«Perché l’hai salvato? È solo un vegetale! Ora passerai la vita a svuotare padelle, mentre io sono giovane e voglio un uomo!» — urlava la promessa sposa in rianimazione. La dottoressa Lidia taceva. Sapeva che quel paziente non era un “vegetale”, ma l’unico che la sentiva davvero.

DIARIO DI LIDIA

“Ora perché lo hai salvato? È un vegetale! Passerai la vita a svuotargli il pappagallo! E io? Io sono giovane, mi serve un uomo!”
Le urla della fidanzata risuonavano ancora nella sala di rianimazione. Io, dott.ssa Lidia Ravelli, non risposi. Sapevo la verità: questuomo, Andrea, non era un “vegetale”, era lunico che mi ascoltava davvero.

Ho trentotto anni, sono neurochirurga a Milano. Di vita personale, neanche lombra. Mio marito mi lasciò cinque anni fa, attratto da una personal trainer sempre allegra. Alladdio mi disse: “Lidia, sei come un bisturi fredda e tagliente. Stare con te è come sentire freddo nelle ossa.” Ma io non sono fredda. Sono concentrata. Quando lavori sul cervello di qualcuno, le emozioni sono solo un peso.

Quella notte portarono un ragazzo dopo un terribile incidente in moto. Trauma cranico, coma. Aveva una possibilità su un milione.
I colleghi scuotevano la testa:
“Lidia, non cè speranza, se mai dovesse sopravvivere, sarebbe un disabile grave. Un vegetale.”
“Si opera,” tagliai corto.

Rimasi al tavolo operatorio per sei ore. Sistemavo frammenti di ossa, ricucivo vasi sanguigni. Combattevo per lui con una forza che non sapevo di avere. Perché? Non lo capivo nemmeno io. Forse per quel volto giovane, determinato, bello, prima che si gonfiasse. Decisi: non oggi.

Si chiamava Andrea Marchetti. Ventinove anni.
Riuscì a sopravvivere. Non riprese conoscenza però; il coma divenne uno stato vegetativo. Era attaccato a respiratore, pieno di tubi.

Un giorno venne la fidanzata. Una bionda appariscente dalle labbra esagerate. Vide Andrea e fece una smorfia.
“Mamma mia Ma è lui?”
“Sì,” risposi mentre controllavo i monitor. “La situazione resta critica, è presto per valutare.”
“Ma valutare cosa?” urlò. “Non lo vede? È già morto! Tra un mese dovremmo sposarci! Le ferie a Santorini sono pagate! E lui sta lì come un pupazzo!”

“La prego, abbia rispetto,” le dissi a bassa voce. “Lui la sente.”
“Ma cosa vuole che senta? È un cervello fuso! Sentite, non si può insomma staccare tutto? Non ha senso farlo soffrire e far soffrire ME! Mica sono una badante!”

La cacciai di forza dalla stanza.
“Fuori, adesso. Se torni, chiamo la sicurezza.”
Se ne andò, i tacchi che martellavano il pavimento. Non tornò più.

Andrea era rimasto solo. Orfano di istituto, nessun parente.
Cominciai a fermarmi di più dopo i turni. Prima solo per monitorare i dati, poi iniziai a parlargli.
“Ciao, Andrea. Oggi piove. Brutta giornata ma aria pulita Sai, oggi ho salvato una nonnina da unaneurisma”
Gli leggevo libri, raccontavo del mio gatto Picchio, del mio ex, della fatica della solitudine.

Fu strano, aprendomi così con un corpo immobile che fissava il soffitto con occhi vuoti. Ma sentivo che lui era lì. Gli massaggiavo le mani per non farle atrofizzare. Gli mettevo la musica rock nelle cuffiette avevo scoperto il suo vecchio playlist nel telefono arrivato con le sue cose.

I colleghi ridevano, facevano battute:
“Lidia sta perdendo la testa, sè innamorata dun vegetale!”
Ma io vedevo il suo battito accelerare quando entravo nella stanza.

Passarono quattro mesi.
Un pomeriggio, compilando cartelle al suo capezzale, gli dissi:
“Sai, Andrea Vogliono farmi caposala. Amministrazione, carta e burocrazia. Ma io voglio solo guarire le persone Ho paura.”

