Piano cottura splendente

La cucina splendente

Livia, vieni qui.

Niente per favore. Niente quando hai finito. Solo vieni qui, come si fa con il cane.

Aveva appoggiato la scopa al muro ed era entrata in cucina. Attilio stava seduto a tavola, immerso nel telefono. Di fronte, accanto alla finestra, cera Assunta Maria, la suocera, al suo posto abituale. Sorseggiava il tè. Nellaria cerano odori di cavolfiore bollito e di medicine, che la madre di Attilio prendeva a manciate dallalba al tramonto.

La mamma dice che non hai pulito bene il fornello, disse Attilio, senza staccare gli occhi dal display.

Lho fatto ieri, ribatté lei.

Lhai fatto male.

Assunta Maria depose la tazzina sul piattino con un rumore secco.

Io non sono abituata alla sporcizia in casa mia, disse con quellaria di chi annuncia una verità naturale. Per ventanni ho tenuto io questa casa da sola e non ci sono mai stati certi disordini.

Livia aveva cinquantatré anni. Rimase lì in cucina, coi guanti di gomma e le mani ancora bagnate, ad ascoltare per lennesima volta le stesse parole.

Fammi vedere dovè lo sporco, disse alfine.

Ecco, fa vedere, intervenne Attilio. Non lo vedi da sola? O vuoi che ti facciamo inginocchiare e te lo indichiamo col dito?

Il tono era basso, calmo, eppure ogni parola colpiva dove doveva.

Livia guardò il piano cottura. Brillava. Laveva sfregato a lungo, la sera prima, scrostando il grasso dai bruciatori. Era pulito. Splendente.

In quel momento, dentro di lei, qualcosa si spezzò.

Non fu unesplosione. Niente lacrime. Solo uno sguardo alla cucina, poi ad Attilio con il suo telefono, poi ad Assunta Maria e la sua tazza di tè, e un grande, silenzioso vuoto. Quella calma piatta che si prova quando una cosa si rompe per sempre.

Si tolse i guanti. Li poggiò sul tavolo.

Sono ventotto anni che sento la stessa storia, disse. Basta.

Attilio alzò lo sguardo, sorpreso. Assunta Maria restò immobile, con la tazza a mezzaria.

Cosa hai detto?

Ho detto: basta.

Uscì dalla cucina. Andò in camera, prese un grande sacchetto della Conad dallarmadio, e iniziò a infilare dentro poche cose: documenti, due maglioni, un po di biancheria, il caricabatterie. Le mani ferme, cosa che la stupì. Era calma, come chi finalmente prende una decisione che raccoglie dentro da anni.

Dalla cucina arrivavano voci, prima sottovoce, poi più forti.

Attilio, non la senti? Ferma tua moglie!

Vai tu, se vuoi.

Livia chiuse la giacca, prese il sacchetto e uscì nel corridoio. Si mise le scarpe. Aprì la porta.

Livia! gridò Assunta Maria. Ti rendi conto di quello che fai? Dove vai? Senza di lui non sei nessuno! Nessuno!

Livia chiuse la porta alle sue spalle. Piano, senza sbatterla.

Le scale sapevano di lettiera per gatti, per via dei vicini del terzo piano, e di vernice fresca dal pianterreno. Discese e uscì in strada. Era ottobre, freddo e umido. Le foglie, già cadute, incollate allasfalto. Si fermò davanti al portone, prese il cellulare.

Silvia rispose al secondo squillo.

Silvia, disse Livia. Sono andata via.

Pausa.

Da dove?

Da Attilio. Non torno più. Non so dove andare.

Tre secondi di silenzio, poi Silvia:

Ti ricordi lindirizzo? In venti minuti sono a casa. Aspetta davanti al portone, ti dico il codice del citofono.

***

Silvia abitava in un monolocale su via Garibaldi. Piccolo, ma tutto suo: lo aveva comprato sette anni prima, lavorando come receptionist in hotel e risparmiando ogni centesimo. Sopra ogni mobile una mensola, ovunque piante, in cucina una lavagnetta piena di magneti delle città italiane. Laria profumava di caffè e cannella.

Livia era seduta sul divano, stringendo in mano una tazza di tè caldo, e Silvia, accovacciata davanti a lei, la osservava senza interrompere.

