Pronto a Perdonare e Accogliere di Nuovo – Aspetto Infranto

30 marzo 2025 Caro diario,

Oggi ho riflettuto ancora una volta su quella frase che sentivo spesso da bambina: «Chi è sobrio pensa, chi è ubriaco fa ciò che gli passa per la testa». Se la riformulassi in un quartiere di periferia di Roma, dove tutto sembra ruotare attorno al bar allangolo e alle bottiglie di vino da due euro, suonerebbe più o meno così: «Chi è sobrio ha idee, chi è ubriaco ha azioni». È evidente come, dopo qualche bicchiere, la gente non solo dice quello che pensa, ma si comporta in modi totalmente diversi.

Mio padre, Paolo, era sempre stato un uomo trasparente: non nascondeva nulla alla famiglia, non alzava la voce, né si arrabbiava. Anche quando beveva lo faceva con calma, quasi quasi come se il bicchiere fosse solo un accessorio. Dopo una serata di vino, tornava a casa come se nulla fosse cambiato, e la nostra routine riprendeva il suo corso tranquillo.

Ricordo quando, un weekend, partì per la sua casa di campagna a Castel Gandolfo con una cassa di vermouth e passò una settimana intera a dormire, svegliarsi, bere, e riaddormentarsi. Al ritorno, era di nuovo lui, come se niente fosse. La nostra vita continuava indisturbata, mentre la vicina di casa, Rosa, si aggirava per ledificio con un marito sempre più ubriaco, quasi a farle da guardia. Una volta, due figli di Rosa si rifugiarono da noi, lamentandosi di quanto fosse fortunata Rosa ad avere un marito così tranquillo.

Io sapevo che mia madre, Maria, aveva avuto unaltra storia prima di Paolo, ma laveva interrotta per il comportamento sconsiderato di quelluomo quando era ubriaco. Da piccola, mi aveva sempre detto: «Se un uomo beve troppo, non è davvero il primo dei problemi; oggi è tutti gli uomini che si rifugiano nellalcol, nei giochi o in altre dipendenze per sfogare lo stress». Mi ha insegnato a non dare seconde possibilità a chi, sotto leffetto dellalcol, inizia a comportarsi male.

Questo punto di vista ha creato intorno a me unaura di donna che non tollera lalcolismo. Quando, di tanto in tanto, mi concedo un bicchiere di vino per una buona occasione, gli sguardi dei pettegoli non me lo nascondono: «Non si può bere accanto a lei». Probabilmente per questo il terzo fidanzato di cui mi fidanzai, dopo che i primi due se ne andarono per i loro comportamenti ubriaci, dichiarò di non bere affatto. Allinizio fu un sollievo grande: ero cresciuta osservando tante sfumature di ubriachezza fin da bambina, e mi sembrava di aver trovato un porto sicuro.

Ma la vita, come sempre, ha le sue sfumature. Quando ho iniziato a conoscere Nicola, ho capito ben presto che anche lui aveva le sue marachelle. È stato un incontro casuale, dopo la fine degli esami, in quel tipico bar dove gli studenti della facoltà di Lettere si riuniscono a festeggiare con un bicchiere di prosecco da tre euro. Io stavo per laurearmi, lui era uscito dalluniversità lanno prima e conosceva tutti i miei compagni di corso, così è stato facile per lui inserirsi nella nostra compagnia.

Nel giro di una serata, tra chiacchiere, stuzzichini e qualche bottiglia di birra, qualcuno ci ha spinto a cantare al karaoke. Una compagna di corso, Marta, mi ha sfidata: Se non hai mai preso il microfono, adesso è il momento. Ho risposto nella mia testa: «Cari, vi ho sempre protetta, ma ora devo alzare la voce». Ho preso il microfono, ho cantato una strofa, poi lho lasciato andare a chi mi aveva spronato. È stato un piccolo atto di ribellione, ma abbastanza per far parlare tutti.

Poi è arrivata la solita partita a Mafia con i compiti da copiare: tutti volevano prendere la roba dellaltro. Io, con la freddezza di una rottura di una lunga amicizia, sono andata a prendere i miei appunti, mentre gli altri si divertivano a ballare seduti. In quel momento, un altro amico, Marco, ha dovuto eseguire la sua parte: baciare la sua amica Marina, che era ossessionata da lui. Marco, ancora sobrio come una pietra, ha sorriso e ha avvicinato le labbra a quelle di Marina, rimandandole un bacio lungo. Io ho osservato, incredula, mentre la stanza sembrava trasformarsi in un film comico.

