Più di una tata: la storia di Alice, studentessa universitaria, tra libri, sacrifici e il cuore di una famiglia italiana

Non sono solo una tata

13 aprile.

Oggi pomeriggio, come ogni santo giorno ultimamente, ero seduto al tavolo della biblioteca universitaria, sommerso da una montagna di libri e appunti. Le dita scorrevano tra le pagine, gli occhi rincorrevano formule e frasi sottolineate: fra due giorni ho lesame più tosto del semestre, e quello della Professoressa Sestieri insomma, è uno spauracchio per tutti. Se non passi, puoi già segnarti per la sessione di recupero. Proprio quello che non mi posso permettere.

Stavo concentrato quando mi si avvicina Martina, la mia compagna di corso. Si siede scomposta sullorlo del tavolo, si china verso di me e con quel tono gentile che usa sempre con me sospira:

Ti serve ancora un lavoretto extra, vero?

Non ho nemmeno sollevato la testa dagli appunti, ho solo annuito leggermente, continuando a sottolineare. Il tempo scorre e il materiale sembra infinito.

Mmh, sono riuscito solo a borbottare, cercando di non perdere il filo. Ma il problema è sempre il tempo. Lo sai, abbiamo lezione tutti i giorni fino alle due. Saltarle non esiste proprio.

Martina ha sorriso comprensiva. Sa bene quanto tenga agli esami e a ogni singolo voto. Dopo una pausa, con evidente entusiasmo ha aggiunto:

Ho la soluzione perfetta per te. Sai il mio vicino di casa? Ecco, è rimasto vedovo da poco almeno così dicono, ma si sa che i pettegolezzi volano e io non ho mai dato troppo peso alle chiacchiere. Comunque, lavora come un matto e gli serve urgentemente una tata per le ore del pomeriggio. Tipo dalle quattro alle otto.

Mi sono finalmente staccato dagli appunti e la guardo con più attenzione.

Tu ami i bambini, stai studiando Scienze della Formazione Primaria e hai già una valanga di esperienza. Quattro fratellini non sono pochi!

Mi si è scaldata la pancia. I bambini mi piacciono davvero a casa li ho sempre aiutati volentieri, anche se gestirli è ogni volta una piccola impresa. Ma è la mia famiglia, è diverso.

Ma quanti sono e quanti anni hanno? ho chiesto. La voce tradiva un sincero interesse.

Martina si è illuminata. Gemelle, sei anni. E cè anche un fratello maggiore, Lorenzo, ma ha tredici anni e ormai va per conto suo, sportivo e sempre in palestra. Non può aiutare molto.

E sono sicuri che prenderebbero me? ho azzardato, tamburellando nervosamente con la penna. Io sono ancora al quarto anno, mica ho il diploma

È vero, ne ho viste di tutti i colori coi miei fratelli, ho fatto tirocinio in asilo, i bambini li adoro Ma un conto sono i tuoi, un conto i figli di qualcun altro, con un papà magari in difficoltà.

Martina ha scosso la mano come a scacciare ogni dubbio.

Fidati, ti vogliono! Solo ieri Guido mi ha chiesto se conoscevo una ragazza affidabile. Glielo do il tuo numero?

Mi sono fermato, lo sguardo sugli appunti e lorologio che segnava trenta minuti alla prossima lezione. Improvvisamente ho capito: era unoccasione. Il lavoro era a due passi dalluniversità, orari flessibili, e poi quei bambini chissà quanto avranno bisogno di qualcuno.

Mi batteva forte il cuore. Ho sorriso e ho detto:

Dai, passa pure il mio numero.

***

E niente, oggi era il mio primo giorno ufficiale da tata. Ero un po in ansia con i miei fratelli è sempre diverso, questi bambini non li conosco ancora. Ho controllato cento volte la borsa: telefono, chiavi, quaderno degli appunti, merenda per le gemelle tutto perfetto.