Racconta, disse Silvia.

Non cè nulla da raccontare, rispose Livia. Sempre lo stesso copione. Il fornello non è pulito, il brodo è sciapo, il pavimento male lavato. E lo sguardo come se fossi un oggetto che non funziona.

Liv, è sempre stato così. Ma oggi cosa è cambiato?

Livia ci pensò su.

Oggi ho guardato il fornello, bello pulito, e ho capito che se non me ne andavo adesso, non sarei mai andata più via. Che ci sarei morta lì. Un giorno mi avrebbero trovata, e avrebbero detto che non mi sono saputa curare.

Silvia annuì e senza aggiungere altro, le versò altro tè.

Quella notte, Livia stette sveglia sul divano di Silvia, avvolta nel plaid caldo. Ascoltava il silenzio. Il vero silenzio. Niente TV da una stanza allaltra, niente colpi di tosse di Assunta Maria oltre la parete, nessuna rincorsa di dover fare qualcosa.

Non dormì fino alle tre. Non per ansia, ma perché non sapeva cosa volesse dire starsene distesa, senza dovere niente a nessuno.

Alla fine, si assopì.

***

Il telefono rimase muto due giorni. Il terzo, Attilio scrisse: Quando torni? Non scusa, non dobbiamo parlare. Solo quando torni, come se fosse solo in viaggio per lavoro.

Livia lesse e rimise il telefono in tasca.

Giusto così, disse Silvia, lì accanto che vedeva tutto. Non rispondere. Che impari a pensare.

Ma non pensa, disse Livia. È convinto che tornerò. Che non posso stare senza di lui. Lha sempre pensato.

E invece?

Livia guardò fuori dalla finestra: il cortile, la pioggia, le auto bagnate e gli alberi senza foglie.

Stavolta me ne vado davvero. Solo che ancora non so dove.

Le prime settimane furono strane. Per tutta la vita era stata su alle sette: colazione, pulizie, bucato, farmacia per le medicine di Assunta Maria, spesa, cucina, ancora pulizie. Dal mattino alla sera. E sempre non basta, non va bene.

Ora la giornata era vuota. Nessun obbligo. Quasi insopportabile, allinizio.

Silvia, le disse una mattina mentre lamica si stava preparando per uscire devo trovare qualcosa da fare. Impazzisco.

Cercati un lavoro.

E chi mi prende? Sono ventotto anni che sono a casa.

Tu eri pittrice.

Livia rise, un riso spento.

Lo ero. Appena uscita dallAccademia, due anni in una casa editrice. Poi mi sono sposata, e Attilio ha detto che non serviva, che ci pensava lui. E sua madre aggiungeva che una donna per bene sta in casa, non in giro per uffici.

E tu ci hai creduto.

Avevo venticinque anni. Pensavo si chiamasse amore. Che fosse prendersi cura di te.

Silvia si mise il cappotto.

Liv, nello scaffale ci sono degli acquerelli che mia nipote ha lasciato qui. E dei fogli di carta. Prendili, prova.

A fare cosa?

A ricordare alle mani comera. Loro sì che si ricordano.

***

Livia trovò i colori in fondo a un cassetto dellarmadio, avvolti nella carta di giornale. Colori da bambini, ma pur sempre acquerelli. Anche una risma di fogli spessi per pittura. Afferrò tutto, si sedette al tavolo della cucina e fissò a lungo il foglio bianco.

Poi prese il pennello.

Allinizio niente, la mano tremava, il colore stentava. Ruppe tre fogli. Poi si quietò e cominciò a spargere il colore, senza un piano, senza pensare. Solo colore. Solo forme.

Dopo unora, davanti a lei cera un piccolo foglio dipinto: il cortile autunnale visto dalla finestra di Silvia, alberi bagnati e un cielo grigio con una macchia rosa allorizzonte.

Lo guardò. E pensò: ecco, questo lho fatto io.

Non un brodo, non un fornello. Questo.

A sera, Silvia vide il disegno e si fermò.

Livia, lhai fatto tu?

Sì.

È bellissimo, davvero.

Ma no, guarda che linee storte

Però è vivo, disse Silvia. Di cortili così ne ho visti tanti, ma qui sembra di sentirlo, di starci dentro.

