Quando compii quindici anni, i miei genitori decisero che senza dubbio volevano un altro figlio. Tutta la responsabilità di mio fratello e delle faccende domestiche ricadde su di me. Non avevo tempo per i compiti e venivo punita per i voti bassi. Ma la cosa peggiore doveva ancora arrivare: Finché tuo fratello non finisce la scuola, non pensare nemmeno ai ragazzi! disse mio padre con severità. Dovevo prendere una decisione radicale.
Quando compii quindici anni, i miei genitori stabilirono che un altro figlio era indispensabile. Così nacque mio fratello. Tutti mi fecero gli auguri, ma io non avevo alcuna voglia di festeggiare. Non mi piace ricordare quei tempi, ma oggi ho deciso di raccontarvelo.
Mia madre era felice di avere una figlia, non perché mi amasse, ma perché ero una bambinaia gratuita. Quando mio fratello, Matteo, compì un anno, smise improvvisamente di allattarlo e tornò a lavorare a tempo pieno. Mia nonna veniva la mattina, ma quando tornavo da scuola, lei dormiva o era già ripartita. Tocca a me badare a Matteo, che piangeva spesso e io non riuscivo a calmarlo.
Non avevo un minuto per me. Dovevo cambiarlo, lavarlo, dargli da mangiare e cucinare sempre pasti freschi. Quando i miei tornavano la sera e trovavano piatti sporchi o vestiti non stirati, iniziavano a urlare che ero pigra e una buona a nulla. Allora mi mettevo a fare i compiti, visto che prima non ne avevo avuto il tempo. A scuola andavo male. Per pietà, i professori mi davano solo il sei, eppure venivo sgridata ancora di più.
La lavatrice lava, la lavastoviglie lava, e tu cosa fai tutto il giorno?! Pensi solo a divertirti!
Mio padre strillava, e mia madre annuiva in silenzio. Era come se si fosse dimenticata di come fosse trascorrere anche solo poche ore con un bambino irrequieto e fare le faccende di casa.
La lavatrice lava, è vero. Ma qualcuno deve accenderla, stendere i panni e stirare quelli del giorno prima. La lavastoviglie non potevo usarla di giornoconsumava troppa elettricità, e le stoviglie per i bambini dovevo lavarle rigorosamente a mano. Nessuno mi invidiava per lo strofinare i pavimenti ogni giorno, perché Matteo era vivace, gattonava e correva dappertutto.
La situazione migliorò un po quando mio fratello iniziò lasilo. I miei insistevano perché lo andassi a prendere e gli preparassi da mangiare appena tornavo a casa. Così, almeno, avevo qualche ora libera nel pomeriggio. Mi impegnai di più a scuola e finii senza insufficienze.
Sognavo di studiare biologia. Era lunica materia che mi appassionava e che apprendevo con facilità, ma i miei non approvarono.
Luniversità è in centro città, ci metterai unora e mezza ad andare. E quando tornerai? Matteo va ripreso, e poi devi occuparti di lui. Non ci pensare nemmeno!
I miei furono irremovibili, così scelsero loro il mio percorso di studi. Vicino a casa cera una scuola professionale per la cucina, dove imparai a fare la pasticciera. Del primo semestre ricordo pocoero, come si direbbe oggi, depressa. Ma poi mi appassionai. Cominciai ad amare preparare torte, biscotti e dolci di ogni tipo.
Dal secondo anno trovai un lavoro part-timenei weekend in una pasticceria vicino casa. Allinizio i miei si lamentavano perché non stavo mai a casa, ma almeno riuscivo a difendere quel poco di tempo per me. Dopo il diploma, mi assunsero a tempo pieno.
Poco dopo, un nuovo chef arrivò nella pasticceria. Cominciammo a vederci la sera, e i miei ricominciarono a litigare e imprecare. Più volte mio padre venne a prendermi dopo il turno per impedirmi di fare una passeggiata con il mio ragazzo. Un giorno organizzarono una riunione di famiglia.
Chiamarono nonna, zia e suo marito. Mi misero al centro della stanza e dissero che dovevo dimenticare fidanzati, passeggiate e qualsiasi tipo di svago.
Lascia quel lavoro nella pasticceria! disse la zia. Ti ho trovato un posto come aiutante cucina nella scuola di Matteo.
Che bella notizia! esclamò mia madre, raggiante. Matteo sarà sempre seguito, e potrai tornare a casa subito dopo. Avrai tempo per aiutarci.
Rinunciare alla pasticceria, dove mi stimavano, mi pagavano, dove tutto andava bene e dove lavorava il mio ragazzo? Immaginavo la mia vita futurauna squallida mensa scolastica con frittelle unte e pasticci appiccicosi, la sera le faccende e unesistenza dedicata a Matteo.
Finché tuo fratello non finisce la scuola, non sognarti neanche un ragazzo ribadì mio padre con tono duro.
Il giorno dopo raccontai tutto al mio fidanzato, e insieme trovammo un piano. Da tempo voleva aprire una sua pasticceria, aveva risparmi, ma non bastavano. Avremmo dovuto chiedere un prestito in banca o trovare investitori. A casa dissi che dovevo lavorare ancora due settimane. I miei accettarono di aspettare il preavviso.
Purtroppo il prestito non arrivò, ma trovammo unaltra soluzione. Un amico del mio ragazzo lavorava come manager in un grande ristorante e gli propose un nuovo progetto che apriva a Milano. Andò lì per un colloquio e convinse il capo a parlare con me in videochiamata. Mentre parlavo di me, lui fece assaggiare i miei dolcili aveva portati in una borsa frigo.
Lultimo giorno di lavoro uscii prima. Corsi a casa quando nessuno cera, misi in fretta le mie cose in una valigia, presi tutti i documenti e i risparmi e presi il treno per Milano.
Ora vivo la mia vita, che dedicherò a chi sceglierò io, non a chi mi è stato imposto.
Sì, amo mio fratello e spero davvero che un giorno avremo un buon rapporto. Non serbo rancore verso i miei genitori, ma so che, vivendo con loro o persino nella stessa città, sarei rimasta sotto il loro controllo. Non sono abbastanza forte per difendermi. Per questo ho dovuto fuggire. Spero che nella nuova città tutto si sistemerà e che saremo felici.






