio per parole rimandate da una settimana. – Quando io e papà ci siamo separati… È passato mezzo anno prima che ti presentassi Sergio. Non ho avuto fretta, capisci? Volevo essere sicura che fosse una cosa seria. Le dita di Massimo si fermarono sopra lo schermo. Il ragazzo alzò lentamente la testa: nei suoi occhi brillò un’indignazione che fece indietreggiare Olga. – Davvero? – sibilò tra i denti. – Pensi che con lui, con quel tipo lì, sia una cosa seria? Non vale nemmeno il mignolo di papà! Papà rimane sempre il migliore! Il ricordo di quel primo incontro tornò vivido nella mente di Massimo. Sconosciuto alto sulla soglia, il sorriso nervoso della mamma, odore di colonia estranea nell’ingresso. Uno ‘straniero’ che aveva occupato il posto sacro di suo padre. – Non è uno sconosciuto, – ribatté Olga con dolcezza. – È mio marito. – Tuo! – Massimo lanciò il telefono sul tavolo. – Ma per me non significa nulla! Mio padre è papà. E lui… Non finì, ma il disprezzo nella voce parlava più di mille parole. Sergio ci provava davvero. Dio, se ci provava. Passava le sere in garage, piegato sulla bici ammaccata di Massimo. Le mani sporche di olio, la fronte sudata, il sorriso testardo di chi non molla mai. – Guarda, ho raddrizzato il telaio – diceva asciugandosi le mani sulle stracci. – Domani la provi? Silenzio in risposta. Freddo, pungente. La sera, Sergio si sedeva accanto al ragazzo al tavolo per spiegare le equazioni in modo facile. – Guarda, se spostiamo la x qui… – Ho capito, – interrompeva Massimo, anche se era evidente che non capisse. Purché finisse presto. Ogni mattina la cucina profumava di crêpes con miele – il suo dolce preferito. Sergio le impilava con cura e le porgeva al figliastro. – Papà le faceva più sottili, – commentava Massimo, appena assaggiava. – E il miele era vero. Non come questo. Ogni segno di premura si infrangeva contro una muraglia di freddezza. Il ragazzo sembrava collezionare ragioni per critiche pungenti, tutto era un confronto. – Papà non ha mai alzato la voce. – Papà sa sempre cosa mi piace. – Papà faceva tutto bene. Il matrimonio tra Olga e Sergio fece saltare la fragile tregua. Massimo vissi il timbro sul documento come un tradimento. La casa divenne campo minato; ogni mattina iniziava nel silenzio teso, ogni sera finiva con porte sbattute. Massimo si trasformò in agente segreto. Annotava ogni sbaglio del patrigno con la precisione di un investigatore: parola brusca a cena – segnata; sospiro irritato sui compiti – ricordato; “Non ora” dopo il lavoro – accumulato. – Papà, lui ha di nuovo sgridato me – sussurrava Massimo al telefono, chiuso nella sua stanza. – Davvero? – Andrea dall’altra parte della linea fingeva comprensione. – Povero figlio mio. Ti ricordi quando andavamo sempre al parco? Ogni weekend, eh? – Mi ricordo… – Quella era la famiglia vera. Altro che ora. Andrea colorava i racconti del figlio, ridipingendo normali conflitti domestici come drammi. Dipingeva un passato idealizzato, dove il sole splendeva più forte e papà non sbagliava mai. Sergio si sentiva ospite indesiderato nella propria casa. Lo sguardo di Massimo gridava: sei di troppo. Hai preso il posto di un altro. Non farai mai parte di questa famiglia. La stanchezza cresceva, si stratificava, opprimeva. Tutto crollò in una sera ordinaria, a cena. – Non hai il diritto di farmi la morale! – urlò Massimo, quando Sergio gli chiese di mettere via il telefono. – Per me non sei nessuno, capito? Nessuno! Olga si bloccò con la forchetta in mano. Quel qualcosa dentro si incrinò. Il figlio guardava il marito con odio, l’aria era diventata densa. – Mio papà è meglio di te in tutto. E tu… tu rovini