Pianista tedesco definì il folk veracruceño “rumore senza tecnica”… finché una giovane messicana lo fece piangere nel Teatro Principale di Veracruz: una serata storica al Festival Internazionale di Musica Classica dove il Son Jarocho e la jarana cambiarono per sempre il cuore della grande musica europea

Diario di Caterina Benvenuti

Serata magica al Teatro Massimo di Palermo

Oggi, Palermo brillava sotto le luci dorate del Teatro Massimo, durante lapertura del Festival Internazionale di Musica Classica. Latmosfera era elettrica: musicisti di fama mondiale, abiti scintillanti, lingue che si mescolavano nei corridoi. Sul palco, la serata era tutta un omaggio ai grandi maestri europei Bach, Mozart, Beethoven. Klaus Friedrich Simmerman, pianista tedesco leggendario, aveva appena concluso la sua esecuzione magistrale del concerto di Mozart n. 21; i suoi capelli grigi, labito scuro, il portamento da chi ha calcato Vienna, Berlino, La Scala mi sono sentita minuscola tra quei giganti della musica.

Eppure, tra le ultime file, quasi nascosta nellombra, cero io, Caterina Benvenuti, 25 anni, originaria di un piccolo borgo sulle rive del Po: Torricella. Avevo indosso il mio abito tradizionale bianco, ricamato di colori tenaci della nostra terra, e tra le mani stringevo qualcosa che con il nobile sipario non centrava nulla: una mandola cremonese, cuore pulsante della musica popolare del Nord. Nessuno immaginava che questa serata avrebbe cambiato per sempre la prospettiva di tanti: stavo per portare su quel palco la voce della mia terra.

Mi avevano invitato gli organizzatori locali, forse per mostrar rispetto alle tradizioni italiane; cinque minuti di colore regionale dopo tre ore di sonata ben temperata. Un gesto politico, più che artistico. La mia famiglia respira musica da sempre: mio nonno, don Attilio, era considerato il principe dei musicisti popolari nelle campagne intorno a Cremona. Mi ha insegnato a suonare seduta sulle sue ginocchia robuste, le dita callose che mi svelavano la magia delle corde. La mandola non si suona con le dita, diceva, ma col cuore.

Conservo ancora la sua mandola, quella che ha cantato a feste di paese e silenziato corde nei funerali e matrimoni; quella che ho portato stasera, la sua eredità. Osservavo Klaus mentre stringeva mani e riceveva lodi. Aveva studiato a Lipsia, inciso trenta album, le sue mani erano tesori nazionali. E mentre passava nei corridoi, lho sentito parlare con il direttore italiano del festival, che cercava di compiacere il maestro tedesco.

Dopo di me, musica popolare? chiese Klaus con un ghigno che non celava il disprezzo.
Sì, maestro, solo un omaggio alla tradizione lombarda, balbettò il direttore.
Klaus mi scrutò freddamente. Musica cremonese, ripeté, le parole che gli suonavano primitive. È solo rumore folcloristico, senza vera tecnica, no? Raschi di accordi semplici, niente armonie complesse: non è musica, non formalmente.

La rabbia mi saliva. Stringevo la mandola del nonno, quella che aveva portato conforto e gioia. Klaus rincarò: Non fraintenda, signorina. Sono sicuro che è pittoresco, ma non possiamo paragonarlo al classico: anni di studio, teoria, tecnica

Con rispetto, maestro, balbettai, la voce tremante di indignazione. La nostra musica ha più di trecento anni, radici africane, spagnole e padane. Ha struttura, ha profondità. Klaus interruppe elegantemente: Cara, ho dedicato quarantanni alla musica. So distinguere tra musica seria e popolare.

Si voltò, aggiungendo: Comunque, le auguro buona fortuna. Sicuramente il pubblico locale gradirà.

Rimasi paralizzata, le lacrime a bruciarmi gli occhi. Il direttore tentò di consolare: Non darci peso. Gli europei credono di aver inventato la musica. Ma io pensavo al nonno: alle serate trascorse a insegnarmi non solo a suonare, ma a sentire la musica.

Mi rinchiusi nel piccolo camerino, molto diverso dalla suite di lusso che Klaus occupava. Accarezzai la mandola contro il petto. Quelle parole rumore senza tecnica rimbombavano nella mente. Lui vedeva la musica della mia famiglia come qualcosa di inferiore, la tradizione che tiene vivi i nostri paesi. Chiusi gli occhi e vidi me stessa, bambina a Torricella, il nonno e i suoi amici che suonavano sotto le stelle fino allalba. La musica che univa il paese, le danze, le rime improvvisate piene di saggezza e allegria.