Livia non rispose. Ma il disegno non lo buttò via.

***

Nellappartamento di Attilio Marchesi, intanto, si verificava qualcosa di imprevisto.

Per i primi giorni, lui aveva dato per scontato che Livia sarebbe tornata. Dove voleva andare? Non sapeva fare niente, senza soldi, senza casa, senza lavoro. Sarebbe tornata, chissà.

E non tornò.

La mattina del quarto giorno, aprì il frigo e lo trovò vuoto. Solo una bottiglia di latte avanzata. Uscì per andare al lavoro a stomaco vuoto.

La sera, sua madre stava in cucina, con laria di chi tutto sa, ma non dice per educazione.

Hai cenato?

No.

Io nemmeno. Hai portato qualcosa dal supermercato?

No, non ho fatto a tempo.

Quindi: non mangi e non porti, disse Assunta Maria. Settantotto anni e non credevo mi sarebbe capitato di restare senza pane in casa.

Mamma, vai tu, allora.

La pausa fu lunga.

Io, disse con lentezza, ho settantotto anni. Ho le ginocchia che mi cedono, la pressione alta, il bastone. E tu mi dici vai tu.

Mamma, ho lavorato tutto il giorno!

E Livia non lavorava forse? Livia si ammazzava per te dalla mattina alla sera, e lhai fatta scappare.

Attilio alzò la testa.

Lho cacciata io? È stata lei ad andarsene!

Perché lhai portata allesasperazione! la voce della madre si fece tagliente. Te lo dicevo di trattarla meglio. No, tu sei sempre quello che sa tutto.

Tu la tormentavi ogni giorno! Il fornello è sporco, la minestra non va, il pavimento non è lucido.

Le facevo osservazione! E il mio diritto, in casa mia!

Nella mia casa, mamma! Questo è il mio appartamento!

Si guardarono per davvero, per la prima volta da anni. Senza Livia a fare da cuscinetto, a prendersi tutti i colpi, stavano per scontrarsi, faccia a faccia.

Attilio prese la giacca e sparì, sbattendo la porta.

Assunta Maria rimase in cucina. Fuori era già buio. Andò al frigo, guardò il latte, richiuse. Si riaccomodò a tavola.

La casa era più silenziosa di quanto fosse mai stata, da quando cera Livia.

***

Novembre portò il freddo e la prima neve. Livia ormai da tre settimane viveva da Silvia, iniziava a riprendersi. Come chi, dopo anni chiuso in una stanza, finalmente riassapora la libertà e allinizio quasi non sopporta la luce.

Dipingeva ogni giorno. Comprò colori veri, buoni. Silvia trovò un annuncio online: un minuscolo atelier in affitto su via del Porto, vicino al parco. Una stanzetta di venti metri quadri, pavimento in legno, una grande finestra a nord. Poco costosa perché malmessa.

Livia la visitò e capì subito che era il posto giusto.

La prendi? chiese la proprietaria, una vecchia signora con il cappello di lana.

Sì.

Aveva quasi finito i soldi. Vendette gli orecchini doro dei suoi genitori: pesò dentro di sé questa scelta, era pur sempre un ricordo di famiglia. Ma poi pensò: ricordo di cosa, esattamente?

Latelier diventò il suo mondo. Arrivava la mattina, apriva la finestra e sapeva di neve e acqua del fiume. Odore di colori, olio di lino, legno vecchio. Prendeva i vasetti, srotolava la carta e lavorava. Ore intere, dimenticando a volte il pranzo.

Dipingeva di tutto: scorci di città, cortili, nature morte con ciò che trovava, una tazza, una mela, una scarpa vecchia. Ogni settimana le mani ricordavano qualcosa di più.

A dicembre, Silvia chiamò mentre Livia lavorava.

Liv, allhotel vogliono fare una mostra di pittori locali. Nel salone dingresso. Ho parlato di te. Puoi portare qualche opera?

Silvia, io non sono una vera pittrice. Ho appena ricominciato.

Sei pittrice, sì. Ho visto i tuoi quadri.

Sono cose da dilettante.

Livia, la voce era tenera, sono trentanni che ti sminuisci. Basta. Ci porti i quadri?

Una breve esitazione.

