Pianista tedesco definisce il “son jarocho” come semplice rumore senza tecnica… finché una giovane mexicana lo fa commuovere fino alle lacrime nel Teatro Principale di Veracruz durante il Festival Internazionale di Musica Classica

Il Teatro Massimo di Palermo risplendeva sotto le luci fioche della sera. Si inaugurava il Festival Internazionale di Musica Classica, un evento che riuniva i musicisti più autorevoli del mondo. Tra il pubblico elegante, si chiacchierava in tante lingue, con attesa palpabile nellaria. Sul palco, gli organizzatori avevano orchestrato una serata interamente dedicata ai giganti europei: Bach, Mozart, Beethoven. Karl Friedrich Simmerman, pianista tedesco di sessantanni e vera leggenda vivente, aveva appena concluso la sua interpretazione magistrale del Concerto n.21 di Mozart.

Gli applausi fragorosi riecheggiavano per tutto il teatro. Karl, in completo nero e con la chioma argentata pettinata allindietro, sinchinava con la sicurezza di chi ha domato i palchi di Vienna, Berlino, La Scala di Milano. Ma in ultima fila, quasi nascosta tra le penombre, sedeva Teresa Romano, giovane siciliana venticinquenne. Indossava il tradizionale costume bianco siciliano, impreziosito da ricami colorati. Stringeva fra le mani qualcosa che sembrava del tutto fuori luogo, in quel tempio della musica colta.

Uno zufolo siciliano, piccolo strumento a fiato e cuore della tradizione contadina dellisola. Nessuno poteva immaginare che quella notte avrebbe cambiato per sempre la percezione di tanti sul significato di vera musica. Teresa era stata invitata dai volontari locali del festival, desiderosi di tributare, a fine evento, un fugace omaggio alla musica popolare siciliana. Più un gesto diplomatico che artistico. Far vedere che anche lItalia aveva una cultura viva, seppur relegata a cinque minuti dopo tre ore di vera musica.

Teresa era cresciuta a Castelvetrano, borgo sulle sponde del Belice, dove la musica tradizionale non era mera melodia, ma respiro stesso della gente. Suo nonno, don Antonio Romano, era tra gli zufolisti più rispettati della zona. Le aveva trasmesso la passione fin da bimba, seduta sulle sue ginocchia; le mani forti del nonno guidavano le sue piccole, insegnandole che il zufolo non si suona con le dita, ma col cuore. Ogni nota racconta una storia. La storia del popolo, della terra, degli avi venuti da Grecia, Spagna e che si erano fusi con la Sicilia. Don Antonio era morto solo sei mesi prima: nel letto le aveva donato il suo zufolo, lo stesso che Teresa ora stringeva con emozione.

Portalo lontano, figlia mia. Fai vedere al mondo che la nostra musica non è inferiore. È diversa, ma con il medesimo valore.

Teresa osservava Karl Simmerman, che si godeva il tripudio del teatro. Il pianista era riverito, aveva studiato al conservatorio di Lipsia e suonato con le più prestigiose orchestre. Le sue mani erano considerate patrimonio nazionale. Ma quando scese dal palco e transitò nel corridoio del backstage, dove Teresa aspettava il suo turno, sentì Karl rivolgersi al direttore italiano del festival, che cercava di compiacere il maestro europeo. E dopo di me suona musica folcloristica?, chiese Karl con tono sprezzante.

Sì, maestro. È solo una breve esibizione di zufolo, tradizione siciliana, rispose il direttore quasi scusandosi. Karl si fermò, guardando Teresa e il suo zufolo con un misto di curiosità e sufficienza. Zufolo siciliano, ripeté, come se fosse una curiosità esotica. Ho sentito certe cose. Rumore senza tecnica, no? Suonini semplici, nessuna armonia complessa, nessuna struttura. Non è musica, formalmente parlando. Teresa sentì il sangue ribollire. Stringeva il zufolo donatole dal nonno, che aveva suonato in feste, funerali, matrimoni, portando consolazione e gioia.

