Potete vivere qui da noi, che bisogno avete di fare un mutuo? Questa casa un giorno sarà vostra! disse mia suocera.
Ricordo ancora quei giorni, quando mia suocera cercava in tutti i modi di dissuaderci dal richiedere un mutuo. Spingeva affinché vivessimo con loro e sosteneva che, essendo mio marito lunico figlio, la casa sarebbe comunque passata a lui. Ma sua madre aveva appena quarantacinque anni, e suo padre quarantasette.
Io e mio marito, Leonardo, avevamo venticinque anni allora, la stessa età. Lavoravamo entrambi, guadagnavamo abbastanza per pagare laffitto di un piccolo appartamento, e io temevo che la convivenza quotidiana con i suoi genitori potesse rovinare i rapporti familiari.
I suoi genitori insistevano perché ci trasferissimo da loro. I miei genitori, invece, avevano uno spazioso appartamento con tre camere a Bologna, ma io non volevo invadere il loro spazio: sapevo che lì mi sarei sempre sentita unospite. Pure nellabitazione dei genitori di Leonardo non sarei mai stata del tutto a mio agio.
Quando iniziò la quarantena, la proprietaria dellappartamento che stavamo affittando ci chiese di liberararlo: voleva che sua nipote si trasferisse con la famiglia. Non riuscimmo a trovare subito una nuova sistemazione, così fummo costretti a trasferirci dai suoi genitori. Mia suocera, Giuseppina, e mio suocero, Carlo, ci accolsero con calore. Mia madre non mi tormentava, però aveva sempre qualcosa da ridire su come facevo le cose. Giuseppina era diversa.
Da tempo io e Leonardo pensavamo di comprare casa con un mutuo, ma con quella situazione ci rendemmo conto che il momento era arrivato: dovevamo risparmiare. Ovviamente desideravo trasferirmi il prima possibile, ma capivo che affittando di nuovo avremmo potuto mettere da parte pochi euro al mese.
Anche se Giuseppina e Carlo non si intromettevano nelle nostre faccende, avevano le loro abitudini e tradizioni, molto diverse da quelle a cui ero abituata. Io e Leonardo cercavamo di adeguarci, anche se non era facile. A prima vista non sembrava nulla di che, ma io sentivo sempre quel disagio che non se ne andava.
Sin dai primi giorni, Giuseppina mi allontanò dalla cucina. Mi spiegò con gentilezza che quella era la sua reggia e che nessuno poteva entrare. Peccato che i suoi piatti fossero sempre troppo ricchi di spezie e cipolla per i miei gusti.
Per qualcuno potrebbe sembrare un dettaglio insignificante, ma per me era un problema. Una volta decisi di cucinarmi da sola, ma Giuseppina si risentì, come se mettessi in dubbio le sue capacità di donna di casa.
Ogni venerdì la suocera faceva grandi pulizie. Tornavamo stanchi dal lavoro, desiderosi solo di andare a letto, e intanto lei rimaneva offesa perché doveva fare tutto da sola. Le chiesi perché non sistemasse la casa nel weekend invece che il venerdì, e rispose che il fine settimana era fatto per il riposo.
Questi piccoli dettagli erano tanti, e nel corso del tempo mi consolavo solo pensando che Giuseppina non mi derideva mai: era solo il suo modo di essere, e questa convivenza era destinata a finire.
Decidemmo, io e Leonardo, di non dire ai suoi genitori che stavamo mettendo via soldi per comprare una casa nostra. Contribuivamo con metà delle bollette e lasciavamo dei soldi per la spesa, il resto lo risparmiavamo. Un giorno si parlava dellauto nuova acquistata da un cugino di Leonardo, e Carlo, suo padre, suggerì che avremmo dovuto pensare a comprarne una anche noi. Leonardo rispose che per noi era più importante avere una casa di proprietà.
Quanti anni pensate di risparmiare? chiese Carlo. Leonardo spiegò che non stavamo accumulando per comprare tutto subito, ma solo il deposito per il mutuo.
Potete stare qui da noi, che senso ha un mutuo? Questa casa sarà vostra! insistette Giuseppina.
Provammo a spiegare che volevamo vivere per conto nostro. I suoi genitori dissero che era una follia, che avremmo buttato soldi in banca inutilmente. Quando Giuseppina capì che non ci avrebbe convinti, iniziò a rimarcare che sarebbe stato meglio pensare ai figli, non ai mutui.
Ogni giorno dovevamo ascoltare nuove ragioni a favore della convivenza. Io non cambiavo idea, ma Leonardo iniziò a lasciarsi influenzare, e un giorno mi disse che sua madre aveva ragione.
Non abbiamo bisogno del mutuo. Mamma ha ragione. Viviamo tranquilli e senza litigi, e la casa alla fine sarà nostra.
Fra cinquantanni forse! risposi con amarezza.
Da lì, Leonardo cominciò a ripetere che i suoi genitori erano già anziani, e prima o poi avrebbero avuto bisogno di essere accuditi, e che il mutuo sarebbe stata una zavorra, specie quando sarei andata in maternità.
Ma io desideravo essere padrona di casa ora, vivere la mia vita, non restare ad aspettare che Giuseppina se ne andasseUn venerdì sera, mentre Giuseppina strofinava il pavimento con energia, io e Leonardo ci sedemmo in salotto, il tempo che passava lentissimo tra le pareti familiari ma non nostre. Mi accorsi che la distanza tra noi era aumentata: non parlavamo più come prima, e ogni proposta di cambiamento diventava un dibattito. Sentivo che stavamo perdendo noi stessi, dissolvendoci in una quotidianità che non avevamo scelto davvero.
Guardai Leonardo, gli occhi spenti come quelli di chi si era arreso troppo presto. Mi avvicinai, gli presi la mano. Hai mai pensato che forse non si tratta solo di una casa, ma di come vogliamo vivere? Di chi vogliamo essere insieme? sussurrai. Fece fatica a rispondermi, ma vidi un lampo di incertezza nel suo sguardo.
Quella notte, mentre tutti dormivano, scrissi su un foglio le ragioni che ci avevano portati fin lì, le speranze che avevamo accantonato per paura e convenienza. Lo lasciai sul comodino, tra i nostri libri di università, come promemoria. Al mattino, Leonardo lo trovò. Lo lessi con lui, parola dopo parola, e per la prima volta fu lui a parlare di futuro: di un piccolo bilocale, magari con un balcone, dove poter sbagliare e inventare nuove abitudini che fossero soltanto nostre.
Decidemmo che aspettare non era vivere, e che il rischio di costruire qualcosa di nostro era lunica strada in cui davvero credevamo. Quando entrammo nellagenzia immobiliare qualche mese dopo, tremavamo per lincertezza, ma era la nostra. Giuseppina cercò di trattenerci, Carlo rimase in silenzio, quasi ferito.
Non fu facile. Ci furono notti di dubbi, lacrime sul conto che non cresceva mai abbastanza, pranzi della domenica con battute amare. Ma col tempo, le distanze si ricucirono e impararono a rispettare la nostra scelta. Quando ricevemmo le chiavi della nostra casa piccola, luminosa, imperfetta Leonardo mi abbracciò e disse: Finalmente possiamo mettere a posto la cucina come piace a te.
La prima sera, cucinai io. Cipolla, spezie o no, non importava. Era la nostra casa e il profumo era il nostro. Guardai Leonardo, sorrise. Sapevo che quella libertà aveva un prezzo, ma era la sola che avremmo voluto pagare.
Fu allora che capii: le case non si ereditano mai davvero. Si conquistano, insieme.