Sì, li porto.

***

Fu così che conobbe Alessandro Ricci.

Veniva da un paese vicino, stava a Firenze per aiutare il fratello con dei lavori di casa. Alto, capelli brizzolati, occhi grigi e tranquilli. Era lì alla mostra perché aveva prenotato una stanza, ma si soffermò davanti a unopera di Livia: un parco dinverno, una panchina, le tracce nella neve che andavano e tornavano.

Livia si avvicinò per sistemare la cornice, e lo sentì sussurrare:

Così va la vita. Uno arriva, si siede, poi va via.

Parla delle orme? chiese Livia.

Lui si voltò, per niente sorpreso dessere sorpreso.

Sì. Penso che fossero due. Si sono seduti assieme, poi ognuno ha preso la sua strada. Chissà se sono rimasti felici.

Io pensavo a una sola persona, rispose lei. Che va, si siede, poi torna.

Se fosse da solo, la traccia tirerebbe dritta, ribatté lui deciso. Qui zigzaga. Sono due.

Livia guardò il quadro con occhi nuovi.

Forse ha ragione, acconsentì.

Parlarono per venti minuti. Lui era falegname, sapeva aggiustare di tutto: mobili, elettricità, idraulica. Vedovo, due figli grandi. Parlava poco, però ascoltava con attenzione: senza interrompere, senza guardare mai il telefono, con uno sguardo che restava sulla persona davanti.

Livia non era abituata e un po non sapeva come comportarsi.

Prima di andare, lui chiese:

Ha un biglietto da visita?

No, mi dispiace. Non li ho mai fatti.

Un numero, almeno?

Glielo diede. Poi, a casa, si sorprese a domandarsi: perché? Forse vuole comprare un quadro.

Tre giorni dopo lui scrisse: Buonasera. Sono Alessandro, quello delle tracce nella neve. Vorrei comprare il quadro, se non lha venduto.

Lei non laveva venduto. Alessandro venne a prenderlo, lo impacchettò con gran cura e chiese se poteva vederne altri.

Andarono in atelier. Guardò in silenzio, a lungo. Comprò altri due paesaggi.

Dipinge bene, disse soltanto.

Era tanto che non dipingevo, rispose lei.

Come mai?

Livia scrollò le spalle, niente spiegazioni.

Così è andata la vita.

Capito, lui annuì, senza insistere.

***

Attilio telefonò a gennaio. Livia ormai alternava casa di Silvia e il suo studio. Ufficialmente erano ancora sposati, lei non aveva ancora fatto domanda.

Chiamò una sera, mentre Livia stava lavorando a una grande natura morta invernale: rami di pino in un vaso di vetro, qualche pigna, una candela.

Livia?

Dimmi.

Silenzio.

Mia mamma sta male.

Mi dispiace.

Potresti venire? Una volta a settimana. Aiutare in casa.

Livia posò il pennello.

Attilio, disse piano. Sono andata via. Vivo da sola. Non posso venire a fare servizi.

Sei ancora mia moglie.

Per poco. È solo questione di tempo.

Non serve essere così dura. Torna a casa. Parliamone.

Non abbiamo mai parlato, Attilio. Non in ventotto anni. Tu e tua madre parlavate, io ascoltavo.

Esageri.

Forse sì. Ma non torno.

Riattaccò. Le mani non tremavano, cosa che la scosse.

Pensò che, vista da fuori, la sua storia sarebbe parsa banale: una donna lascia il marito. In realtà, era come imparare a camminare di nuovo. Ogni giorno.

***

Il suo rapporto coi soldi andava a rilento. I quadri si vendevano di rado, a prezzi modesti. A volte le chiedevano cartoline, a volte piccoli paesaggi. Con laiuto di Silvia, sistemò una pagina online dove pubblicava le opere, e con il tempo qualche appassionato che la seguiva arrivò.

Bastava per vivere. Laffitto dellatelier, i pasti, un po di vestiti. Senza lussi, ma abbastanza.

Non si aspettava che la cosa le desse questa sensazione di ricchezza e invece era proprio così.