Il direttore ridacchiava nervosamente. Karl, rivolgendosi direttamente a Teresa, con sorriso condiscendente: Non fraintenda, signorina. Da turista, il folklore ha fascino. Ma non si può paragonare alla musica classica, che richiede anni di studio al conservatorio, teoria profonda, tecnica raffinata. Teresa lo interruppe, la voce tremava dindignazione, non di paura: Con tutto il rispetto, maestro, lo zufolo ha più di tre secoli di storia, unisce influssi greci, spagnoli, arabi. Ha struttura, ha profondità. Karl la zittì con la mano, con aria elegante ma autoritaria.

Cara, studio musica da quarantanni. So distinguere la musica da intrattenimento popolare. Entrambe hanno dignità, ma non sono sullo stesso piano tecnico. Stava per andarsene, ma aggiunse: Comunque le auguro fortuna, sono sicuro che il pubblico locale gradirà. Teresa rimase immobile, con le lacrime di frustrazione agli occhi.

Il direttore tentò di consolarla: Non badare a lui. Gli europei sono così, credono di aver inventato la musica. Ma quelle parole non confortavano. Pensò al nonno, alle lunghe notti passate a imparare non solo come suonare, ma come sentire la musica. Si rinchiuse nel piccolo camerino. Era un modesto stanzino, ben diverso dal lussuoso spazio occupato da Karl. Si sedette su una sedia malridotta, stringendo il zufolo contro il petto.

Le parole di Karl le rimbombavano in testa: Rumore senza tecnica. Eppure, quella musica era stata il cuore della sua famiglia per generazioni, la radice stessa di tutta una comunità. Chiuse gli occhi, lasciando che i ricordi la sommergessero. Si rivide bambina, seduta sul portico del nonno a Castelvetrano, mentre don Antonio e amici suonavano fino allalba. Rivide il paese riunirsi al suono dello zufolo, le danze sulla pedana di legno, i versi improvvisati pieni di saggezza e verità.

La musica tradizionale non è solo suono, diceva il nonno, è il nostro modo di parlare con gli dèi, con gli avi, con la terra stessa. Quando suoni lo zufolo, tocchi lanima della Sicilia. Ogni nota è preghiera, ogni ritmo il battito del nostro cuore.

Teresa riaprì gli occhi. Non avrebbe permesso che un europeo arrogante insultasse la sua eredità. Il nonno le aveva insegnato che la musica si misura non dalla complessità delle partiture, ma dallanima che tocca. Un lieve bussare interruppe i pensieri. Era Maria Grazia, una delle organizzatrici siciliane. Teresa, mancano dieci minuti. Sei pronta? Teresa si alzò, sistemando il costume. Sì, sono pronta. Maria Grazia esitò, ricordando le parole del tedesco: Mi spiace per quello che ha detto. Teresa la bloccò: Non importa. Gli mostrerò cosè la nostra musica. Se non la capisce, è un suo limite, non il nostro.

Il maestro di cerimonie salì sul palco. Signore e signori, per chiudere questa splendida serata classica, un omaggio alle tradizioni musicali siciliane. Diamo il benvenuto a Teresa Romano! Gli applausi, gentili ma meno calorosi di quelli per Karl, non passarono inosservati a Teresa. Era il finto dessert folk dopo la cena di alta cultura. Salì sul palco, le scarpe tradizionali che risuonavano sulla pedana. Molti posti si erano svuotati; chi era rimasto scrollava il telefono, in attesa che tutto finisse.

In terza fila, Karl restava seduto per pura cortesia. Accanto a lui, altri musicisti internazionali: una violoncellista francese, un violinista italiano, una soprano austriacatutti con espressione annoiata.

Teresa si sedette al centro del palco, lo zufolo minuscolo sembrava ridicolo in quel mare di sedie e luci. Gli sguardi del pubblico: una ragazza con uno zufolo? Dovè lorchestra? Sistemò il zufolo sulle ginocchia. Sentiva le aspettative basse, lo scetticismo degli sguardi. Respirò. Pensò al nonno, agli zufolisti di ieri, agli schiavi africani, agli spagnoli, agli indigeni che avevano plasmato la tradizione. E iniziò a suonare.