tutto! Con papà starei meglio! – Basta, – sussurrò Olga. – È sufficiente. Il mattino dopo Olga chiamò l’ex marito. Le dita tremavano, ma la determinazione era ferma. – Andrea, – iniziò calma, – se ti ritieni il genitore migliore, porta via Massimo. Per sempre. Non mi oppongo, sono disposta a pagare anche il mantenimento. Silenzio eterno al telefono. – Ma… capisci… ora è un periodo così… – balbettò Andrea. – Lavoro, trasferte… Mi piacerebbe, ma… Si inceppò, frusciai di carte, colpi di tosse. – Poi c’è la casa, una sola stanza, c’è il cantiere… Sai che lavoro tanto, orari impossibili. Olga tacque, lasciandolo affogare nelle sue scuse. – E poi… Natasha… la mia compagna… non è pronta per un figlio in casa. Ci stiamo appena adattando… Un uomo patetico, che evocava ogni sera veleni contro la sua nuova famiglia. Ma ora: una stanza, il cantiere, Natasha non pronta. – Ho capito, Andrea, – disse Olga decisa. – Grazie per la sincerità. Riattaccò, senza attendere risposta. La sera, Olga chiamò il figlio in salotto. Massimo si sedette in poltrona con aria di sfida, ma lo sguardo della madre lo ammutolì. – Oggi ho parlato con tuo padre. Il ragazzo si irrigidì, si sporse in avanti. – E cosa ha detto? Olga si sedette di fronte. – Non è pronto a prenderti con sé. Né ora né in futuro. Ha una nuova vita, una nuova donna, e non c’è posto per te. – Menti! Non è vero! Papà mi ama! Me l’ha detto lui… – Dire è facile. – Olga parlava piano, seria. – Ma quando gli ho proposto di portarti, si è ricordato che c’è il cantiere e la casa piccola. Massimo restò senza parole. – Adesso ascoltami bene. – Olga si fece avanti. – Basta paragoni. Basta rapporti segreti con il papà, basta sfide e irriverenze a Sergio. O siamo una famiglia, tutti e tre. Oppure vai da tuo padre, che non ti vuole. Mi arrangerò, ma lo costringerò a prenderti. Così vedrai con i tuoi occhi che tipo di padre è davvero. Massimo era pietrificato, solo le pupille dilatate tradivano che aveva sentito. – Mamma… – Non sto scherzando. – Olga lo fissò seria. – Ti amo più della mia vita. Ma non permetterò che rovini il mio matrimonio. Il tuo comportamento è stato pessimo. L’ho tollerato troppo. Ora basta. Decidi tu. Il mondo, per Massimo, sembrava crollare: il padre buono contro il patrigno cattivo… improvvisamente non era più così semplice. Il padre non voleva davvero prendersi cura di lui. Aveva scelto Natasha e il cantiere. L’aveva usato per far dispetto alla madre. Il ragazzo ingoiò il nodo in gola. E Sergio? Il Sergio che aveva sopportato tutto? Che sistemava la bici mentre Massimo lo ignorava? Che si alzava presto per i crêpes? Che non si era mai arreso, nonostante tutto? Il cambiamento fu difficile. Per settimane Massimo si nascose in camera, evitando lo sguardo di Sergio. La vergogna bruciava: “Non sei nessuno per me” – come aveva potuto dirlo? Tutti camminavano sulle uova. Frasi caute, casa come una stanza d’ospedale in bilico. La svolta fu un compito di fisica. Massimo ci perse due ore e la pazienza, prima di chiedere aiuto, superando l’orgoglio. – Sergio… – il nome faticava ad uscire. – Mi aiuti? C’è qualcosa che non capisco con i vettori. Il patrigno alzò lo sguardo dal portatile. Nei suoi occhi ci fu solo accettazione. – Vediamo insieme. Un mese dopo andarono a pescare, fianco a fianco sul fiume. Massimo raccontò di scuola, amici, di una ragazza carina. Senza confronti. Solo parole. Sergio ascoltava, annuiva, aggiungeva consigli. E Massimo capì: questa è la vera famiglia. Non nei grandi discorsi, ma nelle colazioni tranquille, nella pazienza, nell’esserci anche quando tutti sono contro. Il ragazzo aveva scelto. La scelta giusta…

