Prepara le tue cose, ho ritrovato il mio primo amore annunciò il marito. Ma dopo un’ora era lui che si trovava sulla porta con la valigia in mano.
Massimo tornò dalla cena di classe la domenica sera. Francesca stava finendo di lavare i piatti.
C’era qualcosa di diverso in Massimo, sembrava persino più giovane, con gli occhi brillanti, come se gli avessero annunciato un aumento di stipendio o unimprovvisa vincita al Superenalotto. Francesca lanciò uno sguardo fugace, asciugandosi le mani sul canovaccio, e pensò: «Si vede che si sono divertiti».
Massimo non disse nulla. Si spogliò e si mise subito a letto.
La mattina seguente sedeva in cucina con laria austera di chi ha appena preso una decisione importante. Proprio come nei film: mani intrecciate sul tavolo, sguardo severo. Francesca posò la tazzina del caffè davanti a lui e aprì il frigorifero per sistemare le polpette rimaste dalla sera prima. Fu allora che lui parlò.
Fra, dobbiamo parlare.
«Ecco», pensò Francesca, «la solita frase che non porta mai nulla di buono».
Ieri ho incontrato Laura. Ti ricordi? Te ne avevo parlato. Il mio primo amore.
Francesca ricordava. Laura saltava fuori nei discorsi all’incirca ogni cinque anni, soprattutto quando Massimo aveva bevuto un po e si lasciava andare ai ricordi nostalgici. «Quanto eravamo giovani». La solita storia.
Abbiamo parlato. A lungo. Insomma, Fra, preparati le valigie.
Francesca si voltò. Le polpette erano rimaste sospese con lei.
Cosa?
Abbiamo deciso di stare insieme. Io e Laura. Capisci?
Francesca fissò suo marito in silenzio.
Tanto, lappartamento è mio aggiunse Massimo, con quella voce dufficio, come chi dice è così e basta. Ti conviene cercare qualcosaltro.
Francesca rimise le polpette in frigo. Chiuse lo sportello con calma, facendo attenzione che la calamita con la foto della Costa Amalfitana non cadesse.
Hai già deciso tutto? chiese.
Sì.
Annì e andò in camera.
Si sedette sul bordo del letto, fissando il muro. Lì appeso cera il calendario dei gattini che avevano comprato al mercato allingrosso lo scorso gennaio, giusto perché serviva qualcosa ed era solo due euro. Gennaio era finito da un pezzo, anche febbraio, ma i gattini pendevano ancora. Un micino rosso col fiocco la guardava con aria comprensiva.
«Ecco come stanno le cose», pensò Francesca.
Venti anni assieme, e ora Massimo stava in cucina ad aspettare che lei iniziasse a fare le valigie. Venti anni. Non sono pochi.
Era il primo bilocale in periferia a San Giovanni, con il rubinetto che perdeva e il vicino Mario che urlava contro la televisione anche alle tre di notte.
Era il fallimento della ditta quando Massimo per tre mesi girava grigio in volto e Francesca faceva finta di non vedere che la sera si nascondeva in balcone con il vino.
Era la corsa in ospedale per lappendicite, quando lei lo accompagnò alle tre di notte e il chirurgo disse: «Se tardavate unora, era finita». Era la festa di diploma dei suoi alunni faceva la professoressa ditaliano con Massimo che arrivava con i fiori tutto impacciato e compiaciuto. Tutto questo cera stato. Eppure ora, non contava.
Francesca si alzò. Camminò per la stanza. Si fermò davanti allarmadio.
In alto, nellangolo più nascosto, cerano i documenti.
Massimo era ancora in cucina. Smanettava sul cellulare, probabilmente messaggiando con Laura, ogni tanto sorrideva con unaria tra il soddisfatto e limbarazzato. Quella di chi ha compiuto qualcosa di importante e aspetta il plauso.
Francesca si sedette al tavolo. Mise i documenti davanti a Massimo.
Stai già preparando i documenti? chiese lui, gettandole un’occhiata.
No. Voglio solo farti vedere una cosa.
Aprì la cartellina.
Fra, magari non ora…
Taci un secondo.
Francesca prese il foglio giusto, lo sistemò davanti a lui.