I primi suoni erano timidi, delicati. Il zufolo riempiva il teatro di una tessitura nuova. Non era il suono levigato di un ottimo pianoforte, ma qualcosa di più ruvido, umano. Karl osservava, accigliato, pensando: Abilità, sì ma sempre musica semplice. Ma qualcosa cambiò: Teresa chiuse gli occhi e lasciò che la musica la invadesse.

Le mani si muovevano con forza crescente, inarrestabile. Il ritmo si faceva più serrato, complesso, unendo influenze africane, arabe, mediterranee. Poi iniziò a cantare. Voce chiara e vera, in dialetto siciliano: Passerò tra i campi di Castelvetrano senza voltarmi mai. Se non ritorno in questa vita, nella morte tornerò. La soprano austriaca sollevò lo sguardo dal telefono, attratta da qualcosa di crudo, autentico. Non era una voce da conservatorio, ma aveva anima, emozione.

Teresa lasciò scorrere il canto e la musica popolare raccontò una storia: quella di un popolo nato dalla mescolanza, dal dolore e dalla gioia. Le dita volavano veloci sul zufolo. I ritmi poliritmici si intrecciavano. Non era la complessità di una fuga di Bach, ma era intricata a modo suo, con giochi di tempo che sfidavano lo stile accademico. Karl si sporse, suo malgrado coinvolto.

Teresa aprì gli occhi e fissò il pubblico. Continuò improvvisando nuovi versi, seguendo la tradizione siciliana, componendo poesia sul momento: Il Maestro dEuropa dice che la mia musica è rumore, ma lo zufolo canta ciò che il suo pianoforte non sa. Alcuni spettatori si agitavano. La violoncellista francese sorrise sotto i baffi. Teresa insistette: La mia musica non è scritta su carta, ma nellanima dei miei nonni. Karl sentì un turbamento: la giovane stava improvvisando con destrezza mentale rara.

Quando aveva smesso lui stesso dimprovvisare? Quando aveva rinunciato alla creazione pura nel momento?

Il ritmo cambiava e accelerava. Era musica di festa ma racchiudeva malinconia, avanzo della esistenza. Queste mani sono scure come la terra che amo; non hanno diplomi ma conoscono quel che suono. Maria Grazia, dietro le quinte, piangeva: conosceva il dolore di Teresa e le battaglie per la dignità del suo zufolo. Il violinista italiano era rapito dallautenticità. La musica iniziò a narrare non solo la Sicilia, ma tutte le culture marginalizzate e fiere.

Teresa, seguendo la tradizione, iniziò il Ballu Tunnuun ritmo antichissimo, di radici africane. Ma non la versione commerciale: quella lenta, profonda, legata alle origini. Per ballare il Ballu Tunnu ci vuole grazia, ci vuole cuore e ancora qualcosa Lasciare lorgoglio fuori dalla porta. Karl fu colpito, tra irritazione e stupore. Una parte sopita si risvegliò. Ricordò perché in Germania aveva cominciato a suonare pianoforte, ascoltando la nonna con le dita grezze, ma piene damore.

Quando aveva smarrito quellessenza, sacrificando sentimento per tecnica? Teresa proseguiva, sudata, persa nella musica. Il pubblico, da indifferente, era ora muto. Tutti ascoltavano. La musica toccò un picco di emozione inattesa. Teresa iniziò a suonare una ninna nanna funebre siciliana che il nonno usava per i funerali: il Lamento del Pastore. Mentre le lacrime le scorrevano, non era tristezza né umiliazione; era sentirsi finalmente accompagnata dallanima del nonno. Così, figlia mia, così devi suonare: tutto col cuore.

Cantò con voce rotta ma intensa: È morto il giullare che faceva ridere la gente, sulla sua tomba una rosa, a memoria dellinnocente. Nel suo canto, il significato si faceva universale.