Lorenzo, dobbiamo parlare.

Francesca sistemava nervosamente la tovaglia, lisciando pieghe inesistenti con le dita rigide per lansia, che tentava di nascondere dietro un tono fin troppo controllato. Lorenzo, seduto di fronte, affondato nel telefono, faceva volare i pollici sullo schermo con un fervore teatrale. Larte della finta indifferenza, suo cavallo di battaglia.

Tesoro Vorrei spiegarti una cosa importante.

Silenzi. Solo clic, clic, clic sullo smartphone.

Francesca fece un respiro profondo, la stessa raccolta di coraggio che rimandava da una settimana.

Quando io e papà ci siamo lasciati ci sono voluti sei mesi prima che ti presentassi Matteo. Non volevo correre. Sai, volevo essere certa che fosse una cosa seria.

I pollici di Lorenzo si fermarono a mezzaria. Alzò lentamente la testa, gli occhi accesi di indignazione che quasi fecero indietreggiare sua madre.

Una cosa seria? borbottò a denti stretti. Tu pensi davvero che con lui, uno sconosciuto, sia una cosa seria? Matteo non vale nemmeno il mignolo di papà! Papà resta il migliore!

Lorenzo ricordava fin troppo bene quel primo incontro: lo sconosciuto alto sulla soglia di casa, il sorriso nervoso della mamma, il profumo di dopobarba strano in corridoio. Un invasore che aveva occupato senza ritegno il posto sacro di papà.

Non è uno sconosciuto, replicò ovattata Francesca. È mio marito.
Tuo! Lorenzo mollò il telefono sul tavolo. Per me non è niente! Mio padre è papà. E quello

Non finì la frase: il disgusto bastava da solo.

Matteo ci metteva un impegno che rasentava il mistico. In garage, la sera, piegato sulla bici scassata di Lorenzo, mani coperte di grasso, fronte sudata, sorrideva ostinato come uno che non si arrende mai.

Guarda, ho sistemato il telaio, diceva, sfregando le mani sullasciugamano. Domani la provi?

Silenzio di ghiaccio come risposta. Un mutismo da Polo Nord.

Matteo si sedeva vicino a Lorenzo la sera, cercando di spiegare le equazioni con pazienza certosina.

Se sposti la x qui
Ho capito, lo interrompeva Lorenzo a bruciapelo, palese che non capiva una cippa. Basta, fine della lezione.

Al mattino, la cucina profumava di crespelle al miele, il dolce preferito da Lorenzo. Matteo le impilava con cura su un piatto, lo sistemava davanti a lui.

Papà le faceva più sottili, bofonchiava Lorenzo, assaggiando appena. E il suo miele era vero, mica questo qua. Questo non è buono.

Ogni gesto di premura si infrangeva contro il muro gelido dellindifferenza. Lorenzo raccoglieva motivi per frecciatine da campione, trasformava ogni sciocchezza in paragone.

Papà non ha mai alzato la voce.
Papà sapeva sempre cosa mi piaceva.
Papà faceva tutto giusto.

Il matrimonio di Francesca e Matteo fece saltare quel fragile armistizio. Lorenzo interpretò la firma in Comune come un tradimento definitivo. La casa divenne una zona minata. Tutte le mattine iniziavano con silenzi tesi; le sere finivano con porte sbattute.

