Marco, dobbiamo parlare.
Lucia sistemava nervosamente la tovaglia sulla tavola, lisciando pieghe che probabilmente neppure esistevano. Le dita tremavano leggermente, tradendo quellagitazione che lei tentava di mascherare dietro un tono tranquillo e controllato. Marco era seduto di fronte, tutto preso dal suo telefono, i pollici guizzavano sullo schermo con una foga ostentata. Era il suo modo preferito di tenersi a distanza.
Figlio… Vorrei spiegarti una cosa importante.
Nessuna reazione, soltanto il ronzio del touchscreen.
Lucia si prese qualche istante, inspirando profondamente, cercando il coraggio di dire finalmente ciò che rimandava da giorni.
Quando io e tuo padre ci siamo separati… È passato mezzo anno prima che ti presentassi a Stefano. Non ho avuto fretta, lo capisci? Volevo essere certa che fosse qualcosa di serio.
Le dita di Marco si fermarono a mezzaria sopra lo schermo. Il ragazzo alzò lentamente gli occhi e nei suoi sguardi lampeggiò un disappunto così feroce che Lucia indietreggiò involontariamente.
Serio? sputò tra i denti. Tu pensi che con lui, con quel tipo sconosciuto, sia davvero serio? Non vale nemmeno mezzo dito di papà! Papà era il migliore, papà è sempre il migliore!
I ricordi della prima volta che aveva visto Stefano riaffiorarono con crudeltà: lo straniero alto sulla soglia di casa, il sorriso nervoso di mamma, il profumo estraneo di dopobarba nellingresso. Un invasore, che occupava senza ritegno il posto sacro di suo padre.
Non è uno sconosciuto, ribatté Lucia con dolcezza. È mio marito.
Tuo! Marco gettò il telefono sul tavolo. Per me non è nessuno! Mio padre è papà. E lui…
Non servì altro: il disprezzo si leggeva nelle inflessioni della voce.
Stefano si impegnava sinceramente. Dio solo sa quanto si impegnava. Passava interi pomeriggi in garage, piegato sul vecchio motorino di Marco, mani sporche di olio, fronte imperlata di sudore, ma sul viso sempre quel sorriso ostinato di chi vuole provarci fino in fondo.
Guarda, ho sistemato il telaio, diceva, passandosi uno straccio sulle dita. Domani fai un giro?
Silenzi. Freddi, sonori, impenetrabili.
La sera si sedeva accanto al figlio davanti ai libri, cercando di spiegare le equazioni con parole semplici.
Vedi, se spostiamo la x di qua…
Ho capito, lo interrompeva Marco, che invece confondeva tutto. Lo faceva solo per chiudere il discorso.
Ogni mattina la cucina profumava di crêpes sottili col miele, il dolce preferito da Marco. Stefano le impilava con cura sul piatto, le sistemava davanti al ragazzo.
Papà le faceva più sottili, borbottava Marco, sfiorando appena la colazione. E lui aveva il miele buono, quello vero. Questo fa schifo.
Ogni gesto dattenzione scivolava via come pioggia su vetro: Marco raccoglieva ogni pretesto per la sua piccola collezione di battute pungenti, trasformando minuzie in paragoni.
Papà non alzava mai la voce.
Papà sapeva sempre cosa mi piaceva.
Papà faceva tutto per bene.
Le nozze di Lucia e Stefano scombussolarono quellapparente tregua. Marco vide lo sposalizio come un tradimento definitivo. La casa si trasformò in un campo minato: le mattine cominciavano nel silenzio tirato, la sera finiva tra porte sbattute.
Senza rendersene conto, Marco divenne una specie di detective segreto. Annota ogni errore del patrigno con la pazienza di un carabiniere. Parola brusca a cena registrata. Sospiro stanco sui compiti memorizzato. Lo non adesso dopo il lavoro aggiunto alla scatola dei torti.
Papà, lui ha urlato di nuovo, sussurrava Marco al telefono, chiuso in camera.
Davvero? Andrea, dallaltro capo, faceva eco con falsa compassione. Povero il mio ragazzo. Ti ricordi quando andavamo ai giardini ogni weekend?
Mi ricordo…
Ecco, quella sì che era famiglia. Altro che adesso.
Andrea era abile nel colorire i racconti, trasformando le piccole liti quotidiane in drammi di grandi tradimenti. Dipingeva un passato roseo dove il sole splendeva più forte, lerba era più verde, e papà non sbagliava mai.
Stefano si sentiva sempre più estraneo fra quelle mura. Ogni sguardo di Marco sussurrava: sei fuori posto. Occupando un ruolo che non gli spettava, non diventava mai veramente famiglia.
La stanchezza cresceva dentro di lui, strato su strato, fino a schiacciarlo sotto il suo peso.
Poi una sera, nulla di speciale, tutto crollò a cena.
Non hai il diritto di educarmi! urlò Marco quando Stefano gli chiese di mettere via il telefono. Sei nessuno! Capito? Nessuno!
Lucia restò congelata con la forchetta a mezzaria. Dentro di lei qualcosa si spezzò. Il figlio guardava il patrigno con un odio così denso da rendere laria irrespirabile.
Mio papà è meglio di te in tutto. Lui dice che rovini tutto! Con lui starei meglio!
Basta, disse Lucia a voce bassa. Adesso basta davvero.