Era il contratto matrimoniale. Quindici anni prima, quando Massimo aveva avviato la sua prima impresa edile, il notaio aveva suggerito di fissare un accordo. Massimo allepoca non ci aveva dato peso. «Fra, è solo una formalità. Siamo una famiglia». Francesca era stata lei a firmare e portare la copia a casa.
Massimo disse «va bene» e infilò il foglio in un cassetto. Francesca poi lo aveva spostato nellarmadio.
Non era una stratega. Solo una persona ordinata.
A proposito di imprese: quellattività materiali edili, grandi sogni per il futuro resistette solo quattordici mesi e crollò come tutto ciò che nasce già storto.
I debiti erano notevoli. Francesca, quella volta, propose di vendere la casa per pagare tutto. Massimo: No, ci penso io. E ci pensò davvero, ma non in tre mesi come promesso, in sei anni, poco alla volta. Francesca in quei sei anni fece due lavori ma non si lamentò mai.
Massimo prese il foglio e cominciò a leggere.
Francesca si versò del caffè ormai freddo. Bevette.
Aspetta disse Massimo. Aveva cambiato tono. Più basso, più incerto. Qui cè scritto…
Sì confermò Francesca.
Che la casa è tua in caso di separazione.
Esatto.
Ma allora…
Rilesse più volte. Poi abbassò il foglio.
Francesca attese. Quindici anni fa se ne era disinteressato, ora lo leggeva attentamente.
E i finanziamenti?
Sono tuoi. È scritto al punto quattro.
Massimo tacque. Sul cellulare lampeggiava un messaggio Laura probabilmente chiedeva come andava. Non rispose.
Fra…
Sì?
Hai fatto tutto apposta? Hai tenuto tutto con un piano?
Francesca rifletté. Rispose onesta:
No. Semplicemente, non butto via i documenti.
Era vero. Francesca conservava tutto: scontrini, garanzie degli elettrodomestici ormai rotti, vecchi certificati del medico di famiglia di ventanni prima. Era solo ordinata. Che ci vuoi fare.
Massimo tornò a fissare il foglio. Poi la finestra.
Francesca si rialzò, ripose la cartellina, lavò la tazza. Poi si voltò di nuovo.
Massimo. Forse è davvero il caso che uno di noi trovi unaltra sistemazione disse Francesca. Hai ragione.
E se ne andò in camera.
Massimo restò seduto in cucina altri venti minuti.
Forse trenta. Francesca non lo guardò più. Era in camera, faceva quello che ogni persona normale fa in un momento folle: niente di eccezionale. Mise a posto qualche libro, che da tempo erano accatastati vicino al letto. Spostò il vaso di geranio dal davanzale alla mensola. Spolverò larmadio. Quando le mani si muovono, la testa fa meno rumore.
Massimo apparve alla porta.
Fra…
Lei si voltò. Aveva il documento in mano, strettissima sembrava confidare che il foglio lavrebbe salvato. O forse no.
Possiamo parlare, davvero?
Parliamo pure acconsentì Francesca, senza espressione. Solo parliamo.
Questo contratto… beh, era tanto tempo fa. Erano altri tempi. Non pensavamo…
Cosa?
Massimo tacque. Non trovò la fine della frase. Non pensavamo di separarci? Non pensavamo sarebbe servito? O proprio, non pensavamo?
Il notaio ha registrato tutto disse Francesca. È tutto legale. Ho controllato.
Quando hai controllato?!
Cinque anni fa. Così, per sicurezza.
Massimo la fissò come se si fosse appena reso conto di aver sempre sottovalutato qualcosa di molto serio.
Quindi lavevi pianificato?
Francesca ci pensò un attimo.
No. Sono solo ordinata, come ti ho già detto.
Era vero: cinque anni prima aveva chiamato il notaio per unaltra pratica, sulleredità della mamma. Il notaio, quasi per caso, le confermò: È valido, non si preoccupi. Francesca annuì, e se ne dimenticò. Fino a quella mattina.
Massimo tornò in cucina. Francesca sentì grattare, armeggiare.
Si affacciò.
Massimo era in piedi vicino al tavolo, fissava il nulla.
Che fai? chiese.
Penso.
A cosa?
Nessuna risposta.
Francesca andò a mettere su il bollitore del tè.
Massimo disse , posso chiederti una cosa? Hai pensato dove andrai?
Lui la guardò.
Silenzio.