Karl avvertì la commozione crescere. Non avrebbe mai pianto per musica popolare, eppure una lacrima scese. La violoncellista accanto a lui non cercava più di nascondere il pianto, la soprano austriaca teneva la mano sul cuore. Tutto il teatro, stupefatto, viveva emozioni che non pensava di poter provare. La musica di Teresa non era perfetta: le imperfezioni la rendevano potente.

Teresa sembrò traslata, non più al teatro di Palermo, ma sul portico del nonno, fra profumo di caffè, cannoli, gelsomini, la brezza del Belice. La sua musica divenne ponte fra monditra passato e presente, tra tecnica accademica e sapere ancestrale trasmesso senza carta. Mio nonno non ha mai letto musica, disse allimprovviso, ma senza smettere di suonare. Non ha mai visto un conservatorio, ha lavorato tutta la vita coi calli alle mani. Karl, con le lacrime ormai senza freno, ascoltava.

Ma quello che lui sapeva non si insegna a scuola. Sapeva che la musica non vive sulla carta, vive qui, si toccò il cuore, e qui, si sfiorò la fronte, e qui, tese le mani al pubblico. Riprese a cantare: Non vengo a chiedere permesso, vengo a ricordare che siamo tutti fratelli nel mondo in cerca di casa. Versi nuovi, estemporanei: canalizzava voci oppresse e marginalizzate.

Karl chiuse gli occhi: non analizzava, solo sentiva. Il momento culminò con il suono del Tarantello, tra i più antichi e complessi. Le dita di Teresa correvano incredibili, i poliritmi sfidavano la musica accademica. Ma il colpo di scena fu il ballo: mise lo zufolo da parte, iniziò a tambureggiare e danzare, i piedi percuotevano in ritmi serrati, diventando la vera percussione della performance.

Dammi la mano, vieni qui, era invito a condividere umanità, abbandonare lego, ricordare che non siamo solo italiani o tedeschi, accademici o autodidatti. Karl si sciolse, tutte le barriere crollarono. Singhiozzava a capo chino. La soprano accanto lo consolava, tutti erano commossi.

Teresa chiuse il Tarantello con un ultimo colpo forte. Restò in piedi, respirando affannata, con lo zufolo stretto al petto. Silenzio assoluto. Nessuno si mosse. Poi Karl Friedrich Simmerman si alzò. Lentamente, con le lacrime in volto, iniziò ad applaudire. Non erano applausi formali, ma genuini, febbrili. Presto tutto il teatro era in piedi, le mani a battere finché facevano male.

Karl non restò seduto: si avvicinò al palco, a Teresa, salì cautamente e quando si trovarono faccia a faccia, si inginocchiò davanti a lei. Il pubblico trattenne il fiato. La leggenda del pianoforte inginocchiata davanti alla giovane musicista siciliana.

Mi perdoni, disse in italiano stentato, sono stato cieco, arrogante. Le prese le mani fra le proprie. In quarantanni di musica, stasera una giovane mi ha insegnato ciò che avevo dimenticato: che la musica non è nei diplomi, ma nel cuore. Lei ha più musica nel cuore di quanta io abbia mai avuto.

Teresa, in lacrime ora liberate rimase senza parole. Karl restava inginocchiato, ignorando le telecamere, le apparenze. In quel momento era solo un uomo toccato da qualcosa di sacro.

La sua musica mi ha ricordato perché ho iniziato a suonare. Mia nonna, contadina tedesca, cantava stonate melodie folcloristiche e io piangevo di felicità. Poi ho perso tutto inseguendo la perfezione. Ho dato allanima la priorità della tecnica. Stasera ho capito il mio errore.

Si rialzò, rivolto al pubblico: Per anni ho giudicato la musica dalla sua complessità formale, dal pedigree europeo. Ma stasera questa giovane mi ha mostrato chi è il vero maestro. Teresa trovò la voce: Maestro Simmerman, non volevo mancarle di rispetto. Solo Lei non mi ha mancato di rispetto, la interruppe Karl. Mi ha fatto un dono immenso. Mi ha ricordato la verità: la sua musica, con tutta la sua semplicità, ha più profondità umana di molte mie esecuzioni raffinate.

