Papà ha deciso di risposarsi: la storia di Gianna, la figlia divisa tra l’eredità di famiglia e il b…

Mia madre è morta cinque anni fa. Aveva solo quarantotto anni. Il cuore le si è fermato mentre annaffiava le violette in cucina. Mio padre allora aveva cinquantacinque anni.

Non pianse, non urlò. Si sedette semplicemente sulla poltrona di mia madre e fissava la sua fotografia. La guardava come se potesse riportarla in vita con la forza del pensiero.

Quel giorno, io non ho perso solo mia mamma. In un certo senso, ho perso anche mio padre. Restava vicino a me nella stessa casa, ma era solo la sua ombra, il suo doppio fisico. Un fantasma, racchiuso nel suo bozzolo di dolore.

Il primo anno fu terribile. A ventitré anni mi ritrovai a essere per mio padre non solo una figlia, ma anche uninfermiera e una psicologa. Gli cucinavo la pasta che non mangiava, lavavo le sue camicie che non indossava, parlavo parlavo parlavo, tentando di tirarlo fuori dallabisso in cui era sprofondato.

Papà stava zitto. Ogni tanto rispondeva a monosillabi. E ogni risposta era come uno schiaffo sulle mani: non intrometterti! Non toccare! Non avvicinarti!

Così, tra me e lui, crebbe lentamente un muro denso, grigio, impenetrabile.

***

Il tempo passava. Vivevamo uno accanto allaltra, ma su binari paralleli.

Al mattino ci incontravamo in cucina, poi ognuno via per la propria strada. La sera tornavamo, ci si incrociava di nuovo in cucina, poi ognuno chiuso nella propria stanza. Poche parole. Quasi nessun dialogo.

Non tentavo più di avvicinarmi a lui con le mie premure. E lui, di questo, era grato. Ognuno di noi stava imparando ad accettare, lentamente, questa nuova realtà.

Senza la moglie… senza la mamma…

***

Col tempo, mio padre iniziò a ritrovare la vitalità.

Sorrise di nuovo alla vicina che spesso ci portava i suoi deliziosi biscotti fatti in casa. Ricominciò a uscire con un amico a pescare. Riscoprì il suo portatile e i suoi film preferiti.

Non vedevo più nelluomo curvo che mi stava accanto la stessa disperazione e pensavo che il peggio fosse ormai alle spalle. Diedi persino il consenso agli amici che mi proposero un lavoro estivo in un albergo termale e partii, lasciandolo solo tutta lestate.

Quando tornai, mi aspettava una sorpresa.

***

Mio padre annunciò che si voleva risposare.

Me lo disse appena varcai la soglia di casa. Con voce calma, come se la decisione fosse ormai presa da tempo.

Ci sedemmo in cucina, lui di fronte.

Ho conosciuto una donna disse, sorridendo si chiama Claudia. Abbiamo deciso di sposarci.

Mi sentii gelare. Non perché avesse trovato qualcuno, anzi: sarei stata felice, se avesse ricominciato a sorridere davvero. Ma nella mia mente iniziò a lampeggiare un allarme rosso: La casa!

La nostra casa! Dove sono cresciuta! Dove in un angolo cè ancora la macchina da cucire della mamma, e nellarmadio la sua tazza preferita! E invece lì, ora, qualcuna aveva lasciato la sua tazza sporca sul tavolo!

Non nascosi il disprezzo verso quelloggetto nuovo…

Papà cominciai, cercando le parole Non pensi che sia troppo presto? La conosci davvero bene? Dove pensate di andare a vivere? Spero non qui? Non è solo la tua casa, sai… è anche… della mamma…

Papà sollevò gli occhi su di me, lenti, stanchi. Cera solo stanchezza, dietro quello sguardo, e un freddo distacco.

Ah, ecco disse, a bassa voce ci siamo. È iniziata. Sei stata veloce. Eppure, sono ancora vivo… Un po presto per spartire la pelle dellorso.

Io non divido niente! Voglio solo essere chiara! scattai. È logico: tu avrai una nuova famiglia, e io…? Cosa dovrei fare io se succede qualcosa?

Allora ci penserai quando sarà rispose scontroso, poi se ne andò in camera.

***

Claudia arrivò qualche giorno dopo. Alta, snella, con occhi tristi ma intensi, era gentile fino alleccesso.

Martina, capisco come ti senti mi disse. Ma credimi, non voglio nulla. Ho la mia vita, la mia casa. Amo solo tuo padre.