Capisco disse Francesca.
Aveva intuito tutto. Massimo aveva immaginato una scena diversa: la dichiarazione, Francesca in lacrime dalla migliore amica, lui che resta in casa. Laura arriva, tutto si sistema.
Che Francesca avesse in mano quellantico contratto, non era nei suoi piani.
Lacqua bolliva. Francesca preparò il tè.
Io non me ne vado disse. Questa casa è mia. E qui resto.
Massimo non rispose.
E io allora
Da Laura ricordò Francesca. Volevate stare insieme, no?
Di Laura, in quel momento, Francesca non pensava nulla di male. Né di buono, a dire la verità. Era solo una presenza in una storia che Massimo aveva costruito su spumante e ricordi adolescenziali. Francesca, in quella storia, era lingombro.
Succede.
Lei iniziò Massimo, poi si interruppe.
Cosa?
Non sa ancora bene. Non non abbiamo parlato nello specifico. Non è proprio pronta.
Francesca posò la tazza.
Massimo.
Sì?
Dimmi che davvero mi stai dicendo di preparare le valigie senza aver deciso dove andrai a vivere?
Taceva. La faccia diceva tutto: proprio così.
Per alcuni uomini, decidere sembra bellissimo. Sono i dettagli che li fregano.
Francesca si alzò. Prese una borsa da viaggio marrone dallarmadio e la mise sul tavolo.
Ecco disse. Prendi quello che ti serve.
Fra
Massimo. Hai deciso. Ho preso atto. Ora agisci.
Lui guardò la borsa. E in quellistante, qualcosa in Massimo si spezzò.
Cominciò a preparare le sue cose.
Francesca rimase in cucina. Sentì i rumori della stanza: ante, cassetti, la lametta che cadeva.
Venti anni. E una vita finiva in una borsa da viaggio.
Unora dopo Massimo uscì nellingresso. La borsa in mano. In volto la consapevolezza di chi non ha cambiato idea, ma non aveva previsto la portata delle sue scelte.
Fra disse. Ti chiamo.
Va bene rispose Francesca.
Per le carte, la separazione
Chiama, ne parliamo.
Rimase ancora un attimo. Forse aspettava grida o lacrime, o suppliche, qualcosa che lo riportasse a come stavano prima. Non ci fu niente.
Massimo aprì la porta e uscì.
Tre settimane più tardi, Francesca apprese da zia Rosaria, la ex collega che sapeva tutto di tutti, che tra Massimo e Laura era finita prima di cominciare.
Laura viveva dalla sorella: un monolocale stretto con due bambini e un marito. Atmosfera tuttaltro che romantica. Massimo lì non ci andò. Affittò una stanza a Torpignattara da una signora anziana che gli proibiva di fumare e voleva preavviso se aveva ospiti.
Quando Laura seppe della stanza e che Massimo non aveva più una casa né la avrebbe avuta, divenne subito più fredda. Forse lidea delluomo che lascia tutto per amore era più affascinante del vero uomo con solo una borsa e tanti debiti. Il primo amore da lontano sembra meraviglioso. Da vicino un po meno.
Francesca ascoltò tutto, annuendo. Poi versò il tè a zia Rosaria.
Come stai? domandò la zia con quello sguardo che promette infinita solidarietà.
Bene disse Francesca.
Era la verità. In quelle tre settimane si era iscritta ad un corso di massaggi in sospeso da anni. Chiamò lamica Giulia, che non vedeva da secoli: uscirono, risero in una pasticceria, parlarono per ore. Acquistò labbonamento in piscina. Piccole cose. Ma era di piccole cose che la vita si ricomponeva.
A volte, la sera, nella quiete della casa, pensava a Massimo. Senza rabbia. Un giorno intuì: meglio così che fosse lui ad aprire la porta. Altrimenti lei forse avrebbe atteso ancora a lungo.
Il calendario con i gattini era sempre lì. Gennaio, febbraio, il micino col fiocco. Francesca decise che prima o poi lavrebbe voltato sul mese giusto.
Ma poi pensò che ci sarà tempo.
Nella vita, imparò, serve tenere ogni cosa al suo posto carte, emozioni, e anche la dignità. Il passato va lasciato dove deve stare: alle spalle, accanto ai gattini, tra le pagine voltate senza rimpianto.