Dimprovviso sentii un tocco leggero, quasi trasparente.
Le sue dita sfiorarono la mia mano.
Mi bloccai. Lo guardai negli occhi.
Mi fissava. Coscientemente. Tentò di parlare, ma la tracheotomia non glielo permetteva. Le labbra impastavano sillabe mute:
“G r a z i e.”

Fu un miracolo, medico e umano.
La riabilitazione fu un inferno. Andrea dovette reimparare a respirare, a deglutire, a parlare, a muovere le mani.
Io gli restai accanto. Divenni la sua fisioterapista, psicologa, amica.

Quando finalmente parlò disse:
“Ricordo la tua voce. Leggevi Hemingway. E le storie di Picchio, il gatto.”
Scoppiai a piangere. Per la prima volta dopo anni la “signora di ferro” piangeva.

Sei mesi dopo lo dimisero. Camminava solo in carrozzina, ma noi medici speravamo che un giorno ce lavrebbe fatta.
Lo portai a casa. Non come paziente, ma perché non potevo lasciarlo solo in un appartamento freddo, senza nessuno a portargli nemmeno un bicchiere dacqua.

La nostra convivenza era strana. Io medico, lui mio protetto. Ma cresceva qualcosa di più.
Andrea era programmatore. Anche dalla sedia a rotelle riprese a lavorare in remoto.
“Ti comprerò un cappotto nuovo, quello blu che ti piace tanto,” mi diceva.
“Non fare sciocchezze, risparmia per la riabilitazione,” gli rispondevo.

Un anno dopo Andrea si alzò in piedi. Barcollante, col bastone, ma in piedi.

Ed ecco riapparire la ex fidanzata. Aveva visto foto di Andrea su Instagram: in piedi, di nuovo bello e sicuro di sé.
Si presentò a casa mia.
“Andriu! Tesoro! Quanto ho sofferto! Non ci dormivo la notte! I medici mi avevano detto che saresti morto! Perdonami! Ero sconvolta Ma ti amo!”

Si gettò su di lui, odorava di profumi costosi.
Me ne rimasi nel corridoio, con i pugni serrati. Aspettavo.

Andrea, gentile ma fermo, le tolse le mani di dosso.
“Cristina,” disse calmo. “Ho sentito tutto. Quel giorno in rianimazione. Ogni parola. Del vegetale, delle vacanze, del respiratore da spegnere.”
“Andriu, ero sotto shock!”
“No, eri te. Quella vera. Adesso vattene.”
“Ma io”
“Fuori.”

Cristina se ne andò, insultandolo sottovoce.

Andrea si voltò verso di me.
“Sai perché sono tornato?”
“Perché?”
“Perché seguivo la tua voce. Tu eri la mia luce nelle tenebre.”
Mi abbracciò, claudicante.
“Lidia, tu non sei fredda. Sei la donna più calda che abbia mai conosciuto.”

Ci siamo sposati senza clamore, in modo semplice.
Andrea è completamente guarito. Insieme, cresciamo un bambino adottato, Davide quello stesso bimbo che operai tempo fa e che i suoi genitori non vollero più.

Sono diventata primario. Ancora adesso, resto accanto ai casi più disperati. Ho imparato che, anche quando il corpo tace, lanima ascolta tutto. E a volte una parola gentile guarisce più di un bisturi affilato.

Morale:
Troppo spesso giudichiamo le persone solo da diagnosi o dallapparenza.
Ma lamore e la fiducia sono una terapia potentissima per ridare vita.
Il tradimento quando si è deboli non si dimentica, perché mostra chi veramente abbiamo accanto.
Il vero sentimento non si misura in vacanza alle Maldive, ma tra le corsie di un ospedale, quando bisogna svuotare i pappagalli e stringere una mano nel buio.

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«Perché l’hai salvato? È solo un vegetale! Ora passerai la vita a svuotare padelle, mentre io sono giovane e voglio un uomo!» — urlava la promessa sposa in rianimazione. La dottoressa Lidia taceva. Sapeva che quel paziente non era un “vegetale”, ma l’unico che la sentiva davvero.