Poi al pubblico: Ho suonato nei teatri migliori, ricevuto standing ovation a Vienna, Berlino, Milano ma mai sono stato così mosso. E questo dice molto su chi sia il vero maestro.

Maria Grazia e gli altri musicisti siciliani erano in lacrime, finalmente rivendicati.

Karl tese la mano: Mi insegni, mi insegni lo zufolo, se lo consente? Teresa guardò il suo zufolo, Karl e il pubblico, ancora aplaudendo. Pensò a don Antonio e quasi udì la sua voce: Vedi, figlia mia! La vera musica arriva sempre al cuore. Sarebbe un onore, Maestro, rispose Teresa, ma a una condizione. Karl: Quale? Non mi chiami maestra. Da noi, la musica si impara insieme, camminando fianco a fianco. Karl sorrise: Compagni di viaggio, mi piace.

Il direttore del festival salì, emozionato: Signori, questa sera abbiamo assistito a qualcosa di straordinario, un ponte fra culture e cuori. Si rivolse a Karl e Teresa: Vi piacerebbe suonare insieme? Ovazione.

Karl, emozionato, si sedette al pianoforte portato sul palco. Teresa col suo zufolo al fianco. Conosce Vitti na crozza? Ho sentito che è famosa, mai suonata. Allora segua me: non pensi, senta. Teresa iniziò il ritmo malinconico col zufolo, cantando limpida: Vitti na crozza supra nu cannuni, era senza testa, senza parola Karl cercò le note, inserì accordi dolci che arricchivano lo zufolo senza prevaricarlo.

Era una fusione strana, ma sorprendente: il piano donava profondità, lo zufolo manteneva il sangue della tradizione. Il pubblico, italiano e straniero, piangeva liberamente. I locali stentavano a credere che la loro musica si mescolasse col pianoforte classico con tale rispetto.

La soprano bisbigliò: Credevo di dover insegnare la musica europea, invece sono loro a insegnarci cosa significhi essere musicisti. Finita la canzone, silenzio; poi il teatro esplose in ovazione, applausi veri, viscerali. Teresa e Karl si abbracciarono. In quellabbraccio non cerano solo due musicisti: cerano secoli di storia, di conquiste e lutti, infine riconciliati.

Grazie, sussurrò Karl. Grazie per avermi aperto gli occhi. Grazie a lei, rispose Teresa, non è facile ammettere di aver sbagliato. Ci vuole più forza che tecnica.

Il direttore, commosso: Proponiamo che questa sia linizio di una nuova era per il nostro festival, dove tutte le musiche siano benvenute, tutte le tradizioni rispettate, dove la grandezza risieda nella capacità di toccare lanima.

Nei giorni successivi, la storia fece il giro dei social: video di Karl in ginocchio davanti a Teresa diventavano virali. I giornali titolavano: Il pianista tedesco impara lumiltà dalla musica siciliana.

Karl annullò il resto della tournée europea per restare a Palermo altri quindici giorni. Ogni pomeriggio si recava a Castelvetrano, dove Teresa e altri zufolisti gli insegnavano tecnica e filosofia. Scoprì il ballo, la poesia improvvisata, la musica come partecipazione collettiva.

Una sera, davanti alla casa dinfanzia di Teresa, Karl disse: In Europa conserviamo la musica come in un museo, dietro teche perfette e intoccabili. Ma qui, la musica vive, respira, muta. Don Pietro, zio del nonno di Teresa e custode di molte tradizioni, sorrideva: La musica è un fiume, Maestro. Se la congeli, muore. Karl rifletteva: Ho passato quarantanni perfezionando la tecnica, ma qui ho capito che la tecnica senza anima è solo elegante rumore. Teresa, portando caffè dalla cucina: Non sia troppo severo. La sua tecnica è preziosa, serve per esprimere il cuore, non per stupire altri musicisti.

