Per evitare lo scandalo, ho accettato di vivere con un uomo gobbo… Ma quando mi ha sussurrato la sua richiesta allorecchio, sono rimasta senza fiato.
Sei tu, Giulio, tesoro mio?
Sì, mamma, sono io! Scusami se sono tornato così tardi
La voce di mia madre, tremante di stanchezza e preoccupazione, arrivava dallingresso immerso nelloscurità. Era lì, nella sua vecchia vestaglia, con una piccola torcia in manosembrava quasi che mi avesse aspettato tutta la vita.
Giulietto, cuore mio, dove hai vagato fino a questora? Il cielo è già nero, le stelle brillano come occhi di gatti selvatici
Mamma, ero con Marco. Facevamo i compiti, preparavamo le lezioni Ho perso la cognizione del tempo. Scusa se non ti ho avvisata. Lo so che dormi già poco
O forse sei andato da una ragazza? improvvisamente mi ha guardato con sospetto. Non è che ti sei innamorato, eh?
Mamma, che dici! ho riso togliendomi le scarpe. Non sono certo io il tipo che le ragazze aspettano sotto casa. Chi mai avrebbe bisogno di un gobbo con le braccia lunghe come uno scimmione e una testa piena di ricci spettinati?
Nei suoi occhi però ho colto una ferita. Non ha mai detto che vedeva in me non una bestia, ma il figlio che aveva cresciuto nella povertà, al freddo, da sola.
Non sono mai stato un bel ragazzo. A malapena un metro e sessanta, curvo, con braccia che quasi sfioravano le ginocchia, la testa grossa e piena di ricci scompigliati come soffioni. Da piccolo mi chiamavano scimmietta, spirito del bosco, miracolo della natura. Ma poi sono cresciutoe sono diventato qualcosa più di un semplice uomo.
Siamo arrivati in questo paesino della periferia di Modena quando avevo dieci anni. Fuggiti dalla città: dalla povertà, dalla vergognamio padre in carcere, mia madre abbandonata. Restavamo solo io e lei. Contro tutto e tutti.
Questo Giulio non vivrà a lungo bisbigliava la vecchia Domenica, guardando il ragazzino debole che ero Scomparirà come acqua sulla roccia, senza lasciare traccia.
Ma io non sono scomparso. Ho aggrappato la vita con forza. Crescevo, respiravo, lavoravo. E mamma, la mia Maria Caterina, donna dal cuore di ferro e mani rovinate dalla panetteria, impastava pane per tutto il quartiere. Dieci ore al giorno, anno dopo anno, finché si è spezzata anche lei.
Quando è caduta a letto, e non riusciva più ad alzarsi, sono diventato suo figlio, sua figlia, il suo infermiere, la sua badante. Pulivo i pavimenti, cucinavo la minestra, le leggevo ad alta voce vecchi romanzi. E quando è mortapiano, come il vento che passa nei campiero lì, stretto i pugni, muto. Non avevo più nemmeno le lacrime.
Ma la gente non ci ha dimenticato. I vicini portavano cibo, qualche vestito caldo. Poi, allimprovviso, hanno iniziato a venire a trovarmi. Prima i ragazzi interessati alla radio e all’elettronica. Lavoravo al circolo ARI del paeseriparavo radio, sistemavo antenne, saldavo fili. Avevo le mani doro, per quanto goffe sembrassero.
Poi sono arrivate anche le ragazze. Allinizio solo per una tazza di tè e un po di marmellata. Poi hanno iniziato a fermarsi. A ridere. A parlare.
E mi sono accorto che una di loroIsabellarimaneva sempre per ultima.
Non hai fretta di andare? le ho chiesto una sera, quando tutti erano già andati via.
No, non ho fretta ha risposto piano, fissando il pavimento. Mia matrigna mi detesta. Ho tre fratelli, selvaggi. Mio padre beve, e io sono solo un peso. Vivo a casa di unamica, ma non per sempre da te cè pace. È tranquillo. Non mi sento sola qui.
Ho guardato Isabellae per la prima volta ho capito che potevo essere utile a qualcuno.
Resta da me ho detto, semplice. La stanza di mamma è vuota. Puoi essere la padrona di casa. Io non ti chiederò nulla. Né parole, né sguardi. Solo, stai qui.
La gente ha iniziato a mormorare. Bisbigliavano alle spalle:
Ma comè possibile? Un gobbo e una bella ragazza? Fa ridere!
Il tempo è passato. Isabella puliva, cucinava la pasta, sorrideva. E iolavoravo, tacevo, mi prendevo cura di lei.
Quando è nato un bambino, il mondo si è capovolto.
A chi assomiglia? chiedevano tutti nel paese A chi?
Il bambino, Matteo, guardava me e diceva: Papà!
E io, che mai avrei pensato di essere padre, ho sentito qualcosa schiudersi nel pettocome un piccolo sole.
