Prenditi cura della nonna, non ti costerà nulla!

Ginevra, non è difficile, vero? iniziò Valentina, sbottando. Mia madre non è più quella di un tempo. Letà, la senilità, la memoria la tradiscono. I medici dicono che ha bisogno di cure continue. Io potrei farlo, ma il lavoro e gli impegni E tu, lavori da casa, giusto? Non ti pesa?

Ginevra strinse i denti. In effetti traduceva documenti da remoto e talvolta teneva consulenze online. Il suo orario era flessibile, ma ciò non significava che avesse tempo a volontà.

Valentina, non so davvero rispose cauta. Non ho mai affrontato una cosa del genere. Non sarebbe meglio assumere una badante? O mandarla in una casa di riposo, dove ci sono professionisti

Valentina si alzò di scatto, gli occhi pieni di indignazione.

In una casa di riposo? Come osi! È mia madre! Non la darò a qualche struttura dove nessuno la sorveglia. Sono estranei! Noi siamo famiglia.

Ginevra cercò supporto nello sguardo di Alessandro, ma lui non alzò nemmeno la testa dal cellulare.

Ginevra, non chiede molto intervenne Alessandro, senza staccare lo sguardo dallo schermo. Basta passarci la mattina e la sera, darle da mangiare, aiutarla un po. Non è nulla di difficile, ce la farai.

Ginevra sospirò. Contraddire era inutile. Inoltre abitavano nellappartamento di Valentina, che li aveva ospitati dopo il matrimonio finché non avessero potuto comprare una casa. Rifiutare sembrava ingrato.

Va bene disse a bassa voce. Proverò.

Valentina scoppiò in un sorriso. Si alzò, si avvicinò al tavolo e la strinse forte.

Grazie, cara. Non sai quanto mi aiuterai. Ti darò le chiavi, ti scriverò lindirizzo. La casa di mia madre è a pochi minuti a piedi, circa quindici. Solo una cosa: è a volte capirai, è nervosa. Se dice qualcosa di strano, non farci caso, daccordo?

Ginevra annuì, convinta di potercela fare. Cosa poteva esserci di più difficile nel badare a unanziana?

Il mattino dopo scoprì la risposta.

Lappartamento di Lidia era in un vecchio palazzo di Milano, con muri scrostati e scale cigolanti. Salì al terzo piano, bussò e rimase in attesa. Un rumore sordo provenne dallinterno, poi passi strascicati e il click della serratura.

La porta si aprì. Una vecchia curvata, avvolta in un accappatoio logoro, fissava Ginevra con occhi velati.

Che vuoi? chiese con voce rauca.

Buongiorno, signora Lidia. Sono Ginevra, la moglie di Alessandro. Valentina ha chiesto che le dia una mano. Posso entrare?

Lidia sbuffò, ma si fece da parte. Ginevra attraversò lingresso e quasi soffocò per lodore: muffa, medicine e un sentore acido. Il caos regnava. Sul pavimento cerano giornali, pantofole rotte, bottiglie di pillole sul tavolino accanto allo specchio. Dalla cucina proveniva laroma di qualcosa bruciato.

Cosa vuoi per colazione? Lo preparo io disse Ginevra rivolgendosi allanziana.

Lidia rispose con voce graffiante:

Non ho bisogno di niente! Chi ti ha mandato? Valentina? Ancora una spia!

Ginevra rimase senza parole. Spia?

Voglio solo aiutare

Aiutare! replicò la donna. Siete tutti uguali. Fingevo di essere gentile, ma in realtà aspettate solo il giorno in cui non ci sarò più per prendere lappartamento!

Le parole di Lidia colpirono Ginevra come veleno. Si diresse in cucina, accese il bollitore e cercò cibo. Nel frigo trovò qualche uovo, un pezzo di prosciutto e del pane raffermo. Decise di fare una frittata.

Mentre cucinava, Lidia si mise a chiacchierare sullo scalino della porta, lanciando lamentele senza sosta.

Arriviate sempre in ritardo. Ieri Valentina aveva promesso, ma non è venuta. Tutti mentono. Tu non farai altro che mangiarmi e poi dirai che non resta nulla.

Ginevra, senza alzare lo sguardo, girava le uova nella padella, cercando di non udire le accuse.

Quando la frittata fu pronta, la pose davanti a Lidia. La vecchia la guardò, la assaggiò, poi la rigettò con unespressione di disgusto.

Insipida, troppo salata. Sai cucinare?

Ginevra mordeva le labbra. Assaggiò lei stessa la frittata: il sale era giusto.

Signora Lidia, ha bisogno di mangiare. Altrimenti le medicine non funzionano.

Non vuoi dirmi cosa fare! So quando ho fame!

Lidia si alzò, trascinando le pantofole, e chiuse la porta della stanza. Ginevra rimase sola in cucina, fissando il piatto vuoto, il sangue che ribolliva dentro di lei.

La sera, quando tornò, la scena si ripeté: rifiuti il pasto, rifiuta le pillole, accusa Ginevra di volerle rubare. La giovane cercava di convincerla, ma tutto era inutile. Alla fine della giornata la testa le pulsava.

Al rientro, Alessandro la salutò in modo indifferente.

Come è andata? chiese.

È difficile rispose Ginevra, sedendosi. Tua madre è una bestia. Urla, insulta, non mangia nulla.

Alessandro alzò le spalle.

È letà, lo sapevamo. Resisti, Ginevra. Non è per molto tempo.

Ginevra voleva chiedere cosa volesse dire con non è per molto tempo, ma rimase in silenzio. Alessandro si chiuse in camera.