Senza neanche accorgersene, Lorenzo si era trasformato in agente segreto: annotava ogni errore del patrigno con precisione maniacale. Una parola brusca a cena? Appunto. Sospirone mentre faceva i compiti? Ricordato. Non adesso quando tornava dal lavoro? Messo in cassaforte.

Papà, lui mi ha urlato di nuovo, sussurrava Lorenzo al telefono, rinchiuso in camera.
Davvero? rispondeva Riccardo dallaltro capo fingendo compassione. Povero il mio ragazzo. Ricordi quando noi si andava al Parco Sempione ogni domenica?

Quella sì che era una vera famiglia. Non come adesso.

Riccardo dipingeva il passato come se fosse pubblicità di una crema: più verde dellerba, più caldo del sole, più perfetto di ogni errore. Ogni litigio attuale diventava tragedia greca, e papà sempre impeccabile.

Matteo in casa si sentiva un ospite di troppo. Ogni sguardo di Lorenzo gridava sei qui per sbaglio. Lui occupava un posto che non gli spettava. Voler diventare famiglia sembrava la sua fatica di Sisifo.

La sua pazienza era una pila di piatti sporchi: alla fine cè sempre quello che si rompe.

Tutto crollò una sera a cena.

Non hai il diritto di educarmi! sbottò Lorenzo quando Matteo gli chiese di mettere via il telefono. Per me sei nessuno, chiaro? Nessuno!

Francesca rimase sospesa con la forchetta in mano. Qualcosa dentro di lei si ruppe. Il figlio lo fissava con un odio talmente puro che sembrava quasi palpabile.

Papà è meglio di te in tutto. Papà dice che tu rovini ogni cosa! Con lui starei mille volte meglio!
Basta, sussurrò Francesca. Ora basta.

La mattina dopo, chiamò lex marito. Le dita tremavano, ma la decisione era granitica.

Riccardo, iniziò piatta, visto che ti pensi padre modello, prendi Lorenzo con te. Per sempre. Non protesto, magari ti passo pure gli alimenti.

Silenzio, un silenzio lungo come la coda alla posta.

Eh guarda ora è un periodo così tentennò Riccardo. Lavoro, trasferte Io vorrei, però

Riccardo si impaperò, si mise a frugare tra le carte, tossicchiò.

Capisci, Fra Ho proprio un momento complicato. Casa piccola, devo finire dei lavori. E il lavoro sai che orari schizofrenici.

Francesca stette muta, lasciandolo affogare nelle sue scuse.

E poi, Martina cioè, la mia ragazza non è pronta per un figlio ospite. Abbiamo appena iniziato a convivere

Scuse miserabili di uno che manipolava il figlio contro la famiglia nuova. La sera, bisbigliava parole velenose, soffiava sul fuoco delle lamentele. Ma ora monolocale, ristrutturazione, Martina non è convinta.

Ho capito, Riccardo, disse Francesca, impeccabile. Grazie della sincerità.

Riattaccò senza attendere risposta.

Quella sera chiamò Lorenzo in salotto. Lui si buttò sulla poltrona, latteggiamento da eroe in trincea, ma lo sguardo della mamma lo zittì.

Oggi ho parlato con tuo padre.

Il ragazzino si irrigidì, si protesse in avanti.

E cosa ha detto?

Francesca si sedette di fronte.

Non è pronto a prenderti con sé. Né ora, né mai. Ha una nuova vita, una nuova donna, e per te spazio non cè.
Bugia! Tu dici solo bugie! esplose Lorenzo. Papà mi vuole bene! Lha detto lui
Dirlo è facile. La voce di Francesca era ferma. Quando gli ho chiesto di portarti da lui, ha rispolverato la ristrutturazione e il monolocale.

Lorenzo aprì la bocca, ma le parole gli restarono strozzate.

Ora ascoltami bene. Francesca si sporse. Basta paragoni. Basta giochini da spia, rapportini segreti, e maleducazione con Matteo. Siamo famiglia tutti e tre. O vai da tuo padre, che non ti vuole. Troverò il modo di fargli accettare, ma vedrai esattamente che razza di padre hai.

