Per anni ho taciuto e sopportato mia madre. Ma un evento ha cambiato tutto

Quando avevo diciassette anni, mio padre svanì come nebbia dautunno tra gli ulivi. Mia madre si spezzava la schiena lavorando due impieghi, uno di giorno al mercato di Porta Palazzo e uno di notte, cucendo abiti luminosi per signore che sognavano feste che non esistevano. I soldi era sempre troppo pochi, i risparmi evaporavano come acqua sulla pietra calda; la frutta ed i dolci apparivano solo durante Natale, come apparizioni miracolose su una tovaglia troppo lisa.
Non osavo mai chiedere nulla a mamma, mi facevo piccola, silenziosa tra le ombre. Tentavo di arrangiarmi, raccogliendo monete da portare a casa, barattando lavoretti nei vicoli di Torino. Cera mia sorella minore, Aurora, con la sua piccola felicità che noi, mamma ed io, cercavamo di ricamare come potevamo, così che non si sentisse mai meno delle altre bambine.
Ma la morte di papà non fu la fine delle disgrazie. Una notte, di quelle dove il tramonto sembra non voler finire mai, mamma crollò: un ictus la portò nellala silenziosa dellospedale di Molinette. Da allora, le sue gambe si sono fatte di pietra e il suo spirito si velò di malumore. Con la pensione dinvalidità prendeva solo quel poco che bastava a sopravvivere: cinquanta euro qui, venti lì, sempre troppo polvere tra le dita.
Ho dovuto buttare via i miei sogni di università come pezzi di pane raffermo: ero io ora il sostegno della famiglia. Cucinavo, pulivo, correvo dietro a un lavoro qualsiasi pur di portare a casa qualche banconota stropicciata. Gli amici mi offrivano aiuto, ma io, ostinata come una vecchia mula piemontese, rifiutavo. Prima della malattia, mia madre era dolce come il miele sulla focaccia, sincera, capace di uno sguardo che abbracciava. Dopo lictus, sembrava che il vento gelido delle Alpi le avesse indurito il cuore.
Cominciò a lamentarsi sempre: prima del suo destino, poi di me e di Aurora. Ci criticava perché la minestra era sciapa, perché i mobili erano impolverati, perché spendevamo troppo anche solo per comprare lo shampoo.
Nei miei sogni smangiati dalla stanchezza, cercavo di non farmi toccare dalle sue parole, di capire, di perdonare. Ma ogni notte mi perdevo nei suoi rimproveri e nei miei sensi di colpa. Avrei potuto cambiare lavoro, guadagnare di piùunofferta arrivava da una trattoria in centroma come potevo lasciare mia madre a una sconosciuta? Le madri in Italia hanno due figlie; non si affidano a mani estranee. Così diceva la voce antica nel mio petto.
I suoi rimproveri diventavano sempre più acidi, come limone sulla pelle screpolata. Spendere anche solo cinque euro per un gelato diventava causa di discussione infinita.
Tacevo, stringevo i pugni, finché un giorno tutto cambiò. Mi ammalai. Un dolore sordo mi masticava la testa, febbre e tosse si abbattevano sulla mia schiena come pioggia gelida sotto i portici. Nessuna notte riuscivo a dormire. Al mattino decisi di vedere un dottore.
Aurora mi trovò tremante in bagno, mi abbracciò e mi supplicò di non far passare troppo tempo col medico. Ma mamma, sempre uguale, disse che non avevo bisogno di nessuna cura: Il corpo giovane guarisce da solo! Io sto peggio, ho bisogno di ogni moneta, non sprecare euro per una visita. Poi che ti dirà mai il dottore? Che hai linfluenza! Vuoi sbarazzarti di me, vero?.
Ascoltavo, silenziosa, e le lacrime si scioglievano sulle mie guance. Non avevo più forze. Avevo lasciato tutto per lei e ora ero logora come la sciarpa di papà che usavo ancora. Forse fui troppo stanca, forse troppo sola: urlai. Tutto quello che avevo dentro le scappò addosso come una tempesta.
Il medico mi guardò con occhi compassionevoli: Polmonite, mi disse, Serve ricovero subito. Ma come potevo lasciare mia sorella con una madre piena di spettri? Recuperai i farmaci essenziali e andai da Chiara, la mia amica dinfanzia.
Chiara mi raccolse tra le sue mura odorose di basilico e mi rimproverò di vagare ancora per la città: Dovevi stare al caldo! Vieni, raccontami tutto!. Le spiegai, piangendo, la situazione con mamma. Le chiesi aiuto per trovare una badante e un posto dove stare almeno per un po. Lei mi aprì la porta di casa, mi disse di tornare a prendere le mie cose.
Quando rientrai, mamma urlava come unanima inquieta, senza chiedermi della febbre. Contava le monete sopra la tovaglia, borbottando. Le preparai da mangiare, entrai in camera mia e capii: non potevo restare.
Chiara mantenne la promessa: in pochi giorni trovò per mamma una signora gentile, Violetta, e per me una stanza. Cambiai lavoro, smisi di tornare a casa; sembrerò una figlia snaturata, ma avevo dato ogni stilla di me stessa. Nessun grazie era mai tornato indietro. Chissà se ne era valsa la pena. Eppure il mio futuro era ancora davanti a me, come una strada di campagna che sale tra i vigneti.
Ogni mese mando soldi per mamma e per pagare Violetta. A volte, lascio qualche euro in più, nella speranza che servano. Violetta dice che ora mamma ha sempre meno memoria: non ricorda i nostri compleanni. Ma io e Aurora ricordiamo ancora i suoi. E anche se non è questo limportante, è dolce pensare che il tempo non ci abbia portato via tutto.
Presto lascerò la casa di Chiara. Con Aurora prenderemo una casa in affitto da qualche parte, magari vicino al Po. Lei mi sostiene e mi ripete: I genitori vanno accuditi, ma mai mentre ti trascinano nelle tenebre a poco a poco.Così, tra le vecchie foto ingiallite e i sogni tenuti sotto la pelle, Aurora ed io ci prepariamo al trasloco. Le sere passano lente ma piene di silenzi buoni: cuciniamo insieme, ridiamo come due bambine, ci permettiamo perfino un piccolo gelato ogni tanto, sedute sulla ringhiera di un ponte a guardare lacqua che scorre. La città non ci sembra più così ostile; impariamo a riconoscerci nelle vetrine e nei riflessi dei tram.
Mamma, nella sua stanza colma di ricordi sfocati, scrive ancora il nostro nome su pezzetti di carta che Violetta raccoglie e ci mostra, quando andiamo a trovarle. Non sempre ci riconosce davvero, ma ogni tanto sorride e stringe le mani, e per un attimo torno bambina anchio, afferrata alle sue dita come se fossero una promessa.
Sto imparando che amare qualcuno non significa restare immobili, ma accettare la fatica delle partenze. Mi guardo nello specchio della nostra nuova casa, mi rivedo con tutte le ferite, eppure più forte di prima. Aurora mi abbraccia, sento il suo respiro caldo sulla spalla. Là fuori la città si stende indifferente, ma dentro di noi sappiamo che niente è stato sprecato: ogni notte insonne, ogni moneta contata, ogni addio ci ha ricamate insieme, figlie senza paura, sorelle che ancora sanno custodire la speranza.

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