Marcello, sei tu, figliolo mio?
Sì, mamma, sono io! Scusa se sono tornato così tardi…
La voce di mia madre, tremante dansia e di stanchezza, mi raggiunse dallingresso buio. Se ne stava lì, invecchiata e dimessa, con labat-jour della cucina in mano, come se mi avesse aspettato tutta la vita.
Marcellino, cuore mio, dove te ne sei andato fino a questora? Il cielo è già nero, le stelle brillano come occhi di gatti nei vicoli di Roma…
Mamma, ero con Giuseppe. Studio, compiti… Il tempo mi è proprio volato. Perdonami se non ti ho avvisata. So quanto dormi male…
O forse sei stato da una ragazza? mi scrutò, sospettosa. Non è che ti sei innamorato, eh?
Mamma, ma che dici! scoppiai a ridere, sfilandomi le scarpe malandate. Non sono certo il tipo che le ragazze aspettano sotto casa. E poi, a chi posso servire io gobbo, con le braccia come uno scimmione e la testa arruffata come un cespuglio?
Le vidi negli occhi un lampo di dolore. Non disse mai che nei miei tratti non vedeva una disgrazia, ma suo figlio cresciuto tra stenti, freddo e solitudine.
Così ero io, in effetti. Alto forse un metro e sessanta, la schiena curva, le braccia lunghe fino alle ginocchia. Capelli crespi e ribelli, faccia grande, sgraziata. Da bambino mi chiamavano scimmiotto, folletto, miracolo della natura. Ma sono cresciuto. E di miracoli, ne ho fatti più io degli altri.
Mamma Maria Teresa Sartori ed io siamo arrivati qui, tra i campi del piccolo paese nella campagna toscana, che avevo solo dieci anni. Eravamo fuggiti da Napoli, dalla vergogna e dalla povertà: mio padre in galera, mia madre abbandonata da tutti. Siamo rimasti solo noi due. Due contro tutti.
Quel Marcello non tirerà avanti, sussurrava la vicina, Nonna Rosa, fissando il mio corpo gracile. Sparirà come una foglia al vento.
Ma io no. Mi sono aggrappato alla vita con tutte le forze, proprio come un ulivo nei sassi. Sono cresciuto, ho respirato, ho lavorato. Mamma cuore di ferro e mani segnate dal forno del panificio sfornava pane per il paese. Ore e ore, ogni giorno, ogni stagione, finché anche lei si è spezzata.
Quando è rimasta a letto, senza più rialzarsi, sono diventato figlio, figlia, infermiere e badante. Lavavo i pavimenti, cucinavo la minestra, le leggevo la rivista. E quando se nè andata silenziosa, come una brezza dalla Maremma sono rimasto lì, accanto alla bara, con i pugni stretti e senza una lacrima da versare.
La gente, però, non ci aveva dimenticati. I vicini portarono pasta, una coperta di lana, e poi, senza che nemmeno me ne accorgessi, cominciò a venire gente a casa. I ragazzini, affascinati dalla radio. Facevo il tecnico di paese aggiustavo vecchi apparecchi, sistemavo antenne, saldavo fili. Avevo mani doro, anche se storte.
Poi iniziarono a venire ragazze. Allinizio solo per una tazza di tè coi biscotti fatti in casa. Poi si fermavano più a lungo. Ridevano, chiacchieravano.
Fu allora che notai che una di loro Fiorella rimaneva sempre per ultima.
Non hai fretta di tornare a casa? chiesi quando tutti erano andati.
Non ho nessuno che mi aspetta, rispose, a testa bassa. La matrigna non mi sopporta. Ho tre fratelli rozzi, mio padre beve Per loro sono solo un peso. Vivo temporaneamente da unamica, ma qui qui sento pace. Non mi sento sola.
Quella sera la guardai, e compresi per la prima volta quanto si possa essere necessari a qualcuno.
Rimani qui da me, dissi semplicemente. La stanza di mamma è vuota. Diventi tu la padrona di casa. Da parte mia non ti chiederò niente. Né parola, né sguardo. Solo resta.
La gente iniziò a mormorare dietro le mie spalle:
Ma comè possibile? Il gobbo e quella bellezza? Fa ridere…
Intanto il tempo passava. Fiorella metteva in ordine, faceva il minestrone, sorrideva. Io lavoravo, silenzioso, e mi prendevo cura di tutto.
Un giorno nacque un bambino. E il paese si capovolse.
A chi somiglia? chiedevano. A chi mai?
Il piccolo, Andrea, indicava me: «Papà!»
E io, che mai avrei creduto possibile diventare padre, sentii dentro di me schiudersi qualcosa di nuovo come uno spicchio di sole tra le nuvole.
Insegnai ad Andrea ad aggiustare spine, pescare nellArno, leggere il giornale a voce alta. Fiorella, guardandoci, sospirava:
Dovresti trovarti una donna, Marcello. Non sei più solo.
Tu sei come una sorella, le rispondevo. Prima ti trovo un marito buono, e poi… poi vedremo.
