Per anni, sono stata un’ombra silenziosa tra gli scaffali della grande biblioteca comunale. Nessuno mi vedeva veramente, e per me andava bene così… o almeno credevo. Mi chiamo Arianna, e avevo 32 anni quando ho iniziato a lavorare come addetta alle pulizie lì. Mio marito era morto improvvisamente, lasciandomi sola con nostra figlia di otto anni, Sofia. Il dolore era ancora un nodo in gola, ma non c’era tempo per piangere; dovevamo mangiare, e l’affitto non si pagava da solo.

Per anni, sono stata un’ombra silenziosa tra gli scaffali della grande biblioteca comunale. Nessuno mi vedeva davvero, e per me andava bene… o almeno così credevo. Mi chiamo Lucia, e avevo 32 anni quando iniziai a lavorare come addetta alle pulizie lì dentro. Mio marito era morto improvvisamente, lasciandomi sola con nostra figlia di otto anni, Beatrice. Il dolore era ancora un nodo in gola, ma non c’era tempo per piangere; dovevamo mangiare, e l’affitto non si pagava da solo.

Il capo bibliotecario, il signor Rossi, era un uomo dal volto severo e dalla voce controllata. Mi guardò dalla testa ai piedi e disse con tono distante:
«Può iniziare domani… ma niente bambini rumorosi. Che non si vedano in giro.»
Non avevo scelta. Accettai senza fare domande.

La biblioteca aveva un angolo dimenticato, vicino ai vecchi archivi, dove c’era una stanzetta con un letto impolverato e una lampadina fulminata. Lì dormivamo io e Beatrice. Ogni notte, mentre il mondo dormiva, io spolveravo gli scaffali infiniti, lucidavo i lunghi tavoli e svuotavo i cestini pieni di carte e involucri. Nessuno mi guardava negli occhi; ero solo “quella che pulisce”.

Ma Beatrice… lei mi guardava. Osservava con la curiosità di chi scopre un universo nuovo. Ogni giorno mi sussurrava:
«Mamma, un giorno scriverò storie che tutti vorranno leggere.»
E io sorridevo, anche se dentro mi faceva male sapere che il suo mondo era limitato a quegli angoli bui. Le insegnai a leggere usando vecchi libri per bambini che trovavamo negli scaffali dei rifiuti. Si sedeva per terra, abbracciata a un volume consunto, perdersi in mondi lontani mentre la luce fioca cadeva sulle sue spalle.

Quando compì dodici anni, trovai il coraggio di chiedere al signor Rossi qualcosa che per me era enorme:
«Per favore, signor Rossi, lasci che mia figlia usi la sala lettura principale. Adora i libri. Lavorerò più ore, le pagherò con i miei risparmi.»
La sua risposta fu una risatina secca.
«La sala lettura è per gli utenti, non per i figli del personale.»

Così continuammo come prima. Lei leggeva in silenzio negli archivi, senza mai lamentarsi.

A sedici anni, Beatrice già scriveva racconti e poesie che cominciavano a vincere premi locali. Un professore universitario notò il suo talento e mi disse:
«Questa ragazza ha un dono. Potrebbe essere la voce di molti.»
Lui ci aiutò a ottenere delle borse di studio, e così Beatrice fu ammessa a un programma di scrittura in Francia.

Quando diedi la notizia al signor Rossi, vidi la sua espressione cambiare.
«Aspetta… la ragazzina che stava sempre negli archivi… è tua figlia?»
Annuii.
«Sì. La stessa che è cresciuta mentre io pulivo la sua biblioteca.»

Beatrice partì, e io continuai a pulire. Invisibile. Finché un giorno, il destino cambiò tutto.

La biblioteca entrò in crisi. Il comune tagliò i fondi, la gente smise di frequentarla e si parlò di chiuderla per sempre. «Sembra che a nessuno importi più», dissero le autorità.

Poi, arrivò un messaggio dalla Francia:
«Mi chiamo Dott.ssa Beatrice Mancini. Sono autrice e accademica. Posso aiutare. E conosco bene la biblioteca comunale.»

Quando arrivò, alta e sicura di sé, nessuno la riconobbe. Camminò fino al signor Rossi e gli disse:
«Una volta mi dicesti che la sala lettura non era per i figli del personale. Oggi, il futuro di questa biblioteca è nelle mani di una di loro.»

L’uomo si spezzò, con le lacrime che gli scorrevano sulle guance.
«Mi dispiace… non lo sapevo.»
«Io sì», rispose lei dolcemente. «E ti perdono, perché mia madre mi ha insegnato che le parole possono cambiare il mondo, anche quando nessuno le ascolta.»

In pochi mesi, Beatrice trasformò la biblioteca: portò nuovi libri, organizzò laboratori di scrittura per i giovani, creò programmi culturali e non accettò un centesimo in cambio. Lasciò solo un biglietto sulla mia scrivania:
«Questa biblioteca una volta mi vedeva come un’ombra. Oggi cammino a testa alta, non per orgoglio, ma per tutte le madri che puliscono perché i loro figli possano scrivere la propria storia.»

Col tempo, mi costruì una casa luminosa con una piccola biblioteca personale. Mi portò in viaggio, a conoscere il mare, a sentire il vento in posti che prima vedevo solo nei vecchi libri che leggeva da bambina.

Oggi mi siedo nella sala lettura rinnovata, guardando i bambini leggere ad alta voce sotto le finestre che lei fece restaurare. E ogni volta che sento alla radio il nome “Dott.ssa Beatrice Mancini” o lo vedo stampato su una copertina, sorrido. Perché prima, ero solo la donna che puliva.

Ora, sono la madre della donna che ha riportato le storie nella nostra città.

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Per anni, sono stata un’ombra silenziosa tra gli scaffali della grande biblioteca comunale. Nessuno mi vedeva veramente, e per me andava bene così… o almeno credevo. Mi chiamo Arianna, e avevo 32 anni quando ho iniziato a lavorare come addetta alle pulizie lì. Mio marito era morto improvvisamente, lasciandomi sola con nostra figlia di otto anni, Sofia. Il dolore era ancora un nodo in gola, ma non c’era tempo per piangere; dovevamo mangiare, e l’affitto non si pagava da solo.