Lindomani telefonò ad Andrea. Le dita le tremavano, ma la sua determinazione era ferma.
Andrea, iniziò controllando il tono, se ti senti il genitore migliore, prendi Marco. Per sempre. Non mi opporrò, sono pronta persino a passarti il mantenimento.
La pausa al telefono durò uneternità.
Eh… vedi… ora non è il momento… Andrea cominciò a borbottare. Il lavoro, i viaggi… Mi piacerebbe, ma…
Si incartò da solo. Sbatacchiava fogli, tossiva.
No, Lucia… Sai comè ora. Ho solo una stanza, sto facendo dei lavori. E anche il lavoro, hai presente, orari impossibili…
Lucia tacque, lasciando che le sue scuse si impigliassero da sole.
E poi, Valeria… la mia compagna… non è molto pronta per un ragazzo in casa. Abbiamo appena iniziato a vivere insieme, ci stiamo ancora abituando…
Il lamento di un uomo che aveva spinto il figlio a sabotare la nuova famiglia. Che chiamava la sera, sussurrando fiele e accendendo ogni scintilla di malumore. E ora una stanza singola, lavori, Valeria non pronta.
Ho capito, Andrea, disse Lucia piano. Ti ringrazio per la tua sincerità.
Chiuse la chiamata, senza aspettare risposta.
La sera stessa chiamò Marco in salotto. Lui si buttò in poltrona, lo sguardo provocatorio, ma stavolta qualcosa nello sguardo di mamma lo fece tacere.
Oggi ho parlato con tuo padre.
Il ragazzo si mise sul chi vive.
Cosa ha detto?
Lucia si sedette davanti a lui.
Non è pronto a prenderti con sé. Né ora, né mai. Ha una vita nuova, una nuova compagna, e per te non cè posto.
Non è vero! Sei una bugiarda! Papà mi vuole bene! Me lo ha detto lui…
Parlare è semplice. Lucia tenne il tono serio e misurato. Quando gli ho proposto di prenderti, si è ricordato dei lavori in casa e della stanza singola.
Marco rimase con la bocca aperta, senza trovare niente da ribattere.
Ora ascoltami bene. Lucia si fece vicina. Da oggi basta paragoni, niente più rapporti segreti con papà, né maleducazione con Stefano. O siamo famiglia tutti e tre, oppure te ne vai da tuo padre, che però non ti vuole. Farò il possibile, ma glielo imporrò. Vedrai con i tuoi occhi chi è davvero tuo padre.
Marco rimase immobile, solo le pupille dilatate gli tradivano che aveva ascoltato tutto.
Mamma…
Non sto scherzando. Lucia non sorrideva. Ti amo più della mia vita. Ma non permetterò che tu distrugga il mio matrimonio. Ti sei comportato malissimo. Ho sopportato a lungo. Ora basta. La scelta è tua.
Marco rimase fermo. Quel mondo che gli sembrava ovvio il papà buono contro il patrigno cattivo si era improvvisamente incrinato e dissolto. Suo padre non lo voleva davvero. Aveva scelto Valeria e la casa nuova. Aveva sfruttato il figlio contro la madre?
La verità bruciava piano, come vino amaro. Tutte quelle telefonate serali, il tono compassionevole, la domanda e cosa ha fatto ancora? non erano amore. Erano armi. Andrea raccoglieva munizioni per la sua piccola vendetta, e Marco gliele consegnava obbediente.
Il ragazzo inghiottì il nodo alla gola.
E Stefano? Quelluomo che aveva tormentato per mesi? Quello che pazientemente raddrizzava il telaio del motorino, mentre Marco gli passava davanti senza degnarlo di uno sguardo. Quello che ogni mattina si alzava prima per preparargli le crêpes? Che non era mai fuggito, mai si era arreso, mai aveva smesso di provare nonostante tutto…
…Cambiare fu un percorso difficile. Per settimane Marco si chiuse in camera sua, evitando di incrociare lo sguardo col patrigno. Troppa era la vergogna di ammettere il comportamento infantile. Ogni volta che vedeva Stefano, ricordava per me non sei nessuno e avrebbe voluto scomparire.
Si camminava in punta di piedi. Le parole, scelte come sulle uova. La casa sembrava una corsia dospedale, dove si lotta fra la vita e qualcosa di diverso.
Il primo passo fu un problema di fisica. Marco ci passò due ore, masticando la matita, poi alla fine, mortificato, alzò bandiera bianca.
Stefano… il nome gli pesava sulla lingua. Puoi aiutarmi? Non capisco nulla coi vettori.
Il patrigno sollevò lo sguardo dal computer. Nessuna sorpresa né trionfo solo calma, pacata accoglienza.
Vediamo insieme.
Un mese dopo andarono a pescare insieme. Seduti sulla riva del Lago di Como, a guardare i galleggianti, Marco iniziò a confidarsi della scuola, degli amici, di quella ragazza della seconda B che gli piaceva. Senza rimproveri, senza paragoni. Una chiacchiera vera.
Stefano ascoltava, annuiva, ogni tanto aggiungeva un ricordo. E Marco capì: questa era la famiglia. Non nelle promesse urlate, né nei ricordi idealizzati. Ma in una colazione silenziosa. Nella pazienza. Nella scelta di restare, anche quando tutto sembra perduto.
Il ragazzo fece la sua scelta. Quella giusta.