Lorenzo rimase immobile, solo le pupille dilatate tradivano che aveva captato tutto.

Mamma
Non sto scherzando. Francesca lo fissava, severa. Ti amo più di ogni cosa. Ma questa storia con Matteo deve finire. Tu sei insopportabile da mesi. Ho sopportato troppo. Ora basta. Decidi.

Freeze time. Il mondo che sembrava tanto chiaro papà il buono, Matteo il cattivo si sbriciolò come un biscotto friabile. Papà non lo voleva davvero. Papà aveva scelto Martina e il parquet nuovo. Papà lo aveva usato per fare lo sgambetto a mamma?

La verità arrivò a piccoli morsi. Tutte quelle telefonate, i poverino, le domande cosaltro ha fatto? non erano affetto. Erano munizioni. Riccardo caricava il revolver della sua vendetta personale, e Lorenzo glieli passava uno per uno.

Il ragazzo ingoiò un nodo in gola.

E Matteo? Quello che lui aveva trattato come una poltrona rotta? Quello che sistemava la bici che nemmeno lo guardava, che si svegliava prima per cucinargli le crespelle, che non mollava, non scappava, non si arrendeva mai

Cambiare fu dura. Le prime settimane Lorenzo si chiuse in camera, evitava Matteo come fossero freni rotti. Troppa vergogna per ammettere di aver fatto il bambino capriccioso. Ogni volta che lo vedeva ricordava tu per me non sei nessuno e voleva sprofondate nel pavimento.

Tutti camminavano in punta di piedi. Sussurri, frasi circospette. Casa come terapia intensiva: paziente in bilico tra ripresa e crollo.

Il primo spiraglio fu un compito di fisica. Lorenzo ci perse due ore e metà del lapis, poi con un colpo di reni decise di arrendersi.

Matteo il nome gli scivolò difficile mi dai una mano? Non capisco niente di questi vettori.

Il patrigno alzò la testa dal portatile. Nessuna sorpresa, nessun te lavevo detto solo una calma senza pretese.

Vediamo un po.

Un mese dopo, andarono a pescare insieme. Seduti sulla riva, occhi fissi sui galleggianti, Lorenzo cominciò a raccontare: scuola, amici, una certa Benedetta della sezione D che lo faceva sognare. Niente frecciatine. Niente confronti. Una chiacchierata, e basta.

Matteo ascoltava, annuiva, buttava lì qualche battuta. E Lorenzo capì: la vera famiglia sta qui. Non nei proclami damore, non nelle favole sul passato. Sta nelle colazioni silenziose, nella pazienza, nella voglia di restare anche quando sembra tutto contro.

Lorenzo fece la scelta giusta. Alla fine, crespelle e tutto.