Claudia sforzava di essere carina, ma… quelle sue domande!

La casa al lago è lontana dal centro? chiese, con aria innocente. Da quanto tempo avete questa casa? I trilocali costruiti negli anni Sessanta, a Roma, sono molto richiesti.

Disse anche che secondo lei non si dovrebbero discutere questioni di eredità prima del tempo, che queste conversazioni ferivano mio padre facendolo sentire inutile.

Dopo quella visita, i miei dubbi si fecero ancora più forti. Ero convinta: questa donna era furba, calcolatrice. Così la mia relazione con mio padre, già fragile, si ruppe del tutto. Io vedevo in lui un vecchio suscettibile, accecato da una tardiva passione, pronto a regalare tutto al primo venuto. Lui, probabilmente, vedeva in me una figlia avida, diffidente, che pensava solo al suo futuro.

Ogni nostra conversazione finiva in lite. Papà rivendicava il suo diritto a una vita privata. Io il mio diritto a un futuro tranquillo. Ci colpivamo a parole, senza capire che facevamo male solo a noi stessi.

***

Alla fine, non ce la feci più e proposi di andare dal notaio per risolvere una volta per tutte la questione della casa.

Papà si rifiutò per molto, poi sospirando accettò.

Daccordo disse amareggiato facciamo come vuoi tu.

Tutto il tragitto fino allo studio non aprì bocca. Io stringevo nervosamente la mia borsa, pronta alla battaglia…

Nello studio regnava il silenzio. Papà si sedette nel lato opposto, mani sulle ginocchia. Imperscrutabile.

La notaia, una donna distinta dai capelli sale e pepe, aprì la cartella.

Dunque, oggi siamo qui per… iniziò con voce professionale.

Un attimo la fermò papà. La voce era calma, ma così ferma che trasalii. Io sono qui per un altro motivo…

Le porse un documento.

Ecco.

La notaia prese gli occhiali, lesse, poi chiese stupita:

È sicuro? Questo è un atto di donazione. State donando tutto il vostro patrimonio a vostra figlia? Gratuitamente?

Mi si mozzò il fiato. Cosa? Sta davvero cedendo tutto a me? Così? È una trappola? Vorrà poi accusarmi di averlo costretto?

Cercavo i suoi occhi per capire cosa stesse architettando.

Ma lui mi guardava con unespressione che mi gelò il sangue. In quegli occhi non cera rabbia, né dolore. Solo infinita delusione e… compassione. Compassione per me. Per Martina…

Tieni disse a voce bassa, si alzò e mi lasciò il documento sul tavolo. Prendi tutto quello che tanto ti premeva. Casa. Villa al lago. Tutto. Ora puoi stare tranquilla che io, vecchio tronco, non baratterò il tuo mattone per una presunta felicità.

Pronunciò felicità con tale amarezza che mi tremarono le mani.

Papà… io… non volevo… sussurrai, mentre le lacrime di vergogna mi scendevano sulle guance.

Non volevi? sorrise amaramente. Quella risata era peggio di uno schiaffo. Martina, in questi sei mesi non mi hai mai chiesto come stessi. Se avessi freddo, se mi servissero medicine. Le tue domande erano solo sui documenti. Sui metri quadri. Non vedevi tuo padre in me. Solo un ostacolo da superare per avere la tua roba. Credevi che io non lo notassi?

Fece un passo verso la porta. Si voltò:

Sognavi questa prigione? Prenditela. È tua.

Papà se ne andò. Io rimasi lì, stringendo fra le mani quella fredda carta. Avevo vinto! Avevo tutto! E allimprovviso capii di aver perso…

***

Sono passati molti anni.

Papà e Claudia stanno ancora insieme. Li vedo, a volte, al supermercato o in un parco. Quasi sempre si tengono per mano. Papà è invecchiato, ma quando guarda Claudia, gli occhi si illuminano di gioia.

Io vivo da sola.

In un luminoso trilocale appena ristrutturato, con mobili nuovi e costosi.

Nei weekend vado alla villa al lago. Lì è tutto perfetto.

Solo che la felicità sembra essersi smarrita…

So che papà mi ha lasciato la casa non per rabbia o cattiveria. Mi ha dato quello che avevo scelto io: i muri, non la persona; le carte, non lamore.

Ho scambiato mio padre per tre stanze e una villa. E questa consapevolezza è la più triste eredità che potessi ricevere.

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