La sera prima, lincontro con Guido e i suoi figli era andato meglio del previsto. Un uomo pacato, serio ma gentile. Ha spiegato tutto, orari, regole, dettagli. Le bambine Sofia e Giovanna allinizio timide, nascoste dietro il papà, e un attimo dopo già mi mostravano i disegni chiacchierando senza sosta. Credo di aver fatto una buona impressione. Anchio in fondo ero conquistato dalle loro smorfie e dalle domande buffe.

Solo che la cosa che mi ha scombussolato di più non sono state affatto le bambine. È stato proprio Guido. Quando Martina mi parlava del vicino vedovo non aveva accennato al fatto che fosse così piacevole a vedersi: alto, occhi gentili e un sorriso che scalda anche una giornata di pioggia. Ora dovevo controllarmi per non diventare paonazzo ogni volta che incrociavo il suo sguardo.

Dai, non fare lo stupido continuavo a ripetermi mentalmente. È solo lavoro.

Arrivato davanti alla scuola materna, un edificio piccolo, colorato e accogliente, ho preso un respiro profondo, messo a posto la camicia e mi sono diretto verso il cancello. Guido aveva già avvisato le maestre della novità e mi aveva dato una delega.

Il cortile era un mosaico di voci e risate. Ho subito riconosciuto Sofia e Giovanna: stavano vicino alle altalene, chiacchieravano fitto fitto. Quando mi hanno visto, sono rimaste immobili, poi mi hanno fatto un timido sorriso.

Mi sono avvicinato lentamente, mi sono inginocchiato per raggiungere la loro altezza e ho sorriso:

Allora, ragazze, andiamo a casa? Vi preparo qualcosa di buono da mangiare.

Sofia ha guardato la sorella, poi ha chiesto E cosa prepari?

Mmm ho finto di pensarci. Magari delle crespelle alla marmellata? O dei biscotti con le gocce di cioccolato?

Giovanna non ha mostrato dubbi. I biscotti! Con le gocce!

Allora è deciso, andiamo? ho detto, tendendo le mani a entrambe.

Dopo un attimo di esitazione, hanno infilato le loro minuscole manine nelle mie. In quel momento un po di tensione mi ha lasciato il petto. Forse ce la posso fare.

In macchina a casa, le guardavo dallo specchietto: stesse espressioni, stessi movimenti. Anche quando erano serie, sembravano più grandi della loro età. Quella sera mi hanno colpito le parole di Lorenzo, il fratello maggiore. Ieri, con la voce da adulto in miniatura, mi aveva avvicinato in disparte, abbassando il tono:

Prima erano diverse. Sempre allegre e affettuose con tutti. Dopo che è mancata mamma hanno cambiato modo di essere. Credono sia colpa loro se se nè andata. Piangevano sempre e chiedevano: “Ma è perché siamo state cattive?”. Io e papà glielabbiamo spiegato che non è così, che mamma gli voleva un bene dellanima. Ma si sono un po chiuse. E con gli altri sono diventate diffidenti. Ora la nonna non può più aiutarci come prima, quindi papà ha dovuto cercare una tata.

Nel suo sguardo, dietro la stanchezza, cera una determinazione adulta. Sentiva la responsabilità verso le sorelle e verso il padre.

Avevo annuito senza rispondere, sentivo la tensione salirmi dentro. Ma poi ho ripensato a quanto, anche solo con qualche gioco di magia, ero riuscito a strappare un sorriso alle gemelle. È stato Lorenzo a dirmi, con una serietà quasi comica:

Papà ti ha scelta perché ha visto che le gemelle ti seguivano volentieri. Non ci deludere, daccordo?

Ho promesso. Volevo davvero aiutarle a tornare quelle che erano, più spensierate.