Passò una settimana, poi unaltra. Ginevra andava da Lidia due volte al giorno, cucinava, puliva, cercava di mantenere un minimo di ordine. Il lavoro la aspettava la sera, i tradotti fino a mezzanotte, e il mattino tornava di nuovo da Lidia.

Lidia non diventava più gentile. Al contrario, ogni giorno trovava un nuovo difetto: il cibo era freddo, poi troppo caldo; la voce di Ginevra era troppo alta o troppo bassa. Lanciava oggetti, ti ruggiva contro, la chiamava parassita. Ginevra stringeva i pugni, ma la pazienza ha un limite.

Un mese dopo, Lidia cadde gravemente malata. Non si alzava più dal letto, mangiava poco e si lamentava di dolore. Ginevra chiamò un medico, che prescrisse nuovi farmaci e dichiarò la situazione seria.

Quella sera Ginevra arrivò a casa esausta, cadde sul divano e non poté nemmeno piangere. Valentina, il giorno dopo, la interrogò.

Ginevra, come sta tua suocera?

Male rispose, spenta. Il dottore dice che serve assistenza continua. Non ce la faccio più, Valentina. Sono esausta. Ho bisogno di lavorare, di riposare. Non riesco più.

La voce di Valentina si fece gelida.

Quindi rifiuti?

Non rifiuto, chiedo aiuto. Assumiamo una badante, per favore

Una badante! interruppe Valentina. Hai i soldi per quello? Pensi che io abbia un sacco di contanti? È anche tuo dovere, Ginevra. Ti abbiamo dato un tetto sopra la testa. Mostra almeno un po di gratitudine!

Ginevra strinse i pugni.

Valentina, ho curato sua madre per un mese intero. Ho cucinato, pulito, sopportato insulti. Non posso più.

Non puoi? Allora vattene! Via da qui! Alessandro, lhai sentito?

Alessandro, appoggiato alla porta, rimase impassibile.

Ginevra, è per il bene della famiglia disse con tono monotono. Tu sei una donna, devi aiutare la madre.

Ginevra si alzò, la respirazione improvvisamente più leggera.

Va bene, ho capito tutto. disse con calma. È tutto chiaro.

Valentina rimase a bocca aperta, Alessandro sbatté le ciglia, confuso.

Ginevra, dove vai? chiese lui, perplesso.

Ma Ginevra era già nella sua camera. Prese la valigia, infilò pochi vestiti, documenti, il portatile. Nientaltro, perché il resto era rimasto a casa dei genitori quando si era sposata.

Alessandro la seguì, osservando il suo imballare. Inizialmente stava a guardare, poi il suo volto si fece di nuovo accigliato.

Ginevra, basta. Non puoi andartene.

Posso, rispose, chiudendo la tasca della valigia.

Dove? A casa dei tuoi genitori?

Sì. Poi cercherò un appartamento e divorzierò. Lappartamento non è nostro.

Alessandro rimase senza parole. Ginevra attraversò il corridoio, uscendo dallappartamento di Valentina, che era pallida e confusa.

Dove vai? chiese di nuovo Valentina.

Me ne vado. Grazie per lospitalità.

Uscì, inspirò profondamente e sorrise. Unondata di sollievo la pervase.

Il divorzio fu rapido. Alessandro non si oppose, nemmeno si presentò alludienza. Ginevra ricevette il certificato di scioglimento e lo ripose in un cassetto, senza più pensare a lui.

Affittò un piccolo monolocale in un quartiere tranquillo di Torino e iniziò a vivere per sé. Con calma, senza urla, senza insulti, senza tensioni.

Passò un anno, quasi senza accorgersene.

Un pomeriggio, incontrò lamica Marta in una caffetteria. Parlavano di lavoro, di vacanze, quando Marta le chiese:

Hai sentito della madre di tua ex suocera?

Ginevra sollevò lo sguardo dalla tazza.

No, cosa è successo?

È morta tre mesi fa. Valentina ha scatenato una polemica in tutta la zona. Si scopre che la nonna aveva già redatto un testamento cinque anni prima, quando era ancora lucida, e lo aveva lasciato a una nipote lontana. Valentina sperava di ereditare lappartamento, così laveva tenuta a casa, fingendo di prendersi cura di lei.

Ginevra rimase immobile.

Lappartamento è stato lasciato a una parente?

Marta annuì.

Esatto. Valentina voleva solo leredità, non il benessere della madre. Ha usato te come badante gratis per poter dire di averla curata.

Ginevra si appoggiò allo schienale della sedia, sentendo una strana leggerezza dentro di sé. La giustizia, alla fine, aveva trionfato.

Marta, curiosa, chiese:

Perché sorridi?

Ginevra rispose:

Perché ho capito che chi sfrutta gli altri per il proprio tornaconto alla fine si rovina da solo.

Marta rideva.

Brava! Valentina ora è sola, senza casa, senza soldi. E tu sei libera.

Ginevra finì il suo caffè, ordinò una fetta di torta al limone e un espresso pregiato.

Brindiamo a ciò che la vita ci insegna disse, alzando il bicchiere.

A cosa? chiese Marta.

Che la dignità non ha prezzo e che la libertà è il premio più grande quando si sa riconoscere il valore di sé.

Uscirono dalla caffetteria, camminando per le strade di Torino, e Ginevra sentiva il peso del passato dissolversi come nebbia al sole. Aveva imparato che chi cerca di manipolare gli altri per il proprio interesse finirà per perdere tutto, mentre chi rispetta se stesso e gli altri mantiene la propria integrità, la più preziosa ricchezza.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

eight − 7 =

Prenditi cura della nonna, non ti costerà nulla!