E un uomo buono arrivò. Un giovane serio, di un paese poco distante. Onesto e lavoratore.
Si fecero le nozze in piazza, e Fiorella partì.
Qualche tempo dopo la incontrai sulla strada, e le dissi:
Vorrei chiederti una cosa Lasciami Andrea.
Cosa? sussultò. Ma perché?…
Lo so, Fiorellina. Quando nasce un figlio, tutto cambia. Ma Andrea lui non è il tuo sangue. Un giorno lo dimenticherai. Io invece… non posso.
Non posso separarmene!
Non ti sto portando via niente, sussurrai. Vieni a trovarlo quando vuoi. Solo lascia che viva con me.
Lei restò qualche secondo in silenzio. Poi chiamò il bambino:
Andrea! Vieni qui! Con chi vuoi stare, con la mamma o col papà?
Andrea corse da me, con gli occhi spalancati:
Possiamo stare come prima? Tutti assieme, mamma e papà?
No, rispose lei. Non si può.
Allora resto con papà! gridò Andrea. Tu, mamma, vieni a trovarci!
Così andò. Andrea restò. E io, per la prima volta, diventai un vero padre.
Un giorno, però, Fiorella tornò:
Dobbiamo trasferirci a Firenze. Porto via Andrea.
Il bimbo pianse, disperato, mi abbracciò con forza:
Non voglio andare via! Resto con papà, resto con papà!
Marcello sussurrò Fiorella, fissando il pavimento. Lui… non è tuo figlio.
Lo so, dissi. Lho sempre saputo.
Torno comunque da te! singhiozzava Andrea.
E manteneva la parola. Ogni volta che lo portavano via, trovava il modo di tornare. Alla fine Fiorella si arrese.
Così sia, disse. Ha scelto lui.
Poi la vita scelse una nuova strada.
Vicina di casa, Rachele, aveva perso il marito un ubriacone, persona dura. Non avevano figli, forse perché in quella casa lamore non cera mai stato.
Cominciai ad andare da lei a prendere il latte fresco. Poi ad aggiustare il cancello, sistemare la grondaia. Poi, solo a bere un caffè. E a parlare.
Ci siamo avvicinati piano, con timidezza, da adulti.
Fiorella scriveva lettere. Poi nacque una sorellina per Andrea si chiamava Diana.
Porta anche lei, scrissi a Fiorella. Una famiglia sta insieme.
Dopo un anno vennero entrambi.
Andrea non lasciava un attimo la sorellina. La prendeva in braccio, le cantava la ninna nanna, la aiutava a camminare.
Figlio mio, lo pregava Fiorella. Vieni con noi a Firenze. Ci sono scuole, teatro Il futuro.
No, replicava Andrea. Papà non lo lascio. E la zia Rachele per me è già mamma.
Poi iniziarono le scuole. Quando gli altri ragazzi si vantavano dei loro papà camionisti, militari, ingegneri, Andrea non si sentiva mai inferiore.
Mio papà? diceva fiero. Lui aggiusta tutto, capisce ogni cosa. Mi ha salvato la vita. È il mio eroe.
Passò un anno.
Io e Rachele, seduti davanti al camino con Andrea, avevamo trovato finalmente pace.
Avremo un bambino nostro, mi sussurrò Rachele un giorno. Piccolissimo.
Non mi mandare via, vero? chiese piano Andrea.
Ma cosa dici! lo strinse forte Rachele. Sei come un figlio, il figlio che ho sempre desiderato!
Figlio mio, dissi fissando le fiamme come ti può venire in mente? Tu sei la mia vita.
Nacque Paolo pochi mesi dopo.
Andrea teneva il fratellino in braccio come fosse un tesoro.
Ora ho una sorella, un fratello, un papà e una mamma, sussurrava.
Fiorella continuava a chiamarlo, ma Andrea rispondeva sempre:
Ormai sono arrivato. Sono già a casa.
Sono passati gli anni. La gente dimenticò che Andrea non era figlio naturale. Nessuno più mormorava.
E quando Andrea a sua volta divenne padre, raccontava ai suoi bambini e nipotini la storia del papà migliore del mondo.
Non era bello, diceva ma aveva più amore lui che tutte le persone che ho mai conosciuto.
Ogni anno, il giorno dei morti, tutta la famiglia si ritrovava. I figli di Rachele, i figli di Fiorella, i nipoti e i pronipoti.
Bevevamo tè, ridendo, ricordando…
Abbiamo avuto il miglior padre del mondo! dicevano tutti, alzando la tazza. Ce ne fossero di più così!
E ogni volta qualcuno, senza dire nulla, puntava il dito verso il cielo verso le stelle, verso il ricordo di quelluomo che, contro tutto e tutti, è stato un vero papà.
Unico.
E a sera, mentre scrivo queste righe, capisco che la bellezza vera non sta nel corpo, ma nellanima. E che un uomo vale solo per lamore che è stato capace di dare.