In quelle settimane, la vita di Karl cambiò: imparò un po di zufolo, goffo ma sinceramente coinvolto, alcuni versi siciliani e, soprattutto, a ascoltare davvero.

Prima di tornare in Germania, Karl convocò la stampa al Teatro Massimo. Parlando davanti a decine di giornalisti: Son venuto in Italia con arroganza, convinto di portare la luce della musica classica. Ma ero io nellombra. Guardò le telecamere: La musica europea non è il metro di giudizio. Se non hai la forma-sonata, se non è notazione occidentale, non è minore, non è folklore. Questa bugia ha zittito voci che meritavano ascolto.

Teresa era seduta in prima fila tra zufolisti. Karl la guardava con rispetto. Mi avete insegnato che la musica si misura dal cuore che connette, che racconta storie, che genera comunità e memoria. Un giornalista chiese: Sta dicendo che la formazione accademica non vale? Karl: Vale, ma è solo uno strumento, non il fine, e non è la sola via. Don Antonio Romano non ha mai letto una nota, era Maestro: io con i miei diplomi ero solo allievo.

Come cambierà la sua carriera? Ho deciso: un anno sabbatico. Viaggerò in Sud America, Africa, Asia, imparando tradizioni che ho ignorato. Quando tornerò, sarò un vero musicista, grazie all’isola e ai suoi cuori.Mentre il sole tramontava dietro le colline di Castelvetrano, una piccola folla si radunava nella piazza. Teresa, con il suo zufolo, e Karl, seduto su uno sghembo pianoforte verticale portato da una casa vicina, davano vita a un concerto improvvisato. Non cerano abiti eleganti, nessuna regia, solo gente comune: bambini, vecchi, coppie, anche qualche turista curioso.

Alla fine del ballo, Teresa abbassò lo zufolo e sorrise candida a Karl. Lui si alzò in piedi e, senza dire una parola, prese la mano della giovane. Poi fece cenno al pubblico: Venite! Ballate con noi. Don Pietro iniziò a battere le mani; le donne scesero in pista con i loro abiti colorati, i bambini si univano ridendo. Il Ballu Tunnu coinvolse tutti, piano e zufolo, voce e tamburi, una serata dove nessuno era spettatore, dove la musica univa chiunque.

Teresa guardò Karl, la gente che danzava, e capì che leredità trasmessa da suo nonno, il sapere nascosto di unisola vivace e fiera, era ora condiviso con il mondo. Karl strinse lo zufolo fra le dita, ricercando una nota che lo facesse sentire parte di quella comunità, finalmente non solo maestro, ma uomo fra altri uomini.

Quando la festa finì, Teresa sedette sul gradino duna vecchia fontana. Karl le si avvicinò in silenzio. Grazie, disse. Mi hai insegnato che, a volte, la musica più grande non è quella che suoniamo, ma quella che viviamo insieme.

Teresa rise piano, il viso illuminato dalle lanterne. In Sicilia diciamo che nessuno è straniero, se sa ascoltare la musica della terra.

Lontano, tra le ombre delle strade silenziose, sembrava quasi di udire la voce di don Antonio che rideva compiaciuto, il suo zufolo echeggiava per la città, portando il messaggio che la musica vera non conosce confini, non cerca perfezione, ma solo la volontà di parlare al cuore.

Così, in quell’angolo di mondo, Karl e Teresa e cento altri ballarono ancora sotto le stelle, e il riverbero di quella notte continuò, come una melodia immortale, a viaggiare di bocca in bocca, di cuore in cuore, ricordando a chiunque fosse disposto ad ascoltare che la vera grandezza della musica è quella di unire gli uomini, renderli fratelli, e ricordare loro che, ovunque vadano, non sono mai soli.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

7 + 7 =

Pianista tedesco definisce il “son jarocho” come semplice rumore senza tecnica… finché una giovane mexicana lo fa commuovere fino alle lacrime nel Teatro Principale di Veracruz durante il Festival Internazionale di Musica Classica