«Perché devo prendermi cura io di lei? Che lo faccia il figlio preferito!»

**Diario Personale**

Per anni ho capito una cosa: nelle famiglie con più di un figlio, c’è sempre il “preferito” e quello di troppo. Il primo è coccolato, giustificato in tutto, sostenuto. L’altro, invece, diventa il capro espiatorio di ogni disgrazia. Nella mia famiglia era esattamente così.

Mia madre adorava mio fratello minore, Vittorio. Io? Ero l’errore. Una volta, durante un litigio, mi disse: «Se non fossi nata tu, non avrei divorziato da tuo padre». Queste parole mi hanno segnata, anche dopo tanti anni. Non capivo come si potesse dire una cosa del genere a una figlia. Non avevo chiesto io di nascere. Ma per mia madre, la colpa era mia.

Dopo il divorzio, mi affidò ai nonni paterni. Avevo sette anni e mi ritrovai in una casa estranea, senza di lei. I nonni furono buoni con me, divennero la mia vera famiglia. Intanto, mia madre era sempre con Vittorio: lo viziava, lo salvava dai guai, pagava i suoi debiti, lo copriva anche quando, ormai adulto, si cacciava in affari loschi. Vendette il suo grande appartamento di quattro stanze nel centro di Milano per comprargli una casa. Lo scoprii dopo, da conoscenti. Di me non aveva mai pensato. Aveva investito tutto in lui: amore, soldi, sacrifici. Io ero stata cancellata.

Vivo in un’altra città da tempo. Mi sono sposata, ho cresciuto una figlia. Ora abbiamo anche un nipotino, perché nostra figlia ha avuto un maschietto e vive nell’appartamento che i nonni mi hanno lasciato. Viviamo sereni, senza dover nulla a nessuno. Con mia madre non ci sentivamo, né io cercavo lei. A che scopo, se eravamo estranei?

Poi successe l’imprevisto.

Mia madre si ruppe il femore. In ospedale dissero che serviva un’operazione a pagamento. E indovina chi l’ha pagata? Io. Sì, io. Con i miei soldi. Perché, nonostante tutto, era mia madre. Non volevo che soffrisse.

Ma dopo l’operazione serviva riabilitazione e qualcuno doveva occuparsi di lei: gestire la casa, accompagnarla dal medico.

Ed ecco che Vittorio “passò la palla” a me. Cominciò a chiamare, insistere, poi a premere: «È tuo dovere! Sei sua figlia!».

Rifiutai.

E allora iniziò il finimondo. Mia madre e mio fratello mi attaccarono con accuse, riportando rancori antichi che, a sentir loro, io avevo causato. Lei diceva: «Ti ho partorita, ti ho cresciuta!», e io pensavo: cosa ha cresciuto in me? Mi ha lasciata agli altri e dimenticata. Tutto l’amore era andato solo a Vittorio.

Perché ora, che stava male, si ricordava di me? Dov’ero stata nella sua vita prima?

Non trattenni le parole:

«Mamma, hai fatto la tua scelta. Hai puntato su un figlio e ti sei sbarazzata dell’altro. Ora è il momento di raccogliere. Ecco il tuo preferito: è forte, è un uomo. Che si occupi lui di te. Io non sono più la ragazzina a cui puoi dire “devi”. Non devo nulla a nessuno».

Non la presero bene. Mi insultarono, dicendo che ero senza cuore, crudele, ingrata. Ma dentro di me non sentii più nulla.

Nessun senso di colpa, solo amarezza. Amarezza per l’ingiustizia della nostra storia.

Ora mia madre è in un centro di riabilitazione. Vittorio la va a trovare quando può. Io vivo la mia vita. A volte sogno la nonna, quella che mi asciugava le lacrime e mi leggeva le fiabe. Solo lei è stata davvero mia madre.

Diranno pure che covo rancore. È vero, non sono un angelo. Ma non sono disposta a darmi di nuovo a chi mi ha rifiutata. La lezione è chiara: l’amore non si può pretendere, si merita.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

eleven + 4 =

«Perché devo prendermi cura io di lei? Che lo faccia il figlio preferito!»