Matteo, dobbiamo parlare.
Paola sistemava la tovaglia con gesti nervosi, le dita tremavano appena, tradendo un’agitazione che il tono pacato e controllato non riusciva del tutto a nascondere. Matteo sedeva di fronte, immerso nel suo cellulare, i pollici che scorrevano sullo schermo con un’attenzione fin troppo ostentata. Il disinteresse plateale la sua arma preferita.
Tesoro… Voglio spiegarti qualcosa di importante.
Nessuna reazione, solo il tap-tap meccanico delle dita sul vetro.
Paola inspirò profondamente, raccogliendo coraggio per quelle parole che aveva rinviato per giorni.
Quando io e tuo padre ci siamo separati… sono passati sei mesi prima che ti presentassi Giovanni. Ho aspettato, capisci? Volevo essere sicura che fosse qualcosa di serio.
Le dita di Matteo si fermarono a mezza strada e lentamente alzò il viso, negli occhi un fuoco di rabbia che costrinse Paola a indietreggiare istintivamente.
Serio, davvero? sibilò lui tra i denti. Pensi che con lui, con quel estraneo, sia tutto serio? Non vale nemmeno un dito di papà! Papà è migliore di tutti, sempre!
Gli tornò nitido il ricordo della prima volta: uno sconosciuto alto sulla soglia di casa, il sorriso tirato di mamma, il profumo invasivo di un dopobarba estraneo in corridoio. Un intruso, che si era preso senza permesso il posto sacro di suo padre.
Non è estraneo, ribatté Paola con dolcezza. È mio marito.
Tuo! sbottò Matteo, buttando il telefono sul tavolo. Per me non è nessuno! Mio padre è papà. E lui…
Non concluse la frase. Il tono sprezzante diceva già tutto.
Giovanni ci aveva messo tutto se stesso. Santo cielo quanto si era impegnato: passava le sere in garage, chino sulla bicicletta storta di Matteo, le mani nere di olio, la fronte lucida di sudore, il sorriso ostinato di chi ha deciso di non rinunciare.
Guarda, ho raddrizzato il telaio, diceva, ripulendo le mani con uno straccio. Domani puoi provarla.
Risposta nessuna. Solo un silenzio glaciale, tagliente.
La sera si sedeva accanto al ragazzo per aiutarlo coi compiti di matematica con parole semplici.
Se sposti questa x qui…
Ho capito, lo interrompeva Matteo, anche se non era vero.
Bastava liberarsene.
Ogni mattina la cucina profumava di crostini caldi con miele, la colazione preferita di Matteo. Giovanni li impilava ordinati sul piatto e li poggiava davanti al figliastro.
Papà li faceva più sottili, borbottava Matteo sfiorando appena il cibo. E il miele che comprava era vero, non come questo.
Ogni gesto di cura si infrangeva contro il muro glaciale di indifferenza. Matteo sembrava collezionare motivi per pizzicare, ogni sciocchezza diventava paragone.
Papà non ha mai alzato la voce.
Papà sapeva sempre cosa mi piaceva.
Papà faceva tutto bene.
Il matrimonio di Paola e Giovanni fece esplodere la fragile tregua. Matteo vissse il timbro sulla carta come tradimento, definitivo e irrimediabile. La casa divenne un campo minato: ogni mattina silenzi tesi, ogni sera porte sbattute.
Senza quasi accorgersene Matteo divenne un investigatore segreto. Annotava ogni sbaglio di Giovanni: una parola brusca a cena, segnato; uno sbuffo sopra ai compiti, registrato; il solito non adesso dopo il lavoro, aggiunto al salvadanaio dei torti.
Papà, mi ha sgridato di nuovo, sussurrava al telefono, chiuso in camera.
Davvero? Andrea, dallaltra parte, rispondeva con falsa compassione. Povero il mio ragazzo. Ti ricordi quando andavamo al Parco Sempione? Ogni domenica, eh?
Certo che mi ricordo
Quella sì che era famiglia vera. Non come ora.
Andrea dipingeva storie gonfiate di drammi, trasformando piccoli conflitti in narrazioni teatrali di abusi. Spalmava sul passato colori vividi, sole più intenso, prati più verdi, papà sempre perfetto.
Giovanni si sentiva ospite indesiderato nella sua stessa casa. Ogni sguardo di Matteo gridava: sei di troppo, occupi un posto che non ti spetta. Non sarai mai famiglia.
La stanchezza accumulata diventava pesante, schiacciava giorno dopo giorno.
Tutto si spezzò una sera, durante cena.
Tu non hai diritto di educarmi! urlò Matteo, dopo che Giovanni gli chiese di lasciare il telefono. Non sei nessuno per me! Capito? Nessuno!
Paola rimase paralizzata, la forchetta sospesa a metà. Qualcosa si ruppe dentro di lei. Suo figlio fissava il marito con odio tale che laria diventò densa.
Mio padre è meglio di te in tutto! E tu… tu… Papà dice che rovini tutto! Con lui starei meglio!
Smettila, disse Paola con voce bassa. Basta.