La nostra musica è preghiera, dialogo con la terra, diceva mio nonno. Ogni accordo è un racconto, ogni ritmo il battito del cuore della mia gente. Non avrei permesso che un europeo arrogante distruggendo la mia eredità. La musica, mi aveva insegnato lui, non si valuta dai diplomi, ma dalla capacità di toccare lanima e unire le persone.

Un colpo alla porta interruppe i miei pensieri. Era Marisa, lorganizzatrice, donna di spirito della Bassa. Caterina, dieci minuti, sei pronta? Sì, lo ero. Marisa tentennò: Ho sentito quello che ha detto Klaus. Mi dispiace. Lascia perdere, risposi ferma. Gli mostrerò cosè la mandola cremonese. Se non capisce, peggio per lui.

Il presentatore salì sul palco annunciando un omaggio alle tradizioni musicali della Lombardia. Gli applausi furono educati, niente a che vedere con quelli per Klaus. Salivo sulle tavole del Teatro Massimo, i miei passi risuonavano deboli. Il pubblico elegante ora era più scarso, molti avevano lasciato la sala dopo il gran finale classico. I musicisti internazionali nelle prime file osservavano annoiati: Klaus, una violoncellista francese, un violinista italiano di Torino, una soprano viennese.

Mi sedetti al centro del palco, la mandola sembrava minuscola rispetto al maestoso gran coda di poco prima. Qualcuno ridacchiava: Una ragazza col chitarra. Dovera lorchestra? Dovera la produzione? Mi sintonizzavo sulle mie radici: i ritmi portati dai contadini, le influenze afro-italiche, le anime che hanno dato vita alla nostra musica.

Cominciai: i primi accordi erano timidi. Il suono della mandola si diffondeva, crudo, vivo. Klaus osservava con sufficienza: Buona la tecnica, ma troppo semplice. Poi, chiusi gli occhi e lasciai la musica possedermi. Il ritmo lombardo emergeva: Africa, Spagna, nebbie del Po. Iniziai a cantare: Passerò per Milano senza tornarci, se non torno in questa vita, tornerò nellaltra.

La voce attirò lattenzione della soprano, che smise di scrollare il telefono. La mia non era una voce operistica, ma vera, vibrante, colma di emozione e storie. Continuai a suonare, intrecciando ritmi complessi: non la fuga di Bach, ma la stratificazione del tempo e delle voci. Klaus si sporgeva in avanti, rapito nonostante se stesso.

Apro gli occhi sfidando il pubblico: ora improvvisavo in versi, come la tradizione insegna. Dice il signore dEuropa che la mia musica è rumore, ma la mia mandola canta ciò che il suo pianoforte ha smarrito. Qualcuno si inquietava. La violoncellista sorrideva. La mia musica non la trovate sui pentagrammi, ma nellanima dei miei nonni.

La canzone cambiava ritmo; acceleravo, il suono diventava un vortice. Queste mani sono scure come la terra che amo, non hanno diplomi, ma conoscono ciò che suonano. Marisa dietro le quinte piangeva. Il violinista italiano era affascinato: riconosceva lautenticità di una passione. La mia musica ora raccontava la storia di un popolo che ha dovuto lottare per essere ascoltato e rispettato.

Poi, pizzicai un ritmo che mio nonno chiamava La Bagna, uno dei brani più antichi e profondi; lento, viscerale, radicato. Cambiai il testo: Per capire la mia musica serve un cuore aperto, serve mettere via lorgoglio. Klaus sembrava colpito: stavo rispondendo alle sue parole con la musica e i versi. Mi irritai allinizio, ma sentivo in lui un risveglio, il ricordo della sua infanzia: la nonna che suonava canzoni popolari sul vecchio piano. Chissà, pensai, quando abbiamo perso la purezza per inseguire la tecnica.

Continuai a suonare, le mani veloci, il pubblico avvinto dal mio racconto. Nessuno guardava il telefono, nessuno parlava: tutti rapiti. Suonai un brano per i funerali, un addio, Addio, pagliaccio che facevi ridere la piazza, ora riposi, qui giace linnocente. Piangevo, non di umiliazione, ma per sentire il nonno accanto a me. Klaus, incredulo, tentava di resistere: lui, il maestro acclamato, commosso fino alle lacrime da una ragazza e dalla sua musica di paese.

