14 febbraio, Milano
Questa mattina il telefono ha squillato. Ho risposto stancamente, aspettandomi che fosse Giuseppe. Invece, la voce dall’altra parte era di una donna. «Pronto… Elena?» ho detto, confuso. «No, mi dispiace, non è Elena. Sono Martina… Martina, la fidanzata di Giuseppe. Voleva parlare con lui? Non cè, sta ancora lavorando, oggi resta in ufficio fino a tardi.» La mia testa ha cominciato a girare e ho notato gocce rosse sul pavimento. Il dolore al basso ventre era insopportabile: sapevo che la bambina stava per nascere.
Giuseppe da ormai cinque anni lavora allestero. Prima guidava camion in Germania, poi faceva il muratore in Svizzera. Siamo partiti dalla provincia, desiderosi di offrire ai nostri due figli maschi una vita migliore. E, diciamocelo, in Italia le possibilità di farcela erano poche.
Allestero, Giuseppe è riuscito a garantirci una migliore stabilità. Ogni mese ci spediva pacchi con salumi, pasta, caffè, cioccolatini: tutto ciò che poteva. Mi faceva anche i bonifici su conto corrente spesso mi chiedeva di mettere qualcosa in deposito così da maturare qualche interesse. E, tra risparmi e sacrifici, siamo riusciti a mettere insieme abbastanza euro per comprare un piccolo bilocale per nostro figlio maggiore.
Pensavo che tutto andasse bene. Ma qualche mese fa il mio corpo ha iniziato a cambiare: allinizio ho pensato fosse la menopausa, ma qualcosa non tornava. Avevo sempre sonno, mangiavo di più, mi sentivo strana. Avevo letto in rete che questi erano sintomi di gravidanza, ma dai, incinta a 45 anni? Non riuscivo a crederci e ho fatto il test… e lì ho visto chiaramente le due linee rosse.
Non ho detto nulla ai figli né alle nuore. Avevo paura di essere ridicolizzato che i miei ragazzi pensassero che il loro padre stava perdendo il senno. Così ho nascosto la gravidanza. Era inverno, mi vestivo con maglioni larghi e nessuno si è accorto di niente.
Non volevo questa bambina. Forse Dio mi punirà, ma sono anziano, ho già due figli e dei nipoti. Vorrei godermi la pensione, non ricominciare con i pannolini. E, con la situazione economica di Giuseppe, non cerano abbastanza soldi per un terzo figlio. Lunico modo sarebbe stato che lui tornasse di nuovo allestero, e io non ce la facevo più a rimanere solo.
Alla fine, i medici mi hanno detto che ormai era troppo tardi per un intervento sicuro. Ho provato a consolarmi: magari Giuseppe avrebbe gradito la sorpresa? Mi sono fatto coraggio e ho deciso di chiamarlo via Skype. Ho acceso solo il microfono, non la telecamera.
«Pronto, Giuseppe…»
«No, scusi. Sono Martina.»
«Martina? E lei chi è?»
«Che domanda… Lei chi è? Io sono la ragazza di Giuseppe. Voleva qualcosa? Mio marito non cè, lavora fino a tardi.»
Ho riattaccato di colpo. Mi sono messo a piangere disperato: incredibile come la vita possa cambiare improvvisamente, un marito può tradirti ovunque e con chiunque. Ho pensato di chiedere il divorzio, di buttare via tutte le sue cose, di non vederlo mai più.
Da qualche parte, però, speravo ancora che Giuseppe, una volta saputo della bambina, sarebbe tornato da noi. Sapevo che a febbraio avrebbe preso qualche giorno di ferie perché i figli facevano il compleanno. Addirittura lho sognato: tutti e tre insieme al Parco Sempione, lui che tiene per mano la nostra piccola, io dallaltro lato.
Il 14 febbraio, San Valentino, Giuseppe è tornato. Ho preparato la cena romantica, acceso le candele, messo la musica di Eros Ramazzotti, volevo un po’ di pace tra di noi.
«Giuseppe, ho una sorpresa per te. Sono incinta… dicono che sarà una bambina.»
«Ma che razza di donna sei?!» ha urlato, furioso.
È diventato paonazzo, ha rovesciato i piatti sul pavimento e ha sbattuto i pugni sul tavolo.
«Io lavoro come un mulo allestero e tu vai a letto con altri? Ora vuoi che io mi prenda pure questo bastardo?!»
«Giuseppe, lasciami spiegare…»
«Basta, vai via! Non ti voglio vedere!» mi ha spinto, facendomi sbattere la pancia contro il bordo del tavolo. Sono caduto, e lui è uscito portandosi la valigia, sbattendo la porta.
Il dolore era insopportabile. Testa leggera, macchie rosse per terra. Mi sono trascinato fino al telefono per chiamare il 118, ma sentivo che la bambina stava per nascere.
Quando sono arrivati i paramedici, avevo già tra le braccia la mia bimba. Dormiva tranquilla, nemmeno piangeva.
«Signora, viene con noi in ospedale?»
«No. Portate via la bambina, non la voglio.»
«Come sarebbe?»
«Portatela via, vi prego! Mi ha rovinato la famiglia. Forse troverà qualcuno che la amerà, ma non io. Non voglio vederla.»
Senza alcun rimorso ho passato la bambina al medico. Mi hanno visitato a casa: niente complicazioni, il parto era stato rapido. Ho pulito tutto, mi sono fatto la doccia e sono andato a dormire.
Nessuno sa che ho lasciato andare la bambina. Ogni giorno passo in chiesa e prego che cresca sana, che trovi una famiglia. So che non avrei la forza di affrontare di nuovo la maternità. Ora desidero solo che Giuseppe torni da noi. Ma è ripartito per la Germania e parla solo con i nostri ragazzi.
Magari giudicherete male la mia scelta, ma io ho scelto mio marito, non la bambina. E Dio sarà il mio giudice.
Oggi ho capito che, a volte, la solitudine può farci prendere decisioni che nessuno comprende nemmeno noi stessi.