Alessandro veniva ogni due o tre settimane, per affari del fratello, e faceva sempre un salto. Bevevano un caffè in qualche bar vicino al parco o passeggiavano per le vie innevate, parlando. Lui raccontava del lavoro, dei figli (uno dei quali stava per diventare papà). Livia raccontava dei suoi quadri, di come voleva provare finalmente lolio, non solo l’acquerello.

Mai una fretta, mai una pressione. Un giorno Livia si accorse che aspettava con ansia i suoi arrivi, e che latelier, quando lui non cera, sembrava più silenzioso.

Silvia, confidò un giorno , Alessandro… a volte mi spaventa.

In che senso?

È troppo buono. Sembra impossibile.

Perché il bene dovrebbe far paura?

Perché sono abituata a pensare che dietro il buono si nasconda qualcosa di cattivo. Che dopo viene la delusione.

Silvia la fissò a lungo.

Non tutte le persone hanno un secondo fine.

Livia ci meditò su per giorni.

Alla fine scrisse lei per prima ad Alessandro: Sabato, vuoi venire? Sto iniziando un nuovo quadro grande, vorrei fartelo vedere.

Sabato lui venne. Vide il quadro. Disse che era bello. Poi al bar le domandò:

Ti piacerebbe andare da qualche parte? Cè un vecchio monastero a poco più di unora da qui, dicono sia magico con la neve.

Lei rispose: sì, mi piacerebbe.

***

Di ciò che succedeva nellappartamento di Attilio e Assunta Maria, Livia sapeva tramite frammenti. Capitava telefonasse la vicina, la signora Giovannina del quarto piano, con cui aveva spesso fatto due chiacchiere sulle scale.

Liv, come va? chiedeva la signora Giovannina. Senti, lì da loro cè un inferno. Si sente tutto da una parete allaltra. Assunta Maria urla contro tuo marito che non ti ha saputo tenere. Lui le risponde male. Ieri urlavano talmente che volevo chiamare i carabinieri.

Livia ascoltava e dentro non sentiva niente, solo una tristezza lontana e fredda. Non soddisfazione, non vendetta. Così va, pensava.

Senza di lei, non era la nostalgia di Livia a farli star male, era il vuoto lasciato da chi si prendeva tutti i colpi. Ora i colpi rimbalzavano uno sull’altro.

A febbraio Giovannina avvisò che Assunta Maria era finita in ospedale: la pressione, il cuore. Attilio era rimasto solo a vegliarla. Depresso.

Livia mise su lacqua per il tè, pensò di chiamare. Ventotto anni di vita con quella donna. Forse una telefonata ci sarebbe voluta.

Poi decise: no. Non più fare quello che si deve. Aveva fatto tutta una vita solo quello che si deve. Ora basta.

***

A marzo arrivarono i primi timidi tepori. Livia attraversava il mercato con la borsa di stoffa; era sabato, stava scegliendo pomodori pensando che avrebbe voluto dipingere proprio il mercato di primavera, tutto colori e voci.

Fu allora che vide Attilio.

Camminava anche lui tra i banchi, col sacchetto della spesa e il telefono in mano; sembrava invecchiato. O magari Livia non laveva mai guardato bene da fuori: spalle curve, giacca stropicciata, unaria grigia.

Lei si fermò, aspettava quasi di sentirsi qualcosa addosso: paura, rabbia, voglia di scappare?

Niente di tutto ciò.

Attilio alzò lo sguardo. La vide. Si bloccarono a distanza di tre banchi.

Livia, disse.

La voce era bassa, come sempre, ma adesso dentro cera smarrimento.

Attilio, rispose lei.

Lui si avvicinò. La fruttivendola lì accanto fingeva di essere indaffaratissima.

Come stai?

Bene.

Sei dimagrita.

Può darsi.

La mamma è in ospedale. Il cuore.

Lo so. Mi dispiace.

Attilio restò un attimo in silenzio.

Davvero non torni?

Livia lo fissò. Senza odio né pietà. Solo con calma.

No, Attilio. Non torno.

Ma dobbiamo pur vivere

Tu devi. Io ho già cominciato.

Non seppe cosa ribattere. Livia pagò i suoi pomodori e proseguì.

Il cuore batteva regolare. Era questa la sua vittoria: il battito calmo, non lessersene andata, non il non essere tornata. Il fatto di reggere lo sguardo come ad un estraneo, senza piegarsi, senza la voce dentro che suggeriva sii più gentile, non essere dura, magari ha ragione lui. Solo una normale conversazione con uno che era quasi uno sconosciuto.