La mattina dopo, compose il numero del suo ex. Le dita tremavano, ma la determinazione non vacillava.
Andrea, disse piatta, se pensi davvero di essere il miglior genitore, porta via Matteo. Per sempre. Non mi oppongo, sono pronta perfino a pagare il mantenimento.
Un lungo silenzio.
Eh… vedi… non è il momento… balbettò Andrea. Il lavoro, sono spesso in trasferta… Mi piacerebbe, ma…
Un fruscio di carte, un colpo di tosse, però nessuna soluzione concreta.
E poi… Stefania, la mia compagna… non è pronta per un ragazzo in casa. Ci siamo trasferiti assieme da poco
Parole vuote di un uomo che aveva avvelenato suo figlio contro la nuova famiglia. Che lo chiamava la sera, che insinuava, che gonfiava ogni malumore a dismisura. E ora: un bilocale, lavori da fare, Stefania non è pronta.
Ho capito, Andrea. Paola mantenne il tono neutro. Grazie per la sincerità.
Chiuse la chiamata senza aspettare risposta.
Quella sera Paola chiamò Matteo in soggiorno. Lui si afflosciò sulla poltrona sfidandola con lo sguardo, ma qualcosa negli occhi della madre lo bloccò.
Ho parlato con tuo padre oggi.
Matteo si irrigidì, lo sguardo si fece teso.
E che ha detto?
Paola gli si sedette di fronte.
Non è disposto a prenderti con sé. Non ora, né mai. Ha una nuova vita, una nuova donna, e non cè posto per te.
Non è vero! Sei tu che menti! insorse Matteo. Papà mi vuole bene! Me lo dice sempre…
Parlare è facile. Paola lo guardava seria, la voce calma. Quando ho chiesto che ti prendesse con sé, si è ricordato di lavori in casa e di una stanza sola.
Matteo non trovò parole, la bocca aperta.
Ora ascoltami bene. Paola si inclinò verso di lui. Da oggi basta paragoni. Basta rapporti segreti, niente più pettegolezzi con papà, niente maleducazione verso Giovanni. Siamo famiglia, tutti e tre. Oppure vai da tuo padre che non ti vuole. Invento qualcosa ma lo costringo a prenderti. E vedrai con i tuoi occhi chi è davvero tuo padre.
Matteo rimase immobile, soltanto le pupille dilatate mostravano che aveva assorbito ogni sillaba.
Mamma…
Non scherzo. Paola lo fissava senza sorriso. Ti amo più di ogni cosa. Ma non ti permetto di distruggere il mio matrimonio. Il tuo comportamento è insostenibile. Ho sopportato troppo. Ora basta. Scegli.
Matteo si fermò. Il mondo, che sembrava così chiaro il papà buono contro il patrigno cattivo si era frantumato. Il padre non voleva portarlo con sé. Aveva scelto Stefania e i suoi lavori. Il padre lo aveva usato solo per colpire sua madre?
A poco a poco arrivò la consapevolezza: quelle telefonate, quei poverino, quei cosaltro ha fatto? non erano cura. Erano armi. Andrea raccoglieva munizioni per la sua piccola vendetta, e Matteo gliele forniva con precisione.
Il ragazzo sentì un nodo in gola.
E Giovanni? Quel Giovanni che aveva sopportato mesi di gelo e dispetti? Che aveva raddrizzato la bici mentre Matteo lo ignorava. Che si svegliava mezzora prima ogni giorno per preparargli la colazione. Che era rimasto, paziente, nonostante tutto…
…Cambiare era difficile. Le prime settimane, Matteo si chiuse in camera, evitando lo sguardo di Giovanni. Era troppo imbarazzante confessare di essere stato ingiusto, che aveva agito come un bambino. Ogni volta che incontrava il patrigno, ripensava alle sue parole tu non sei nessuno per me e voleva sprofondare.
Tutti camminavano in punta di piedi. Parlavano piano, con frasi prudenti. La casa sembrava una clinica dove si lotta tra la vita e la fine.
Il primo passo arrivò con un esercizio di fisica. Matteo ci combatté ore, mordicchiando la matita finché, arrendendosi, trovò il fiato per chiedere aiuto.
Giovanni… il nome uscì a fatica Mi dai una mano? Ho casino con questi vettori.
Il patrigno lasciò il computer. Nessun trionfo nello sguardo, solo calma.
Vediamo insieme.
Un mese dopo andarono a pescare sullAdda. Seduti sulla riva, fissavano il galleggiante e Matteo si ritrovò a raccontare scuola, amici, la ragazza della classe accanto che gli piace. Senza rabbia, senza paragoni. Solo una chiacchierata.
Giovanni ascoltava, annuiva, qualche volta interveniva. Matteo capì: questa era famiglia. Non nelle grandi dichiarazioni, né nei ricordi idealizzati. Nelle colazioni silenziose. Nella pazienza. Nellessere presenti anche quando nessuno ti vuole.
Il ragazzo fece la sua scelta. Quella giusta.






