Perché dovrei provare pietà per voi? Voi non l’avete fatto per me, rispose Tania.

«Perché devo provare pietà per voi? Non mi avete mai provato pietà», risponde Ginevra.

Negli ultimi mesi mia madre è spesso ricoverata al reparto oncologico dellOspedale di Milano. Nei giorni in cui è in ospedale, Ginevra rimane a casa con il patrigno, zio Marco, che ogni mattina esce alle sette e torna alle otto di sera. Così, a tutti gli effetti, Ginevra vive da sola.

Michele, il compagno di Marco, le dà qualche euro per la mensa scolastica. Con il resto compra pasta, grano saraceno, patate e, ogni tanto, salsicce economiche, e prepara la cena con quegli ingredienti.

Una fredda sera di fine novembre, Ginevra rientra da scuola e trova Marco seduto in cucina, i gomiti appoggiati alle ginocchia, lo sguardo fisso sul pavimento. Quando la bambina entra, lui alza la testa e le dice:

È tutto, Ginevra, non cè più nostra mamma.

Ginevra non risponde, si dirige verso la sua camera. Ha tredici anni, sa che con una malattia così raramente si vive a lungo, ma spera ancora che la mamma possa rimanere.

Loro sognano insieme il suo futuro: terminare la terza media e iscriversi al collegio medico. Diventerai una brava infermiera, cara, mi dice spesso la madre.

Ginevra si siede al davanzale e osserva i rami spogli di un betullo che spunta fuori dalla finestra. Un senso di solitudine lavvolge: né patrigno, né parenti, né compagne di classe. Solo un vuoto che riempie tutto intorno.

Il giorno dopo arrivano le sorelle della madre: zia Vera, zia Valeria e zia Silvia, tutte dalla campagna bergamasca. Passeggiano per lappartamento, parlano a voce alta, aprono larmadio di mia madre e, più tardi, preparano la cena in cucina. Ginevra rimane nella sua stanza. Zia Vera le porta un piatto di patate con polpetta, ma la ragazza non tocca niente.

Alla veglia si presentano altre tre donne e due uomini che Ginevra non ha mai visto. Intanto, al tavolo, si comincia a decidere il futuro di Ginevra.

Michele e io non eravamo sposati, solo conviventi, inizia Michele. Quindi non ho alcun obbligo. Dobbiamo sgomberare lappartamento fra due settimane, perché una bilocale da solo è un lusso che non posso permettermi. Decidete voi chi porterà Ginevra con sé.

Il silenzio cala nella stanza. Tutti trattengono il respiro. Finalmente zia Silvia rompe il ghiaccio:

Che vuoi dire? Caterina era tua sorella, quindi sta a te crescere sua figlia.

Sì, ma io e Caterina ci sentiamo solo a grandi festa replica Michele. Non so neppure da dove venga la bambina, e ho tre ragazzi da gestire, non ho spazio né soldi.

Valentina, potresti prenderla tu? chiede Silvia. Ti manca un po di denaro, ma lo Stato ti pagherebbe unindennità per la cura, e tua figlia Cristina ha dodici anni, sarebbe più facile per voi.

No! Io e Paolo siamo appena tornati a vivere insieme. Ho ordinato a Cristina di stare più silenziosa, e non voglio una bambina in più ribatte Valentina.

Non mi servono soldi, Silvia risponde la zia. Perché non lo prendi tu stessa?

Sono invalida, non mi accetteranno ammette Valentina, aggiungendo la sua età avanzata come ostacolo.

Così, senza una decisione, Ginevra sente le parole del parente che la valutano come un peso. Realizza che nessuna delle sorelle di sua madre ha mostrato alcun interesse per lei. Quando le zie si avviano verso il corridoio, zia Silvia commenta:

Se lappartamento fosse di nostra proprietà, potremmo aiutarla; altrimenti, finirà per perdere più di quanto guadagna, tra le multe e le verifiche.

Alla fine, lunica soluzione è mandarla al piccolo Istituto per linfanzia di Bergamo. Prima di lasciarla, Michele le dice:

Non portarmi rancore, le nostre strade si separano qui.

