Per quando piove

Per ogni evenienza

Nel cassetto della cucina, sotto una scatola di batterie di scorta e alcuni elastici per capelli, giaceva un foglio di carta ripiegato in quattro. Silvia lo teneva non come una banale nota, ma come uno strumento: lo dispiegava con la mano aperta, facendo attenzione che i bordi non tremassero, e lo leggeva non solo con gli occhi, ma con tutto il corpo, come si segue una procedura prima di premere un pulsante.

In alto cera scritto a penna: Per i giorni di pioggia. Sotto, una lista. Non Sii forte o Fatti coraggio, ma piccoli gesti concreti, testati nel tempo.

1. Bere un bicchiere dacqua. Poi un tè. Sedersi per due minuti.
2. Respirazione: inspira contando fino a quattro, espira fino a sei, per dieci volte.
3. Chiamare una delle tre persone fidate. Dire: Ho bisogno di cinque minuti, ascoltami soltanto.
4. Annotare su un foglio i tre passi prossimi. Non di più.
5. Delegare: chiedere, pagare, rimandare.
6. Percorrere il tragitto: da casa alla farmacia passando per il cortile, giro attorno alla scuola ed evitare il caos.
7. Dire a casa una frase sincera, senza accuse.

La lista era nata due anni prima, quando Silvia aveva perso la pazienza al supermercato: la cassa bloccata e una persona alle sue spalle impaziente. Era uscita senza comprare nulla e per mezza giornata non riusciva a capire il motivo. Al primo incontro lo psicologo le aveva chiesto: Cosa fai quando il panico ti prende? Silvia aveva risposto: Niente. Provo a non sentire nulla. E lì aveva capito che quel niente era già una scelta, la più distruttiva.

Quel giorno, aveva preso il foglio non perché si sentisse già in crisi, ma più per controllare che fosse sempre lì, a portata di mano. Lo richiuse, schiacciando bene le pieghe tra le dita, lo rimise nel cassetto e lo chiuse.

Sul tavolo cera un contenitore di riso, accanto la lunchbox di suo figlio. Silvia controllò di aver messo i tovaglioli, una mela e il pacchetto di biscotti. In corridoio, la giacca del figlio era già pronta, sul mobile il diario. Tutto era in ordine, e questo la metteva ancora più in allerta come prima di un viaggio, quando sembra che qualcosa verrà dimenticato.

Il figlio, Paolo, uscì dalla sua camera mentre chiudeva la zip della giacca.

Mamma, oggi ho la verifica di matematica.

Me lo ricordo, rispose Silvia, sorridendo con uno di quei sorrisi che nascondono il pensiero speriamo che fili tutto liscio.

Suo marito, Alessandro, stava già sorseggiando il caffè guardando il tablet. Faceva turni e quel giorno doveva passare dal meccanico per dei pezzi dellauto, poi direttamente in cantiere.

Mi accompagni? chiese Silvia, indossando le sneakers.

Non posso, ho una riunione alle nove, rispose lui, senza distogliere lo sguardo.

Silvia ingoiò il solito fastidio. Non posso suonava sempre come non voglio, anche se sapeva che non era vero. Prese la borsa, verificò che chiavi, bancomat e caricatore ci fossero.

Lascensore arrivò subito, ma al piano terra le porte tremarono, poi si bloccarono. Silvia premette di nuovo il pulsante. Nulla.

Mamma, siamo bloccati? Paolo la guardò con uno sguardo più adulto della sua età.

No, aspetta, rispose Silvia. Schiacciò apri e chiudi, poi il tasto di chiamata. Lascensore sbuffò e ripartì.

Silvia sentiva il disagio crescere, come se qualcuno avesse versato acqua bollente nel petto. Non era successo niente e già si preparava al peggio.

Fuori, scoprì che lautobus era appena partito. Alla fermata la gente borbottava al telefono o fissava il vuoto. Silvia guardò lorologio. Se aspettavano il prossimo, sarebbero arrivati tardi.

Andiamo a piedi fino alla metro, disse. Svelti.