Improvvisamente, una bottiglia di soda gassata è esplosa sopra la coppia che si stava baciando, e io, con unesclamazione che non è certo dignitosa, sono corsa fuori dalla stanza, finché non ho sentito il freddo pungente dellaria notturna di Roma. Ho preso un respiro profondo, quasi a voler scoppiare in lacrime, come un bambino ferito.

In quel momento, ho sentito il grido di Marco dietro di me: «Ginevra, aspetta!» Un taxi si è fermato accanto a me, ho saltato sul sedile posteriore, ho dato al conducente lindirizzo di casa dei miei genitori, e ho preso la mia borsa, la carta didentità e il cellulare, temendo di dover tornare a vedere di nuovo quelle roste sullo schermo.

Mia madre, vedendo il mio volto pallido, ha capito subito che qualcosa non andava. Non ha fatto domande, ma mi ha offerto una tazza di tè caldo e si è seduta accanto a me. Mi ha detto: «Tutto si sistemerà, la vita è come la farina: si macina, si mescola e alla fine diventa pane». Ho sentito il suo conforto come una coperta invernale.

«Mamma, torno a casa. Domani andrò a prendere le mie cose dallappartamento di Nicola e mi trasferirò», le ho detto. Lei ha risposto: «Perché chiedi il permesso? Questa è la tua casa, nessuno ti ha mai cacciata via. Puoi tornare quando vuoi, la stanza è libera, i mobili sono ancora lì. Nessuno, né io né tuo padre, può impedirti di tornare».

Se mia madre avesse spinto me fuori con la frase «Vai nella vita adulta, ma non tornare più», avrei potuto ricominciare con Nicola, ma ora, con il sostegno silenzioso dei miei genitori, mi sento forte e decisa a non accettare più comportamenti scadenti.

Quando sono entrata in casa di Nicola, mi ha chiesto con voce stanca: «Dove sei stata tutta la notte?». Ho risposto con veemenza: «Questa è ormai una tua questione di cane, non più la mia». Ho poi preso i miei vestiti dal guardaroba, li ho ripiegati in una grossa valigia a quadri, pronta a chiamare un taxi e a dimenticare quella relazione come un brutto sogno.

Lui, ancora sorpreso, ha cercato di difendersi: «Hai baciato la tua compagna di corso davanti a me, così, senza ritegno. Come potrei perdonarti?». Io gli ho risposto che non era tradimento, che era solo un compito universitario, e che non cè nulla di più vergognoso di un bacio dato per obbligo. Lui ha replicato: «Allora se ti chiedessero di sederti sulle ginocchia di qualcun altro o di fare una danza in bikini, sarebbe accettabile?». Ho risposto che non è così, che non mi era mai stato chiesto nulla di quel tipo, e che quello che ho fatto era una semplice prova.

Mi ha accusata di esagerare, di creare drammi dove non cè nulla. Ho chiuso con la frase che sento ancora dentro: «Pensi che io correrò dietro a te? Ho già una fila di persone che non vogliono più il tuo alcolismo». Lui ha replicato: «Quindi compra il tuo mazzo di fiori su un centesimo e lasciami in pace». Ho chiuso con: «A chi serve davvero?».

In realtà, ho trovato un nuovo amore sei mesi dopo, con un ragazzo che è davvero equilibrato. Fortuna solo al quarto tentativo. Marco, quel compagno di università, ancora mi incrocia per strada, cercando di convincermi che quella notte è stata solo frutto della mia immaginazione, che le rotture fossero colpa mia. Lui dice che è disposto a perdonarmi, ma io so che chi è davvero ferito è lui, che ha sprecato un bacio su un tavolo di soda.

Alla fine, ho capito che ho fatto la cosa giusta allontanandomi. Ora, più che mai, mi sento libera, con la spalla dei miei genitori e la consapevolezza che il futuro è lì fuori, pronto a riempirsi di brindisi moderati e di veri sorrisi.

A domani, caro diario.

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