Trascorsi gran parte della mia infanzia insieme a mia sorella gemella, come se ci trovassimo chiuse in un vecchio orfanotrofio sospeso nella nebbia, abbracciate nella stessa coperta di sogni sfilacciati. Poi è avvenuto il miracolo: nostra zia, la sorella della mamma, aveva appena compiuto diciotto anni e, con limpeto di una rondine primaverile, ci ha portate a vivere con sé. Lei, e poi suo marito che nelle notti silenziose si trasformava in una specie di padre magico sono diventati davvero i nostri genitori. Li amo tanto e serbo una profonda gratitudine per tutte le cose meravigliose e assurde che hanno fatto per noi.
Nel giorno in cui abbiamo compiuto diciotto anni, loro ci hanno portate in un appartamento nel cuore di Firenze, un salotto sospeso tra epoche, con tre stanze che odoravano ancora dei nostri veri genitori. Per anni lo avevano affittato, custodendo le chiavi come se fossero talismani. Ora ci proponevano di venderlo e dividerci gli euro, perché così ognuna di noi potesse comprarsi il proprio nido, immerso nel sogno di avere una vita propria. Lidea ci piacque, era surreale: lappartamento era bello come le stanze inventate dei poeti, perciò guadagnammo parecchi soldi. Con la mia parte sono riuscita a comprare un bilocale grazioso, ovviamente facendo un mutuo, che in un anno un anno fatto di mesi che si stendevano come la pasta fresca sono riuscita a ripagare. Poi è iniziata la danza infinita dei lavori, dei mobili nuovi, delle pareti colorate con le mani.
I nostri genitori erano sereni, vedevano che finalmente poggiavo i piedi a terra, come si fa camminando tra gli ulivi. Ma per mia sorella erano pieni di inquietudine: continuavano a darle consigli sussurrati tra un piatto di ribollita e un caffè della moka, provando a insegnarle la ricetta giusta della vita. Lei, invece, stava sempre in giro, spendeva tutto su elettronica, cene in trattorie alla moda, fughe a Parigi o a Barcellona, senza mai fermarsi.
Un giorno mia zia, disperata come chi trova la pasta scotta, le disse che lavrebbe cacciata di casa se non avesse comprato un posto tutto suo prima di finire i soldi. Ma era ormai tardi: i suoi risparmi bastavano appena per un affitto modesto, e così si mise a cercare un monolocale da condividere.
In questo tempo surreale, mia sorella aveva trovato un ragazzo che sembrava uscito da un film anni 60. Andarono presto a vivere insieme, risparmiando quei pochi euro avanzati, e io finalmente respirai, felice che si occupasse un po del suo futuro. Intanto la mia vita danzava: ricevetti una promozione sul lavoro, davo una mano ai nostri genitori, feci un viaggio sognato da sempre, e nel mezzo della luce fiorentina conobbi un ragazzo simpatico con cui progettavo di convivere.
Non passò molto che ci ritrovammo tutti da me, nella mia casa dai colori assurdi. Ricordo la sera: mia sorella, con la voce di chi parla in sogno, annunciò di aspettare un bambino e poi si perse in un monologo eterno su affitti impossibili, stipendi che non bastano, costi da capogiro discorsi che ondeggiavano nellaria come tende in piazza della Signoria. Solo alla fine capii dove voleva arrivare: si girò verso di me e disse quasi cantilenando:
Dammi il tuo appartamento. Tra poco nascerà mio figlio e tu, che vivi da sola, potresti benissimo tornare da nostra zia; cè una stanza libera, no?
Le risposi calma, più lucida che mai: No. Lei scoppiò a piangere come si piange in sogno, prese il fidanzato per mano e uscì, lasciando dietro di sé un profumo di basilico e pioggia.
Da allora mi ha chiamata più volte, sperando che cambiassi idea, ma io restavo ferma, come chi difende il proprio cuscino in un sogno agitato. Avevo lavorato sodo: ogni centesimo di quellappartamento lo avevo sudato, ogni mobile scelto come si sceglie una promessa. Dovevo forse cederle tutto solo perché non aveva pensato al suo futuro?
Era colpa sua, e solo sua, se non è riuscita a vedere oltre il riflesso onirico della felicità.