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Papà è il migliore – Max, dobbiamo parlare. Olga sistemava nervosamente la tovaglia, cercando di lisciare pieghe che non esistevano. Le dita tremavano, tradendo l’agitazione che celava dietro la voce sicura. Massimo, seduto di fronte, era immerso nel telefono, i pollici si muovevano sullo schermo con ostinato fervore. L’arte di ignorare platealmente – la sua arma preferita. – Figlio mio… Voglio spiegarti una cosa importante. Nessuna reazione. Solo click sullo schermo. Olga fece un respiro profondo, raccogliendo il coraggio per parole rimandate da una settimana. – Quando io e papà ci siamo separati… È passato mezzo anno prima che ti presentassi Sergio. Non ho avuto fretta, capisci? Volevo essere sicura che fosse una cosa seria. Le dita di Massimo si fermarono sopra lo schermo. Il ragazzo alzò lentamente la testa: nei suoi occhi brillò un’indignazione che fece indietreggiare Olga. – Davvero? – sibilò tra i denti. – Pensi che con lui, con quel tipo lì, sia una cosa seria? Non vale nemmeno il mignolo di papà! Papà rimane sempre il migliore! Il ricordo di quel primo incontro tornò vivido nella mente di Massimo. Sconosciuto alto sulla soglia, il sorriso nervoso della mamma, odore di colonia estranea nell’ingresso. Uno ‘straniero’ che aveva occupato il posto sacro di suo padre. – Non è uno sconosciuto, – ribatté Olga con dolcezza. – È mio marito. – Tuo! – Massimo lanciò il telefono sul tavolo. – Ma per me non significa nulla! Mio padre è papà. E lui… Non finì, ma il disprezzo nella voce parlava più di mille parole. Sergio ci provava davvero. Dio, se ci provava. Passava le sere in garage, piegato sulla bici ammaccata di Massimo. Le mani sporche di olio, la fronte sudata, il sorriso testardo di chi non molla mai. – Guarda, ho raddrizzato il telaio – diceva asciugandosi le mani sulle stracci. – Domani la provi? Silenzio in risposta. Freddo, pungente. La sera, Sergio si sedeva accanto al ragazzo al tavolo per spiegare le equazioni in modo facile. – Guarda, se spostiamo la x qui… – Ho capito, – interrompeva Massimo, anche se era evidente che non capisse. Purché finisse presto. Ogni mattina la cucina profumava di crêpes con miele – il suo dolce preferito. Sergio le impilava con cura e le porgeva al figliastro. – Papà le faceva più sottili, – commentava Massimo, appena assaggiava. – E il miele era vero. Non come questo. Ogni segno di premura si infrangeva contro una muraglia di freddezza. Il ragazzo sembrava collezionare ragioni per critiche pungenti, tutto era un confronto. – Papà non ha mai alzato la voce. – Papà sa sempre cosa mi piace. – Papà faceva tutto bene. Il matrimonio tra Olga e Sergio fece saltare la fragile tregua. Massimo vissi il timbro sul documento come un tradimento. La casa divenne campo minato; ogni mattina iniziava nel silenzio teso, ogni sera finiva con porte sbattute. Massimo si trasformò in agente segreto. Annotava ogni sbaglio del patrigno con la precisione di un investigatore: parola brusca a cena – segnata; sospiro irritato sui compiti – ricordato; “Non ora” dopo il lavoro – accumulato. – Papà, lui ha di nuovo sgridato me – sussurrava Massimo al telefono, chiuso nella sua stanza. – Davvero? – Andrea dall’altra parte della linea fingeva comprensione. – Povero figlio mio. Ti ricordi quando andavamo sempre al parco? Ogni weekend, eh? – Mi ricordo… – Quella era la famiglia vera. Altro che ora. Andrea colorava i racconti del figlio, ridipingendo normali conflitti domestici come drammi. Dipingeva un passato idealizzato, dove il sole splendeva più forte e papà non sbagliava mai. Sergio si sentiva ospite indesiderato nella propria casa. Lo sguardo di Massimo gridava: sei di troppo. Hai preso il posto di un altro. Non farai mai parte di questa famiglia. La stanchezza cresceva, si stratificava, opprimeva. Tutto crollò in una sera ordinaria, a cena. – Non hai il diritto di farmi la morale! – urlò