Paolo corse accanto a lei, cercando di stare al passo. Silvia lo teneva per il braccio, per paura che sbucasse sulla strada. Nella sua testa si accumulava già una nuova lista: scuola, ufficio, conference call, poi…

Allingresso della metro sentì la vibrazione del telefono. Era il numero della scuola.

Silvia Bianchi? la voce della segretaria gentile ma fredda. Paolo oggi non ha il certificato per lesonero di ginnastica. Ha detto che gli fa male il ginocchio, ma senza certificato non possiamo…

Silvia chiuse gli occhi per un istante.

Gli fa davvero male. Siamo stati dal medico, il certificato è a casa, ho dimenticato di metterlo nello zaino. Posso inviare una foto?

Le foto non le accettiamo. Serve loriginale.

Lo porto dopo il lavoro, disse Silvia, e il tono ne tradiva la tensione. Oppure… posso chiedere a mio marito.

Fino a mezzogiorno, tagliò corto la segretaria.

Silvia abbassò il telefono e sentì stringersi lo stomaco. Fino a mezzogiorno voleva dire che avrebbe dovuto scappare dallufficio, proprio il giorno della consegna del report.

Paolo era lì, la fissava.

Non lho fatto apposta, disse.

Lo so. Vai tranquillo, rispose Silvia, anche se tranquillo era ormai lontano.

Accompagnò Paolo fino allentrata, lo baciò sulla testa e tornò alla metro. Il vagone era affollato, qualcuno le pestò un piede, altri ridevano a voce troppo alta. Silvia si tenne salda al corrimano cercando di non pensare che la giornata era appena iniziata.

In ufficio, lodore di caffè e di stampante la accolse. Il collega al suo tavolo sollevò la testa.

Sil, il cliente è in linea, dovè la versione finale? Stanno diventando nervosi.

Silvia si sedette, accese il computer, cercò la cartella. Il file non cera. Ricontrollò. Ieri aveva salvato tutto sul disco condiviso. O almeno pensava di averlo fatto.

Arrivo, disse, sentendo le mani umide.

Aprì la casella mail, cercò la lunga conversazione, provò a ricostruire i passaggi. Dentro di sé riecheggiava la vecchia frase: Hai rovinato tutto di nuovo. Era una frase dellinfanzia, che tornava ogni volta nei momenti in cui bisognava solo agire.

Il telefono vibrò ancora. Questa volta era sua madre.

Silvia, la voce tesa. Ho il rubinetto della cucina che perde. Ho messo un recipiente, ma perde lo stesso. Ho paura di allagare i vicini.

Silvia guardò lo schermo, la cartella vuota, lorologio.

Mamma, sono al lavoro. Chiudi lacqua sotto il lavello, cè la valvola. Ti ricordi?

Non riesco a girarla, è troppo dura.

Prendi un asciugamano, usa quello per girare. Se non ci riesci, chiama la manutenzione. Ti mando il numero ora.

Chissà quando arrivano.

Capisco, però non posso venire adesso. Silvia sentiva la voce indurirsi. Ti mando il numero, ok?

La mamma rimase in silenzio per qualche secondo.

Va bene, disse piano.

Silvia chiuse la chiamata e avvertì subito un peso, come una borsa troppo carica sulla spalla. Voleva essere insieme la figlia premurosa, la madre brava, la dipendente affidabile e una persona normale. In quei momenti perdeva su tutti i fronti.

La direttrice fece capolino nellufficio.

Silvia, che fine ha fatto il report? Il cliente sta aspettando. E ieri hai mandato una bozza con i numeri sbagliati.

Silvia sentì il viso accendersi.

Mi… metto subito a sistemare. Risolvo.

Fai presto, disse la direttrice, uscendo.

Silvia osservò lo schermo e capì che avrebbe fatto quello che faceva spesso: partire a testa bassa, frenetica, finendo per sbagliare ancora. Sentiva la morsa della paura, appiccicosa, quasi mancasse l’aria.

Si appoggiò allo schienale e chiuse gli occhi per un attimo. Per i giorni di pioggia, le tornò in mente, come una mano sulla spalla.

Silvia si alzò, prese la tazza e andò in cucina. Non perché desiderasse il tè, ma per cambiare posizione, spezzare il circuito.