***

Sono due mesi che lavoro a casa dei Rinaldi. In questo tempo tantissime cose sono cambiate. A poco a poco, la diffidenza delle piccole si è trasformata in affetto e complicità. Ora mi ricevono ogni giorno con abbracci, mi portano i disegni orgogliose e la fine della giornata sembra sempre troppo presto.

Stasera stavo riordinando i giochi con loro. Cantavo, tanto per tenerle allegre, mentre le vedevo seguirmi a occhi lucidi.

Resta qui a dormire! mi fa Sofia improvvisamente, saltandomi addosso e stringendomi la vita.

Sono rimasto senza fiato, poi ho riso, abbracciandola.

Devo tornare a casa a studiare. Domani ho lezione presto! Ma torno, promesso, così non fate in tempo a sentire la mia mancanza ho risposto, cercando di essere convincente.

Ma Giovanna sintromette e ci abbraccia tutte e due:

Resta! Facciamo la festa nel lettone di papà!

Ho sorriso e, accarezzandole la testa, sono riuscito a trovare una scusa:

Grazie, che invito speciale! Ma davvero non posso, casa mia mi aspetta. Domani però vengo prima, così facciamo tutto: giochi, storie e di nuovo biscotti!

Le piccole si sono guardate e, anche se a malincuore, hanno accettato.

Quella proposta buffa di dormire nel letto del padre però mi aveva messo addosso un certo imbarazzo. I bambini non danno peso a certe allusioni, ma la mia testa invece Ho immaginato scene di casa Rinaldi: la sera, tutti insieme, la cucina illuminata, Guido che mi offre un tè e parliamo del giorno passato Forse ci avrei preso gusto a restare davvero, non nella sua camera, ma accanto a lui, come una compagna di vita.

Ma subito mi sono ripreso: Questa è una cosa seria, è lavoro, non fantasticare troppo.

Ho preso la mia borsa, salutato le bambine e, appena fuori, ho respirato a pieni polmoni. Giù in strada la sera era fresca. Per quanto cercassi di nascondere il batticuore, sentivo che la realtà mi stava scivolando tra le dita.

Lorenzo mi ha visto uscire. Sorridendo sotto i baffi (che ancora non ha), mi ha osservato e sono sicuro che deve aver capito tutto. Ha notato da mesi che latmosfera in casa cambia quando ci sono io: il padre si fa più disteso, le bambine più serene, anchio più allegro anche se mi sforzo di restare solo il babysitter.

Se non si decidono quei due avrà pensato.

Quella sera Lorenzo ha deciso di parlarne col padre, appena tornato dal lavoro. Lha affrontato senza mezzi termini:

Papà, scusa, ma cosa stai aspettando? Non ci provi mai con la tata? Si vede che ti piace. Invitala, portala fuori! Vuoi che faccia sempre io il primo passo per tutti?

Guido si è imbarazzato, ha arrossito quasi quanto me:

Ma che dici? È la tata delle tue sorelle, le vuole bene

Appunto! Lorenzo insisteva. Anche tu le vuoi bene. Siete sempre lì, a girarvi intorno come due adolescenti. Fatti avanti, almeno una volta!

Guido si è seduto, ha sospirato:

Non saprei Non voglio rompere il delicato equilibrio in famiglia. Le piccole si sono affezionate. E se le cose andassero male?

Lorenzo era sicuro secondo lui basterebbe una scusa per uscire insieme, magari tutti insieme, anche noi ragazzi. Così nessuno rischia di sentirsi a disagio.

Dai, porta tutti in pizzeria o in gelateria. Così vedi come si trova. Poi magari riuscite a passare anche un po di tempo da soli, senza che sembri una cosa forzata.

Guido ha riflettuto e, alla fine, ha promesso a Lorenzo che ci avrebbe provato.

**

Nei giorni seguenti Guido continuava a ripensare a quella conversazione. Anche lui aveva notato come cambiasse laria in casa quando ero presente. Si è chiesto se non fosse arrivato davvero il momento di rischiare.