La violoncellista singhiozzava, la soprano si stringeva il cuore, il violinista si toglieva gli occhiali per asciugarsi i occhi. La musica non era perfetta: le mie imperfezioni la rendevano più vera. Era un ponte fra mondo accademico e saggezza ancestrale.

Interruppi il brano: Mio nonno non ha mai letto musica. Non ha mai varcato un conservatorio. Ha lavorato la terra con mani dure e schiena curva. Klaus ora piangeva senza vergogna. Ma quelluomo, con la sua umiltà, sapeva più di tanti laureati: la musica non sta sui fogli, ma qui, mi toccai il cuore, e qui, mi toccai la testa, e qui, stesi le mani verso il pubblico.

Cantai con forza: Non chiedo il permesso, ricordo solo che siamo tutti fratelli in questo mondo, alla ricerca della casa. Quei versi li stavo creando, canalizzando la voce di chi era sempre stato ignorato. Klaus, occhi chiusi, lasciò che le lacrime scorressero. Non analizzava più la musica: sentiva.

Suonai infine il Sciur Sciur, uno dei balli cremonesi più antichi. Le dita veloci sulle corde, costruivo ritmi intrecciati che sfidavano la notazione classica. Poi, mi alzai, continuando a suonare, e cominciai a battere i piedi come nello stomp: era la danza, la percussione che trasforma corpo in strumento.

Sciur sciu, sciur si, dammi la mano e vieni qui. Un invito a ballare, certo, ma più profondo: un invito alla connessione, a ricordarci che siamo prima di tutto umani. Qualcosa si ruppe in Klaus: tutte le barriere costruite in quarantanni sparirono. Era in lacrime, il volto tra le mani. La soprano gli poggiò il palmo sulla spalla. Lacrime ovunque. Un silenzio fragile seguì la mia esibizione, ed erano tutti in trance.

Allimprovviso, Klaus si alzò, lacrime sul viso: applaudì senza ritegno, vigoroso, quasi disperato. Il pubblico seguì, uno dopo laltro, fino a una standing ovation che sovrastò quella per Mozart. Klaus salì sul palco: tremava. Mi aspettavo rimproveri, invece si inginocchiò ai miei piedi. Gli spettatori trattennero il fiato.

Mi perdoni, balbettò in italiano con accento tedesco. Sono stato arrogante, cieco. Mi prese le mani: Ho studiato musica 40 anni, ma stasera una giovane maestra mi ha ricordato che la musica è nel cuore, non nei diplomi. Non sapevo cosa dire, piangevo con lui. Klaus continuava: Questa musica mi ha riportato allinfanzia, e in qualche punto ho scelto la perfezione invece dellanima.

Si rialzò e si rivolse al pubblico: Per anni ho giudicato la musica dalla struttura, dalla complessità. Ma stasera Caterina mi ha mostrato il contrario. Cercai la voce: Non volevo offenderla, volevo solo farglielo capire Klaus mi zittì delicatamente. Lei mi ha dato il dono più grande: la verità della musica.

Poi chiese: Mi insegni la mandola? Vorrei essere suo allievo. Pensai al nonno. Sarebbe stato fiero. Sarà un onore, maestro. Ma con una condizione: non chiamarmi maestra. Nella musica popolare, si è tutti compagni di viaggio.

Il direttore corse sul palco. Siamo testimoni di qualcosa di straordinario. Un ponte tra culture, tra cuori. Vorreste suonare assieme? Klaus mi guardò, timoroso. Conosce Bella Ciao? È una canzone tradizionale. Ha radici ovunque, ma è bellissima.

Ho sentito parlare mai suonata, rispose. Mi segua. Non pensi, senta. Iniziai dolcemente, il ritmo malinconico della canzone. Cantai: Una mattina mi son svegliato Klaus aggiunse accordi sommessi, seguendo la mia voce. Non era più pianista classico: era semplicemente musicista.

Il piano arricchiva la mandola ma non la sovrastava. Il pubblico commosso, lacrime e applausi. La soprano bisbigliava: Credevo di insegnare agli italiani la musica, invece sono loro a insegnarci cosè essere musicisti. Quando finimmo, applausi fragorosi. Ci abbracciammo sotto i riflettori: era la riconciliazione di secoli, di mondi lontani.

Grazie, mi sussurrò Klaus. Grazie per non aver mollato, per aver avuto il coraggio di aprirmi gli occhi. E io a lui: Grazie per ammettere di aver sbagliato. Serve più forza che una tecnica.