Massimo, quando Sergio gli chiese di mettere via il telefono. – Per me non sei nessuno, capito? Nessuno! Olga si bloccò con la forchetta in mano. Quel qualcosa dentro si incrinò. Il figlio guardava il marito con odio, l’aria era diventata densa. – Mio papà è meglio di te in tutto. E tu… tu rovini tutto! Con papà starei meglio! – Basta, – sussurrò Olga. – È sufficiente. Il mattino dopo Olga chiamò l’ex marito. Le dita tremavano, ma la determinazione era ferma. – Andrea, – iniziò calma, – se ti ritieni il genitore migliore, porta via Massimo. Per sempre. Non mi oppongo, sono disposta a pagare anche il mantenimento. Silenzio eterno al telefono. – Ma… capisci… ora è un periodo così… – balbettò Andrea. – Lavoro, trasferte… Mi piacerebbe, ma… Si inceppò, frusciai di carte, colpi di tosse. – Poi c’è la casa, una sola stanza, c’è il cantiere… Sai che lavoro tanto, orari impossibili. Olga tacque, lasciandolo affogare nelle sue scuse. – E poi… Natasha… la mia compagna… non è pronta per un figlio in casa. Ci stiamo appena adattando… Un uomo patetico, che evocava ogni sera veleni contro la sua nuova famiglia. Ma ora: una stanza, il cantiere, Natasha non pronta. – Ho capito, Andrea, – disse Olga decisa. – Grazie per la sincerità. Riattaccò, senza attendere risposta. La sera, Olga chiamò il figlio in salotto. Massimo si sedette in poltrona con aria di sfida, ma lo sguardo della madre lo ammutolì. – Oggi ho parlato con tuo padre. Il ragazzo si irrigidì, si sporse in avanti. – E cosa ha detto? Olga si sedette di fronte. – Non è pronto a prenderti con sé. Né ora né in futuro. Ha una nuova vita, una nuova donna, e non c’è posto per te. – Menti! Non è vero! Papà mi ama! Me l’ha detto lui… – Dire è facile. – Olga parlava piano, seria. – Ma quando gli ho proposto di portarti, si è ricordato che c’è il cantiere e la casa piccola. Massimo restò senza parole. – Adesso ascoltami bene. – Olga si fece avanti. – Basta paragoni. Basta rapporti segreti con il papà, basta sfide e irriverenze a Sergio. O siamo una famiglia, tutti e tre. Oppure vai da tuo padre, che non ti vuole. Mi arrangerò, ma lo costringerò a prenderti. Così vedrai con i tuoi occhi che tipo di padre è davvero. Massimo era pietrificato, solo le pupille dilatate tradivano che aveva sentito. – Mamma… – Non sto scherzando. – Olga lo fissò seria. – Ti amo più della mia vita. Ma non permetterò che rovini il mio matrimonio. Il tuo comportamento è stato pessimo. L’ho tollerato troppo. Ora basta. Decidi tu. Il mondo, per Massimo, sembrava crollare: il padre buono contro il patrigno cattivo… improvvisamente non era più così semplice. Il padre non voleva davvero prendersi cura di lui. Aveva scelto Natasha e il cantiere. L’aveva usato per far dispetto alla madre. Il ragazzo ingoiò il nodo in gola. E Sergio? Il Sergio che aveva sopportato tutto? Che sistemava la bici mentre Massimo lo ignorava? Che si alzava presto per i crêpes? Che non si era mai arreso, nonostante tutto? Il cambiamento fu difficile. Per settimane Massimo si nascose in camera, evitando lo sguardo di Sergio. La vergogna bruciava: “Non sei nessuno per me” – come aveva potuto dirlo? Tutti camminavano sulle uova. Frasi caute, casa come una stanza d’ospedale in bilico. La svolta fu un compito di fisica. Massimo ci perse due ore e la pazienza, prima di chiedere aiuto, superando l’orgoglio. – Sergio… – il nome faticava ad uscire. – Mi aiuti? C’è qualcosa che non capisco con i vettori. Il patrigno alzò lo sguardo dal portatile. Nei suoi occhi ci fu solo accettazione. – Vediamo insieme. Un mese dopo andarono a pescare, fianco a fianco sul fiume. Massimo raccontò di scuola, amici, di una ragazza carina. Senza confronti. Solo parole. Sergio ascoltava, annuiva, aggiungeva consigli. E Massimo capì: questa è la vera famiglia. Non nei grandi discorsi, ma nelle colazioni tranquille, nella pazienza, nell’esserci anche quando tutti sono contro. Il ragazzo aveva scelto. La scelta giusta…