Gli ho insegnato ad aggiustare prese, a pescare, a leggere una parola alla volta. Isabella, guardandoci, diceva:
Giulio, dovresti trovarti una donna. Non sei solo.
Tu per me sei come una sorella rispondevo io. Prima trovo un buon marito per te. Poi vedremo.
A un certo punto è arrivato davvero un uomo buono. Un giovane del paese vicino. Onesto. Lavoratore.
Si è fatto il matrimonio. Isabella è partita.
Un giorno lho incontrata per strada e le ho detto:
Voglio chiederti una cosa Lasciami Matteo.
Cosa? si è sorpresa. Perché?
Lo so, Isabella. Quando nasce un figlio, tutto cambia dentro. Ma Matteo lui non è tuo vero figlio. Finirai per dimenticarlo. Io non posso.
Non lo lascerò mai!
Non te lo sto portando via ho sussurrato. Vieni a trovarlo quando vuoi. Solo permettigli di vivere con me.
Isabella ci ha pensato un attimo. Poi ha chiamato Matteo:
Matteo! Vieni qua! Dimmi, con chi vuoi vivere, con me o con papà?
Il bambino si è avvicinato, brillava negli occhi:
Non si può come prima? Con mamma e papà insieme?
No, ha detto triste Isabella.
Allora resto con papà! ha gridato felice il piccolo. Tu, mamma, vieni quando vuoi!
E così è stato.
Matteo è rimasto con me. E io, per la prima volta, sono diventato davvero suo padre.
Un giorno però Isabella è tornata:
Ci trasferiamo in città. Devo prendere Matteo con me.
Il bambino ha pianto disperato, mi ha abbracciato:
Non vengo! Rimango con papà! Solo con papà!
Giulio ha sussurrato Isabella, guardando giù Non è tuo figlio, lo sai.
Lo so ho risposto. Lho sempre saputo.
Scappo da papà! urlava Matteo tra le lacrime.
E davvero fuggiva ogni volta che lo portavano via.
Passavano le settimane, i mesi. Alla fine Isabella ha ceduto.
Che sia così ha detto. Ha fatto la sua scelta.
Poi la vita ha preso unaltra piega.
La vicina, Maria, aveva perso il marito, un uomo violento e dedito al vino. Non avevano avuto figli: in quella casa non cera amore.
Ho iniziato a portarle il latte. Poi a riparare la staccionata, sistemare il tetto. Poi, semplicemente, a fermarmi. Bere un tè. Parlare.
Ci siamo avvicinati. Con lentezza. Con delicatezza. Da adulti.
Isabella mi scriveva lettere. Aveva avuto una bimba, Diana.
Portamela le ho scritto. La famiglia deve stare insieme.
Dopo un anno sono venuti a trovarci.
Matteo non si staccava dalla sorellina. La teneva in braccio, le cantava ninne nanne, le insegnava a camminare.
Figlio mio, lo pregava Isabella. Vieni a vivere con noi. In città cè il teatro, la scuola, mille possibilità
No scuoteva la testa Matteo. Non posso lasciare papà. E la zia Maria ormai è la mia seconda mamma.
Poi la scuola.
Quando gli altri si vantavano di padri camionisti, militari o avvocati, Matteo non si sentiva inferiore.
Mio papà? diceva fiero. Aggiusta ogni cosa. Capisce il mondo. Mi ha salvato. È il mio eroe.
Gli anni passavano.
Io e Maria sedevamo davanti al caminetto, con Matteo vicino.
Aspettiamo un bambino ha sussurrato Maria. Un piccolino.
Non mi manderete via, vero? ha chiesto piano Matteo.
Ma che dici! ha esclamato Maria, abbracciandolo. Tu sei mio figlio. Ti ho voluto bene da sempre!
Figlio mio, ho detto guardando il fuoco. Mai potremmo cacciarti. Sei la nostra vita.
Dopo alcuni mesi è nato Luca.
Matteo teneva il fratellino come fosse il tesoro più grande.
Ora ho una sorella, bisbigliava. E un fratello. E papà. E zia Maria.
Isabella continuava a chiamarlo.
Ma Matteo rispondeva sempre:
Io ormai sono arrivato. Sono a casa.
Gli anni sono passati. Nel paese nessuno più ricordava che Matteo non era il mio vero figlio. Nessuno più mormorava.
Quando Matteo è diventato padre, raccontava ai suoi figli e nipoti la storia del papà più straordinario del mondo.
Non era bello, diceva Matteo. Ma aveva in sé più amore di chiunque abbia mai conosciuto.
E ogni anno, nel giorno del ricordo, la casa si riempiva: figli di Maria, figli di Isabella, nipoti e pronipoti.
Si beveva tè, si rideva, si ricordava.
Avevamo il papà migliore del mondo! dicevano tutti, alzando le tazze. Ci vorrebbero più padri così!
E ogni volta una mano si levava al cieloverso le stelle, verso il ricordo di un uomo che, contro ogni attesa, era diventato un vero padre.
Lunico.





