Pronto… Matteo?
No, non è Matteo. Sono Lorenza
Lorenza? E lei chi è?
Signora, semmai lei chi è? Io sono la fidanzata di Matteo. Cercava qualcosa?… Mio marito non cè, è rimasto ancora al lavoro
Mi girava la testa, notai alcune gocce di sangue rosso brillante sul pavimento. Sentivo un dolore acuto nel ventre, mi contorcevo era chiaro, la bambina stava per nascere.
Mio marito Matteo da ormai cinque anni lavora allestero. Prima faceva lautotrasportatore in Germania, poi ristrutturava case in Svizzera. Tutto per il denaro. Abbiamo due figli maschi, volevamo garantire loro il futuro migliore. Sapevamo bene che a Napoli, dove viviamo, sarebbe stato impossibile cambiare la nostra condizione.
E non si può dire che non ci siano state delle fortune. Una volta al mese Matteo ci spediva pacchi: qualche scatola di conserve italiane, pasta, olio doliva, dolci. E mi mandava euro sulla carta prepagata, così potevo metterli in banca e guadagnare qualcosina di interesse. Siamo riusciti a mettere da parte abbastanza soldi per comprare un piccolo appartamento a nostro figlio maggiore.
Sembrava che andasse tutto bene, ma qualche mese fa ho sentito che qualcosa non funzionava nel mio corpo. All’inizio pensai fosse la menopausa, ma non era quella. Avevo preso peso, ero sempre stanca, mangiavo molto più del solito e il mio umore cambiava allimprovviso. Internet diceva che tutti questi erano sintomi di gravidanza. Una gravidanza a quarantacinque anni? Non ci volevo credere, però feci il test. Due linee rosse, inequivocabili.
Non ne parlai né ai figli né alle nuore. Che motivazione avrei avuto? Per farmi prendere in giro dai miei stessi figli? Per sentirmi dire che la loro madre era impazzita in vecchiaia? Decisi di nascondere la gravidanza. Era inverno, mi vestivo con maglioni larghi e giacche pesanti, nessuno poteva vedere la pancia.
Ma dentro di me non volevo davvero questo terzo figlio. Qualcuno dirà che mi manca la fede, ma ho quarantacinque anni, non sono più giovane. Ho figli e nipoti a cui posso dare del tempo, non voglio ricominciare da capo col neonato e i pannolini. E in più, non avevamo risorse per crescere una terza figlia. Matteo sarebbe dovuto tornare ancora allestero per lavorare, e io senza di lui non ce la faccio.
Il medico mi disse che ormai era troppo tardi per pensare ad un intervento, era rischioso per la mia salute. Così cercai di convincermi che sarebbe andato tutto bene. Magari Matteo, invece, si sarebbe emozionato al pensiero di una nuova vita. Decisi di chiamarlo su Skype per raccontargli la notizia, evitando la videocamera, solo audio.
Pronto, Matteo…
No, qui è Lorenza.
Lorenza, chi sei tu?
Signora, chi è lei? Sono la fidanzata di Matteo. Non cè, è ancora al lavoro.
Riattaccai subito e scoppiai a piangere. A volte nella vita succede proprio così: il marito può tradire ovunque, con chiunque. Avrei voluto raccogliere le sue cose, chiedere il divorzio, non vederlo mai più.
Però nel mio cuore restava una speranza: forse quando Matteo avrebbe saputo del bambino, sarebbe tornato da noi. Sapevo che il suo permesso in fabbrica coincideva col compleanno dei figli, sarebbe tornato a casa a febbraio. Avevo sognato che passeggiavamo in tre nel Parco di Capodimonte, lui teneva per mano la nostra piccolina e io dallaltra parte.
Il 14 febbraio, San Valentino, Matteo tornò. Preparai una cena romantica, candele accese, musica italiana di sottofondo. Volevo creare unatmosfera tranquilla.
Matteo, ho una sorpresa per te. Sono incinta. Dicono sarà una bambina.
Maledetta! urlò mio marito.
Diventò paonazzo dalla rabbia, rovesciò i piatti per terra, batteva i pugni sul tavolo:
Mentre io faccio il mulo allestero, tu te la spassi con altri e ora vuoi piazzarmi una figlia che non è mia?
Matteo, lasciami spiegare…
Sparisci, non voglio vederti! mi spinse via: il mio ventre sbatté contro lo spigolo del tavolo e caddi a terra.
Matteo se ne andò, prese la sua borsa e sbatté la porta con forza. Io barcollai, il dolore era insopportabile, il sangue continuava a scendere. A fatica trovai il telefono e chiamai il 118. Sentivo che la bambina stava per nascere.
Quando arrivarono i medici, stavo già tenendo tra le braccia nostra figlia. Era tranquilla, non piangeva, dormiva serena.
Signora, la portiamo in ospedale?
No. Prendete voi la bambina, non la voglio.
Come sarebbe?
Sì, portatela via, ve lo chiedo. Questa figlia ha distrutto la mia famiglia. Forse qualcun altro la amerà, ma io di certo no. Prendetela, non voglio vederla!
Senza alcun rimorso affidai la bambina al medico. Mi visitarono lì per lì, non cerano danni, il parto era stato senza complicazioni. Quando se ne andarono, pulii casa, mi feci una doccia e andai a dormire.
Nessuno dei miei figli sa che ho dato via la bambina. Ogni giorno entro in chiesa, accendo una candela e prego, affinché cresca sana, che incontri una famiglia che la ami. So di non poter affrontare di nuovo la fatica della maternità. Lunica cosa che vorrei è che Matteo tornasse a casa, ma è ripartito per la Germania e parla solo con i figli.
Potete pensare che sia una madre sbagliata. Ma qui io scelgo il mio uomo, non la mia bambina. E che Dio mi giudichi.
La vita mi ha mostrato che a volte le scelte sono pesanti come pietre. Ma è anche vero che, qualunque dolore tu porti, solo lamore e il perdono possono riportare la pace nel cuore. A volte la strada più giusta è imparare ad accettarsi, anche quando le cicatrici fanno male.