Comprò ancora verdura, un po di pane fresco e rientrò in quello che ormai, senza nemmeno accorgersene, chiamava casa: il suo atelier.

***

Chiese il divorzio in aprile. Fece tutto da sola, senza avvocati, compilò i moduli in Comune. Attilio non si oppose. Si videro solo una volta dal notaio, firmarono tutto e si separarono.

Non aveva nessuna casa a cui tornare. Attilio era rimasto nella sua. Livia non volle la divisione dei beni: troppo lunga, troppo pesante. Silvia sosteneva che sbagliava, che una fetta di qualcosa spettava a Livia.

Non voglio quellappartamento, diceva Livia. Voglio solo vivere.

Un po di soldi fanno comodo.

I soldi arriveranno, sorrideva lei. Altri soldi. I miei.

Con lestate, lei e Alessandro si vedevano ormai ogni settimana. A volte andava lei a trovarlo, a volte lui veniva in città. Lui aveva una piccola casa in un quartiere tranquillo, con un orto dove crescevano ribes e un vecchio melo. Livia vi mise piede la prima volta in maggio e restò a lungo nel giardino, a guardare i fiori.

È bello, disse.

Mia moglie lo aveva piantato, rispose Alessandro. Senza tristezza. Sono otto anni che non cè più. Ma il melo fiorisce ancora.

Osservarono insieme lalbero.

Alessandro, chiese Livia, ma lei non ha paura? A lasciarsi andare di nuovo

A fidarsi, stare vicino a qualcuno?

Sì.

Lui rimase qualche secondo in silenzio.

Ho paura. Ma mi piaci. E penso che la paura non sia motivo sufficiente per non vivere.

Livia rise, sorpresa da sé stessa.

Saggezza.

Abitudine da falegname. Le cose vanno dritte, senza giri.

***

Quando fu passato esattamente un anno da quel pomeriggio di ottobre in cui aveva lasciato Attilio, Livia e Alessandro erano nella cucina della casa di lui, la sera tardi. Lui aggiustava il cassetto che non scivolava più, lei sorseggiava del caffè e faceva schizzi nel suo album.

Era caldo, silenzioso. Profumo di legno e di caffè.

Liv, disse Alessandro, senza smettere di lavorare, tutta questa casa, la vuoi?

Lei alzò lo sguardo.

Cosa intende?

Restare qui. Con me.

Lei tacque. Lui pure, trafficando col cacciavite.

Ma il mio atelier è là, disse Livia.

Qui cè una stanza col grande finestrone verso est. Sole di mattina. Te lho detto?

Sì, me lhai detto.

E allora?

Lei guardava il blocco da disegno. Nella pagina cera uno schizzo: una cucina, un uomo col cacciavite, una donna con una tazza. La finestra, e fuori il giardino.

Devo pensarci, sussurrò Livia.

Va bene.

Non ti pesa aspettare?

No.

Perché?

Alessandro rimise a posto gli attrezzi. Il cassetto scorreva liscio.

Perché il tempo non mi manca, rispose. E non si spinge chi è grande abbastanza.

Livia guardò ancora il disegno.

Va bene, disse.

Va bene che pensi o va bene che vieni?

Va bene che vengo.

Lui annuì. Si sedette accanto, si prese il tè. Rimasero a lungo in silenzio e il silenzio era bello.

***

Passò altro tempo.

Livia viveva con Alessandro, ma non lasciò latelier in via del Porto. Ogni settimana ci andava almeno tre volte. Nella stanza col finestrone della casa si era sistemata la seconda postazione: qui schizzava al mattino, mentre lui usciva per lavoro.

I suoi quadri ora si vendevano un po più facilmente. Non era diventata famosa, no. Ma cerano persone che cercavano proprio lei, che chiedevano i suoi lavori. Niente di clamoroso, ma qualcosa di suo.

Di Attilio sentiva parlare ogni tanto: la signora Giovannina la chiamava una volta ogni tanto. Assunta Maria, dopo lospedale, era sempre più bloccata, quasi non lasciava la stanza. Attilio aveva preso una donna per farle compagnia. Andava al lavoro, tornava a casa, tutto come prima.