Riempì la tazza dacqua dal distributore, bevve tutto dun fiato. Poi mise a bollire lacqua e attese, infilò una bustina di tè nella tazza. Si sedette vicino alla finestra e guardò il cortile tra gli uffici. Due minuti. Solo due.

Fece dieci respiri, espirando più a lungo. Alla sesta espirazione le spalle si rilassarono un poco. Alla decima era chiaro che il cuore batteva ancora forte, ma non come una sirena.

Tornata al tavolo, estrasse il piccolo quaderno dalla borsa. In cima scrisse: Ora.

1. Trova lultima versione del report.
2. Chiama il cliente e dì la verità su quando avrà la versione finale.
3. Risolvi la questione del certificato e il rubinetto.

Tre passi, non dieci.

Apre la cronologia versioni sul disco condiviso. Il file non era cancellato, solo rinominato. Ieri aveva aggiunto la data al nome e la lista si era spostata. Silvia lo aprì, verificò i numeri, trovò una formula sballata. Corresse, ricalcolò, salvò.

Poi compose il numero del cliente.

Buongiorno, sono Silvia, disse serena. Ieri vi ho mandato una bozza sbagliata. Ora ho sistemato tutto. La versione definitiva arriva tra quaranta minuti. Se vi serve urgentemente, ditemi cosa è più importante, lo priorizzo.

Il cliente tacque, poi sospirò.

Quaranta minuti vanno bene. Grazie per aver avvisato.

Silvia riattaccò e sentì dentro crescere un piccolo angolo solido. Non felicità, non sollievo, solo la possibilità di stare in piedi.

Il passo successivo era chiamare uno dei tre. Scorrendo i contatti, si fermò su Alessandro. Avrebbe preferito evitare di sentirsi rispondere non posso, ma quello che serviva era aiuto concreto.

Ale, ciao. Ho bisogno di una mano. La scuola vuole il certificato entro mezzogiorno. È a casa, sul mobile in corridoio, sotto il diario. Puoi passare e portarlo?

Sono dallaltra parte della città, iniziò lui.

Silvia inspirò, evitando di scattare.

Capisco. Se non lo porti tu, devo uscire dallufficio, sarebbe peggio. Puoi chiedere a qualcuno in cantiere? O cambiare strada?

Alessandro esita.

Ok, passo a casa, lo prendo e lo porto. Mandami una foto della carta, così la riconosco subito.

Grazie. Adesso te la mando.

Fotografò il certificato rimasto veramente sul mobile e lo spedì. Si rese conto: ecco, delegare non è eroismo, è chiedere.

Restavano la mamma e il rubinetto. Silvia le scrisse un messaggio con il numero del pronto intervento e una breve istruzione: Valvola sotto il lavello, gira a destra finché non blocchi. Se non riesci, usa lasciugamano. Se ti senti insicura, chiama la manutenzione, dì che il rubinetto perde e temi di allagare. Poi telefonò.

Mamma, non posso venire subito, disse con tono leggero. Ma resto al telefono mentre provi a chiudere.

Ho già le mani che tremano, confessa la madre.

Facciamo insieme. Dove sei?

In cucina.

Bene. Apri il mobile sotto il lavello. Prendi lasciugamano. Avvolgi la valvola e prova a girare. Piano, senza forzare.

Silvia sentiva i rumori, il recipiente che sbatte.

Si è girata, disse la mamma dopo un minuto, stupita. Oh, ha smesso di gocciolare.

Perfetto. Non aprire lacqua finché non arriva lidraulico. Passo io stasera a controllare.

Scusa se ti disturbo, disse la mamma.

Non è un disturbo. Hai chiamato al momento giusto, rispose Silvia, stupendosi che fosse davvero così.

Inviò il report entro quaranta minuti, come promesso. La direttrice annuì, senza sorridere ma anche senza rimproveri. Il collega fece un cenno di approvazione.

Sembrava di poter respirare. Ma la tensione restava, come dopo una frenata brusca. Silvia sapeva che, se fosse rimasta immersa nel lavoro senza staccare, avrebbe finito per scaricare tutta la rabbia in famiglia la sera.