Una sera, mentre stavo intrecciando una treccia a Sofia, le bambine hanno cominciato la loro solita discussione:

Papà è il più bravo di tutti, vero Alice? (le mie gemelle, dolci come poche, mi chiamavano ormai come unamica di lunga data).

Certo che sì! ho risposto senza badare, tutta preso dalle ciocche di Sofia.

È bello, vero? ha insistito Giovanna con malizia.

Bellissimo ho risposto distinto, e solo allora mi sono accorto di quel che avevo detto. Ho arrossito così tanto che sentivo le orecchie bollire.

Per sviare le risate ho proposto:

Chi mi aiuta a preparare la cena?

Guido ha assistito a tutta la scena da dietro la porta. Poi si è fatto avanti, e mentre radunava tutti, ha proposto:

Che ne dite se stasera andiamo tutti in trattoria? Facciamo una serata diversa!

Ovviamente le gemelle e Lorenzo hanno esultato sembrava di aver vinto la lotteria!

Io ho sorriso e annuito. Forse quella era davvero loccasione buona per iniziare.

**

Sono passati mesi da quella cena. La casa Rinaldi è cambiata insieme a noi. Quella che era una serie di uscite, tra gelati, parco giochi e pizza insieme, è diventata una tradizione. Finivamo spesso la serata io e Guido da soli in cucina, una tisana, due chiacchiere sulle marachelle dei bambini, i sogni per il futuro.

Allinizio facevamo finta di niente, ma ormai era troppo evidente che non eravamo più solo tata e genitore.

Lorenzo lo aveva già capito da un pezzo. Era contento di vedere il papà sorridere di nuovo, e le gemelle idoleggiare me come una sorella maggiore.

Una sera, i bambini già in camera, Guido mi si è seduto accanto, occhi fissi sulle lucine dellalbero di primavera che le bambine avevano addobbato.

Alice, mi ha detto sottovoce, prendendomi la mano, non riesco più a immaginare una giornata senza di te. Il tuo sorriso, la tua pazienza Vuoi essere la mia compagna, per sempre? Vuoi sposarmi?

Mi sono emozionato tantissimo, ci abbiamo messo un po per ritrovare la voce, poi gli ho detto sì, che anchio lo amavo e volevo essere parte di quella famiglia. Ero felice.

Abbiamo deciso per una cosa semplice: niente grande matrimonio, solo una giornata con le persone che contano. Una domenica di maggio sulla collina, una piccola locanda, poche decine di invitati e le gemelle con abiti identici, come principesse. Distribuivano petali di rose, tenevano stretto il cuscino delle fedi, e ridevano come non le avevo mai viste.

Papà, sei bellissimo oggi! ha sussurrato Sofia a Guido, mentre si abbassava per darle un bacio sulla fronte.

Anche Alice sembra una fata! ha aggiunto Giovanna, abbracciandomi tra i sorrisi emozionati di tutti.

Lorenzo, in giacca e cravatta, era fiero come pochi. Te lavevo detto io, papà, che ce la facevi mi ha detto appena il sindaco ha pronunciato la dichiarazione.

Siamo una famiglia. Adesso per davvero.

La serata è volata via tra brindisi, balli, torte e mille foto buffe. Io e Guido, rimasti soli sulla terrazza, ci siamo stretti in silenzio sotto il cielo stellato.

Oggi è stato il giorno più bello della mia vita, gli ho sussurrato. E penso che per noi sarà solo il primo di tanti.

Anche per me, Alice mi ha detto sorridendo. E finalmente ho capito che prendere un rischio, quando ci tieni davvero a qualcuno, è la scelta migliore che puoi fare nella vita.

Ed è questa la verità che voglio fissare su queste pagine oggi: nella vita bisogna saper osare, uscire dalla propria zona di comfort e seguire il cuore. Non sono solo una tata: sono parte di una famiglia, e penso che questa sia la vittoria più grande che potessi sperare di vivere.

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