Il direttore commosso annunciò: Questo momento segni linizio di una nuova era: tutte le musiche siano accolte, tutte le tradizioni rispettate. La vera grandezza non sta nei diplomi, ma nellanima.

I giorni successivi furono travolgenti. Il video di Klaus che si inginocchiava davanti a me divenne virale. I giornali parlavano del Maestro tedesco che apprende umiltà dalla musica italiana. Klaus rimandò la tournée europea per restare due settimane in Lombardia, a Torricella, ospite della mia famiglia. Ogni pomeriggio imparava dalla nostra comunità: non solo tecnica, ma filosofia della musica vissuta. Scoprì il valore del ballo, della poesia improvvisata, della partecipazione collettiva.

Mi confidò: In Europa la musica è come un museo, perfetta e protetta. Qui, la fate vivere. Don Attilio Junior, custode delle tradizioni, gli rispose: La musica è un fiume, maestro. Se la congeli, muore. Deve scorrere. Klaus assorbiva queste parole.

Prima di tornare in Germania, Klaus convocò una conferenza stampa al Teatro Massimo. Sono arrivato in Italia arrogante, disse con sincerità. Pensavo di illuminare gli italiani! Ma la vera luce lho ricevuta io. La menzogna che la musica europea sia il metro di oro è falsa e dannosa. Quante voci ha silenziato, quante tradizioni ha emarginato!

Guardò me, seduta tra i musicisti del paese: Caterina, la sua gente mi ha insegnato che la musica non è complessità, è connessione, verità, memoria. È dare voce agli umili.

Un giornalista chiese: Maestro, dice che la formazione non vale? No. È uno strumento, non il fine. Mio nonno Attilio mai lesse una nota, ma era maestro. Io, con tutti i miei diplomi, ero solo allievo.

Unaltra domanda: Come cambierà la sua carriera? Ho deciso per un anno sabbatico. Viaggerò per lItalia, lEuropa, lAfrica, lAsia, imparando le tradizioni che ho ignorato. Quando tornerò sui palchi, sarà con una comprensione nuova di cosa sia davvero la musica.

Ho chiuso il diario stasera col cuore colmo. Nei giorni a seguire, suonando la mandola nellaia di casa, non sentivo più il peso del pregiudizio: ho visto che la musica vera può davvero passare da cuore a cuore, da terra a terra, da uomo a uomo.

Caterina Benvenuti
Torricella, Lombardia
4 giugno 2024Quel pomeriggio, mentre il sole si spegneva dietro il vecchio campanile di Torricella, Klaus sedeva accanto a me sulla panca di legno fuori dalla casa di mio nonno. Il vento trasportava il profumo di erba bagnata, risate di bambini e il sommesso bisbiglio delle madri che si preparavano per la cena. Voltandosi verso la piazza, Klaus mi sorrise: era diverso, più leggero. Ho sempre sentito la musica come una scalata, Caterina, disse piano. Stasera mi accorgo che è piuttosto una discesa: abbandonare la paura, lasciare andare la tecnica, per raggiungere finalmente chi siamo.

Gli consegnai la mandola; le sue mani tremavano di emozione. Klaus prese accordo, tentennante e vulnerabile, poi si lasciò guidare dal gruppo. La gente si raccolse, chi con una fisarmonica sgangherata, chi solo con le mani pronte a battere il ritmo della terra. Non cerano più barriere tra il maestro di Berlino e il contadino di Torricella: la musica aveva colmato il divario che nessuna parola avrebbe mai potuto superare.

Un bambino si avvicinò a Klaus. Signore, suoni come la mia nonna! Klaus rise, gli occhi colmi di gratitudine. Grazie. È il più bel complimento che abbia mai ricevuto. Nel silenzio del momento, tutti capirono: essere ascoltati, essere accolti questa era la vera dignità della musica.

Quella sera, mentre le stelle luccicavano sopra le testine dei miei compaesani raccolti attorno a noi, la musica fluttuava libera, senza spartiti e senza giudizi. Il suono della mandola e del pianoforte si inseguivano come fratelli riscoperti; la forza delle nostre tradizioni si riversava nel cuore di chiunque ascoltasse.

E io, Caterina Benvenuti, sentii la voce del nonno che sussurrava tra le foglie: Vedi, ragazza mia, anche i giganti possono imparare a camminare scalzi sulla nostra terra. Sorrisi, con la consapevolezza che non importa dove suoni: la musica vera, quella che nasce dai cuori e dalle storie di chi vive, non smetterà mai di portare luce, ovunque ci sia qualcuno pronto ad ascoltare.

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