Il primo giorno al collegio, una ragazza alta con una folta chioma riccia si avvicina:

Sei la nuova? Come ti chiami?

Ginevra.

Io sono Ludovica. Non temere, qui non è poi così male. Ci sono educatori seri e altri un po più indifferenti, ma nessuno è davvero cattivo.

Ti mancano i genitori? chiede Ginevra.

No, i miei sono vivi, ma presto forse li perderò, perché il tribunale li ha privati dei diritti e ci ha portati qui, me e i miei tre fratelli.

Che fortuna! Hai dei fratelli?

Certo, il più giovane è ancora un bimbo, gli altri due mi hanno sempre pestato, costringendomi a cucinare e a fare il bucato quando la mamma non reggeva.

Quanti anni hai? incalza Ginevra.

Tredici, più tre mesi.

Pensavo fossi più grande.

No, è solo che nella nostra famiglia tutti sono alti: il nonno, il papà, i fratelli.

Ludovica e Ginevra restano unite fino alla fine della terza media. Nei mesi successivi parlano spesso del futuro.

Vorrei entrare al collegio medico dice Ginevra un pomeriggio. Era il sogno che condividevo con mia madre. Non so se riuscirò.

Perché non riuscirai? Hai cinque in chimica e biologia; nel diploma avrai al massimo due quattro. E poi ci sono le agevolazioni per chi proviene da famiglie svantaggiate. Anche senza di esse potrai entrare.

Tu invece, cosa vuoi fare? chiede Ginevra.

Diventare pasticcera. Voglio preparare torte e biscotti leggeri come nuvole risponde Ludovica. Ti ricordi quando la nonna Natalia ci portava alle gare di canto? Eravamo giovani e vinciamo anche la televisione ci mostrò.

Dopo quella gara andammo al bar e la nonna ci comprò un caffè con pasticcini. Avevano una crema così soffice

Ginevra entra al collegio medico, è una delle migliori della sua classe e, al terzo anno, le assegnano una piccola bilocale con finiture semplici. Per la prima volta dopo gli anni in casa di accoglienza e negli ostelli universitari, ha una stanza tutta sua, con cucina e bagno privati.

Decora lappartamento con tende chiare, una gerbera fiorita sul davanzale, una tovaglia colorata sul tavolo, due pentole rosse a pois bianchi e qualche altro utensile di seconda mano. Lambiente non è lussuoso, ma è accogliente.

Un giorno, appena finisce la lezione, Ginevra si avvia verso larmadio per andare al reparto pediatrico dove lavora come infermiera. In quel momento la sente chiamare:

Ginevra, ciao! Ti ricordi di me?

La zia Silvia, la cugina di mia madre.

Non sapevo fossi ancora al college. La signora Cristina, la tua compagna di corso, mi ha raccontato di una vostra gara in cui è emersa una ragazza con lo stesso nome dice Silvia. Sono venuta a verificare che siamo davvero parenti.

Scusa, devo correre al lavoro risponde Ginevra, dirigendosi verso luscita.

Silvia la segue, continuando:

Ho sentito che ti hanno dato un appartamento. Ho una piccola richiesta: Cristina è al secondo anno, le restano due anni di studio. Se potesse stare da te fino al diploma, noi pagheremmo metà dellaffitto e lonere del cibo. Che ne pensi?

No, non accetto ribatte Ginevra.

Ma sei sempre stata una brava ragazza! Non provi pietà per tua cugina?

Non sono più la bambina buona di un tempo, e non mi dispiace Cristina. Non è stato forse ingiusto mandarci tutti al benevolo?

Allora perché dovrei provare pietà per te? Ho vissuto in un orfanotrofio, in un ostello, e sono ancora qui, viva. E Cristina sopravviverà.

Silvia e Ginevra arrivano alla fermata dellautobus. Ginevra sale, le porte si chiudono. Silvia rimane a guardare il bus allontanarsi per qualche minuto, poi si volta e si allontana, pensando: «Chi si veste male, avrà sogni più piccoli».

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