A pranzo non andò in mensa. Mise la giacca, le cuffie e uscì. Il percorso era quello della lista: dallufficio alla farmacia passando per il cortile, giro attorno alla scuola, ritorno. Non era lacquisto a servirle, ma la ritualità di quel circuito, breve e conosciuto.

Camminava veloce, i passi si contavano da sé, quasi il corpo cercasse il ritmo. Davanti alla farmacia acquistò cerotti e una scatola di tè alla camomilla, anche se a casa il tè non mancava. Così, pensava, restava una traccia visibile: Mi sono presa cura.

Al ritorno si fermò vicino alla recinzione della scuola, osservando le finestre. Lì dentro Paolo stava affrontando la verifica. Silvia si trattenne dal mandargli un messaggio: Come va?. Ma decise che era meglio lasciarlo impegnato nel suo.

Nel tardo pomeriggio Alessandro scrisse: Ho consegnato il certificato. Tutto a posto. Poi una foto: il certificato nelle mani del bidello, con il corridoio della scuola in sfondo. Silvia sorrise e sentì un altro peso sciogliersi.

Arrivò a casa più tardi del solito, stanca ma non esausta. Sul mobile in corridoio cera il diario, il certificato non più. Alessandro era passato davvero.

Paolo era in cucina a mangiare pasta.

Mamma, ho preso un sette, disse, come se fosse la cosa più importante.

Bravo, rispose Silvia, accarezzandolo. E il ginocchio?

Va bene, avevo paura mi facesse male di nuovo.

Silvia annuì. Le veniva da dire: Anchio avevo paura, ma decise di non aggiungere altro. Mise su il bollitore, prese la camomilla comprata e infilò una bustina nella tazza.

Alessandro entrò togliendosi le scarpe.

Comè andata la giornata? chiese.

Silvia sentì il bisogno di raccontare, elencare, dimostrare quanto era stato difficile. Ma in lista cera la voce: pronunciare una frase sincera senza recriminazioni.

Posò la tazza e disse:

Oggi ho avuto parecchie scosse. Ho bisogno che tu stasera ci sia, senza telefono per mezzora.

Alessandro la guardò più attentamente di stamattina.

Va bene, dopo cena. Sono davvero stanco, però posso.

Grazie, rispose Silvia, sapendo che non era una concessione o una vittoria. Era un accordo.

Dopo cena si sedettero insieme. Alessandro mise il telefono a faccia in giù. Paolo si ritirò a studiare. Silvia raccontò tutto: il report, la chiamata dalla scuola, il rubinetto della mamma. Senza drammatizzare, solo come una successione di fatti. Alessandro fece domande, ascoltò, disse: Sì, è tanto. E quello bastò.

Più tardi Silvia passò dalla madre. Portò con sé una chiave inglese e una guarnizione nuova, comprata durante il tragitto. La madre la accolse sulla soglia, sorridendo tra il preoccupato e il riconoscente.

Pensavo sempre che mi odiassi, disse la mamma.

Mi arrabbiavo, rispose Silvia, con sincerità, togliendo la giacca. Ma non con te. Con il tempo che non basta per fare tutto.

Sistemarono insieme il lavello. La valvola era chiusa, il recipiente asciutto. Silvia controllò i raccordi, strinse il dado, cambiò la guarnizione. Lacqua smise di gocciolare. Non era un miracolo, solo tecnica.

Rientrando a casa, nel cassetto della cucina il foglio era ancora lì, ripiegato. Silvia lo riprese, lo aprì e guardò i punti. Non promettevano una vita perfetta. Promettevano una cosa sola: esiste una sequenza di azioni, da compiere quando tutto sembra andare storto.

In fondo aggiunse una nuova voce: 8. Chiedere mezzora senza telefono. E alla fine scrisse: Funziona.

Poi chiuse il foglio, lo rimise nel cassetto e lo chiuse. Il giorno non era stato ideale. Ma aveva smesso di essere una catastrofe, ed era abbastanza per andare a dormire sapendo che domani ce lavrebbe fatta di nuovo.

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