Livia ascoltava e pensava che quelluomo, un tempo, rappresentava tutto il suo cielo. Le sue parole erano le sue stagioni, le sue regole. Una vita da fuori familiare, da dentro una gabbia senza chiave, la porta tenuta chiusa da dentro, per paura.

Ora il cielo era diverso.

Un martedì di dicembre, Livia arrivò presto in atelier. Cera ancora buio, mise su lacqua. Fuori cadeva neve, lenta.

Squillò il telefono. Era Silvia.

Liv, come va?

Bene. Sto lavorando.

Senti, ho una notizia. Non so come la prendi.

Dimmi.

Una collega mi ha detto che una galleria in centro cerca artisti per una mostra di primavera. Una galleria vera, non un bar. Ha visto i tuoi lavori online e vorrebbe parlarti. Ecco il numero.

Livia annotò.

Silvia, ma questi cercheranno nomi. Io non sono nessuno.

Liv, hai ripreso a dipingere dopo anni. Ora hai almeno centocinquanta lavori. E non è essere qualcuno, questo?

Mah

Dai, chiamala. Solo questo.

Va bene.

Rimase con la penna in mano, guardando il numero. Poi la finestra: la neve scendeva, lenta e compatta, coprendo tutto di un bianco fresco come un nuovo foglio.

Si preparò il tè, prese il pennello e si rimise a lavorare: la neve, prima che cambiasse luce, era tutto quello che voleva bloccare.

***

La sera, Alessandro passò da lei in atelier.

Sei pronta?

Cinque minuti.

Lui si sedette su uno sgabello, ad aspettare. Guardava lavorare Livia con occhi sereni, attenti: un modo silenzioso e raro di voler bene.

Dopo davvero cinque minuti, lei mise via tutto.

Finito, disse.

Davvero bello, fece lui indicando il quadro.

Non lo so. La neve è difficile; sembra bianca, invece è azzurra, grigia, persino rosa. Bianca non lo è mai davvero.

Interessante, lui serio. Non lavrei mai pensato.

Sembra facile, guardi e non vedi.

Uscirono insieme. Aria fredda e pulita, la neve ormai si era posata e tutto sembrava nuovo.

Alessandro, oggi mi hanno chiamata per una mostra, in galleria.

E allora?

Non so se accettare.

Lo vuoi?

Lei si fermò.

Sì, lo vorrei. Ma ho paura.

Di cosa hai paura?

Che dicano: non va bene, non sei una vera artista. O che sia inutile.

Alessandro camminava al suo fianco, le mani in tasca.

Liv, tu lo sai che il peggio lhai già passato?

Cosa vuol dire?

Che il difficile era vivere ogni giorno in un posto dove ti dicevano che eri niente. E ne sei uscita con un solo sacchetto in mano. Quello era il vero coraggio. La galleria al confronto è nulla: se dicono di no, pazienza.

Lei si fermò.

Tu hai sempre questa sintesi, sorrise. Preciso, dritto.

Sarà il mestiere.

Sorrisero entrambi, la luce dei lampioni li sfiorava.

Dai, andiamo. Fa freddo.

Proseguirono, la neve scricchiolava. Dalle pozzanghere ghiacciate salivano riflessi pallidi. In fondo si vedeva la luce di casa.

Alessandro, disse Livia.

Sì?

Grazie.

Di cosa?

Di non avermi mai detto devi.

Restò zitto un momento.

Uno grande sa già cosè giusto per sé, poi soggiunse. Al massimo, ogni tanto, un piccolo promemoria. Ma niente di più.

Arrivarono davanti al portone. Lui lo aprì, lasciò passare Livia. Nellingresso odorava di legno e di mele, quelle che lui teneva in cantina dallautunno.

Livia entrò, si tolse le scarpe, accese la luce della cucina.

Tutto, come ogni giorno: il tavolo di legno, due sedie, la finestra sul giardino. Sul davanzale, il suo blocco con gli schizzi.

Lo aprì e osservò lultimo disegno: una cucina, un uomo col cacciavite, una donna con la tazza. Fuori, il giardino.

Ora doveva solo disegnare la neve.

Prese la matita.

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